Con crisi della critica si è stati soliti designare, a partire dagli anni
Novanta, almeno due fenomeni diversi: da un lato la perdita di prestigio
culturale e sociale della figura del critico letterario - giusta la traiettoria
di declino disegnata, più in generale, dall'intellettuale «legislatore» (secondo
la fortunata formula di Z. Bauman) che aveva tenuto banco nei primi settant'anni
del Novecento - e la pronunciata erosione degli spazi comunicativi e
istituzionali una volta connaturati all'esercizio della sua funzione.
Dall'altro, più nello specifico, il superamento di un approccio critico - quello
prodotto dalla «svolta» linguistica, scientificizzante, secondo una prospettiva
strutturalista e semiotica - che per un certo periodo, tra gli anni Sessanta e
Ottanta, aveva esercitato una sostanziale egemonia nell'ambito appunto degli
studi letterari.
Il dibattito sulla crisi della critica continua ancor oggi, ma il suo apice è
stato raggiunto soprattutto nel tempo che divide due titoli emblematici di un
protagonista come C. Segre: autore nel 1993 di un volume dal titolo Notizie
dalla crisi e nel 2001 di un Ritorno alla critica. Una domanda preliminare va
posta: di quale crisi parliamo, quando usiamo la dizione crisi della critica?
owero, di quale critica? Occorre fare un passo indietro: a quel 1965 nel quale
un critico della generazione precedente (forse il maggiore del nostro
Novecento), G. Debenedetti, affidava proprio al giovane Segre la curatela, per
le prestigiose edizioni del Saggiatore, di un pionieristico studio dal titolo
Strutturalismo e critica. Si può datare dunque con una certa precisione, per
quanto riguarda il nostro paese, il periodo in cui «prende il potere» la critica
d'impianto strutturalista: e cioè fra il 1965 e il 1970, quando lo stesso Segre
cura, assieme all'altra caposcuola del «movimento» M. Corti, il volume I metodi
attuali della critica in Italia che - come ha fatto notare R. Ceserani -
nell'apparente pluralismo e relativismo dei «metodi» (al plurale), sanciva in
realtà un'egemonia conquistata sul campo: attribuendo allo strutturalismo
italiano una filiazione dalle prestigiose radici storico-filologiche incarnate
da G. Contini (unico autore presente in più sezioni del volume) e dal maestro di
entrambi i curatori, B. Terracini.
Lo stesso Confini, del resto, aveva partecipato in prima persona al dibattito
sui «metodi attuali», con un'intervista del 1968 nella quale - pur tra molti
distinguo («la critica non si riduce alle sue tecniche») - in buona sostanza
avallava l'entusiastico anelito al rinnovamento metodologico mostrato dai suoi
discepoli. Ma consegnava anche alcuni avvertimenti fondamentali che, negli anni
a venire, non sempre saranno tenuti presenti. Punto primo: «non esistono
categorie a-priori in critica». La critica, al contrario, interviene solo a
posteriori, in presenza di un determinato oggetto; non può essere teorema astratto da verificare
in corpore vili.
Punto secondo: «ogni critica è parziale e simbolica»; e proprio all'essere ogni
volta innescata da una diversa opera essa deve la sua «concretezza».
La cartina di tornasole più utile a capire misura, e reale natura, della crisi
epistemologica prodottasi nel tempo che separa quel momento dal nostro presente
è fornita dal confronto tra I metodi attuali del 1970 e un altro studio a più
voci, curato stavolta da Mario Lavagetto nel 1996: Il testo letterario.
Istruzioni per l'uso. È segno del clima mutato - in direzione pragmatica,
operativa, nel miglior senso empirica - già l'uso del titolo da lui scelto
(parafrasando il titolo del noto romanzo di G. Perec, La vita. Istruzioni per
l'uso). Ma è eloquente la stessa struttura del libro. Laddove Corti e Segre
facevano susseguire una serie di metodi, appunto (dalla critica sociologica a
quella psicanalitica sino a una, inevitabilmente teleologica, conclusione in
chiave strutturalistica e semiotica), Lavagetto propone al lettore un ventaglio
di «operazioni, ognuna delle quali appare basata su protocolli e strategie
diverse>. (dal Costituire il testo al Commentarlo, dall'Analizzarlo
all'Interpretarlo) con l'avvertenza che «è probabile (e anche auspicabile) che
le varie operazioni [...] finiscano, almeno in parte, per incontrarsi e per
sovrapporsi».
Operazioni, dunque: con una parzialità e una concretezza che finiscono per
soddisfare, a ben vedere, gli avvertimenti preliminari di Contini del 1968. E
magari pure quelli, molto più antichi, di Baudelaire: secondo il quale, com'è
noto, la critica «deve essere parziale, appassionata, politica, vale a dire
condotta da un punto di vista esclusivo, ma tale da aprire il più ampio degli
orizzonti». Ma è soprattutto il segno che, come scrive Lavagetto
nell'introduzione al Testo letterario. Istruzioni per l'uso, «la crisi della
critica non è (o è solo parzialmente) congiunturale». Il segno, cioè, di uno
statuto aperto, discontinuo, problematico - e per ciò stesso rischioso - che la
critica ha negli ultimi anni riconquistato, e non ha dunque affatto motivo di
vivere come diminutio epistemologica. Se l'etimologia del suo nome rinvia, com'è
noto, al greco krinein («dividere»: il giusto dall'erroneo, il vero dal falso),
è difficile non dirsi d'accordo con un noto aforisma di P. de Man: «le nozioni
di crisi e quella di critica sono assai strettamente collegate, tanto che si
potrebbe affermare che ogni vera critica si manifesta nel modo della crisi.
Parlare di crisi della critica è allora, fino a un certo punto, ridondante. In
periodi che non sono periodi di crisi, o in individui risoluti a evitare la
crisi a ogni costo, ci può essere ogni sorta di approccio alla letteratura:
storico, filologico, psicologico ecc., ma non ci può essere una critica».