BABILONIA

 

Letteratura

http://www.parodos.it

Home   l   Torna all' indice di letteratura  l   Contact

 
 


EPICA O EPOPEA

Genere poetico caratterizzato dalla narrazione di fatti eroici, leggendari o storici.

ORIGINI E INTERPRETAZIONI DELL'EPICA

Secondo Aristotele, l'e., in quanto imitazione di azioni nobili, è simile alla tragedia, ma se ne distingue per l'assenza di limiti temporali e per l'uso di un metro unico: épos infatti significò, dapprima, parola, discorso, poi esametro, cioè il verso eroico dei poemi epici. Tipica dell'e., tanto nelle letterature occidentali quanto in quelle orientali, è la ciclicità tematica (cicli troiano, nibelungico, carolingio, canti di Ossian, Gilgamesh) che non esclude tuttavia innovazioni artistiche individuali.

Già G.B. Vico nella Scienza nuova credette di individuare nel rapsodo o aedo (il cantore epico) l'espressione di una collettività etnica e nei poemi omerici la rivelazione di un'antica sapienza poetica.

Più tardi la filologia romantica distinse un'e. spontanea o popolare da un'epica d'arte o riflessa: la prima, nata in epoche culturalmente giovani, formata da poemi o cicli di poemi collettivi e anonimi; la seconda, prodotto di civiltà mature, e creazione individuale di poeti colti (l'Eneide di Virgilio, la Gerusalemme liberata di T. Tasso).

Le due interpretazioni convivono (con diverse sfumature e accentuazioni) nella moderna filologia, la quale, pur rifiutando il mito romantico dell'origine spontanea e popolare della poesia, riconosce e sottolinea nelle prime forme di epos, classiche e medievali, la volontà di conservare e trasmettere oralmente un antico patrimonio collettivo di storie e leggende nazionali.

Anche Hegel, nella fondamentale sezione dell'Estetica dedicata all'e., aveva sottolineato l'elemento nazionale proprio del poema epico e perciò il suo antagonismo nei confronti delle culture esterne, precisando tuttavia che, come opera d'arte, esso può nascere solo da un individuo capace di esprimere una condizione originariamente poetica ed eroica del mondo: quella totalità è andata perduta nella moderna età prosaica delle industrie e dei commerci, e al genere antico si è sostituita l'e. borghese del romanzo.

L'EPICA NELLA LETTERATURA CLASSICA

I poemi di Omero erano stati preceduti da una vasta produzione epica. Lo stile omerico, con le sue formule e sequenze ricorrenti, era peculiare di una poesia che per generazioni era stata composta e tramandata a voce. Inoltre Omero citava, riassumeva o rielaborava carmi anche indipendenti dal ciclo di Troia (avventure degli Argonauti, ciclo tebano ecc.). Con Omero l'e. rispecchia gli ideali, in parte superati, di una classe aristocratica. Benché connessi a una situazione storica determinata e transitoria, i poemi omerici, come pure le opere di Esiodo e degli altri autori di età arcaica (PseudoOmero, ciclo epico), segnarono la strada ai poeti dei secoli successivi: Omero per la visione generale dei rapporti umani, Esiodo soprattutto per i problemi della giustizia, i minori per il materiale mitologico. Ma l'epos come ampia narrazione in versi di fatti leggendari ebbe in età classica pochi rappresentanti (peraltro molte opere sono andate perdute).

Ai vecchi contenuti mitologici tornò Antimaco di Colofone (secc. V-IV a.C.), ma anticipando quel gusto della sottigliezza erudita che sarà tipico dell'età ellenistica, quando con Apollonio Rodio e altri si tentò la via del grande poema epico-lirico o storico-biografico, in onore dei sovrani del tempo. In età imperiale il più originale poeta epico fu Nonno di Panopoli (sec. V) con la sua prolissa narrazione delle avventure di Dioniso.

I romani, abbandonata la loro e. preletteraria, gli elogi, i vecchi carmi celebrativi, accettarono i modelli greci. Livio Andronico (sec. in a.C.) dette una versione poetica dell'Odissea che fu letta nelle scuole fino al tempo di Augusto. Come Livio, anche Nevio continuò a usare l'antico verso saturnio nel suo poema sulla prima guerra punica (Bellum poenicum). Ennio invece, nel suo poema sulla storia generale di Roma (Annali), si ricollegò alle cronache sacerdotali, ma introdusse l'esametro dei greci e seguì Omero nello stile, compiendo un arduo lavoro di adattamento metrico e linguistico.

Seguì le sue tracce anche Virgilio nell'Eneide, ma la pacata classicità virgiliana presupponeva sia il geniale precedente del poema filosofico in metro epico di Lucrezio, sia i tentativi di poemetto in stile ellenistico (Catullo): la poesia dell'età augustea combinò, con raffinati mezzi stilistici, la storia nazionale e il mito interpretato allegoricamente, la virtù repubblicana e la devozione al principato, il culto delle origini rustiche e l'annuncio della missione universale di Roma.

Nel primo secolo dell'impero la ripresa di temi storici del periodo repubblicano (Lucano, Silo Italico) o di temi mitologici (Valerio Fiacco, Stazio) rifletté il disagio politico e morale delle classi colte.

Nella tarda età imperiale l'e. tornò alla celebrazione di fatti e uomini contemporanei, con Claudiano, cantore delle gesta di Stilicone, e col cristiano classicheggiante Sidonio Apollinare (sec. V).

L'EPICA NELLA LETTERATURA OCCIDENTALE, DAL MEDIOEVO ALL'ETÀ MODERNA

Tutti i popoli nordeuropei coltivarono, fin dai tempi remoti, forme di poesia epica trasmesse oralmente (di generazione in generazione) da poeti girovaghi: i bardi celtici, gli scópas germanici, gli scaldi scandinavi, che intonavano nelle corti canti eroici o carmi encomiastici in onore di divinità, di principi e condottieri. Quasi nulla rimane delle saghe primordiali fiorite durante le migrazioni delle tribù germaniche; ma da più tarde trascrizioni e rielaborazioni, quali il poema anglosassone Beowulf (secc. VII-VIII), il frammentario Canto di Ildebrando (sec. VIII) in ibrido idioma sassone-bavarese, e la raccolta di canti scandinavi Edda (secc. IX-XIII), possiamo ricavare i caratteri originari dell'antico epos germanico: campeggia nell'intreccio magico-favolistico delle molte avventure e peripezie la figura dell'eroe spietato e sublime, incarnazione dei destini della stirpe: un personaggio sovrumano e disumano, diverso dagli eroi greci perché, dio egli stesso, non è mai protetto da interventi divini. Tale sentimento smisurato dell'eroismo alimenterà, molti secoli più tardi, anche il capolavoro dell'epica germanica, il Cantare dei Nibelunghi (1200-05), d'anonimo autore austriaco, che solleva ad alta espressione poetica le antiche saghe di Sigfrido, di Brunilde e di Crimilde. Nel poema nibelungico già s'insinuano, peraltro, spirito e motivi dell'e. cortese che, sorta in Francia con le chansons de gente, tra la fine del sec. XI e l'inizio del XII (nel clima delle crociate e dei grandi pellegrinaggi), si diffuse rapidamente in tutta Europa dando origine a una straordinaria fioritura di poemi cavallereschi (letteratura cavalleresca).

Profondamente diversa dalla tradizione germanica, quest'epica ritrae una civiltà nutrita di umanesimo religioso, il cui protagonista è il paladino, il campione della fede, un eroe dalla misura umana e dalle virtù cristiane. A questi ideali si ispirano opere che traggono materia dalle leggende di Francia (il Tristan di Gottfried von Strassburg, il Parzival di Wolfram von Eschenbach) e poemi di argomento nazionale, come lo spagnolo Poema de mio Cid (1140 ca).

Fa eccezione il Canto della schiera di Igor, poema russo del sec. XII, che, seppur nato in un ambiente cortigiano-cavalleresco, conserva palesi tracce d'una cultura pagana autoctona.

In Italia, dove, per ragioni storiche, era mancato un autentico epos nazionale, godettero enorme fortuna i racconti cavallereschi di Francia. Rielaborati nei poemi franco-veneti, in numerosi cantari e anche in compilazioni in prosa (i Reali di Francia di Andrea da Barberino), essi furono all'origine di una tradizione letteraria d'altissimo prestigio, le cui tappe principali possono essere segnate dal Teseida (1340 ca) di G. Boccaccio, il primo poema in volgare che introdusse la struttura metrica dell'ottava, dal bizzarro Morgante di L. Pulci e soprattutto dai capolavori di M.M. Boiardo e di L. Ariosto, con i quali si fusero, in maniera compiuta e originale, temi del ciclo carolingio e temi del ciclo bretone.

Intanto, già con l'Africa (1341 ca) di F. Petrarca, era iniziata l'imitazione umanistica,in latino, di Virgilio e di Omero, successivamente piegata all'encomio cortigiano (Sphortias, 1450-73, di F. Filelfo) o al motivo religioso (De partu Virginis, 1513-26, di I. Sannazaro; Christias, 1527, di M.G. Vida).

Nel Cinquecento un rigido aristotelismo e una retorica normativa d'ascendenza oraziana accesero la polemica contro il poema cavalleresco, a favore dell'e. classica: G.G. Trissino nell'Arte poetica (1529) richiamò all'imitazione degli antichi e all'osservanza dell'unità di azione (non diversamente da S. Speroni e A. Minturno). Nacquero così, negli stessi decenni in cui T. Folengo elaborava l'e. maccheronica e iperbolica del Baldus, opere di insopportabile monotonia come L'Italia liberata dai Goti (1527-47) dello stesso Trissino e Girone il cortese (1548) di L. Alamanni; e l'eco di quest'epica classicistica risuonò in Francia, dove P. de Ronsard modellò la sua incompiuta Franciade (1574) sull'Odissea e sull'Eneide.

A Ferrara, assurta con Boiardo e Ariosto al ruolo di capitale dell'e. romanzesca, la discussione si allargò col Discorso intorno al comporre dei romanzi (1544) di G.B. Giraldi Cinzio e col trattato su I romanzi (1554) di G.B. Pigna, che, per conciliare il gusto dei moderni con le regole dell'unità aristotelica, proposero di riferire a un unico protagonista le varietà delle azioni (un'applicazione di questi principi fu tentata nell'Amadigi, 1560, di B. Tasso).

Un apporto decisivo al rinnovamento del genere venne da T. Tasso che, con la Gerusalemme liberata (1580 e successive edizioni), creò il poema eroico moderno, fondato su una verisimiglianza storica che non esclude l'elemento fantastico o «meraviglioso», secondo principi teorici ampiamente sviluppati dallo stesso poeta nei Discorsi dell'arte poetica (1565-66) e nei Discorsi del poema eroico (1595). Spentesi le polemiche tra fautori di T. Tasso (C. Pellegrino, P. Beni, N. Villani ecc.) e fautori di L. Ariosto (L. Salviati, accademici della Crusca, G. Galilei), l'imitazione della Gerusalemme continuò per tutto il sec. XVII, con La Croce racquistata (1605) di F. Bracciolini, L'Amadeide (1620) di G. Chiabrera, Il conquisto di Granada (1650) di G. Graziani ecc.; ma, per reazione al genere troppo abusato, nacque in questo periodo il poema eroicomico.

Contemporaneamente, muovendo da Tasso e dai suoi epigoni secenteschi (incluso il Marino della Strage de gl'Innocenti, 1632), l'inglese J. Milton fondava, col Paradiso perduto (1667), l'epopea religiosa moderna, cui si può ricondurre anche la Messiade (1748-73) del tedesco F.G. Klopstock; mentre, circa un secolo prima, L. Camòes aveva dato al Portogallo il suo poema nazionale, I Lusiadi (1572).

Nel Settecento il genere languì: invano tentarono di risuscitarlo Voltaire con l'Enriade (1728) e più tardi, per suggestione del neoclassicismo napoleonico, V. Monti con Il bardo della Selva Nera (1806).

Nell'Ottocento il fallimento dei Lombardi alla prima crociata di T. Grossi denunciò l'inattualità del modello poetico tradizionale, poiché le motivazioni nazionali dell'e. erano ormai incorporate nel romanzo storico. Gli unici paesi che, nel corso del sec. XIX, conobbero una rinascita del genere epico, in senso proprio, furono quelli scandinavi: la Danimarca con Helge (1814) e Hrolf Krahe (1828) di A.G. Oehlenschlàger, la Svezia con la Saga di Frithiof (1825) di E. Tégner, la Finlandia con il Kalevala (1849) di E. Lónnrot.

Nel Novecento, perdutasi la pratica dei poemi epici, il concetto di epos è stato metaforicamente dilatato quasi a sublimare la condizione individuale e sociale dell'eroe o antieroe moderno, ma anche per indicare procedimenti formali di rilevanza ideologica, tanto narrativi quanto drammatici.

Epico, per contenuti e per definizione dello stesso autore, è il teatro di B. Brecht; e di e. esistenziale si è parlato a proposito dell' Ulisse di J. Joyce e dei romanzi di F. Kafka.

L'EPICA NELLE LETTERATURE ASIATICHE

Nella letteratura del Vicino Oriente antico si può parlare di e. a proposito del grande poema babilonese Enùma elish, il poema della creazione, meglio definito da qualche studioso «l'epopea di Marduk», perché servì appunto a esaltare quel dio nazionale di Babilonia: fu composto fra i secc. XVIII e XVII a.C.

Risale a epoca ancor più antica l'altra grande epopea mesopotamica, il poema di Gilgamesh, di cui si hanno numerose redazioni in più di una lingua dell'antico Oriente.

Per quanto riguarda gli altri tre grandi cicli culturali asiatici, quello islamico è stato spesso definito scarsamente epico, ma una vera e propria e. offre la letteratura islamica della Persia, con il grande Shàhnàmeh (ossia Libro dei re) di Firdusi (sec. X), che narra le gesta degli antichi re dell'Iran e avrà poi imitazioni con personaggi musulmani: sia nella cultura persofona dell'India musulmana, con poemi come lo Shàhnàma-e Hind di Isàmì (sec. XIV), esaltante i sovrani musulmani; sia in Iran, con poemi firdusiani ma animati da personaggi della leggenda popolare musulmana, come il Khàvarnàmeh di Ibn Hosàm (sec. XV).

La cultura indiana è la patria delle immense epopee, come il Mahàbhàrata e il Ràmàyana, che sembrano rispecchiare, alla base, il tipico concetto indù dell'avatàra, cioè della discesa di entità divine sul piano umano, dove subiscono infinite avventure per ricongiungersi poi con l'Assoluto. Un'e., questa, che influenzò notevolmente le letterature indianeggianti del sud-est asiatico come la thai (siamese) o la khmer (cambogiana).

Passando al terzo ciclo culturale, quello estremo orientale, l'elemento epico sembra qui concentrarsi o nelle narrazioni mitiche, pur date come «storia», del giapponese Kojiki (ossia Memorie degli antichi eventi), che narra del Giappone dalle sue origini celesti fino al sec. VII, o in certi grandi romanzi cinesi dove il lontano passato è rivissuto leggendariamente: si pensi soprattutto al San Kuo chih yen-yi (cioè Il romanzo dei tre regni) del sec. XIV, narrazione delle imprese di guerrieri e sovrani dei turbolenti anni dei «tre regni» (sec. III d.C.), da qualcuno paragonate alle gesta degli eroi dei romanzi cavallereschi occidentali.

 

Copyright 2008 Babilonia - Parodos All Rights Reserved.