DUECENTO: LA POESIA ITALIANA DALLE ORIGINI A
DANTE
I CANTI POPOLARI DEL SECOLO XII
Mentre noi, oggi, consideriamo la letteratura
come consegnata a testi scritti da leggersi in
lettura privata, molte letterature cosiddette
primitive, e anche quella medievale, si
sviluppano come opere destinate alla recitazione
pubblica; prima del secolo XIII, nel sorgere di
una letteratura in volgare hanno grande
importanza i giullari (joculatores), che cantano
o recitano sulle piazze: questi, d’altra parte,
si ispirano spesso a opere letterarie scritte,
riducendole in forme più popolari, con una
continua circolazione tra letteratura popolare e
letteratura dotta.
Di tali testi giullareschi e dei canti religiosi
abbiamo, alla fine del secolo XII, scarse tracce.
Senza escludere che possa essere andata perduta
qualche opera che avesse un suo valore poetico,
si ha l'impressione che si tratti sempre di
elementari tentativi privi di quella complessità
di riferimenti ideali, e soprattutto di quella
coerente continuità formale che è possibile solo
in seguito a una lunga tradizione, e senza la
quale non sorge poesia capace di restare
classica.
Se esaminiamo, per esempio, uno dei più antichi
di questi documenti, la Cantilena di un giullare
toscano della fine del secolo XII (ca. 1180), la
cantilena "Salv'a lo vescovo senato", cioè
"Salute al vescovo assennato", vediamo che i
monotoni ottonari, raggruppati in lunghe tirate
monorime, appaiono sprovvisti di qualsiasi
sviluppo di ritmo, di sintassi o di pensiero:
ogni ottonario ed ogni tirata, resta isolato in
sé, legato agli altri solo dall'esterno ritmo e
dall'esterna rima, senza alcun rilievo e senza
alcun chiaroscuro; senza che alcuno degli
elementi prenda rilievo dominante e illumini di
una idea e di un sentimento il resto del
componimento. ...
Poco più notevoli sono, al principio del secolo
XIII, il Ritmo di Sant'Alessio e il Ritmo
Cassinese , di argomento religioso. Teniamo
presente, tuttavia, che per queste antiche opere
il puro testo scritto non rappresenta la
totalità dell'opera: perché queste opere non
erano fatte per essere lette a voce bassa o con
i soli occhi: esse erano fatte per essere
recitate a voce alta, in pubblico, o per essere
accompagnate dal gesto mimico del giullare che
cantava, e dalle note (sia pure piuttosto
uniformi) di uno strumento a corda. Il testo
scritto è quindi in questo caso solo una parte
dell'opera quale veniva effettivamente
effettuata: qualcosa di analogo ad un nudo
"libretto" di opera melodrammatica, rispetto al
completo melodramma fatto anche di musica, di
scenografia, di viva, anche se silenziosa,
partecipazione del pubblico presente.
I SICILIANI E L'AMBIENTE FEDERICIANO
Federico II , nipote del Barbarossa, fu
incoronato nel 1220, e morì nel 1250; suo figlio
Manfredi, l'erede, fu sconfitto da Carlo d'Angiò
del 1266. Entro questi termini cronologici
piuttosto esigui si svolse l'episodio della
cultura federiciana, marcato da tratti
singolarissimi rispetto al resto dell'Italia
duecentesca e rispetto alla più antica
tradizione meridionale, ben rappresentata dal
vivace "contrasto" Fresca rosa aulentissima di
Cielo d'Alcamo. Infatti la corte di Federico
rappresenta, col suo efficiente apparato
burocratico, il superamento decisivo di quella
feudale e favorisce la nascita di un ceto
intellettuale nuovo, fatto non solo di nobili,
ma di giuristi, di burocrati, di impiegati del
regno.
Tali furono i poeti siciliani: Jacopo da Lentini
, a cui la tradizione riconosce il merito di
avere inventato il sonetto, fu notaio alla corte
di Federico fra il 1233 e il 1240 e fu detto
infatti, per antonomasia, il "notaro"; Giacomino
Pugliese , identificabile con un Giacomo di
Enrico di Morra morto intorno al 1266, ricoprì
anche lui importanti funzioni presso la corte
imperiale; Guido delle Colonne fu giudice a
Messina dal 1243 al 1280 (anche Dante ne parla
come "iudex de Messana"); per il messinese
Stefano Protonotaro, attivo sotto Manfredi,
basti l'eloquenza del soprannome.
Ma la figura certamente più emblematica è certo
il poeta e cancelliere imperiale Pier delle
Vigne . Nato a Capua nel 1180, da una modesta
famiglia, ed entrato alla corte di Federico II
come semplice scrivano, si conquistò ben presto
l'ammirazione e la stima dell'imperatore, che lo
promosse al grado di notaio nel 1220, di giudice
di corte nel '25 e di grancancelliere imperiale
nel '47. Nel 1249, accusato di tradimento, venne
richiuso nella rocca di San Miniato dove poco
dopo si tolse la vita.
La poesia di questi alti funzionari
dell'amministrazione federiciana è poesia
esclusivamente d'amore, modellata sui temi e sui
motivi della lirica provenzale: il rapporto
amoroso è anche qui inteso come rapporto di
vassallaggio tra il signore (la donna) e il suo
fedele (l'innamorato). Di più: secondo un motivo
di derivazione mistica, ricalcato cioè sulla
incommensurabile distanza della creatura dal
Creatore, la donna assume in sé la totalità dei
valori, mentre l'innamorato-vassallo proclama la
propria indegnità e nullità.
I RIMATORI SICULO - TOSCANI
Prestissimo i canzonieri manoscritti della
poesia siciliana cominciarono a circolare in
Toscana, forse ancora prima della morte di
Federico II (1250). Copisti e poeti locali
contribuirono gradualmente, con molte incertezze
e differenza tra un luogo e l’altro, a
trapiantare nel volgare toscano le rime
provenienti dalla Magna Curia: del resto, negli
anni in cui Federico era presente in Toscana,
molti rimatori di qui si unirono al coro dei
poeti di corte e le poesie furono scritte, pur
con molti sicilianismi, del volgare, o nei
volgari di questa regione.
I codici che ci hanno trasmesso le rime dei
siciliano, tra i quali il più famoso è il
Vaticano 3793, ci hanno pure conservato le rime
di poeti lucchesi, senesi, fiorentini, aretini,
pisani, detti appunto siculo-toscani, che sono
stati i tramiti del passaggio di quella grande
esperienza lirica in un territorio destinato a
diventare in breve il vero crogiolo della nostra
maggiore letteratura...
I poeti toscani sembrano per lo più prediligere,
della poesia siciliana, la forma facile e
cantabile della canzonetta, con innesti spesso
efficaci di modi popolari e borghesi: in questo
ambito viene accolto il tipo metrico della
ballata, non usata dai siciliani. È un trobar
leu in cui si distingue particolarmente
Buonagiunta Orbicciani , notaio di Lucca,
ammiratore di Iacopo da Lentini, di cui imita la
casistica della nascita e degli effetti del
sentimento d'amore, con predilezione per le note
psicologiche dell'oppressione amorosa, sentita
però sempre, con anticipazioni quasi
stilnovistiche, come esperienza privilegiata ed
esclusiva...
Probabilmente è "colpa" di Dante se così poco si
parla dei poeti siculo-fiorentini, dal momento
che il sommo poeta, bollando di municipalismo e
selvatichezza stilistica tutto ciò che è
avvenuto prima dello Stilnovo, ha praticamente
cancellato la memoria di queste prime,
importanti esperienze, addirittura tacendo il
nome di poeti come Chiaro Davanzati e Monte
Andrea . Ma anche i poeti fiorentini che vengono
prima di Guittone d'Arezzo , che rappresenta un
vero discrimine tra i siculo-toscani e ciò che è
venuto dopo, sono degni di considerazione, da
Neri de' Visdomini a Bondie Dietaiuti a Compiuta
Donzella , la prima poetessa della nostra
letteratura.
LA POESIA RELIGIOSO - DIDATTICA DEL NORD ITALIA
La ricca produzione letteraria fiorita durante
il Duecento nel Nord Italia, da Genova a Venezia,
tutta al di fuori di un koiné linguistica come
quella che si stabilì presto in Toscana e quindi
legata alle parlate delle varie località,
dimostra la possibilità di un diverso sviluppo
della nostra letteratura se i grandi fiorentini
del Trecento non avessero imposto la loro
prestigiosa autorità, decidendo per sempre
lingua e stile della scrittura artistica in
Italia. La letteratura "lombarda" presto si
inabissò e scomparve, anche nella tradizione
manoscritta, tanto che le opere rimasteci si
sono conservate spesso fortunosamente in un
unico codice, ricomparendo alla lue soltanto
grazie alla ricerca erudita di fine Ottocento.
Si tratta di una poesia di carattere religioso,
anche se lontanissima da ogni possibile
riferimento a quella umbra, dal momento che qui
non si tratta tanto della manifestazione lirica
dell'amore per Dio quanto della volontà di
ammaestramento morale da impartire, attraverso
esempi de ammonizioni, ad un pubblico di fedeli.
La preoccupazione di questa poesia è, insomma,
moralistico-didattica e ciò spiega la sua natura
"prosastica", con la tipica scelta del metro
classico della narrativa in versi, la lassa
monorima (per lo più quartine di alessandrini e
novenari) dei poemi cavallereschi.
Questi poeti sono dei raccontatori di fatti
biblici e di esempi di virtù e di peccato per un
pubblico abituato a sentire le storie dei
giullari, diffusissime in tutto il Nord Italia:
da qui il linguaggio per lo più semplice, la
grande evidenza e concretezza dei fatti
raccontati, la sintassi paratattica, a frasi
brevi e staccate.
Di qui anche la precocità dei primi esemplari di
questa poesia, che ricorre al volgare per
necessità di farsi capire dal pubblico cui è
diretta: addirittura al 1150-1160, stando ai
fatti storici a cui si fa riferimento nei versi,
risalirebbero i Proverbi di un anonimo autore di
area veneta, libello che riprende la diffusa
tematica medievale di invettiva contro le donne,
considerate fonti di ogni male, capaci di ogni
tranello, pronte, come il ragno, ad avvolgere
l'uomo nelle loro ragnatele inestricabili.
Anche Girardo Patecchio , cremonese, è poeta
molto arcaico e le sue opere, sebbene non
disponiamo di notizie sicure, vengono fatte
risalire ai primi decenni del secolo XIII: si
tratta del Liber de Taediis (o Noie), che i rifà
al genere provenzale delle enuegs - genere
contrapposto al plazer - adattato alla morale
cristiana, con l'elenco dei vizi come l'avarizia,
la superbia, la gola, la fellonia e delle
seccature recate dall'amore e dalle donne.
Lo Splanamento de li proverbi de Salomone , che
appunto mete al centro la figura stessa della
saggezza, quella del re biblico esaltato da
tutta la cultura medievale, è una raccolta di
ammaestramenti morali desunti dalla Bibbia e
dalla letteratura latina, tra i quali non
mancano quelli sul dovere di guardarsi dalle
femmine.
Contemporanea, e forse di qualche tempo
anteriore, anche se pressoché nulla di certo si
sa sull'autore, è l'opera di Uguccione da Lodi,
il Libro : si tratta di lasse monorime tipiche
dell'epica francese, ma coi temi edificanti
sostituiti a quelli avventurosi, preghiere e
invocazioni, esempi di virtù e di vizio punito,
minaccia delle pene infernali.
Ben a ragione, in tutta questa letteratura, i
riferimento all'inferno sono frequentissimi, per
la diretta presa di questo argomento sul
pubblico popolare e la possibilità di ottenere
attraverso la paura un comportamento più
conforme ai precetti cristiani
GIACOMINO DA VERONA
Inferno e paradiso sono i temi dei due poemetti
di Giacomino da Verona , frate minore, De
Babylonia civitate infernali e De Jerusalem
coelesti : promessa del premio e terrore del
castigo eterno sono da sempre ingredienti
dell'educazione morale e Giacomino, a cui non
interessa l'arte ma l'efficacia persuasiva de
suoi versi, ricorre alla colorita sceneggiatura
delle due città oltremondane, senza indugi
didattici e con piena fiducia nella pura
descrittività. Pur confessando l'ineffabilità
della materia paradisiaca, il narratore si
lancia nella descrizione del paradiso come di
una città dalle altissime mura, tutte incrostate
di pietre preziose, percorsa da fiumi luminosi e
pervasa da soavi profumi, abitata dalle schiere
degli angeli e dei beati tutti intorno a Dio
Padre, a Cristo e alla Madonna...
Più colorita e ingenua è la descrizione delle
pene infernali, con diavoli orribili che fanno
arrostire i dannati come porci allo spiedo,
battiture e urla, tenebre e puzza
raccapricciante.
BONVESIN DELLA RIVA
Bonvesin della Riva è la personalità di maggior
spicco tra i poeti e moralisti "lombardi": nato
a Milano proprio "sulla riva" di Porta Ticinese
attorno al 1240 si fece una buona cultura
letteraria e divenne uno dei più apprezzato
maestri di grammatica della città, esercitando
la professione di insegnante privato, con molti
scolari non tutti solleciti a pagargli le
lezioni, se è vero che nel suo De vita
scholastica non mancano paragrafi dedicati al
dovere che gli allieve hanno, tra gli altri, di
pagare i loro maestri...
Tra le opere in latino bisogna almeno ricordare
il De magnalibus urbis mediolani, una vivace
cronaca della sua città, di cui si esaltano i
pregi topografici e commerciali, non senza il
corredo di preziose statistiche, e di cui si
indicano i due maggiori difetti nella mancanza
di un porto e nella discordia dei cittadini.
Alla dottrina Bonvesin aggiunge grande perizia
stilistica, come dimostra la sua abbondante
produzione poetica in lingua volgare, che
comprende rime didattiche sul ben comportarsi a
tavola(De quinquaginta curualitatibus ad mensam
) o sull'elemosina agli ospedali, "contrasti" di
argomento morale (Disputatio rosae cum viola ,
Contrasto della Vergine con Satana , con un
diavolo forte ragionatore, ecc.) e infine con il
Libro delle tre scritture.
I POETI "COMICO - REALISTICI"
Negli anni che chiudono il sec. XIII
l'esperienza di alcuni poeti fiorentini appare
in antitesi - talvolta programmatica - con gli
esperimenti dello Stil novo. In polemica con le
situazioni e il linguaggio della lirica cortese,
e riallacciandosi ad una tradizione latina di
rimatori "giocosi", tali poeti preferiscono i
temi concreti della vita quotidiana e lo stile
semplice e immediato che a quel tempo era detto
"comico" (per contrapporlo allo stile alto,
detto "tragico").
Per tali motivi la corrente è stata detta "comico-realistica";
ma "realistica", più che la poetica di questi
scrittori, è la natura dell'argomento trattato.
Lo stesso linguaggio, infatti, pur facendosi
diretto e umile, non è privo di astuzia
letteraria, e l'immediatezza che lo
contraddistingue è frutto di un'accurata ricerca
formale.
Non si tratta dunque di poesia popolare, come
diretta espressione di un sentire plebeo; né la
scanzonata malizia di queste rime si può
ascrivere ad una preoccupazione anti-letteraria
quale poteva essere quella di Jacopone. Lo Stil
novo è invece il punto di riferimento - anche se
negativo - dei poeti "giocosi", la cui scelta
estetica investe il concreto e il quotidiano con
la stessa consapevolezza con cui la poesia
cortese s'ispirava ai motivi amorosi.
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RUSTICO DI FILIPPO
Poeta satirico e realistico più dotato di altri
ci appare Rustico di Filippo (o di Filippi) (ca.
1230-1300), che scrisse anche molte poesie di
maniera sicilianeggiante, ma dimostrò maggior
vigore e personalità in molti sonetti
caricaturali e satirici. Tale vigore è nutrito,
naturalmente, anche di ragioni propriamente
letterarie, stilistiche: il gusto di
contrapporsi alle ricercate espressioni della
poesia aulica, elaborando un linguaggio
esplicito, immediatamente evidente, popolaresco
ma non triviale, in cui si esprime anche una
serissima posizione spirituale : la diffidenza
verso le lambiccature verbali di meno felici
verseggiatori aulici, e la ricerca di immagini
solide, campate in un contesto di indiscutibile
realtà.
Per queste qualità Rustico viene considerato
come colui che inaugura la poesia realistica e
caricaturale, che avrà largo sviluppo nel
Trecento. Tale stile, d'altra parte, s'innesta
in una lunga tradizione letteraria medievale in
latino, specialmente nella poesia goliardica.
Qualche componimento analogo, d'altra parte, si
trova anche in autori del dolce stil nuovo: per
esempio in Guido Guinizelli: “volvol ti levi
vecchia rabiosa”; “Chi vedesse a Lucia un var
cappuzzo”. Dante nello svolgimento della sua
esperienza poetica, eserciterà magistralmente
anche questo stile aggressivo e violento,
attuando in forma personalissima la
contrapposizione di tale stile, da lui definito
“comico”, allo stile “tragico”.
CECCO ANGIOLIERI
Cecco Angiolieri (1260-1312), senese, scrisse
sonetti d'ispirazione autobiografica, sulla
figura di un poeta inquieto e scioperato, i cui
supremi valori sono "la donna, la taverna, e 'l
dado" . Questo assoluto disimpegno fornisce
motivi poetici di un profondo pessimismo, cui la
critica volle attribuire una dipendenza diretta
dalla biografia dell'autore. Ma tale analisi è
riduttiva: in realtà (anche se conforterebbero
questa convenzione le poche notizie biografiche,
che ci danno il quadro di una vita estremamente
inquieta) la lirica di Cecco deve essere intesa
come puro gioco poetico dagli ascendenti
culturali ben definiti, perché ricollegabili
alle rime della goliardia medievale.
In ciò risiede l'interesse e la virtù letteraria
degli arguti sonetti dell'Angiolieri, i cui temi
ricorrenti sono l'amore sensuale spesso non
corrisposto, l'odio per il padre, le
imprecazioni contro la sfortuna, e infine, di
più profonda e originale ispirazione, la "malinconia"
tetra e irata che accompagna le delusioni
amorose del poeta.
SAGGI DELLA POESIA POPOLARE
Attraverso varie fonti sono giunti fino a noi
frammenti in versi, brevi poesie, ritornelli,
briosi contrasti, realistiche scenette che, per
l'argomento, e più ancora per la loro forma
rozza, mostrano una origine popolare.
Vi è in questa produzione una semplicità e
superficialità di sentimenti e un elementarità
di parola, che ne spiegano la facile e rapida
diffusione.
A volte si tratta di argute, mordaci o amare e
tristi poesiole legate ad avvenimenti storici,
tal'altra di temi ormai tradizionali, che
cantano o irridono l'amore nella sua espressione
istintiva, o si legano ad una fin troppo terrena
e realistica e immediata visione della vita.
LA LETTERATURA RELIGIOSA: SAN FRANCESCO
Il capostipite della letteratura religiosa del
centro Italia si può considerare lo stesso S.
Francesco d'Assisi (1181-1226): col suo Cantico
delle creature egli affermò infatti la
legittimità di una poesia devota in volgare,
comprensibile anche agli indotti, e non più solo
in latino. Il Cantico rappresenta dunque
un'iniziativa di notevole rilievo culturale:
d'altronde, nonostante il disprezzo della
sapienza mondana che viene attribuito a S.
Francesco sino dalle prime biografie, la sua "povertà"
anche nel campo intellettuale è evidentemente
una leggenda. Era esperto invece di lingua
latina, nella quale redasse alcune epistole e la
regola, nonché probabilmente di lingua d'oc e
d'oil. Il Cantico fu composto forse nel 1224 e
destinato alla recita comune e al canto, ma la
musica non ci è pervenuta.
Dal seno stesso del movimento francescano e di
correnti spirituali affini (Flagellanti e
Disciplinati) nacque il genere letterario più
tipico di questa produzione devota in volgare:
la lauda o laude, adattamento della ballata o
canzone a ballo profana, di cui venne utilizzata
in senso liturgico la bipartizione in stanze (destinate
al solista) e riprese (di spettanza del coro).
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JACOPONE DA TODI
Originalissima, benché di natura alquanto ostica
a lettori meno preparati a motivo dell'argomento
mistico e della lingua non toscana, è l'opera
del francescano Jacopone da Todi (1236-1306)...
Jacopone scrisse più di cento laude che, però,
non hanno carattere propriamente popolare, bensì
esprimono, in un volgare umbro rialzato di
latinismi, i suoi personali sentimenti,
organizzati attorno a due fondamentali
atteggiamenti.
Uno più tradizionale, lo sdegno contro la vanità
del mondo, contro i propri peccati e contro la
stupidità dei peccati in genere; in queste laudi
non ha seguito la serenità di San Francesco, ma
ricorrono piuttosto immagini di disprezzo del
mondo analoghe a quelle di San Pier Damiani e di
Innocenzo III. Di tale carattere sono anche le
composizioni autobiografiche e satiriche in cui
Jacopone si rivolge al Papa Bonifacio VIII, che
lo aveva incarcerato come ribelle seguace dei
francescani spirituali, e aderente al partito
dei Colonnesi nemici di Bonifacio.
L'altro atteggiamento, più misticamente
francescano, è quello del giubilo spirituale nel
sapersi perdonato e amato da Dio. Jacopone
giunge a protestare contro l'eccessivo amore con
cui Dio l'assedia, rendendolo estraneo alla vita
umana: sono le laudi più originali e personali,
veramente di un mistico.
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DANTE E IL DOLCE STIL NOVO
Con questo termine Dante Alighieri indicò,
propriamente, la sua poesia, maturata nella
canzone “Donne che avete intelletto d'amore”,
posta al centro della sua Vita Nuova. Nel
Purgatorio Dante introduce un suo colloquio con
l'anima del guittoniano Bonaggiunta Orbicciani
che gli domanda spiegazioni sulla natura del
nuovo stile iniziato con tale canzone; e Dante
risponde che la novità del suo stile consiste
nel mettersi completamente a disposizione
dell'amore, e nello scrivere secondo che esso
“ditta dentro”: questo è ciò che né Giacomo da
Lentini né Guittone d'Arezzo hanno saputo fare (Purgatorio
XXIV, 49 e seg.).
E’ una posizione umile e superba insieme : Dante
dice che l'armonia e il valore della propria
poesia non è invenzione propria, ma docilità e
obbedienza alla superiore dettatura (nel senso
nostro, e, insieme nel senso di arte retorica)
di Amore: le belle rime di Dante non sono tanto
sue, quanto di amore stesso (dell'ispirazione
poetica come dono divino).
Il termine dolce stil nuovo è quindi, qui, usato
da Dante per la propria poesia; ma, poiché, poco
dopo, incontrando, verso la fine del Purgatorio
(XXVI, 97), Guido Guinizelli , Dante lo chiama
“il padre / mio e degli altri miei miglior, che
mai / rime d'amor usar dolci e leggiadre”, noi
posteri abbiamo raggruppato i poeti di questo
stile in una sola “famiglia”: Guido Guinizelli ,
Guido Cavalcanti (ca. 1258-1300), Dante
Alighieri (1265-1321), Lapo Gianni (coetaneo di
Dante), Gianni Alfani (ca. 1275-1300), Dino
Frescobaldi (ca. 1271-1315), Cino Sighibuldi
(ca. 1265-1336). Sono tutti fiorentini o almeno
toscani, tranne il Guinizelli; ma tra Firenze e
Bologna le relazioni erano intense.
IL
DOLCE STIL
NOVO
Nella Firenze comunale della seconda metà del
secolo XIII, aperta a rinnovate forme di cultura
per molte cause (la caduta degli ideali
universalistici, a esempio, e l’affermarsi della
nuova borghesia mercantile; i fermenti teorici
del pensiero tomista e averroista, o della
mistica francescana e platonica; e soprattutto
la nuova coscienza individuale in opposizione
alla virtù aristocratica), nasce il “Dolce Stil
Novo'', un movimento poetico in cui la
tradizione cortese medievale viene approfondita
secondo originali criteri estetici e tecnici.
Contrariamente ai poeti siciliani, i rimatori
stilnovistici hanno ognuno un rilevato e
nettissimo profilo poetico, che tuttavia non è
impossibile descrivere nei confini d'una più
ampia recinzione di 'scuola'': comune a tutti è
intanto una particolare nobiltà espressiva, una
selezione raffinata di parole e di ritmi, quella
“voluta ricerca di levità fantastica e di
rarefazione spirituale, per cui ogni immagine e
ogni parola ci trasportano in un mondo irreale e
raffinato”, della quale ha giustamente parlato
Sapegno.
Anche la polemica opposizione al modello
ermetico guittoniano è un dato che, insieme ad
una certa esigenza teologico-flosofica, viene
espresso da tutti questi poeti, E ancora un
altro motivo di incontro è nell'amore concepito
come estasi, come turbamento totale dell'anima e
dispersione dei sensi della vita.
Per quanto riguarda poi tematica amorosa,
specialmente considerata dall'angolo visuale del
modello provenzale, si può dire che alla donna
fa riscontro, nelle rime degli Stilnovisti, una
concezione più spiritualizzata (ma anche meno
schematica) della donna: ella qui tiene “d'angel
sembianza” ed è sostanzialmente figura analogica
di Dio, espressione di un vero e proprio
ascensionale percorso teologico.
La tecnica rappresentativa dei Provenzali e dei
Siciliani diventa introspettiva, e il profilo
stesso della donna (pur nella sua stilizzazione
cortese) si apre a una certa inquietudine
conoscitiva, assente nel modello originario.
Finalmente va ricordato come alla corte reale,
che era lo sfondo immaginario della poesia
provenzale e siciliana, si sostituisce qui una
corte ideale di spiriti eletti, orgogliosamente
uniti intorno a un mito rinnovato
dell'aristocrazia intellettuale: con
l'evoluzione sociale del Comune infatti, il
concetto stesso di gentilezza ha perduto quel
significato di “nobiltà di stirpe” che ebbe
nella società feudale e mantenne alla Curia
federiciana ed ha assunto un significato nuovo
di “perfezione morale e spirituale”, fondata
sull'”altezza d’ingegno”
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