Edmund Burke : Ricerca filosofica sull'origine delle idee del Sublime e del Bello



L'opera che più di ogni altra ha contribuito a diffondere il tema del Sublime è stata la Ricerca filosofica sull'origine delle idee del Sublime e del Bello di Edmund Burke, apparsa in una prima versione nel 1756 e poi nel 1759.

"Tutto ciò che può destare idee di dolore e di pericolo, ossia tutto ciò che è in certo senso terribile, o che riguarda oggetti terribili, o che agisce in modo analogo al terrore, è una fonte di Sublime, ossia è ciò che produce la più forte emozione che l'animo sia capace di sentire."

Burke oppone il Bello al Sublime. La Bellezza è anzitutto una qualità oggettiva dei corpi "per cui essi destano amore" e che agisce sulla mente umana attraverso i sensi. Burke si oppone all'idea che la Bellezza consista nella proporzione e nella convenienza (e in tal senso polemizza con secoli di cultura estetica) e vede come tipiche del Bello la varietà, la piccolezza, la levigatezza, la variazione graduale, la delicatezza, la purezza e chiarezza del colore come pure - in una certa misura - la grazia e l'eleganza.

Queste sue predilezioni sono interessanti in quanto si oppongono alla sua idea del Sublime, che implica la vastità delle dimensioni, la ruvidità e la trascuratezza, la solidità anche massiccia, la tenebrosità. Il Sublime nasce quando si scatenano passioni come il terrore, prospera nell'oscurità, evoca idee di potenza, e di quella privazione di cui sono esempi il vuoto, la solitudine e il silenzio. Predomina nel Sublime il non-finito, la difficoltà, l'aspirazione a qualcosa di sempre più grande.

Difficile trovare in questa serie di caratteristiche una idea unificatrice, anche perché le categorie di Burke risentono molto del suo gusto personale (gli uccelli sono belli ma sproporzionati perché hanno il collo più lungo del resto del corpo e la coda cortissima, e tra gli esempi di magnificenza stanno alla pari il ciclo stellato e uno spettacolo di fuochi d'artificio).

Quello che appare interessante nel suo trattato è piuttosto l'elenco abbastanza incongruo di caratteristiche che, non necessariamente tutte insieme, appaiono tra Settecento e Ottocento quando si vuole definire il Sublime: ecco di nuovo evocati gli edifici oscuri e tetri, e tra questi quelli in cui il passaggio tra la luce esterna e l'oscurità interna è più marcato, la preferenza per i cieli nuvolosi rispetto a quelli sereni, per la notte rispetto al giorno e persino (nel campo del gusto) per l'amaro e il maleodorante.

Quando Burke parla del Sublime sonoro ed evoca "il frastuono di vaste cateratte, di furiosi temporali, del tuono o di colpi d'artiglieria" oppure l'urlo degli animali, si possono anche trovare i suoi esempi abbastanza rozzi, ma quando parla dell'improvvisa sensazione di un suono di considerevole intensità, rispetto a cui "l'attenzione... è eccitata, e le facoltà si tendono a loro difesa" e dice che "un solo suono di una certa forza, anche se di breve durata, qualora venga ripetuto a intervalli, produce un grande effetto" è difficile non pensare all'inizio della Quinta di Beethoven.

Burke afferma di non essere capace di spiegare le vere cause dell'effetto del Sublime e del Bello, ma la domanda che si pone è: come può il terrore essere dilettevole?
La sua risposta è: quando non incalza troppo da vicino.

Poniamo attenzione a questa affermazione. Essa implica un distacco da ciò che fa paura e quindi una sorta di disinteresse nei suoi confronti. Dolore e terrore sono causa di Sublime se non sono realmente nocivi.

Questo disinteresse è lo stesso che nel corso dei secoli è parso strettamente legato all'idea del Bello. Il Bello è ciò che produce un piacere che non spinge necessariamente al possesso o al consumo della cosa che piace; del pari, l'orrore legato al Sublime è orrore di qualcosa che non può possederci e non può farci del male.

In questo consiste la relazione profonda tra Bello e Sublime.