EPICA O EPOPEA
Genere poetico caratterizzato dalla narrazione
di fatti eroici, leggendari o storici.
ORIGINI E INTERPRETAZIONI
DELL'EPICA
Secondo
Aristotele, l'e., in quanto imitazione di azioni
nobili, è simile alla tragedia, ma se ne
distingue per l'assenza di limiti temporali e
per l'uso di un metro unico: épos infatti
significò, dapprima, parola, discorso, poi
esametro, cioè il verso eroico dei poemi epici.
Tipica dell'e., tanto nelle letterature
occidentali quanto in quelle orientali, è la
ciclicità tematica (cicli troiano, nibelungico,
carolingio, canti di Ossian, Gilgamesh) che non
esclude tuttavia innovazioni artistiche
individuali.
Già G.B. Vico nella Scienza nuova
credette di individuare nel rapsodo o aedo (il
cantore epico) l'espressione di una collettività
etnica e nei poemi omerici la rivelazione di
un'antica sapienza poetica.
Più tardi la
filologia romantica distinse un'e. spontanea o
popolare da un'epica d'arte o riflessa: la prima,
nata in epoche culturalmente giovani, formata da
poemi o cicli di poemi collettivi e anonimi; la
seconda, prodotto di civiltà mature, e creazione
individuale di poeti colti (l'Eneide di Virgilio,
la Gerusalemme liberata di T. Tasso).
Le due
interpretazioni convivono (con diverse sfumature
e accentuazioni) nella moderna filologia, la
quale, pur rifiutando il mito romantico
dell'origine spontanea e popolare della poesia,
riconosce e sottolinea nelle prime forme di
epos, classiche e medievali, la volontà di
conservare e trasmettere oralmente un antico
patrimonio collettivo di storie e leggende
nazionali.
Anche Hegel, nella fondamentale
sezione dell'Estetica dedicata all'e., aveva
sottolineato l'elemento nazionale proprio del
poema epico e perciò il suo antagonismo nei
confronti delle culture esterne, precisando
tuttavia che, come opera d'arte, esso può
nascere solo da un individuo capace di esprimere
una condizione originariamente poetica ed eroica
del mondo: quella totalità è andata perduta
nella moderna età prosaica delle industrie e dei
commerci, e al genere antico si è sostituita l'e.
borghese del romanzo.
L'EPICA NELLA LETTERATURA
CLASSICA
I poemi di
Omero erano stati preceduti da una vasta
produzione epica. Lo stile omerico, con le sue
formule e sequenze ricorrenti, era peculiare di
una poesia che per generazioni era stata
composta e tramandata a voce. Inoltre Omero
citava, riassumeva o rielaborava carmi anche
indipendenti dal ciclo di Troia (avventure degli
Argonauti, ciclo tebano ecc.). Con Omero l'e.
rispecchia gli ideali, in parte superati, di una
classe aristocratica. Benché connessi a una
situazione storica determinata e transitoria, i
poemi omerici, come pure le opere di Esiodo e
degli altri autori di età arcaica (PseudoOmero, ciclo epico), segnarono la strada
ai poeti dei secoli successivi: Omero per la
visione generale dei rapporti umani, Esiodo
soprattutto per i problemi della giustizia, i
minori per il materiale mitologico. Ma l'epos
come ampia narrazione in versi di fatti
leggendari ebbe in età classica pochi
rappresentanti (peraltro molte opere sono andate
perdute).
Ai vecchi contenuti mitologici tornò
Antimaco di Colofone (secc. V-IV a.C.), ma
anticipando quel gusto della sottigliezza
erudita che sarà tipico dell'età ellenistica,
quando con Apollonio Rodio e altri si tentò la
via del grande poema epico-lirico o
storico-biografico, in onore dei sovrani del
tempo. In età imperiale il più originale poeta
epico fu Nonno di Panopoli (sec. V) con la sua
prolissa narrazione delle avventure di Dioniso.
I romani, abbandonata la loro e. preletteraria,
gli elogi, i vecchi carmi celebrativi, accettarono i modelli greci. Livio Andronico
(sec. in a.C.) dette una versione poetica
dell'Odissea che fu letta nelle scuole fino al
tempo di Augusto. Come Livio, anche Nevio
continuò a usare l'antico verso saturnio nel suo
poema sulla prima guerra punica (Bellum poenicum).
Ennio invece, nel suo poema sulla storia
generale di Roma (Annali), si ricollegò alle
cronache sacerdotali, ma introdusse l'esametro
dei greci e seguì Omero nello stile, compiendo
un arduo lavoro di adattamento metrico e
linguistico.
Seguì le sue tracce anche Virgilio
nell'Eneide, ma la pacata classicità virgiliana
presupponeva sia il geniale precedente del poema
filosofico in metro epico di Lucrezio, sia i
tentativi di poemetto in stile ellenistico (Catullo):
la poesia dell'età augustea combinò, con
raffinati mezzi stilistici, la storia nazionale
e il mito interpretato allegoricamente, la virtù
repubblicana e la devozione al principato, il
culto delle origini rustiche e l'annuncio della
missione universale di Roma.
Nel primo secolo
dell'impero la ripresa di temi storici del
periodo repubblicano (Lucano, Silo Italico) o di
temi mitologici (Valerio Fiacco, Stazio)
rifletté il disagio politico e morale delle
classi colte.
Nella tarda età imperiale l'e.
tornò alla celebrazione di fatti e uomini
contemporanei, con Claudiano, cantore delle
gesta di Stilicone, e col cristiano
classicheggiante Sidonio Apollinare (sec. V).
L'EPICA NELLA LETTERATURA OCCIDENTALE, DAL MEDIOEVO
ALL'ETÀ MODERNA
Tutti i popoli
nordeuropei
coltivarono, fin dai tempi remoti, forme di
poesia epica trasmesse oralmente (di generazione
in generazione) da poeti girovaghi: i bardi
celtici, gli scópas germanici, gli scaldi
scandinavi, che intonavano nelle corti canti
eroici o carmi encomiastici in onore di divinità,
di principi e condottieri. Quasi nulla rimane
delle saghe primordiali fiorite durante le
migrazioni delle tribù germaniche; ma da più
tarde trascrizioni e rielaborazioni, quali il
poema anglosassone Beowulf (secc. VII-VIII), il
frammentario Canto di Ildebrando (sec. VIII) in
ibrido idioma sassone-bavarese, e la raccolta di
canti scandinavi Edda (secc. IX-XIII),
possiamo ricavare i caratteri originari
dell'antico epos germanico: campeggia
nell'intreccio magico-favolistico delle molte
avventure e peripezie la figura dell'eroe
spietato e sublime, incarnazione dei destini
della stirpe: un personaggio sovrumano e
disumano, diverso dagli eroi greci perché, dio
egli stesso, non è mai protetto da interventi
divini. Tale sentimento smisurato dell'eroismo
alimenterà, molti secoli più tardi, anche il
capolavoro dell'epica germanica, il Cantare dei
Nibelunghi (1200-05), d'anonimo autore austriaco,
che solleva ad alta espressione poetica le
antiche saghe di Sigfrido, di Brunilde e di
Crimilde. Nel poema nibelungico già s'insinuano,
peraltro, spirito e motivi dell'e. cortese che,
sorta in Francia con le chansons de gente, tra
la fine del sec. XI e l'inizio del XII (nel clima
delle crociate e dei grandi pellegrinaggi), si diffuse rapidamente in
tutta Europa dando origine a una straordinaria
fioritura di poemi cavallereschi (letteratura
cavalleresca).
Profondamente
diversa dalla tradizione germanica, quest'epica
ritrae una civiltà nutrita di umanesimo
religioso, il cui protagonista è il paladino, il
campione della fede, un eroe dalla misura umana
e dalle virtù cristiane. A questi ideali si
ispirano opere che traggono materia dalle
leggende di Francia (il Tristan di Gottfried von
Strassburg, il Parzival di Wolfram von
Eschenbach) e poemi di argomento nazionale, come
lo spagnolo Poema de mio Cid (1140 ca).
Fa
eccezione il Canto della schiera di Igor, poema
russo del sec. XII, che, seppur nato in un
ambiente cortigiano-cavalleresco, conserva
palesi tracce d'una cultura pagana autoctona.
In Italia, dove, per ragioni storiche, era
mancato un autentico epos nazionale, godettero
enorme fortuna i racconti cavallereschi di
Francia. Rielaborati nei poemi franco-veneti, in
numerosi cantari e anche in compilazioni in
prosa (i Reali di Francia di Andrea da Barberino),
essi furono all'origine di una tradizione
letteraria d'altissimo prestigio, le cui tappe
principali possono essere segnate dal Teseida
(1340 ca) di G. Boccaccio, il primo poema in
volgare che introdusse la struttura metrica
dell'ottava, dal bizzarro Morgante di L. Pulci e
soprattutto dai capolavori di M.M. Boiardo e di
L. Ariosto, con i quali si fusero, in maniera
compiuta e originale, temi del ciclo carolingio
e temi del ciclo bretone.
Intanto, già con
l'Africa (1341 ca) di F. Petrarca, era iniziata
l'imitazione umanistica,in latino, di Virgilio e di Omero,
successivamente piegata all'encomio cortigiano (Sphortias,
1450-73, di F. Filelfo) o al motivo religioso
(De partu Virginis, 1513-26, di I. Sannazaro;
Christias, 1527, di M.G. Vida).
Nel Cinquecento
un rigido aristotelismo e una retorica normativa
d'ascendenza oraziana accesero la polemica
contro il poema cavalleresco, a favore dell'e.
classica: G.G. Trissino nell'Arte poetica (1529)
richiamò all'imitazione degli antichi e
all'osservanza dell'unità di azione (non
diversamente da S. Speroni e A. Minturno).
Nacquero così, negli stessi decenni in cui T.
Folengo elaborava l'e. maccheronica e iperbolica
del Baldus, opere di insopportabile monotonia
come L'Italia liberata dai Goti (1527-47) dello
stesso Trissino e Girone il cortese (1548) di L.
Alamanni; e l'eco di quest'epica classicistica
risuonò in Francia, dove P. de Ronsard modellò
la sua incompiuta Franciade (1574) sull'Odissea
e sull'Eneide.
A Ferrara, assurta con Boiardo e
Ariosto al ruolo di capitale dell'e. romanzesca,
la discussione si allargò col Discorso intorno
al comporre dei romanzi (1544) di G.B. Giraldi
Cinzio e col trattato su I romanzi (1554) di G.B.
Pigna, che, per conciliare il gusto dei moderni
con le regole dell'unità aristotelica, proposero
di riferire a un unico protagonista le varietà
delle azioni (un'applicazione di questi principi
fu tentata nell'Amadigi, 1560, di B. Tasso).
Un apporto decisivo al rinnovamento del genere
venne da T. Tasso che, con la Gerusalemme
liberata (1580 e successive edizioni), creò il
poema eroico moderno, fondato su una
verisimiglianza storica che non esclude
l'elemento fantastico o «meraviglioso», secondo
principi teorici ampiamente sviluppati dallo
stesso poeta nei Discorsi dell'arte poetica
(1565-66) e nei Discorsi del poema eroico
(1595). Spentesi le polemiche tra fautori di T.
Tasso (C. Pellegrino, P. Beni, N. Villani ecc.)
e fautori di L. Ariosto (L. Salviati, accademici
della Crusca, G. Galilei), l'imitazione della
Gerusalemme continuò per tutto il sec.
XVII, con
La Croce racquistata (1605) di F. Bracciolini,
L'Amadeide (1620) di
G. Chiabrera, Il conquisto di Granada (1650) di
G. Graziani ecc.; ma, per reazione al genere
troppo abusato, nacque in questo periodo il
poema eroicomico.
Contemporaneamente, muovendo
da Tasso e dai suoi epigoni secenteschi (incluso
il Marino della Strage de gl'Innocenti, 1632),
l'inglese J. Milton fondava, col Paradiso
perduto (1667), l'epopea religiosa moderna, cui
si può ricondurre anche la Messiade (1748-73)
del tedesco F.G. Klopstock; mentre, circa un
secolo prima, L. Camòes aveva dato al Portogallo
il suo poema nazionale, I Lusiadi (1572).
Nel
Settecento il genere languì: invano tentarono di
risuscitarlo Voltaire con l'Enriade (1728) e più
tardi, per suggestione del neoclassicismo
napoleonico, V. Monti con Il bardo della Selva
Nera (1806).
Nell'Ottocento il fallimento dei Lombardi alla
prima crociata di T. Grossi denunciò
l'inattualità del modello poetico tradizionale,
poiché le motivazioni nazionali dell'e. erano
ormai incorporate nel romanzo storico. Gli unici
paesi che, nel corso del sec. XIX, conobbero una
rinascita del genere epico, in senso proprio,
furono quelli scandinavi: la Danimarca con Helge
(1814) e Hrolf Krahe (1828) di A.G.
Oehlenschlàger, la Svezia con la Saga di
Frithiof (1825) di E. Tégner, la Finlandia con
il Kalevala (1849) di E. Lónnrot.
Nel Novecento,
perdutasi la pratica dei poemi epici, il
concetto di epos è stato metaforicamente
dilatato quasi a sublimare la condizione
individuale e sociale dell'eroe o antieroe
moderno, ma anche per indicare procedimenti
formali di rilevanza ideologica, tanto narrativi
quanto drammatici.
Epico, per contenuti e per
definizione dello stesso autore, è il teatro di
B. Brecht; e di e. esistenziale si è parlato a
proposito dell' Ulisse di J. Joyce e dei romanzi
di F. Kafka.
L'EPICA NELLE LETTERATURE ASIATICHE
Nella
letteratura del Vicino Oriente antico si può parlare di
e. a proposito del grande poema babilonese Enùma
elish, il poema della creazione, meglio definito
da qualche studioso «l'epopea di Marduk», perché
servì appunto a esaltare quel dio nazionale di
Babilonia: fu composto fra i secc. XVIII e XVII
a.C.
Risale a epoca ancor più antica l'altra
grande epopea mesopotamica, il poema di
Gilgamesh, di cui si hanno numerose redazioni in
più di una lingua dell'antico Oriente.
Per quanto riguarda gli altri tre grandi cicli
culturali asiatici, quello islamico è stato
spesso definito scarsamente epico, ma una vera e
propria e. offre la letteratura islamica della
Persia, con il grande Shàhnàmeh (ossia Libro
dei re) di Firdusi (sec. X), che narra le gesta
degli antichi re dell'Iran e avrà poi imitazioni
con personaggi musulmani: sia nella cultura
persofona dell'India musulmana, con poemi come
lo Shàhnàma-e Hind di Isàmì (sec.
XIV),
esaltante i sovrani musulmani; sia in Iran, con
poemi firdusiani ma animati da personaggi della
leggenda popolare musulmana, come il
Khàvarnàmeh di Ibn Hosàm (sec. XV).
La cultura indiana è la patria delle immense
epopee, come il Mahàbhàrata e il Ràmàyana, che
sembrano rispecchiare, alla base, il tipico
concetto indù dell'avatàra, cioè della discesa
di entità divine sul piano umano, dove subiscono
infinite avventure per ricongiungersi poi con
l'Assoluto. Un'e., questa, che influenzò
notevolmente le letterature indianeggianti del
sud-est asiatico come la thai (siamese) o la
khmer (cambogiana).
Passando al terzo ciclo
culturale, quello estremo orientale, l'elemento
epico sembra qui concentrarsi o nelle narrazioni
mitiche, pur date come «storia», del giapponese
Kojiki (ossia Memorie degli antichi eventi), che
narra del Giappone dalle sue origini celesti
fino al sec.
VII, o in certi grandi romanzi cinesi dove il
lontano passato è rivissuto leggendariamente: si
pensi soprattutto al San Kuo chih yen-yi (cioè
Il romanzo dei tre regni) del sec. XIV,
narrazione delle imprese di guerrieri e sovrani
dei turbolenti anni dei «tre regni» (sec. III d.C.),
da qualcuno paragonate alle gesta degli eroi dei
romanzi cavallereschi occidentali.
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