ERMETISMO
Corrente poetica del Novecento italiano. Sorta
nel primo dopoguerra, ebbe il suo periodo di
attività più organica negli anni Trenta,
soprattutto a Firenze, con le riviste «Il
Frontespizio» e «Campo di Marte». Essa rispose
da un lato all'esigenza di liquidare il
dannunzianesimo più enfatico e morboso e il
pascolismo più flebile, dall'altro al desiderio
di rifarsi alle esperienze del simbolismo e
postsimbolismo francese, in particolare a poeti
come S. Mallarmé e P. Valéry. Comune ai poeti
che furono poi detti ermetici (e fra i quali
vanno annoverati G. Ungaretti, S. Quasimodo, A.
Gatto, L. Sinisgalli, M. Luzi, P. Bigongiari ecc.)
era l'ansia di restituire alla parola poetica la
sua originaria carica espressiva, ormai perduta
nel logorio di una lunghissima tradizione
letteraria; si cercava, cioè, una poesia «pura»,
libera da ogni intenzione che si manifestasse
fuori della poesia stessa. La parola, negli
ermetici, viene sfrondata dei caratteri
comunicativi, per conservare quello puramente
evocativo, con più o meno accentuate
implicazioni religiose (di qui l'individuazione
di un ascendente spiritualistico-cattolico e
anche esistenzialistico di matrice francese: J.
Rivière, Ch. du Bos); isolata dal contesto
attraverso la rottura dei legami logici, essa
viene coltivata in un'area atemporale popolata
di metafore e analogie che sembrano definire una
retorica comune, di scuola, incline
all'esoterismo. Così facendo, gli ermetici
rischiavano di isolarsi essi stessi in uno
spazio fuori della storia, e ciò proprio mentre
si imponeva il fascismo; più tardi essi
sostennero, non senza un principio di ragione,
che l'isolamento nello spazio interiore era
l'unica forma di rifugio contro la retorica
trionfalistica del regime.
In campo critico, l'e. espresse un indirizzo che
nella versione del suo esponente più autorevole
e significativo, il cattolico C. Bo (autore di
opere come Otto studi, 1939, il saggio su
Mallarmé, 1945, e scritti teorico-programmatici
poi raccolti in L'assenza, la poesia, 1945)
tendeva a leggere gli autori astoricamente,
ossia disinteressandosi della loro vicenda
psicologica e della loro collocazione
storico-sociale, per esaltare il valore assoluto
di una «poetica della parola» e quello
spiritualistico-esistenziale riassunto nella
formula dello stesso Bo: «letteratura come
vita». Altro teorico e critico dell'e. è stato
O. Macrí, che ha elaborato un concetto di poesia
come forma simbolica in sé perfetta e
autosufficiente (Esemplari del sentimento
poetico contemporaneo, 1941).
Nel suo complesso, l'e. costituì un momento di
rilievo nel processo di avvicinamento della
cultura italiana alla cultura europea, anche se
rischiò di costituire un clamoroso esempio di
letteratura senza destinatario. Il suo influsso
fu profondo e duraturo, anche sulla prosa
narrativa e di memoria (Pratolini, Vittorini ecc.),
tanto da essere chiaramente avvertibile ancora a
lungo dopo la fine della seconda guerra mondiale,
nonostante la severa condanna pronunciata a suo
carico in quegli anni, non senza una certa
frettolosità polemica, da critici e scrittori
legati alla poetica neorealistica e alla
tematica dell'impegno.
La poesia e altri libri di Mario Luzi
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