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DANTE ALIGHIERI (1265-1321)
Di antica nobiltà sono i suoi antenati,
discendenti addirittura dai Romani. Cacciaguida,
suo trisavolo, a Firenze vive con le famiglie
dei fratelli Moronto ed Eliseo, nella zona del
Mercato Vecchio; armato cavaliere
dall'imperatore Corrado III, mentre era al suo
seguito durante la seconda Crociata, muore in
Terrasanta. La moglie, una Alighiera forse di
Ferrara, gli dà dei figli, uno dei quali si
chiama come lei, Alighiero I, da cui derivano i
rami dei Bellincione e dei Bello. Al primo
appartiene Durante, chiamato Dante, figlio di
Alighiero II e nipote di Bellincione.
Il padre di Dante vivacchia facendo il
cambiavalute e forse anche l'usuraio, a
giudicare da alcune voci maligne. Abita nel
Sesto di Porta San Pietro, è di tradizione guelfa,
ma non si getta certo nel vivo della lotte
faziose; è figura scialba che il poeta passa sotto
silenzio. Dante nasce in una casa posta di
fronte alla Torre della Castagna, verso la fine
del mese di maggio del 1265, sotto la
costellazione dei Gemelli da Alighiero Alighieri
di Bellincione e da donna Bella (Gabriella) di
casato ignoto e battezzato in San Giovanni.
Così racconta Boccaccio:
Del quale, come che alquanti figliuoli e nepoti
e de' nepoti figliuoli discendessero, regnante
Federico secondo imperadore, uno ne nacque, il
cui nome fu Alighieri, il quale più per la futura
prole che per sè doveva esser chiaro; la cui
donna gravida, non guari lontana al tempo del
partorire, per sogno vide quale doveva essere il
frutto del ventre suo; come che ciò non fosse
allora da lei conosciuto nè da altrui, e oggi,
per lo effetto seguìto, sia manifestissimo a
tutti.
Pareva alla gentil donna nel suo sonno essere
sotto uno altissimo alloro, sopra uno verde
prato, allato ad una chiarissima fonte, e quivi
si sentia partorire uno figliuolo, il quale in
brevissimo tempo, nutricandosi solo delle
orbache, le quali dello alloro cadevano, e delle
onde della chiara fonte, le parea che divenisse
un pastore, e s'ingegnasse a suo potere d'avere
delle fronde dell'albero, il cui frutto l'avea
nudrito; e, a ciò sforzandosi, le parea vederlo
cadere, e nel rilevarsi non uomo più , ma uno
paone il vedea divenuto. Della qual cosa tanta
ammirazione le giunse, che ruppe il sonno; n
guari di tempo pass che il termine debito al suo
parto venne, e partor uno figliuolo, il quale di
comune consentimento col padre di lui per nome
chiamaron Dante: e meritamente, perciò che
ottimamente, sè come si vedrà procedendo, seguì al
nome l'effetto.
Questi fu quel Dante, del quale è il presente
sermone; questi fu quel Dante che a' nostri
seculi fu conceduto di speziale grazia da Dio;
questi fu quel Dante, il qual primo doveva al
ritorno delle Muse, sbandite d'Italia, aprir la
via. Per costui la chiarezza del fiorentino
idioma dimostrata; per costui ogni bellezza di
volgar parlare sotto debiti numeri è regolata; per
costui la morta poesì meritamente si può dir
suscitata: le quali cose, debitamente guardate,
lui niuno altro nome che Dante poter degnamente
avere avuto dimostreranno.
La madre muore ancor giovane, lasciando il
figlioletto in tenera età; subito dopo il padre
Alighiero si
risposa con Lapa di Chiarissimo Cialuffi che gli
dà due figli; Francesco e Tana (Gaetana). Prima
del 1283 Anche il padre muore, ma già dal 1277
(Dante ha 12 anni) aveva "provveduto al futuro
coniugale del figlio, stipulando l'instrumentum
dotis, una specie di fidanzamento ufficiale
garantito con atto notarile, col quale Dante
veniva promesso in matrimonio a Gemma Donati".
Poco si sa dell'infanzia del poeta; studia
presso i francescani, poi ascolta le lezioni di
retorica di Brunetto Latini e segue le lezioni
di diritto, filosofia e forse anche di medicina
all'Università di Bologna, fra l'estate del 1286
e la primavera del 1287. Nel 1274 (all'età di
nove anni, come afferma nella Vita nova) conosce
Beatrice, figlia di Folco Portinari, che andrà
sposa a Simone Bardi, e la rivede nove anni
dopo, nel 1283: è l'avvenimento amoroso decisivo
della sua vita, che durerà anche dopo la morte
della donna avvenuta nel 1290.
Giovanissimo, da vero autodidatta comincia a
dire parole per rima, assorbendo la lezione dei
numerosi poeti fiorentini, di scuola guittoniana
e stilnovista. La sua curiosità e il desiderio di
sperimentare tecniche diverse, lo inducono a
tentare anche il genere giocoso e forme poetiche
di vario genere, in componimenti raccolti nelle
Rime. I suoi primi tentativi sono opere anonime
come il Fiore, che ripropone in 232 sonetti
l'allegoria del Roman de la Rose (dei francesi
Guillaume de Lorris e Jean de Meung), completato
intorno al 1280 e il Detto d'Amore, poemetto
allegorico che segna il trapasso ai moduli
guinizelliani. Questi due componimenti,
comunque, solo da Gianfranco Contini e pochi
altri, con argomenti puramente indiziari, sono
attribuiti a Dante: i dubbi restano molti.
Non mancano le esperienze tipicamente giovanili,
di prammatica per un nobile rampollo di un
comune del Duecento; l'1 giugno del 1289 combatte
nella battaglia di Campaldino contro Arezzo e i
ghibellini toscani, mentre nell'agosto dello
stesso anno partecipa all'assedio del castello
di Caprona, in Valdarno, tenuto dai ghibellini.
Ma la guerra non fa per lui; meglio la
letteratura e anche la politica, intesa come
dovere e contributo al pubblico bene.
L'amore, come abbiamo detto, si impersona
nell'austera e angelica Beatrice, moglie di
Simone dei Bardi e figlia di un ricchissimo
borghese che ha donato alla città l'ospedale
degli Innocenti, Folco Portinari. L'ha
conosciuta a nove anni, la rivede e ne riceve il
saluto a diciotto; l'ama in silenzio, pago di
vederla, di ricevere la salute dello spirito dal
suo saluto per via, di lodarla nelle sue liriche
quando lei, forse per le voci che circolano sul
suo conto, gli toglie anche questo esile filo di
comunicazione. Dante, infatti, per evitare i
pettegolezzi, finge di corteggiare altre donne.
La sua morte ha il potere di prostrare Dante
sino all'abbrutimento, da cui esce con l'aiuto
di amici, conoscenti, forse anche di fanciulle
pietose, sogni premonitori; decide, allora, di
scrivere per Beatrice qualcosa di straordinario
e inedito, qualcosa che nessun altro prima
d'allora, mai aveva pensato in onore di una
donna. E intanto pubblica nel 1292-93 un
prosimetro (insieme di poesie e prose),
intitolato Vita nuova in cui ricostruisce le
fasi e la storia del suo amore per la
fanciulla-angelo che gli sembra essere scesa in
terra a miracol mostrare, tanto intensa è la
bellezza e purezza della sua immagine.
Beatrice, guida di Dante nel Paradiso e
sollecitata dal Cielo a trarlo dalla vita di
traviamento in cui s'è lasciato cadere dopo la
sua morte, sembrerebbe l'obiettivo della
Commedia; ma il poema, forse, al di là delle
stesse aspettative del poeta, diventerà qualcosa
di più che una semplice apologia della donna
amata.
Abbandonati i divertimenti giovanili, Dante si
dedica agli studi di filosofia (Boezio,
Cicerone, Aristotele, Platone, san Tommaso
d'Aquino) e di teologia presso i Domenicani di
Santa Maria Novella e presso i Francescani di
Santa Croce; fra l'estate del 1286 e l'agosto
del 1287 lo troviamo a Bologna, a seguire le
lezioni di diritto, filosofia e forse anche di
medicina.
Intanto, probabilmente nel 1285, comunque prima
del 1290, Dante si sposa con Gemma di Manetto
Donati parente del fazioso Corso; dalla moglie,
sulla quale non scriverà mai una riga, ha tre
figli: Iacopo, Pietro e Antonia (forse la suor
Beatrice del Convento di Santo Stefano degli
Olivi a Ravenna) e
probabilmente un Giovanni che premuore al padre,
ma risulta da un atto notarile del 1308. Quale
parte abbia avuto Gemma nella vita di Dante, non
sappiamo. "Fu la madre de' suoi figli e la
reggitrice della casa. E paga di tanto ufizio,
ella, secondo ogni probabilità , più oltre non ambì
. Il marito era poeta, e cercava la vita dove le
consuetudini del tempo gliela facevano trovare.
Perciò il matrimonio non gli imped di continuare
a cantare la donna che aveva fino allora
servito... (Umberto Cosmo, Vita di Dante, La
nuova Italia, Firenze 1965, III edizione).
A trent'anni, nel 1295, Dante può buttarsi in
politica, dopo che sono stati parzialmente
rettificati gli Ordinamenti di Giustizia di
Giano della Bella che, in origine (1293),
impedivano ai nobili di accedere alle cariche
pubbliche. Ora un nobile che sia iscritto alla
matricola di un'Arte, può essere eletto nel
Consigli del popolo e al Priorato. Dante diviene
membro dell'Arte dei Medici e Speziali, la meno
lontana dalle sue attitudini di intellettuale,
poeta e scienziato. Non gli è difficile venire
eletto; a Firenze tutti lo conoscono come uomo
accorto, colto, equilibrato. Nel semestre
novembre 1295-aprile 1296 è membro del Consiglio
speciale del Capitano del Popolo: 36 cittadini,
sei per sestiere (i quartieri di Firenze): Dante
era stato eletto con altri cinque compagni per
il "sesto" di Por San Pietro; nel dicembre 1296
viene invitato, come uno de' Savi, nel Consiglio
delle Capitudini a dire il suo parere sulla
procedura, che si sarebbe dovuta seguire per la
nomina dei nuovi Priori. "Nel Consiglio dei
Capitani - quale ne fosse la ragione - non
profferì verbo; in quello delle Capitudini
confortò della sua autorità il parere di un altro
Savio: Dantes Alaghieri consuluit. (Cosmo,
cit.).
Nel maggio 1296 è nel Consiglio dei Cento, che si
occupa dell'amministrazione del pubblico denaro,
quattro anni, il 7 maggio, dopo viene inviato
come ambasciatore a san Gimignano per rafforzare
la lega Guelfa tra i comuni della Toscana e
serviva a Firenze per esercitare la sua
egemonia. Il 15 giugno, come continuatore della
politica di resistenza del Comune contro le
ingerenze e le sopraffazioni del Pontefice,
proprio mentre si trovava in città il Cardinale
d'Acquasparta mandatovi in apparenza come
paciere fra le opposte fazioni, è chiamato a far
parte della Signoria: è il momento della massima
considerazione goduta il patria. Ma ovunque
volge lo sguardo vede violenza e cupidigia che
generano scontri violenti di fazioni, la voglia
del Papa Bonifacio VIII di piegare Firenze alla
sua egemonia politica. Il 1300 è un anno cruciale
per la città. A Calendimaggio nella piazza di
Santa Trinità scoppia una zuffa tra giovani
esponenti della fazione dei Guelfi neri
(capeggiata da Corso Donati, violento e fazioso,
e dei Guelfi bianchi (guidata da Vieri dei
Cerchi, commercianti inurbatisi da poco).
La tensione tra e Bonifacio VIII è altissima e
negli ultimi tempi si era acuita per la condanna
di tre cittadini fiorentini, Guelfi Neri e
banchieri della Corte di Roma, per macchinazioni
contro la libertà di Firenze e della Toscana. Il
Papa si sente colpito dalla condanna ed esige
che vengano annullati processo e condanna: ma la
Signoria resiste imperterrita, firma la sentenza
di condanna dei cospiratori, impedisce con una
provvisione dei Consigli ogni intromissione
pontificia nell'esercizio della giurisdizione
cittadina e frena le facoltà stesse
dell'inquisitore romano. Il 15 giugno entra in
carica la nuova Signoria e il Notaio della
Camera del Comuni presenta nelle mani dei Nuovi
Priori la condanna inflitta ai tre cittadini
fiorentini residenti presso la corte di Roma.
Comincia così il primo giorno del Priorato di
Dante, eletto Priore per il bimestre 15
giugno-15 agosto 1300, proprio quando più
insistenti si fanno i tentativi di papa
Bonifacio VIII di mettere le mani su Firenze,
attraverso gli intrallazzi del suo legato,
cardinal Matteo d'Acquasparta, apparentemente
incaricato di pacificare le fazioni in lotta.
Il 23 giugno una nuova zuffa, ai danni dei
consoli delle Arti, che, come era usanza,
andavano in processione a San Giovanni,
insanguina le vie della città. I priori
decidono, pare proprio per suggerimento di
Dante, di espellere i capi più sediziosi delle
due parti. In esilio andrà pure Guido Cavalcanti,
il migliore amico di Dante.
Finito il suo priorato, Dante non rinuncia a dar
battaglia a Bonifacio VIII, mandando a monte
alcune sue iniziative egemoniche. Nel 1302, per
evitare una rottura con il pontefice, Firenze
invia alla Corte
romana tre ambasciatori: Dante, Maso Minerbetti
che aveva buone conoscenze presso la Curia
romana, e Guido Ubaldini degli Aldobrandi detto
il Corazza, uomo 'guelfissimo', che era stato
Gonfaloniere della Signoria, principale autore
del processo contro i tre fiorentini di cui
abbiamo detto.
L'ambasceria si presentava in atto di
sottomissione, confidando in un atto di
resipiscenza del Papa, di "quel peccatore di
grande animo. In Laterano il Pontefice accolse
l'ambasceria: "così Dante si trovò finalmente di
fronte all'uomo che in nome del Dio ond'era
sacerdote si proclamava padrone del mondo: un
uomo dal corpo disfatto, cui non rimanevano più
che lingua e occhi; l'impressione che da quel
colloquio il poeta ritrasse di quell'uomo,
ironico, sarcastico, satanicamente tentatore,
è rimasta in alcuni atteggiamenti di una scena
famosa del canto XXVII dell'Inferno." (Cosmo,
cit.). Il Papa chiede agli ambasciatori di
umiliarsi e sottomettersi a lui e afferma che le
sue azioni erano dirette solo al bene della città; rimanda indietro gli altri due e trattiene
Dante.
La situazione è grave; sta scendendo in Italia,
con cinquecento cavalieri, il fratello del re di
Francia, Carlo di Valois, che entra in Firenze
il 1 novembre, con il pretesto di pacificarla.
In realtà i Neri approfittano del cambiamento di
regime, intrallazzando con Carlo. Corso Donati e
i fuorusciti fanno ritorno, vendicandosi
crudelmente sui beni e sui familiari, oltre che
sulle persone dei nemici. La casa di Dante viene
saccheggiata, mentre il nuovo podestà,
favorevole ormai ai Neri, bandisce i più
importanti esponenti dei Bianchi dalla città.
Dante, che si è sottratto in tutta fretta
dall'assillante protezione di Bonifacio VIII,
viene raggiunto a Siena dalla condanna
all'esilio per due anni, il 27 gennaio 1302.
E' stato accusato di baratteria, con l'ammenda di
5.000 forni. La pena viene trasformato in
condanna al rogo il 1° marzo successivo, poichè
il poeta non si presentato a discolparsi, per
timore della cattura.
L'esule
Uno dei massimi dantisti italiani, Michele Barbi
(Dante, Vita opere e fortuna, Firenze, Sansoni,
1952), nota che l'esilio fa di Dante un uomo
sopra le parti, lo spoglia del suo
municipalismo, per renderlo cittadino d'Italia.
Il Foscolo nell'Ottocento, sposa la tesi di un
ghibellinismo del poeta che, allontanato dalla
patria, si accosta al partito avverso e rivaluta
il ruolo dell'imperatore. In effetti l'esilio
muta radicalmente la vita del poeta; l'inizio
è durissimo, come egli stesso confessa nel Canto
XVII del Paradiso. Si tratta di lasciare le
persone care, i luoghi sicuri, i beni che danno
sostentamento. Si trova in balìa della sorte e
con la pessima etichetta di bandito dalla
patria, come funzionario corrotto e ladro del
pubblico denaro (in questo consiste l'accusa di
baratteria con cui a Firenze i Neri giustificano
il bando del poeta).
Nei primi tempi egli si unisce ai fuorusciti
bianchi per tentare di rientrare in città con la
forza: è presente a Gorgonza e a San Godenzo, dove
l'8 giugno 1302 i guelfi Bianchi e i Ghibellini
stringono un'alleanza e si accordano con gli
Ubaldini di Mugello contro i Guelfi neri. Ma
l'impresa fallisce. La necessità di sopravvivere
trasforma Dante in uomo di corte; lo troviamo
come poeta, segretario, ambasciatore, delegato
dei maggiori signori dell'Italia settentrionale
che gli offrono ospitalità, accettata con buona
grazia, ma vissuta come una durissima
umiliazione.
Nel 1303 è segretario presso il signore di Forlì
Scarpetta Ordelaffi, poi si sposta a Verona,
presso Bartolommeo della Scala. L'anno
successivo partecipa alla delegazione di Parte
Bianca che tratta la pace con i Neri di Firenze,
attraverso la mediazione del legato pontificio
Niccolò da Prato. Intanto Bonifacio VIII morto e
gli succeduto Benedetto XI. La trattativa non va
in porto, i Bianchi organizzano una sortita
violenta che si risolverà nella sanguinosa e
drammatica battaglia della Lastra (1304). Tra
polemiche, accuse ingiuste, sospetti, Dante si
toglie dal gruppo e preferisce lottare da solo
per la propria vita, aspettando una congiuntura
politica più favorevole per il ritorno in città.
Già da un anno la condanna comminatagli dai
magistrati fiorentini è stata estesa ai suoi
figli, quando raggiungeranno l'età di
quattordici anni; è giunto il momento di
rafforzare la sua posizione, e, benchè esule,
acquisire fama, prestigio, dignità che gli
consentano di vivere alla meno peggio lontano
dalla patria. Il problema maggiore è la questione
economica che il fratello cerca di alleggerire
con prestiti. Per guadagnarsi buona fama, Dante
inizia la stesura di trattati e opere
letterarie, che rappresentino una sorta di
biglietto da visita per i suoi futuri ospiti.
Nel 1304 inizia il Convivio, un banchetto di
sapere che rimane incompiuto e che, steso in
volgare, si indirizza ai nobili che vogliano
approfondire la propria cultura. Rimane
incompiuto al quarto libro: dopo il trattato
iniziale, gli altri chiosano tre canzoni che
saranno citate nella Commedia; Voi che
'intendendo il terzo ciel movete (sulle
gerarchie angeliche), Amor che nella mente mi
ragiona sulla scienza e la filosofia), Le dolci
rime d'amor ch"i solìa (sulla nobiltà come
conquista morale e intellettuale).
Negli stessi anni (1304-1309), mentre stende
l'Inferno, progetta un'altra opera di argomento
linguistico, il De vulgari eloquentia in latino,
in difesa del volgare. Interrotto a metà del
secondo libro, esamina le origini del
linguaggio, i vari dialetti italiani e definisce
le caratteristiche di un volgare privilegiato
che dovrebbe essere preso a modello degli
intellettuali, come lingua comune italiana. Sono
anni molto tristi; il poeta si sposta dalla
corte di Gherardo da Camino signore di Treviso,
alla casa degli Scrovegni, ricchi mercanti
padovani. A Bologna conosce Cino da Pistoia,
giurista e poeta stilnovista, poi si ferma in
Lunigiana, presso Moroello Malaspina e a Lucca.
Pare che tra il 1308 e il 1310 sia in Francia
per frequentare la facoltà di teologia a Parigi.
Sicuramente, se la notizia è vera, ascolta, in
vico degli strami le lezioni di filosofia di
Sigieri di Brabante. Con l'elezione di Arrigo
VII di Lussemburgo a imperatore, Dante spera
vivamente che la pace e la giustizia tornino a
regnare in Italia.
Il 10 Ottobre 1310 invia una Epistola ai Signori
e Comuni e Popoli d'Italia affinchè accolgano con
obbedienza e umiltà le disposizioni
dell'imperatore che sta scendendo in Italia per
l'incoronazione. Papa Clemente V ha invitato le
città italiane a porsi a sua disposizione, ma ben
presto si palesa il suo voltafaccia. Firenze per
prima si oppone all'imperatore seguita da altre
città timorose di perdere la propria autonomia.
L'imperatore mette Firenze al bando dell'impero
e l'assedia, ma invano.
Le speranze di Dante svaniscono; non tornerà più
in patria in un clima di giustizia. Arrigo VII
viene incoronato a Roma nel giugno 1312, ma il
Papa lo invita a tornare in Germania, su
istigazione degli Angioini e del re di Francia;
Dante sente questo come un tradimento. Sta
scrivendo un trattato in latino, De Monarchia in
tre libri, in cui rivaluta il ruolo dell'impero,
dichiara il potere imperiale e quello pontificio
indipendenti e sostiene che entrambi derivano
dalla volontà di Dio, che vuole garantire agli
uomini due mezzi per ottenere la salvezza.
Il 24 agosto 1313 Arrigo VII muore a
Buonconvento, presso Siena, di febbri malariche.
Dante ha terminato la stesura dell'Inferno e del
Purgatorio.
Scrive Boccaccio nel Trattatello in onore di
Dante: "Questo libro della Comedia, secondo il
ragionare d'alcuno, intitolò egli a tre
solennissimi uomini italiani, secondo la sua
triplice divisione, a ciascuno la sua, in questa
guisa: la prima parte, cioè lo 'Nferno, intitolò a
Uguiccione della Faggiuola, il quale allora in
Toscana signore di Pisa era mirabilmente
glorioso; la seconda parte, cioè il Purgatoro,
intitolò al marchese Moruello Malespina; la terza
parte, cioè il Paradiso, a Federigo III re di
Cicilia. Alcuni vogliono dire lui averlo
intitolato tutto a messer Cane della Scala; ma,
quale si sia di queste due la verità, niuna cosa
altra n'abbiamo che solamente il volontario
ragionare di diversi; nè egli è sì gran fatto che
solenne investigazione ne bisogni."
Dante ha perso definitivamente la speranza di
tornare a Firenze. Nel 1311, infatti, a Firenze
Baldo d'Aguglione ha varato una riforma che
consente il ritorno di molti esuli, ma Dante ne
è
stato escluso; trover ospitalità presso Cangrande
della Scala, succeduto al fratello Bartolommeo
nella signoria su Verona. Presso di lui Dante si
ferma sino al 1318-19.
Il 19 maggio 1315 il Comune di Firenze approva
un'amnistia a tutti gli esiliati, e questa volta
senza
limitazioni (dalla precedente, infatti, Dante
era stato volutamente e dichiaratamente
escluso); il 24 di giugno, in occasione della
festa del Patrono della città. La cerimonia per
gli amnistiati prevedeva che partendo dal
carcere, avrebbero dovuto percorrere il tragitto
in processione a piedi scalzi, vestiti d'un
sacco, con una mitra di carta con sopra scritto
il nome e il reato dei malfattori in capo, un
cero acceso in una mano e una borsa con danaro
nell'altra, fino al Battistero, al "bel San San
Giovanni", dove venivano offerti in stato di
pentimento all'altare e al santo della città.
Compiuto questo rito sarebbero stati reintegrati
nei loro beni e in ogni loro altro diritto. Se
si trattava di fuorusciti politici che, al
momento del provvedimento non erano in carcere,
l'oblatio consisteva nel toccare simbolicamente
col piede la soglia del carcere e quindi
presentarsi al tempio, senza l'umiliazione della
mitra nè altre condizioni degradanti.
Con sdegno rifiuta l'umiliante proposta: mai
avrebbe accettato di stare a fianco di
malfattori, come Ciolo degli Abati, che,
condannato nel 1291, era stato poi assolto
proprio mediante una amnistia. Come Dante si
trovava tra gli esuli contumaci, anche lui
escluso dalla riforma di Messer Baldo
d'Aguglione del settembre 1311.
All'amico (anonimo, ma dalla lettera si ricava
che era un religioso, parente di Dante col quale
aveva in comune "un nipote", forse Niccolò di
Fusino di Manetto Donati, figlio di un fratello
di Gemma) risponde con questa lettera,
dichiarandosi pronto a rientrare, ma con tutto
il rispetto dovuto alla sua innocenza conclamata
e a tutti manifesta e al suo lavoro, per il
quale in esilio non gli manca il pane e può
continuare i suoi studi, a cercare le dolcissime
verità (Epistola XII):
[I] Per mezzo delle vostre lettere ricevute e
con la debita riverenza e affetto, ho con animo
grato e diligente attenzione appreso, quanto vi
stia a a cuore e quanta cura abbiate per il mio
rimpatrio; e quindi tanto più strettamente mi
avete obbligato, quanto più raramente agli esuli
accade di trovare amici. Per questo, anche se
non sarà quale la pusillanimità di alcuni
desidererebbe, vi chiedo affettuosamente che la
risposta al loro contenuto, prima di essere
giudicata, sia ponderata all'esame della vostra
saggezza.
[II] Ecco dunque ciò che per mezzo delle lettere
vostre e di mio nipote e di parecchi altri amici
mi fu comunicato riguardo al decreto da poco
emanato in Firenze sul proscioglimento dei
banditi che se volessi pagare una certa quantità
di denaro e volessi patire l'onta dell'offerta,
potrei sia essere assolto che ritornare subito.
Ma ci sono, o padre, due cose degne di riso e
oggetto di cattivo consiglio nelle lettere di
quelli che mi hanno comunicato tali cose; le
vostre lettere, infatti, formulate con maggiore
discrezione e saggezza, non contenevano nulla di
ciò.
[III] E' proprio questo il grazioso proscioglimento
con cui è richiamato in patria Dante Alighieri,
che per quasi tre lustri ha sofferto l'esilio?
Questo ha meritato l'innocenza a tutti
manifesta? questo ha meritato il sudore e
l'assidua fatica nello studio? Sia lontana da un
uomo, familiare con la filosofia, una così
avvilente bassezza d'animo da sopportare di
offrirsi come un carcerato al modo di un Ciolo e
di altri infami! Sia lontano da un uomo che
predica la giustizia, che dopo aver patito un
ingiusto oltraggio, paghi il suo denaro a quelli
stessi che l'hanno oltraggiato, come se lo
meritassero!
[IV] Non è questa, padre mio, la via del ritorno
in patria; ma se un'altra via prima o poi da voi
o da altri verrà trovata, che non deroghi alla
fama e all'onore di Dante, l'accetterò a passi
non lenti; ma se per nessuna onorevole via
s'entra a Firenze, a Firenze non entrerò mai. E
che? forse che non potrò vedere dovunque la luce
del sole o degli astri? o forse che dovunque non
potrò sotto il cielo indagare le dolcissime verità, senza prima restituirmi abietto e ignominioso
al popolo e alla città di Firenze? E certamente
non mi mancherà il pane.
Negli anni del soggiorno veronese scrive la
famosa Epistola a Cangrande in cui gli dedica il
Paradiso. Nel 1319 Dante si trasferisce presso
Guido Novello da Polenta con i figli. Mentre
compone il Paradiso risponde con due Ecloghe a
Giovanni del Virgilio che vorrebbe rielaborasse
la Commedia in latino. Poi scrive il trattatello
scientifico Quaestio de aqua et terra che
presenta a Verona in una dissertazione del 20
gennaio 1320.
Muore di ritorno da un'ambasceria a Venezia per
conto del signore di Ravenna, dopo aver
contratto le febbri malariche; il 22 agosto
vennero firmati i patti dell'alleanza tra Forlì e
Venezia e Dante chiese di poter tornare a
Ravenna. "L'uomo era stanco, malazzato.
Probabilmente chiese e ottenne licenza per il
ritorno. Mai, in tanto peregrinare fece viaggio
più triste. Attraverso la laguna, lungo il
cordone litorale: le terre deserte... La sera
del secondo giorno sostò secondo il costume, a
Pomposa... Arrivò a Ravenna per riposare sul
letto di morte. Il corpo bruciante per febbre,
lo spirito immerso in Dio. Intorno i figli
piangenti, gli amici, il Signore stesso nelle
ore che consentiva l'aggravarsi della situazione
politica. ... Il mondo veniva dinanzi a lui: tra
lui e Dio non c'era più alcuno. E sentì che Egli
giungeva. Era la notte fra il 14 e il 15
settembre 1321.Mentre il grande mistero si
compiva, Beatrice, levata con le sorelle per il
mattutino, pregava nella piccola cappella
dell'Uliva. Il cielo incominciava a imbianchire,
e Beatrice sollevò gli occhi umidi di pianto
verso quella luce: pareva il cielo si aprisse ad
accogliere il padre suo." (Bosco, cit., pag.
261-2).
Secondo l'Altomonte " E' una notte di settembre,
tra il 13 e il 14, quando entra nel suo «maggior
sonno», dopo che il medico Fiducio de' Milotti
aveva usato tutta la sua scienza per salvarlo.
"Guido Novello aveva predisposto una cerimonia
pubblica. Subito dopo il cadavere veniva
«seppellito a grande onore in abito di poeta e
di grande filosofo». Lo annotava un cronista,
confermato poi da Boccaccio, il quale aggiungeva
che Guido aveva «adornare il morto corpo di
ornamenti poetici sopra un funebre letto». La
chiesa della tumulazione - «in un'arca lapidea»
- era quella di San Pietro Maggiore. Usciti
dalla chiesa, quanto avevano partecipato al rito
tornarono alla casa in cui Dante aveva abitato.
Guido vi tenne «uno ornato e lungo sermone»."
In quella casa erano conservati gli ultimi 13
canti del Paradiso; li troverà il figlio Jacopo,
dopo un sogno nel quale il padre gli era apparso
indicandogli il luogo nel quale aveva nascosto
la parte conclusiva del suo lavoro. Intanto la
figlia Antonia entrava in convento (o forse vi
era già) assumendo il nome di Beatrice.
La Divina
Commedia
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