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Facezie

Genere letterario consistente in motti arguti, detti spiritosi e mordaci, che talvolta assumono le dimensioni di una breve novella.

Il termine facetiae (da facetus, piacevole, elegante) si trova per la prima volta in Cicerone, le cui sentenze incisive e caustiche furono raccolte da Macrobio (secc. IV-V d.C.).
Ma già i greci avevano cominciato a riunire apoftegmi di filosofi e personaggi illustri: sono celebri i Memorabili di Socrate scritti da Senofonte (sec. IV a.C.) e Le vite e le opinioni dei più famosi filosofi di Diogene Laerzio (sec. III d.C.).

Nel medioevo le facezie si confondono spesso con gli esempi, sono cioè incorporate nelle prediche o nelle vite e leggende di santi (per es. nella Legenda aurea di Iacopo da Varazze), allo scopo di rendere piacevoli ed efficaci gli ammaestramenti morali e dottrinali; ma se ne trovano in abbondanza anche nella novellistica profana, dal Novellino al Decameron di Boccaccio e al Trecentonovelle di F. Sacchetti.

Gli umanisti tornarono invece ai modelli greci e latini, presentando le facezie come espressione dell'intelligenza di uomini colti e raffinati. In latino ne scrissero P. Bracciolini (Liber facetiarum, 1438-52) e A. Beccadelli detto il Panormita (Alphonsi regis dictorum et factorum libri IV, 1485); in volgare L. Carbone (Facezie, 1466-71), Poliziano (Detti piacevoli, 1477-79 ca) e Antonio da Cornazzano (Proverbi in facezie, composti intorno al 1480 e pubblicati nel 1523).

Al filone popolaresco appartengono poi i Motti e facezie del Piovano Adotto (1478 e 1485-88) e due raccolte (una in prosa, l'altra in ottave) di Buffonerie del Gonnella, ricavate verso la fine del sec. XV da una perduta biografia del famoso buffone di Obizzo III d'Este.

Nel Cinquecento il genere venne istituzionalizzato, a scapito dell'originaria spontaneità e freschezza. B. Castiglione, nel Cortegiano, elaborò una sorta di teoria delle facezie, considerandole una risorsa indispensabile del perfetto gentiluomo; e facezie molto letterarie composero L. Domenichi, O. Lando, A. F. Doni (nella Zucca, 1551), 0. Toscanella e C. Zabata.

Non si discostano da questa linea le raccolte in latino di alcuni umanisti di altri paesi, quali il tedesco H. Bebel o l'olandese Erasmo da Rotterdam (Apophtegmatum opus, 1513).

Nel Seicento prevalse infine l'usanza di raccogliere motti e burle in una più ampia cornice narrativa, secondo l'esempio del Boccaccio: libri di facezie di questo tipo composero novellieri come T. Costo (Le otto giornate del Fuggilo zio, 1596), G. Sagredo (Arcadia in Brenta, 1667) e C. Casalicchio (L'utile col dolce, 1671).

La fortuna letteraria del genere cessò nel sec. XVIII, quando alla battuta allegra e ridanciana si preferì l'epigramma d'argomento sociale o politico.
 

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