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CRONACA

(dal gr. chrónos, tempo) esposizione cronologica di avvenimenti storici. La parola chronica si trova già usata dai latini (Cornelio Nepote, Plinio, Aulo Gellio), ma il genere assume una propria fisionomia nel medioevo, segnando il graduale passaggio dall'antica annalistica (resoconto schematico e acritico dei fatti) alla moderna storiografia.

Anche nel medioevo, tuttavia, il termine non è univoco, e abbraccia forme diverse di narrazione storica. Un primo indirizzo, dotto ed ecclesiastico, comprende storie universali che cominciano dalla creazione del mondo e valutano gli avvenimenti alla luce del finalismo cristiano: ne è capostipite la Cronaca in lingua greca (303-325) di Eusebio di Cesarea, che, attraverso una parziale versione e continuazione in latino di san Girolamo, influirà per secoli sull'opera di cronisti di diversa nazionalità e formazione culturale, da Sulpicio Severo, Prospero di Aquitania e Isidoro di Siviglia, fino a Beda il Venerabile e ai grandi eruditi dei secc. XI e XII (Ermanno Contratto di Reichenau, Sigeberto di Gembloux e Ottone di Frisinga).

Tutt'altro carattere hanno le c. monastiche, nate dall'usanza, assai diffusa nelle abbazie, di registrare sui calendari, a fianco delle ricorrenze della Pasqua, gli avvenimenti di maggior rilievo: nascite di principi, morti di sovrani, guerre, catastrofi naturali. Dalla lenta evoluzione di questo sistema puramente mnemonico, annalistico, traggono origine alcune scritture talvolta ingenue e sommarie, talaltra più elaborate e dettagliate, ma sempre suggestive e di grande valore documentario: la Cronaca anglosassone che, giunta fino all'891 nella redazione ordinata da re Alfredo, sarà continuata fino al 1154 da vari autori; la cosiddetta Cronaca di Nestor in paleo-slavonico dei secc. X-XI; le numerose c. scritte nelle grandi abbazie italiane del sec. XI (Chronicon Novaliciense, Chronicon Casinense di Leone Marsicano, Chronicon Farfense di Gregorio da Catino, Chronicon Vulturnense di Giovanni di San Vincenzo del Voltumo ecc.). In Francia, a partire dal primo trentennio del sec. XII, vengono redatte le c. delle crociate e poi fra Due e Trecento, si afferma la cronaca di carattere nazionalistico, con le Grandi cronache di Francia, traduzioni in volgare di antiche storie latine dei primi re francesi, e con la celebre Cronaca di Jean Froissart.

Per la Spagna si ricorderà il gruppo dei cronisti catalani (B. Desclot, R. Muntaner) e di quelli castigliani (Alfonso X il Savio, autore di una Generale e grande storia, che apre una bisecolare tradizione di Cronache generali); per l'impero bizantino, le cronache di G. Monaco, di G. Cedreno, dell'Acropolita, di G. Frantzes, di Teofane Confessore; per i paesi centroeuropei, la Chronica Bohemorum di Kosmas (cui si collega la Cronaca dello pseudo Dalimil), la Chronica Hungarorum e le più tarde narrazioni polacche e moldave di Piaseski, Neculce, Costan. Quanto all'area tedesca, dove forse più che altrove prevale un tono mistico-fiabesco della narrazione, essa presenta sul finire del sec. XI l'Annolied, testo poetico strutturato parzialmente come c., mentre al sec. XII risalgono la fondamentale Cronaca degli imperatori (la Kaiserchronik), l'opera di Ottone di Frisinga, la c. sassone di Helmold. Particolare sviluppo avranno poi, a partire dal sec. XIII, le c. cittadine inaugurate dal Libro della città di Colonia (1270 ca).

In Italia questo filone (che ritrae con immediatezza la fervida vita sociale, politica, economica dei primi comuni e delle città marinare) si era intrecciato, fin dal sec. XI, a quello delle c. monastiche e universali. Fra i testi più antichi (secc. XI-XII), in latino, si ricordano le c. lombarde di Amolfo, Sire Raul, Landolfo Seriore e Landolfo Juniore, Ottone e Acerbo Morena, gli annali veneziani di Giovanni Diacono, quelli pisani di Bernardo Marangone, quelli genovesi di Caffaro.

Del Duecento sono la Chronique des Veniciens, in lingua francese, di Martino da Canal e il Chronicon di frate Salimbene da Parma, scritto in un latino ricco di espressioni tratte dal volgare parlato.

Al sec. XIII risalgono anche le prime c. in italiano, che concedono largo spazio alle origini mitiche delle città. Il primato spetta alla Toscana, con la Cronichetta pisana, la Cronichetta lucchese, la Cronichetta fiorentina e, soprattutto, con la Storia fiorentina di Ricordano Malispini.

Un'importante svolta è segnata, all'inizio del Trecento, dalla Cronica delle cose occorrenti ne' tempi suoi di Dino Compagni e dalla Nuova cronica di Giovanni Villani, nelle quali si affaccia per la prima volta la volontà di analizzare e interpretare criticamente i fatti.

Fuori di Toscana va almeno segnalata l'anonima Vita di Cola di Rienzo, parte di una più ampia Cronica che è fondamentale documento del dialetto romanesco del Trecento.

Con l'umanesimo il genere cronachistico a poco a poco si estingue, per lasciar posto a una storiografia modellata sullo stile di Livio o di Tacito.

 

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