ELIO VITTORINI ED IL “POLITECNICO”

Culturalmente, il popolo italiano in particolare, fu influenzato dallo stile letterario di Elio Vittorini.
Vittorini nacque nel 1908 a Siracusa. A 17 anni, interruppe gli studi, si trasferì nel Nord Italia, dedicandosi a molti lavori, ma impegnandosi molto anche nella letteratura.
Cominciò a formarsi come scrittore a Firenze, dove lavorò come correttore di bozze e come consulente editoriale, poi collaborò con la rivista “SOLARIA”, attorno a cui, negli anni 30, si riunirono vari scrittori, animati dal desiderio di rinnovamento letterario, come “Alvaro, Silone e Bilenchi”.
In questa fase Vittorini, fu un “fascista di sinistra”, sostenitore cioè degli aspetti popolari dell’ideologia fascista ed animato da un vago spirito di ribellione contro le ingiustizie.
Nella rivista Solaria, uscirono i suoi primi racconti; ed a puntate il suo primo ROMANZO, “Il Garofano Rosso”, scritto tra il 1933 ed il 1934.
Nel 1938, Vittorini si trasferì a Milano. Qui, sino al 1945, visse il periodo più fecondo della sua vita intellettuale e qui maturò, progressivamente il distacco dalle giovanili simpatie fasciste, riflettendo a lungo sulla natura del regime, specialmente a seguito della “guerra civile”, in Spagna (1936 - 1939). Successivamente, a questa meditazione sui fatti e sulla sua vita personale, creò la sua più celebre opera, “CONVERSAZIONE IN SICILIA”, pubblicata nel 1941; sempre nel 1941, compilò per l’editore “Bompiani” un’antologia di traduzioni di narratori americani dal titolo “AMERICANA”.
L’8 settembre 1943, entrò a far parte della Resistenza, operando così la propria scelta morale a favore dell’umanità, oppressa dal nazifascismo.
Da questa esperienza, scrisse il ROMANZO “UOMINI E NO” (1945), rievocazione in chiave epica e lirica della lotta partigiana.
Nel dopoguerra, Vittorini, militò culturalmente nel PC, diventandone per lungo tempo un’intellettuale, per il quale, diresse anche la redazione milanese “dell’Unità”.
Fondò e diresse riviste come “IL POLITECNICO”, nel 1945; rivista animata da interessi di ampio orizzonte, sviluppò un’idea di impegno intellettuale che incontrò forti obiezioni in campo politico. Per Vittorini infatti la cultura doveva essere internazionale, aperta alle esperienze di avanguardia di ogni Paese, senza nessun pregiudizio o etichetta ideologica; la cultura aveva in se la capacità di offrire risposte all’uomo, e quindi il mondo della cultura e quello della politica dovevano restare distinti. Vittorini anzi rivendicò la libertà dell’artista di porre istanze diverse da quelle del politico, evitando così di limitarsi a “suonare il piffero della rivoluzione”; (Vedi allegato...) e, “MENABO’”, suscitò dibattiti culturali come quello sul rapporto tra “LETTERATURA ED INDUSTRIA”, ed elaborò poetiche e teorie della cultura, si scontrò con i “vertici del PCI”, per rivendicare L’AUTONOMIA DELL’ARTE DALLA POLITICA . Curò collane editoriali di “Einaudi e Mondadori”, scoprendo dei talenti.
Nel 1957, Vittorini raccolse tutti i suoi interventi di politica culturale i critica letteraria di un trentennio in una vivace autobiografia intellettuale, “DIARIO IN PUBBLICO”, e nell’ambito della sua produzione critica, anche i SAGGI (postumi), come “LE DUE TENSIONI”, ed “APPUNTI PER UNA IDEOLOGIA DELLA LETTERATURA”, sul rapporto industria - cultura; (1967). Morì a Milano nel 1966.
I principali ROMANZI che scrisse Vittorini, furono: “Il Garofano Rosso”, scritto tra il (1933/34); è la storia vagamente autobiografica della formazione di un adolescente. Nelle vicende dello studente di liceo “Alessio Mainardi”, si ritrovano sia il motivo amoroso, sia quello politico.
Questa è la trama: il protagonista si innamora, prima di una compagna di scuola che gli dona, come pegno d’amore, un garofano rosso; poi di una prostituta. Il giovane è animato da uno spirito ribelle e anticonvenzionale, è infatti impegnato a contrastare gli scioperi organizzati dagli antifascisti, nei giorni turbolenti, del giugno 1924, in cui gli squadristi hanno ucciso il Deputato socialista “Giacomo Matteotti”; mentre il regime si sta imponendo in Italia. Tuttavia Alessio, non è insensibile alla condizione degli operai che lavorano per suo padre; anzi finisce per capire la causa, spinto da una crisi di coscienza e dalla verità di cui si convince; e, cioè che la classe operaia è vittima di un’ingiustizia, che offende la sua dignità umana.
Questo racconto sottolinea in modo psicologico e sociale, la rabbia e l’insoddisfazione che agita una parte della borghesia giovane del fascismo e rispecchia molto la realtà storica.
La rappresentazione tecnica, è all’inizio del romanzo, molto legata al realismo; poi a poco a poco, tende ad un linguaggio poetico e lirico in cui, i dati concreti sono vissuti sul piano simbolico; Quest’opera fu bloccata dalla censura per l’audacia di alcune descrizioni erotiche.
Altro ROMANZO è “Conversazione in Sicilia”, di elevato intento lirico - narrativo.
Pubblicato nel 1941 a Milano, il romanzo narra la storia di “Silvestro Ferrauto, tipografo in una città del Nord, che torna per tre giorni in Sicilia a trovare la madre. L’incontro con la madre, i paesaggi sperduti dell’Isola, molti ricordi dell’infanzia lì vissuta, una serie di conversazioni con essa, i compagni di viaggio, gli abitanti del Paese, fino a saluto alla madre ed il ritorno al Nord.
Tutto questo permette al giovane di conoscere la sofferenza ed il dolore di un mondo “offeso”, in cui domina l’ingiustizia.
Al momento della partenza, il protagonista constata che le offese ed il dolore del mondo, restano perenni e senza soluzione. E’ solo al termine di questo romanzo, di ricerca e di ritorno alle origini, che il protagonista scopre la differenza fra le vittime ed i persecutori; si pone allora il compito di rivelare questa verità e di richiedere il riscatto morale di quel mondo “offeso”.
Vittorini scrisse questo romanzo, dopo essersi distaccato dal fascismo ed essersi unito ai gruppi clandestini comunisti. La guerra civile di Spagna (1936/39), aveva provocato nell’autore una forte presa di coscienza morale, verso la condizione di oppressione sociale in cui viveva il proletariato. Questo viaggio che Vittorini fa compiere al protagonista, porta il narratore a conoscere se stesso ed in generale, la condizione umana. Egli ha una crisi ideologica ed esistenziale che tenta di superare, in questo modo. Essa è definita come uno stato di “quiete senza speranza”, di ”astratti furori”: uno sconvolgimento interiore che non riesce a trovare la strada per superare l’indifferenza e quindi il protagonista, in cui lo scrittore s’identifica, resta impotente. Incontri e conversazioni sono “simbolici”: il protagonista ha un colloquio con l’ombra del fratello morto soldato; il vecchio dai capelli bianchi incontrato in casa potrebbe essere il padre, ma potrebbe esserne solo un ricordo. Questi personaggi incontrati sono sia reali che simbolici; alcuni senza fisionomia concreta, privi a volte anche di nomi, sostituiti da appellativi come: “coi baffi” o “senza baffi”.
Caratteristiche di questo romanzo sono “REALISMO E SIMBOLISMO”; da un lato vi è la denuncia della miseria sociale siciliana, della sua lotta contro la società ed i suoi poteri; dall’altro la realtà descritta diventa emblema dell’umanità offesa e del dolore del mondo. Vi sono espressioni sfumate ed evocative; la prosa, con effetti fonici e retorici (iterazioni e metafore), acquisisce un ritmo particolare che mescolandosi al lessico umile e quotidiano, crea un’atmosfera mitica e di verità essenziale.
Vittorini unì lo stile lirico, di “Solaria”, all’impegno morale e civile.
Altro romanzo è “UOMINI E NO”, pubblicato nel 1945, ambientato nella Resistenza.
Il tema è la guerra condotta a Milano, dai gruppi d’azione patriottica (G.A.P.), contro fascisti e nazisti, fra attentati e rappresaglie. Il protagonista vive anche tra le azioni di battaglia; una sua vicenda sentimentale, un amore impossibile con una donna.
Il linguaggio è vivace, secco , pieno d’azione, ma a scene di lotta e dolore, si alternano liriche e riflessioni morali che derivano dalle esperienze vissute.
La realtà si mescola al surreale, “per esempio i morti che parlano ai vivi”. In questo romanzo, Vittorini, riprende la realtà in “presa diretta”, secondo il canone del “Neorealismo”.
Notevoli sono la meditazione filosofica e l’ispirazione morale, che sono alla base di tutta la vicenda, ed il titolo “Uomini e no”, esprime direttamente un giudizio di verità generale: la divisione del genere umano, in “uomini” degni di questo nome ed in uomini che violano e calpestano l’umanità.
Vittorini ha scritto poi anche altre opere, caratterizzate da questo aspetto così originale; “Il Sempione strizza l’occhio al Frejus”, del 1947; storia d’emigrazione proletaria ricca di linguaggio metaforico; “Le donne di Messina” del 1949, che rappresenta la validità di qualunque lavoro che abbia in se stesso il suo scopo; in ultimo “Le città del mondo”, rimasto incompiuto ed uscito postumo nel 1969.
In questo romanzo, Vittorini compie un viaggio attraversando molte città della Sicilia, utilizzando la dimensione fantastica:
La ricerca stilistica e la poetica di Vittorini si riconoscono nell’impegno di un grande “sperimentatore”, con una ricerca continua di soluzioni poetiche nuove e con la volontà di rimettere sempre in discussione il senso del fare letteratura. La sua ricerca formale e stilistica costituì, fin dal lavoro di traduzione dei narratori americani, un tentativo di trasformazione e di svecchiamento del linguaggio letterario italiano. Questa ricerca proseguì fino agli anni Sessanta, quando Vittorini impostò il dibattito su “letteratura ed industria” e, si mostrò curioso ed aperto verso il progetto di sperimentazione formale della Neoavanguardia.
Pur di raggiungere un modo di raccontare nuovo, Vittorini valorizzò il “primitivismo” linguistico degli Americani, per introdurre nella prosa italiana, la forza elementare di quegli scrittori.
La prosa di “Hemingway”, per esempio, quasi giornalistica e nuda, ma in realtà carica di risonanze simboliche e di suggestioni liriche, offrì molti spunti alla poetica di Vittorini.
L’impegno linguistico, stilistico e antinaturalistico, di Vittorini, fu infatti strettamente connesso alla poetica, secondo cui l’arte era “manifestazione di esperienza e scoperta di verità”, l’arte NON deve IMITARE la realtà, ma essere capace di spiegarla ed interpretarla, a partire da una conoscenza e da una verità interiori.
Secondo Vittorini, l’arte inoltre costituisce “una risorsa assoluta ed autonoma”, che ha la capacità di dare una risposta all’interrogativo umano.
Il diritto ed il dovere della letteratura sono di “perseguire un percorso di ricerca autonomo”.
A causa di questa impostazione di fondo, Vittorini ebbe notevoli contrasti con la politica culturale del PCI con “Palmiro Togliatti”, segretario di quel partito che chiedeva invece un diretto ingegno dell’arte a sostegno della linea politica del partito.