BABILONIA

 

Letteratura

http://www.parodos.it

Home   l   Torna all' indice di letteratura  l   Contact

 
 


Nell'immediato dopoguerra

Subito dopo la seconda guerra, per la fame incontenibile del concreto, dell'obbiettivo, del reale, da cui furono fortemente mosse le nostre lettere, per il bisogno e la volontà di un incontro più schietto e cordiale con gli uomini, parve che questa sorta di scritture, così come il formalismo esasperato di alcuni rondisti, fossero il segno estremo di un costume letterario defunto, la testimonianza di una crisi superata, dopo la quale era concessa la ripresa di un discorso più vero e più semplice. In realtà anche il « realismo magico » corrispondeva a suo modo ad una più vasta e incontenibile corrente: quella della letteratura più recente europea, volta all'accertamento e alla denuncia della « condizione umana », dello stato di angoscia o di paralisi ín cui si dibatte l'uomo moderno. Il difetto, il limite del realismo magico non era nella sua abdicazione al racconto, ma nella superficialità di quelle esperienze, nel fatto che esse si arrestavano sul piano del giuoco intellettuale, e non affrontavano í temi con quella coraggiosa spregiudicatezza, con quello spirito critico che era possibile nelle società più libere o avanzate d'Europa.
Pochissimi in questo periodo i narratori veri e propri, cioè gli scrittori che siano ancora capaci di una narrazione distesa e felice, conforme al significato tradizionale del termine. RICCARDO BACCHELLI pervenne ad una narrativa dì vastissimo respiro, con una vena, una limpidità ed ariosità del racconto che sembravano affatto perdute, con un'abilità straordinaria nel disegnare episodi e figure. Tuttavia questa tempra eccezionale di narratore appare viziato da una certa freddezza, da un certo distacco. Qualcosa di aulico, un involversi ed appesantirsi del periodo, una solennità un po' togata, rivelano il fondo dell'educazione umanistica, l'appartenenza insomma ad un clima di restaurazione » e non di e avanguardia » letteraria. Soprattutto si fatica a rinvenire una ragione, un senso, il significato più profondo di quella strabocchevole serie di vicende, di personaggi, di situazioni, sempre magistralmente pensati e condotti (Il diavolo al Pontelungo, Il mulino del Po, Il pianto del figlio di Lais). La bozzettistica toscana discese da Fucini Pratesi e Collodi sino ad uno scrittore come ALDO PALAZZESCHI. II Palazzeschi cominciò come poeta crepuscolare, passò rumorosamente attraverso l'esperienza futurista, pervenne infine ad una selva dí racconti e romanzi (Stampe dell'Ottocento, Sorelle Materassi, Il palio dei buffi) in cui si muovono e vivono personaggi e macchiette colti di sul vivo; ma trasfigurati poi, lievitati da un umore tra il fiabesco e l'estroso, descritti con una tale vivacità di ritmi e di immagini da rendere per l'appunto, nella prosa, il tono più brioso e bizzarro dell'opera buffa. A volte pare che lo scrittore sia sulle soglie delle fantasie più fonde europee (il senso del limite, del confine, del labirinto, della paralisi), ma poi tutto si risolve in un ghirigoro, o nelle bravure più estrose. Tuttavia è da notare che il suo umorismo non è mai di natura amara, corrosiva, ma sempre capace di aderire con una simpatia istintiva, connaturata, alle innumerevoli immagini di « buffi » di cui è popolato il suo mondo (in ultima analisi il sale della terra, perché senza di loro il mondo non avrebbe sapore).
La sopravvivenza (accanto alle esperienze più intrise del cerebralismo) di una narrativa di ascendenza realistica è testimoniata anche da uno scrittore calabrese, CORRADO ALVARO, per il quale non è però da fare il nome dei bozzettisti toscani ma quello di Giovanni Verga. In un breve romanzo, Gente in Aspromonte, Alvaro ha derivato dall'esistenza scabra e dolorosa dei pastori calabresi una sorta di canto, d'alta epopea, trasferita in una dimensione dove non v'è alcun posto per il sorriso, o gli umori burleschi od estrosi dell'intelligenza. Per la serietà dolorosa, per la solitudine chiusa del suo operare, per l'animo con cui si avvicinò ai personaggi, l'Alvaro fu uno dei pochissimi scrittori del « ventennio » a cui i giovani, alla fine della guerra, guardarono con rispetto; uno dei pochi la cui opera poteva porsi come un'indicazione tuttora valida per il futuro.
Una delle esperienze conclusive del decadentismo, quell'esigenza di poesia pura di cui abbiamo parlato all'inizio del capitolo, si realizzava in Italia, negli anni stessi della Ronda, per opera dei poeti nuovi od ermetici, da Campana a Ungaretti a Montale a Quasimodo. La « poesia pura » corrispondeva certamente, nel campo proprio della lirica, all'isolamento spirituale dei rondisti. Ma quella solitudine era una delle più aspre nella storia delle lettere, propria di chi disperava nelle possibilità stesse di un colloquio; e non approdava a una ricerca esteriore, ma al ripudio di ogni elemento consueto, di ogni oratoria e parola degli uomini, per conquistare la sincerità e nudità assoluta dell'essere, adeguarsi alla voce più elementare dello spirito. Quella volontà disperata di spogliarsi della retorica, e di tutte le malattie e morbidezze superficiali dei decadenti, conduceva ad una intensità poetica inusitata. I poeti nuovi rinvenivano, dopo millenni di abuso della parola, dopo millenni di sperpero e consunzione lessicale, il valore primitivo dell'espressione. Tutto il processo della lirica moderna conduceva a questa scoperta, a questa estrema purezza e concentrazione, alla parola accolta nell'animo con religioso stupore, esaurita in ogni sua capacità evocatrice; non un'Arcadia, ma il frutto di una elaborazione tecnica tra le più dolorose ed intense. Ne derivava una poesia che era incapace del canto dispiegato e continuo, risolta in poche immagini fortemente pausate, intensissime, germinate dal profondo sullo schermo della coscienza, immuni da ogni legge che non sia quella del ritmo. Poesia « ermetica », non soltanto per la sua concentrazione, ma perché rifiuta ogni significato corrente, esclude per principio la possibilità di una risoluzione in termini logici; e richiede la collaborazione assidua del lettore, al quale essa suggerisce ed accenna immagini e stati d'animo indeterminati, ancorché vibranti di una straordinaria forza lirica. La poesia come atto puro dell'essere, immune da ogni soggezione razionale, da ogni schema discorsivo; estrema testimonianza del naufragio dei valori tradizionali, di una società che si arrocca nella solitudine più aspra dell'io.
La prima voce, quella di DINO CAMPANA, è tra tutte quella più rotta e
più balenante, tesa con una ricerca angosciosa alla scoperta e nudità della parola, ma più spesso perduta in un groviglio febbrile di suoni. In questa ricerca lo colse una sorta di follia lucidissima, e lo lasciò ancora remoto dalla soluzione. Ma dai suoi versi (Canti orfici) deriva una suggestione straordinaria, ed un'apertura di marine, di vele, di viaggi, un bagliore di altre terre, di colori nuovi, che è cosa del tutto insolita, e mai più rinnovata nell'esperienza letteraria italiana.

GlUSEPPE UNGARETTI - EUGENIO MONTALE - SALVATORE QUASIMODO - UMBERTO SABA

La voce tecnicamente più esemplare della poesia pura è quella di GlUSEPPE UNGARETTI, nato ad Alessandria d'Egitto da famiglia lucchese. In Giuseppe Ungaretti appare fortissimo il disdegno per ogni suggestione della memoria, per ogni servitù dello spirito alle immagini consuete dell'arte; il bisogno di ricominciare dal nulla, come unico mezzo per esprimere la propria pena. Egli muove nella sua prima raccolta, cioè nelle liriche di guerra dell'Allegria (1916-19), dalla singola parola, rinvenuta ogni volta dopo un lungo silenzio, scavata come un abisso nell'animo; dai frammenti estremi, puntuali, fissati sulla pagina con una forza grandissima; attimi in cui è riassunto per sempre un momento della sua angoscia di uomo. Veramente Ungaretti aveva rinvenuto nell'Allegria un nuovo modo di pronunciare le parole, aveva restituita a ciascuna delle sillabe la verginità originaria. Mai il paesaggio delle nostre lettere, così spesso sovraccaricato dall'opulenza delle immagini e degli orpelli, era apparso così disabitato e desertico, ridotto all'annotazione di alcune impressioni disperate e fulminee. Dall'Allegria il poeta pervenne, nella raccolta successiva (Sentimento del tempo), ad un più disteso ritmo poetico, sino alla ricostruzione e scoperta del verso endecasillabo: un verso del tutto nuovo, che appare come riconquistato, ricostruito dalla polvere; non derivato da uno schema preesistente ma dal naturale avvicinarsi e disporsi dei termini lirici, accolti con animo più placato. Al Sentimento del tempo, che costituisce la stagione alcyonia e solare di Ungaretti, seguì dapprima il Dolore, ispirato dalla morte del figlio Antonello, e quindi la Terra promessa, cioè la poesia dell'autunno, del decadere irrimediabile dei sensi, con una superstite volontà di essere, di vivere (i superstiti bagliori dell'io, non più espressi in prima persona ma attraverso la voce di un personaggio mitico, la Didone virgiliana).
La poesia di EUGENIO MONTALE, genovese, si presenta come la testimonianza forse più amara della crisi spirituale moderna: di una realtà che sembra dissolversi, « cui manca il segno », che non rinviene più alcuna ragione valida di vita o di azione. Corrose alle radici le ragioni stesse dell'esistenza, come fu scritto, egli si colloca in disparte a guardare le forme della vita che si sgretola. Montale contempla con occhio immobile le immagini del mondo: un mondo che appare irto e frantumato come una pietraia, senza colori, e ruina con un sordo rumore di macerie. V'è una incrinatura, un punto morto che intarla da tempo le cose. Sulla natura strinata, arsa nel profondo delle crepe, incombe il caos, la rovina: imminente è l'attimo in cui tutto sarà travolto in un crollo di pietrame. I versi di Montale sono forse i più aspri, i più duri, i più chiusi nella storia della nostra lirica; il tono forse quello più fermo, impassibile (Ossi di seppia; Le occasioni). Il no secco, fermissimo di Montale (codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo) non deriva da un atteggiamento distruttivo, ma è il frutto di una moralità spietata, che dubita della possibilità di realizzazione dei valori proprio perché li ha posti troppo in alto: la voce più severa della crisi italiana tra le due guerre, quando ai più consapevoli non restò che il silenzio o l'esilio. L'atteggiamento di Montale (per i pochi capaci di intenderlo) fu allora duramente positivo, uno dei pochi punti fermi di riferimento delle coscienze. Tuttavia, anche nelle ultime liriche dell'ultima raccolta (La bufera e altro, 1956), apparse negli anni in cui gli scrittori avvertirono nuovamente un'esigenza corale, il bisogno di aprirsi ad un « dialogo », il poeta, anziché approdare ad una qualche luce, « percorse sino in fondo la sua strada, fino al punto in cui la strada apparve sbarrata da una lucida, metafisica, insanabile disperazione ».
In un altro poeta, il siciliano SALVATORE QUASIMODO, l'ermetismo giunse sino alle formule ultime, ad un puro germinare di sillabe e suoni, ad una sillabazione di accenti, di smemorati rapimenti fonici (Oboe sommerso). Ma l'incontro con la guerra valse per il Quasimodo ad operare una liberazione dalla «prigione delle sillabe », da cui derivò il riconoscimento della necessità di instaurare un colloquio positivo con gli uomini (Giorno dopo giorno). Ne nacque forse la lirica più impegnata, engagée, del nostro dopoguerra; tuttavia non in contrasto con i suoni rarefatti delle prime raccolte, perché v'è in comune la stessa dolcezza affettiva, l'accarezzamento di un mito di pace, e il senso alto della luce greca, delle isole verdi su mari immobili.
« Poeta nuovo» fu senza dubbio anche il triestino UMBERTO SABA; tuttavia tra i poeti nuovi il Saba è quegli che maggiormente ha resistito alle suggestioni della poesia pura, quegli in cui maggiormente sopravvivono le ragioni umane e cordiali del canto. La sua lirica appare perciò un poco in disparte, nella storia della poesia più recente; modernissima senza dubbio per il tono e la tecnica, ma in parte estranea a quella intensissima e dolente esperienza (forse la più angosciosa e solitaria della nostra storia) che è costituita dall'ermetismo. Deriva dal Canzoniere del Saba una poesia pacata e cordiale, di un candore insolito; ispirata anch'essa dal dolore, da un fondo di tristezza, ma capace di riscattarsi con l'adesione alle ragioni degli umili, con l'amore alle cose di ogni giorno. Saba è l'ultimo poeta che non abbia perso il contatto con gli uomini, che abbia il dono di render poesia ogni cosa su cui volga lo sguardo; capace di riempir di luce e di bellezza, con le parole più dimesse, una festa cittadina o una gara sportiva; di rassomigliare la propria donna (con una sorta di tenerezza antica e nuovissima) alle creature più semplici e quiete della terra, ad una giovane e bianca pollastra, ad una pavida coniglia. Alle origini della poesia del Saba, del suo candore, della suggestione che deriva da ognuno dei suoi versi, è il suo desiderio di « consentire », cioè di sentire insieme agli altri, di liberarsi dall'odiosa superbia dell'uomo-letterato, di immettere la propria dentro la calda / vita di tutti, essere come lutti / gli uomini di tutti / i giorni, ottenere l'alta gioia d'essere questo soltanto: fra gli uomini / un uomo. Perciò il modo stupendo con cui il poeta ha compreso (lui non sportivo, non tifoso, affatto ignaro della tecnica del calcio) come ci si possa riscaldare per alcuni che prendono a calci una palla; e le bellissime Cinque poesie per il gioco del calcio.

Neorealismo

Il neorealismo fu il movimento letterario più noto del secondo dopoguerra, e nacque come reazione incontenibile alla « letteratura in cifra » dei decenni precedenti, come rifiuto del solipsismo, come volontà non solo di « riattaccarsi alla vita », di riprendere un linguaggio più cordiale e immediato, di aderire alle ragioni degli uomini, ma dalla persuasione che l'unico tipo di letteratura possibile fosse quello dello scrittore attivo, fortemente impegnato, engagé, portatore di un messaggio, per il quale le lettere contano solo in quanto recano un apporto pratico alla trasformazione della società. Non più le lettere come « orto concluso», come otorre d'avorio », ma come voce attiva, partecipazione diretta alla storia. Al centro del movimento neorealista si pone uno scrittore come ELIO VITTORINI ed una rivista come il Politecnico (1945), forse la più combattiva della nostra esperienza letteraria. Di fronte allo scacco subìto dalla cultura nel periodo fascista Vittorini domandava: È qualità naturale della cultura di non poter influire sui fatti degli uomini? E rispondeva con il testo principe del neorealismo, Uomini e no, il romanzo della Resistenza a Milano, scattante, conciso, cronometrico come un'impresa dei « gappisti », con brevi ed alte schiarite di incontri umani, costruito a modo di chanson de gente, in centoventi capitoletti come lasse, concepito nor come un libro ma come una vera e propria azione, un grido, una « fanfara squillante».
Ma la fortuna del neorealismo non oltrepassò lo spazio di un decennio.

Negli anni successivi

A mano a mano che la breve stagione del dopoguerra volgeva verso l'amministrazione ordinaria, si perdeva la fiducia nella possibilità di una diretta partecipazione alla storia, si affermava che il vero compito di uno scrittore era quello di rappresentare il reale, non di modificarlo. Si spegneva quella incomposta fioritura di opere, quella proposizione di personaggi un poco esemplari, programmatici, eroici che era stata del dopoguerra; si trasformava il neorealismo in visivismo, cioè nel proposito di una letteratura totalmente disimpegnata, in cui l'autore non si distingua più dalle cose, ma un'unica vischiosità coinvolga l'io e gli oggetti; il naufragio nel « mare dell'oggettività », come fu detto, per il quale lo scrittore non doveva rifiutarsi ad alcun eccesso, ad alcuna forma di turpiloquio, ed anzi doveva ridurre la pagina ad una « scrittura mimetica », ad una « trascrizione fonografica » del parlato. Riprendeva intanto vigorosa, in una direzione del tutto opposta, la letteratura di intonazione visionaria e criptografica, scavata ben addentro nei labirinti dell'io, volta all'accertamento e alla denuncia non più di una contingenza sociale o politica ma della condizione umana in se stessa, dello stato di angoscia e di paralisi in cui si dibatte l'uomo moderno: i temi insomma di un Kafka o di un Musil o di un Sartre, od anche di Svevo e di Pirandello, per fare due nomi italiani, tuttavia con una forza dirompente, una tensione e spietatezza di denuncia che non era stata possibile nella stagione precedente.
Indicheremo, tra gli scrittori più notevoli del secondo dopoguerra, solo alcuni nomi essenziali. Elio Vittorini, al quale, come abbiamo detto, si
deve il momento centrale dell'esperienza neorealista (Conversazione in Sicilia, Uomini e no). VASCO PRATOLINI, del quale è soprattutto notevole la capacità di aderire alla vita e agli interessi del popolo minuto, con una cordialità, un senso della strada popolare, del vivere in comune, del « quartiere », che pareva per sempre precluso all'esperienza della nostra tradizione; ed una volontà di trapasso dalla storia del proprio quartiere alla storia della società italiana, dall'ultimo Ottocento alla Resistenza, che costituisce l'impresa di maggior impegno della letteratura più recente (Il quartiere, Metello). PIER PAOLO PASOLINI, col quale è giunta agli estremi sviluppi l'abdicazione alla presenza dell'io, sino al mimetismo della trascrizione fonografica, alla riduzione della scrittura sul piano gergale (Ragazzi di vita, Una vita violenta). GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA, il cui romanzo postumo ha incontrato uno straordinario consenso da parte dei lettori, sebbene il realismo e la semplicità della scrittura siano solo dei dati apparenti, esterni, della pagina, e la vera musa sia il senso della morte, della vanità e del ruinare d'ogni cosa verso un abisso (Il Gattopardo). ALBERTO MORAVIA, la cui esperienza di narratore risale al 1929, impegnato in uno sperimentalismo che si è volto nell'arco di quarant'anni nelle direzioni più diverse, e sempre con una sorta di moralismo acre, spietato, sempre più intransigente quanto più la pagina pare prostituirsi alla corruttela delle esperienze carnali: un lezzo acre di alcova dal quale deriva tuttavia la fustigazione più implicata della società borghese che sia dato incontrare nella lettertura contemporanea (Gli indifferenti, Agostino, Racconti romani, La noia). CESARE PAVESE, lo scrittore che più di ogni altro è riuscito a rievocare le cascine e le campagne del suo paese, e le fiere, i contadini, gli odori e i sapori aspri dei cibi, i rumori che giungono dalle strade, il senso della propria aria; capace di realizzare una medesimezza assoluta con i personaggi di estrazione quotidiana, eppure calato in un ritmo, in una cadenza letteraria, in una tensione lirica, in una « letterarietà », che pareva preclusa ad ogni scrittura consimile (Paesi tuoi, Il compagno, La luna e i falò). CARLO EMILIO GADDA, che è l'esempio più illustre di una scrittura volta alla materia più ossessiva e dirompente della letteratura europea contemporanea, tuttavia con una sua originalità prepotente, anzi del tutto inusitata: una visione iraconda e angosciata del reale, della stolta e grommosa demenza che deriva da ogni convenzione sociale, da ogni resa al conformismo, affrontata non con una prosa ferma, obbiettiva, ma con il linguaggio più fitto di arabeschi, di impasti stravaganti e provocatorii, di arditezze, di traslitterazioni tra il dotto e il dialettale, che mai siano apparsi nella nostra storia (salvo il Folengo, ed altri rari esemplari). Nella ultima opera del Gadda, La cognizione del dolore, due aspetti che sinora erano apparsi contraddittorii, il sommo della sapienza formale e il massimo della visione realistica, appaiono per la prima volta fusi in un groviglio tematico-espressivo che par fatto apposta per disarmare anche il lettore più paziente, e precludergli ad un primo incontro il senso della pagina.
Purtroppo alle speranze del neorealismo, a quella fiducia di rinvenire un nuovo rapporto con gli uomini, la letteratura contemporanea non permette di rispondere positivamente. L'arte è di nuovo decaduta al rango di impietosa testimonianza, non più di fiduciosa attesa o di incontro.

 

Copyright 2006 Babilonia All Rights Reserved.