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DUECENTO: LA POESIA ITALIANA DALLE ORIGINI A DANTE


I CANTI POPOLARI DEL SECOLO XII

Mentre noi, oggi, consideriamo la letteratura come consegnata a testi scritti da leggersi in lettura privata, molte letterature cosiddette primitive, e anche quella medievale, si sviluppano come opere destinate alla recitazione pubblica; prima del secolo XIII, nel sorgere di una letteratura in volgare hanno grande importanza i giullari (joculatores), che cantano o recitano sulle piazze: questi, d’altra parte, si ispirano spesso a opere letterarie scritte, riducendole in forme più popolari, con una continua circolazione tra letteratura popolare e letteratura dotta.

Di tali testi giullareschi e dei canti religiosi abbiamo, alla fine del secolo XII, scarse tracce. Senza escludere che possa essere andata perduta qualche opera che avesse un suo valore poetico, si ha l'impressione che si tratti sempre di elementari tentativi privi di quella complessità di riferimenti ideali, e soprattutto di quella coerente continuità formale che è possibile solo in seguito a una lunga tradizione, e senza la quale non sorge poesia capace di restare classica.

Se esaminiamo, per esempio, uno dei più antichi di questi documenti, la Cantilena di un giullare toscano della fine del secolo XII (ca. 1180), la cantilena "Salv'a lo vescovo senato", cioè "Salute al vescovo assennato", vediamo che i monotoni ottonari, raggruppati in lunghe tirate monorime, appaiono sprovvisti di qualsiasi sviluppo di ritmo, di sintassi o di pensiero: ogni ottonario ed ogni tirata, resta isolato in sé, legato agli altri solo dall'esterno ritmo e dall'esterna rima, senza alcun rilievo e senza alcun chiaroscuro; senza che alcuno degli elementi prenda rilievo dominante e illumini di una idea e di un sentimento il resto del componimento. ...

Poco più notevoli sono, al principio del secolo XIII, il Ritmo di Sant'Alessio e il Ritmo Cassinese , di argomento religioso. Teniamo presente, tuttavia, che per queste antiche opere il puro testo scritto non rappresenta la totalità dell'opera: perché queste opere non erano fatte per essere lette a voce bassa o con i soli occhi: esse erano fatte per essere recitate a voce alta, in pubblico, o per essere accompagnate dal gesto mimico del giullare che cantava, e dalle note (sia pure piuttosto uniformi) di uno strumento a corda. Il testo scritto è quindi in questo caso solo una parte dell'opera quale veniva effettivamente effettuata: qualcosa di analogo ad un nudo "libretto" di opera melodrammatica, rispetto al completo melodramma fatto anche di musica, di scenografia, di viva, anche se silenziosa, partecipazione del pubblico presente.


I SICILIANI E L'AMBIENTE FEDERICIANO

Federico II , nipote del Barbarossa, fu incoronato nel 1220, e morì nel 1250; suo figlio Manfredi, l'erede, fu sconfitto da Carlo d'Angiò del 1266. Entro questi termini cronologici piuttosto esigui si svolse l'episodio della cultura federiciana, marcato da tratti singolarissimi rispetto al resto dell'Italia duecentesca e rispetto alla più antica tradizione meridionale, ben rappresentata dal vivace "contrasto" Fresca rosa aulentissima di Cielo d'Alcamo. Infatti la corte di Federico rappresenta, col suo efficiente apparato burocratico, il superamento decisivo di quella feudale e favorisce la nascita di un ceto intellettuale nuovo, fatto non solo di nobili, ma di giuristi, di burocrati, di impiegati del regno.

Tali furono i poeti siciliani: Jacopo da Lentini , a cui la tradizione riconosce il merito di avere inventato il sonetto, fu notaio alla corte di Federico fra il 1233 e il 1240 e fu detto infatti, per antonomasia, il "notaro"; Giacomino Pugliese , identificabile con un Giacomo di Enrico di Morra morto intorno al 1266, ricoprì anche lui importanti funzioni presso la corte imperiale; Guido delle Colonne fu giudice a Messina dal 1243 al 1280 (anche Dante ne parla come "iudex de Messana"); per il messinese Stefano Protonotaro, attivo sotto Manfredi, basti l'eloquenza del soprannome.

Ma la figura certamente più emblematica è certo il poeta e cancelliere imperiale Pier delle Vigne . Nato a Capua nel 1180, da una modesta famiglia, ed entrato alla corte di Federico II come semplice scrivano, si conquistò ben presto l'ammirazione e la stima dell'imperatore, che lo promosse al grado di notaio nel 1220, di giudice di corte nel '25 e di grancancelliere imperiale nel '47. Nel 1249, accusato di tradimento, venne richiuso nella rocca di San Miniato dove poco dopo si tolse la vita.

La poesia di questi alti funzionari dell'amministrazione federiciana è poesia esclusivamente d'amore, modellata sui temi e sui motivi della lirica provenzale: il rapporto amoroso è anche qui inteso come rapporto di vassallaggio tra il signore (la donna) e il suo fedele (l'innamorato). Di più: secondo un motivo di derivazione mistica, ricalcato cioè sulla incommensurabile distanza della creatura dal Creatore, la donna assume in sé la totalità dei valori, mentre l'innamorato-vassallo proclama la propria indegnità e nullità.


I RIMATORI SICULO - TOSCANI

Prestissimo i canzonieri manoscritti della poesia siciliana cominciarono a circolare in Toscana, forse ancora prima della morte di Federico II (1250). Copisti e poeti locali contribuirono gradualmente, con molte incertezze e differenza tra un luogo e l’altro, a trapiantare nel volgare toscano le rime provenienti dalla Magna Curia: del resto, negli anni in cui Federico era presente in Toscana, molti rimatori di qui si unirono al coro dei poeti di corte e le poesie furono scritte, pur con molti sicilianismi, del volgare, o nei volgari di questa regione.

I codici che ci hanno trasmesso le rime dei siciliano, tra i quali il più famoso è il Vaticano 3793, ci hanno pure conservato le rime di poeti lucchesi, senesi, fiorentini, aretini, pisani, detti appunto siculo-toscani, che sono stati i tramiti del passaggio di quella grande esperienza lirica in un territorio destinato a diventare in breve il vero crogiolo della nostra maggiore letteratura...

I poeti toscani sembrano per lo più prediligere, della poesia siciliana, la forma facile e cantabile della canzonetta, con innesti spesso efficaci di modi popolari e borghesi: in questo ambito viene accolto il tipo metrico della ballata, non usata dai siciliani. È un trobar leu in cui si distingue particolarmente Buonagiunta Orbicciani , notaio di Lucca, ammiratore di Iacopo da Lentini, di cui imita la casistica della nascita e degli effetti del sentimento d'amore, con predilezione per le note psicologiche dell'oppressione amorosa, sentita però sempre, con anticipazioni quasi stilnovistiche, come esperienza privilegiata ed esclusiva...

Probabilmente è "colpa" di Dante se così poco si parla dei poeti siculo-fiorentini, dal momento che il sommo poeta, bollando di municipalismo e selvatichezza stilistica tutto ciò che è avvenuto prima dello Stilnovo, ha praticamente cancellato la memoria di queste prime, importanti esperienze, addirittura tacendo il nome di poeti come Chiaro Davanzati e Monte Andrea . Ma anche i poeti fiorentini che vengono prima di Guittone d'Arezzo , che rappresenta un vero discrimine tra i siculo-toscani e ciò che è venuto dopo, sono degni di considerazione, da Neri de' Visdomini a Bondie Dietaiuti a Compiuta Donzella , la prima poetessa della nostra letteratura.


LA POESIA RELIGIOSO - DIDATTICA DEL NORD ITALIA

La ricca produzione letteraria fiorita durante il Duecento nel Nord Italia, da Genova a Venezia, tutta al di fuori di un koiné linguistica come quella che si stabilì presto in Toscana e quindi legata alle parlate delle varie località, dimostra la possibilità di un diverso sviluppo della nostra letteratura se i grandi fiorentini del Trecento non avessero imposto la loro prestigiosa autorità, decidendo per sempre lingua e stile della scrittura artistica in Italia. La letteratura "lombarda" presto si inabissò e scomparve, anche nella tradizione manoscritta, tanto che le opere rimasteci si sono conservate spesso fortunosamente in un unico codice, ricomparendo alla lue soltanto grazie alla ricerca erudita di fine Ottocento.

Si tratta di una poesia di carattere religioso, anche se lontanissima da ogni possibile riferimento a quella umbra, dal momento che qui non si tratta tanto della manifestazione lirica dell'amore per Dio quanto della volontà di ammaestramento morale da impartire, attraverso esempi de ammonizioni, ad un pubblico di fedeli. La preoccupazione di questa poesia è, insomma, moralistico-didattica e ciò spiega la sua natura "prosastica", con la tipica scelta del metro classico della narrativa in versi, la lassa monorima (per lo più quartine di alessandrini e novenari) dei poemi cavallereschi.

Questi poeti sono dei raccontatori di fatti biblici e di esempi di virtù e di peccato per un pubblico abituato a sentire le storie dei giullari, diffusissime in tutto il Nord Italia: da qui il linguaggio per lo più semplice, la grande evidenza e concretezza dei fatti raccontati, la sintassi paratattica, a frasi brevi e staccate.

Di qui anche la precocità dei primi esemplari di questa poesia, che ricorre al volgare per necessità di farsi capire dal pubblico cui è diretta: addirittura al 1150-1160, stando ai fatti storici a cui si fa riferimento nei versi, risalirebbero i Proverbi di un anonimo autore di area veneta, libello che riprende la diffusa tematica medievale di invettiva contro le donne, considerate fonti di ogni male, capaci di ogni tranello, pronte, come il ragno, ad avvolgere l'uomo nelle loro ragnatele inestricabili.

Anche Girardo Patecchio , cremonese, è poeta molto arcaico e le sue opere, sebbene non disponiamo di notizie sicure, vengono fatte risalire ai primi decenni del secolo XIII: si tratta del Liber de Taediis (o Noie), che i rifà al genere provenzale delle enuegs - genere contrapposto al plazer - adattato alla morale cristiana, con l'elenco dei vizi come l'avarizia, la superbia, la gola, la fellonia e delle seccature recate dall'amore e dalle donne.

Lo Splanamento de li proverbi de Salomone , che appunto mete al centro la figura stessa della saggezza, quella del re biblico esaltato da tutta la cultura medievale, è una raccolta di ammaestramenti morali desunti dalla Bibbia e dalla letteratura latina, tra i quali non mancano quelli sul dovere di guardarsi dalle femmine.

Contemporanea, e forse di qualche tempo anteriore, anche se pressoché nulla di certo si sa sull'autore, è l'opera di Uguccione da Lodi, il Libro : si tratta di lasse monorime tipiche dell'epica francese, ma coi temi edificanti sostituiti a quelli avventurosi, preghiere e invocazioni, esempi di virtù e di vizio punito, minaccia delle pene infernali.

Ben a ragione, in tutta questa letteratura, i riferimento all'inferno sono frequentissimi, per la diretta presa di questo argomento sul pubblico popolare e la possibilità di ottenere attraverso la paura un comportamento più conforme ai precetti cristiani


GIACOMINO DA VERONA

Inferno e paradiso sono i temi dei due poemetti di Giacomino da Verona , frate minore, De Babylonia civitate infernali e De Jerusalem coelesti : promessa del premio e terrore del castigo eterno sono da sempre ingredienti dell'educazione morale e Giacomino, a cui non interessa l'arte ma l'efficacia persuasiva de suoi versi, ricorre alla colorita sceneggiatura delle due città oltremondane, senza indugi didattici e con piena fiducia nella pura descrittività. Pur confessando l'ineffabilità della materia paradisiaca, il narratore si lancia nella descrizione del paradiso come di una città dalle altissime mura, tutte incrostate di pietre preziose, percorsa da fiumi luminosi e pervasa da soavi profumi, abitata dalle schiere degli angeli e dei beati tutti intorno a Dio Padre, a Cristo e alla Madonna...

Più colorita e ingenua è la descrizione delle pene infernali, con diavoli orribili che fanno arrostire i dannati come porci allo spiedo, battiture e urla, tenebre e puzza raccapricciante.


BONVESIN DELLA RIVA

Bonvesin della Riva è la personalità di maggior spicco tra i poeti e moralisti "lombardi": nato a Milano proprio "sulla riva" di Porta Ticinese attorno al 1240 si fece una buona cultura letteraria e divenne uno dei più apprezzato maestri di grammatica della città, esercitando la professione di insegnante privato, con molti scolari non tutti solleciti a pagargli le lezioni, se è vero che nel suo De vita scholastica non mancano paragrafi dedicati al dovere che gli allieve hanno, tra gli altri, di pagare i loro maestri...

Tra le opere in latino bisogna almeno ricordare il De magnalibus urbis mediolani, una vivace cronaca della sua città, di cui si esaltano i pregi topografici e commerciali, non senza il corredo di preziose statistiche, e di cui si indicano i due maggiori difetti nella mancanza di un porto e nella discordia dei cittadini.

Alla dottrina Bonvesin aggiunge grande perizia stilistica, come dimostra la sua abbondante produzione poetica in lingua volgare, che comprende rime didattiche sul ben comportarsi a tavola(De quinquaginta curualitatibus ad mensam ) o sull'elemosina agli ospedali, "contrasti" di argomento morale (Disputatio rosae cum viola , Contrasto della Vergine con Satana , con un diavolo forte ragionatore, ecc.) e infine con il Libro delle tre scritture.


I POETI "COMICO - REALISTICI"

Negli anni che chiudono il sec. XIII l'esperienza di alcuni poeti fiorentini appare in antitesi - talvolta programmatica - con gli esperimenti dello Stil novo. In polemica con le situazioni e il linguaggio della lirica cortese, e riallacciandosi ad una tradizione latina di rimatori "giocosi", tali poeti preferiscono i temi concreti della vita quotidiana e lo stile semplice e immediato che a quel tempo era detto "comico" (per contrapporlo allo stile alto, detto "tragico").

Per tali motivi la corrente è stata detta "comico-realistica"; ma "realistica", più che la poetica di questi scrittori, è la natura dell'argomento trattato. Lo stesso linguaggio, infatti, pur facendosi diretto e umile, non è privo di astuzia letteraria, e l'immediatezza che lo contraddistingue è frutto di un'accurata ricerca formale.

Non si tratta dunque di poesia popolare, come diretta espressione di un sentire plebeo; né la scanzonata malizia di queste rime si può ascrivere ad una preoccupazione anti-letteraria quale poteva essere quella di Jacopone. Lo Stil novo è invece il punto di riferimento - anche se negativo - dei poeti "giocosi", la cui scelta estetica investe il concreto e il quotidiano con la stessa consapevolezza con cui la poesia cortese s'ispirava ai motivi amorosi.

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RUSTICO DI FILIPPO

Poeta satirico e realistico più dotato di altri ci appare Rustico di Filippo (o di Filippi) (ca. 1230-1300), che scrisse anche molte poesie di maniera sicilianeggiante, ma dimostrò maggior vigore e personalità in molti sonetti caricaturali e satirici. Tale vigore è nutrito, naturalmente, anche di ragioni propriamente letterarie, stilistiche: il gusto di contrapporsi alle ricercate espressioni della poesia aulica, elaborando un linguaggio esplicito, immediatamente evidente, popolaresco ma non triviale, in cui si esprime anche una serissima posizione spirituale : la diffidenza verso le lambiccature verbali di meno felici verseggiatori aulici, e la ricerca di immagini solide, campate in un contesto di indiscutibile realtà.

Per queste qualità Rustico viene considerato come colui che inaugura la poesia realistica e caricaturale, che avrà largo sviluppo nel Trecento. Tale stile, d'altra parte, s'innesta in una lunga tradizione letteraria medievale in latino, specialmente nella poesia goliardica.

Qualche componimento analogo, d'altra parte, si trova anche in autori del dolce stil nuovo: per esempio in Guido Guinizelli: “volvol ti levi vecchia rabiosa”; “Chi vedesse a Lucia un var cappuzzo”. Dante nello svolgimento della sua esperienza poetica, eserciterà magistralmente anche questo stile aggressivo e violento, attuando in forma personalissima la contrapposizione di tale stile, da lui definito “comico”, allo stile “tragico”.


CECCO ANGIOLIERI

Cecco Angiolieri (1260-1312), senese, scrisse sonetti d'ispirazione autobiografica, sulla figura di un poeta inquieto e scioperato, i cui supremi valori sono "la donna, la taverna, e 'l dado" . Questo assoluto disimpegno fornisce motivi poetici di un profondo pessimismo, cui la critica volle attribuire una dipendenza diretta dalla biografia dell'autore. Ma tale analisi è riduttiva: in realtà (anche se conforterebbero questa convenzione le poche notizie biografiche, che ci danno il quadro di una vita estremamente inquieta) la lirica di Cecco deve essere intesa come puro gioco poetico dagli ascendenti culturali ben definiti, perché ricollegabili alle rime della goliardia medievale.

In ciò risiede l'interesse e la virtù letteraria degli arguti sonetti dell'Angiolieri, i cui temi ricorrenti sono l'amore sensuale spesso non corrisposto, l'odio per il padre, le imprecazioni contro la sfortuna, e infine, di più profonda e originale ispirazione, la "malinconia" tetra e irata che accompagna le delusioni amorose del poeta.


SAGGI DELLA POESIA POPOLARE

Attraverso varie fonti sono giunti fino a noi frammenti in versi, brevi poesie, ritornelli, briosi contrasti, realistiche scenette che, per l'argomento, e più ancora per la loro forma rozza, mostrano una origine popolare.

Vi è in questa produzione una semplicità e superficialità di sentimenti e un elementarità di parola, che ne spiegano la facile e rapida diffusione.

A volte si tratta di argute, mordaci o amare e tristi poesiole legate ad avvenimenti storici, tal'altra di temi ormai tradizionali, che cantano o irridono l'amore nella sua espressione istintiva, o si legano ad una fin troppo terrena e realistica e immediata visione della vita.


LA LETTERATURA RELIGIOSA: SAN FRANCESCO

Il capostipite della letteratura religiosa del centro Italia si può considerare lo stesso S. Francesco d'Assisi (1181-1226): col suo Cantico delle creature egli affermò infatti la legittimità di una poesia devota in volgare, comprensibile anche agli indotti, e non più solo in latino. Il Cantico rappresenta dunque un'iniziativa di notevole rilievo culturale: d'altronde, nonostante il disprezzo della sapienza mondana che viene attribuito a S. Francesco sino dalle prime biografie, la sua "povertà" anche nel campo intellettuale è evidentemente una leggenda. Era esperto invece di lingua latina, nella quale redasse alcune epistole e la regola, nonché probabilmente di lingua d'oc e d'oil. Il Cantico fu composto forse nel 1224 e destinato alla recita comune e al canto, ma la musica non ci è pervenuta.

Dal seno stesso del movimento francescano e di correnti spirituali affini (Flagellanti e Disciplinati) nacque il genere letterario più tipico di questa produzione devota in volgare: la lauda o laude, adattamento della ballata o canzone a ballo profana, di cui venne utilizzata in senso liturgico la bipartizione in stanze (destinate al solista) e riprese (di spettanza del coro).

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JACOPONE DA TODI

Originalissima, benché di natura alquanto ostica a lettori meno preparati a motivo dell'argomento mistico e della lingua non toscana, è l'opera del francescano Jacopone da Todi (1236-1306)...

Jacopone scrisse più di cento laude che, però, non hanno carattere propriamente popolare, bensì esprimono, in un volgare umbro rialzato di latinismi, i suoi personali sentimenti, organizzati attorno a due fondamentali atteggiamenti.

Uno più tradizionale, lo sdegno contro la vanità del mondo, contro i propri peccati e contro la stupidità dei peccati in genere; in queste laudi non ha seguito la serenità di San Francesco, ma ricorrono piuttosto immagini di disprezzo del mondo analoghe a quelle di San Pier Damiani e di Innocenzo III. Di tale carattere sono anche le composizioni autobiografiche e satiriche in cui Jacopone si rivolge al Papa Bonifacio VIII, che lo aveva incarcerato come ribelle seguace dei francescani spirituali, e aderente al partito dei Colonnesi nemici di Bonifacio.

L'altro atteggiamento, più misticamente francescano, è quello del giubilo spirituale nel sapersi perdonato e amato da Dio. Jacopone giunge a protestare contro l'eccessivo amore con cui Dio l'assedia, rendendolo estraneo alla vita umana: sono le laudi più originali e personali, veramente di un mistico.

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DANTE E IL DOLCE STIL NOVO

Con questo termine Dante Alighieri indicò, propriamente, la sua poesia, maturata nella canzone “Donne che avete intelletto d'amore”, posta al centro della sua Vita Nuova. Nel Purgatorio Dante introduce un suo colloquio con l'anima del guittoniano Bonaggiunta Orbicciani che gli domanda spiegazioni sulla natura del nuovo stile iniziato con tale canzone; e Dante risponde che la novità del suo stile consiste nel mettersi completamente a disposizione dell'amore, e nello scrivere secondo che esso “ditta dentro”: questo è ciò che né Giacomo da Lentini né Guittone d'Arezzo hanno saputo fare (Purgatorio XXIV, 49 e seg.).

E’ una posizione umile e superba insieme : Dante dice che l'armonia e il valore della propria poesia non è invenzione propria, ma docilità e obbedienza alla superiore dettatura (nel senso nostro, e, insieme nel senso di arte retorica) di Amore: le belle rime di Dante non sono tanto sue, quanto di amore stesso (dell'ispirazione poetica come dono divino).

Il termine dolce stil nuovo è quindi, qui, usato da Dante per la propria poesia; ma, poiché, poco dopo, incontrando, verso la fine del Purgatorio (XXVI, 97), Guido Guinizelli , Dante lo chiama “il padre / mio e degli altri miei miglior, che mai / rime d'amor usar dolci e leggiadre”, noi posteri abbiamo raggruppato i poeti di questo stile in una sola “famiglia”: Guido Guinizelli , Guido Cavalcanti (ca. 1258-1300), Dante Alighieri (1265-1321), Lapo Gianni (coetaneo di Dante), Gianni Alfani (ca. 1275-1300), Dino Frescobaldi (ca. 1271-1315), Cino Sighibuldi (ca. 1265-1336). Sono tutti fiorentini o almeno toscani, tranne il Guinizelli; ma tra Firenze e Bologna le relazioni erano intense.


IL DOLCE STIL NOVO

Nella Firenze comunale della seconda metà del secolo XIII, aperta a rinnovate forme di cultura per molte cause (la caduta degli ideali universalistici, a esempio, e l’affermarsi della nuova borghesia mercantile; i fermenti teorici del pensiero tomista e averroista, o della mistica francescana e platonica; e soprattutto la nuova coscienza individuale in opposizione alla virtù aristocratica), nasce il “Dolce Stil Novo'', un movimento poetico in cui la tradizione cortese medievale viene approfondita secondo originali criteri estetici e tecnici. Contrariamente ai poeti siciliani, i rimatori stilnovistici hanno ognuno un rilevato e nettissimo profilo poetico, che tuttavia non è impossibile descrivere nei confini d'una più ampia recinzione di 'scuola'': comune a tutti è intanto una particolare nobiltà espressiva, una selezione raffinata di parole e di ritmi, quella “voluta ricerca di levità fantastica e di rarefazione spirituale, per cui ogni immagine e ogni parola ci trasportano in un mondo irreale e raffinato”, della quale ha giustamente parlato Sapegno.

Anche la polemica opposizione al modello ermetico guittoniano è un dato che, insieme ad una certa esigenza teologico-flosofica, viene espresso da tutti questi poeti, E ancora un altro motivo di incontro è nell'amore concepito come estasi, come turbamento totale dell'anima e dispersione dei sensi della vita.

Per quanto riguarda poi tematica amorosa, specialmente considerata dall'angolo visuale del modello provenzale, si può dire che alla donna fa riscontro, nelle rime degli Stilnovisti, una concezione più spiritualizzata (ma anche meno schematica) della donna: ella qui tiene “d'angel sembianza” ed è sostanzialmente figura analogica di Dio, espressione di un vero e proprio ascensionale percorso teologico.

La tecnica rappresentativa dei Provenzali e dei Siciliani diventa introspettiva, e il profilo stesso della donna (pur nella sua stilizzazione cortese) si apre a una certa inquietudine conoscitiva, assente nel modello originario.

Finalmente va ricordato come alla corte reale, che era lo sfondo immaginario della poesia provenzale e siciliana, si sostituisce qui una corte ideale di spiriti eletti, orgogliosamente uniti intorno a un mito rinnovato dell'aristocrazia intellettuale: con l'evoluzione sociale del Comune infatti, il concetto stesso di gentilezza ha perduto quel significato di “nobiltà di stirpe” che ebbe nella società feudale e mantenne alla Curia federiciana ed ha assunto un significato nuovo di “perfezione morale e spirituale”, fondata sull'”altezza d’ingegno”

 

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