Fantascienza (dall'ingl. science fiction)

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Genere letterario i cui intrecci, ambientati nel futuro o in altri mondi o in mondi «paralleli» contemporanei del nostro, muovono da ipotesi scientifiche, per lo più trattate con libertà e spregiudicatezza, per creare situazioni estreme, paradossali e provocatorie o semplicemente fantastiche.

I PRECURSORI

Le origini della f. si fanno risalire al romanzo utopico di derivazione platonica, in particolare a Luciano di Samosata (Icaromenippo, sec. II). Tra gli antesignani si annoverano anche Keplero (Somnium, 1634), Cyrano de Bergerac (Storia comica degli stati e imperi della Luna, 1657), Voltaire (Micromégas, 1752), Swift (I viaggi di Gulliver, 1726). Mary Shelley (Frankenstein, 1818) diede al genere il primo uomo «artificiale» creato da uno scienziato. E.A. Poe influì sulla f. (oltre che sulla narrativa poliziesca e su quella del terrore) con le sue storie di suspense basate su situazioni sfocianti nel fantastico e nel surreale.

UTOPIA E ANTIUTOPIA

I veri creatori della f. vanno però individuati in J. Verne e H.G. Wells, il primo autore di romanzi pieni di positivistica fiducia nei continui progressi della scienza; il secondo attento soprattutto agli effetti della ricerca scientifica sui problemi sociali e politici del tempo, con un fondo di negatività che distinguerà più tardi la f. detta «antiutopistica». Verso la fine del sec. XIX e agli inizi del XX scrissero romanzi avveniristici o basati su un'ipotesi scientifica anche gli inglesi S. Butler, R.L. Stevenson, M.P. Shiel, E. Bellamy, R. Haggard, il francese Villiers de l'Isle-Adam, l'americano J. London ecc. Erewhon (1872) di Butler e Guardando indietro (1888) di Bellamy sviluppano rispettivamente un'utopia negativa e un'utopia di venatura socialista. Più tardi, nella Russia sovietica, si diffusero romanzi avveniristici che esaltavano la scienza e la tecnica e il loro contributo alla liberazione dell'uomo dalla schiavitù del bisogno in una società comunista; il più famoso di essi fu Aelita (1922) di A. Tolstoj. Il romanzo Noi (1924) di E. Zamjatin e la commedia R.U.R. (1920) del cecoslovacco K. Capek (dove compare per la prima volta la parola «robot») si orientarono, invece, nella stessa direzione degli occidentali Il mondo nuovo (1932) di A. Huxley e 1984 (1947) di G. Orwell, celeberrime utopie negative nelle quali la scienza e la politica producono nuove e inaudite forme di oppressione sociale.

LE «SPACE OPERAS»

Negli Stati Uniti, la f. aveva cominciato ad affermarsi come genere popolare negli anni Dieci, con una vastissima produzione di collane editoriali e di riviste specializzate, la più importante delle quali fu «Amazing stories», fondata nel 1926 da Hugo Gernsback. Vi si privilegiavano i temi dell'avventura spaziale, del contatto con gli alieni, della creazione di mostri e automi. Le storie di pionieri dello spazio ricalcavano quelle del romanzo western o di esplorazione e vennero chiamate space operas. Ne scrissero E. Hamilton, E.R. Burroughs, M. Leinster e molti altri. Dalla fine degli anni Trenta la qualità dell'invenzione e della attendibilità scientifica migliorò assieme a quella della scrittura, grazie ad autori come J.W. Campbell, R. Heinlein, A. Van Vogt, E.F. Russell.

GUERRA ATOMICA E ALTRE CATASTROFI

L'esplosione dell'atomica su Hiroshima nel 1945 e la «guerra fredda» segnarono gli sviluppi della f., inserendo, anche in quella più di consumo, ansie e preoccupazioni di tipo politico. Tra gli autori di maggiore rilievo del dopoguerra vanno ricordati almeno I. Asimov, sapiente e prolifico divulgatore scientifico; R. Bradbury, autore di marcato umanesimo; Th. Sturgeon, narratore delle possibilità inespresse dell'uomo; C.D. Simak, visionario e poetico; F. Brown, paradossale e umoristico; R. Sheckley, sferzante cultore di una f. «sociologica» di base swiftiana. Nelle loro opere si potevano leggere in filigrana preoccupazioni morali e politiche sul futuro della società americana. In Inghilterra, A.C. Clarke e F. Hoyle seguirono con rigore scientifico il filone aperto da Asimov, mentre più tardi J. Wyndham e J. Christopher narrarono con solida pacatezza invasioni di alieni e catastrofi ecologiche (alle catastrofi si dedicò assiduamente J.J. Ballard). In Italia il boom della f. fu promosso dalla collana «Urania», lanciata da Mondadori nel 1952 - la stessa che pubblica oggi le avvincenti storie dell'inquisitore Nicolas Eymerich di Valerio Evangelisti - e dall'interesse mostrato per essa da nomi di spicco come Buzzati (Il grande ritratto, 1960), Flaiano, Calvino e altri. Con i primi anni Sessanta la f. divenne spesso «fantapolitica», influendo anche su scrittori di maggiori ambizioni letterarie e su importanti registi cinematografici. Nasceva però negli stessi anni una new wave anglo-americana che partì dalla tradizione consolidata portando nuove tematiche (la droga, la psicoanalisi, il «privato», il misticismo orientale, i conflitti razziali). Tra gli autori più significativi vanno ricordati Ph.K. Dick, il più immaginoso e sperimentale, e R. Zelazny, T. Disch, S.R. Delany, Ursula Le Guin, Frank Herbert, autore del ciclo esoterico aperto con Dune (1965). Uno di questi, K. Vonnegut, partì dalla f. per affermarsi tra i più importanti scrittori americani contemporanei (Ghiaccio nove, 1963; Mattatoio n. 5,1969).
Nello stesso tempo, in URSS la f. continuava a essere un genere letterario seguitissimo, improntato a una solida divulgazione scientifica e a messaggi fondamentalmente positivi, coerenti con l'ottimismo ideologico del sistema sovietico e l'entusiasmo per le prime imprese spaziali (I. Efremov, A. e B. Strugatckij). Ma era la Polonia, con S. Lem (Solaris, 1961) a dare alla f. un autore di forte prestigio letterario.
A partire dagli anni Settanta, una svolta è stata impressa alla f. da alcune scrittrici femministe americane, in primo luogo Joanna Russ e James Tiptree (pseud. di Alice Sheldon) che se ne sono servite, come in esperimenti mentali, per estrapolare i contenuti di riforma dei rapporti uomo-donna sostenuti dal movimento. Notevole, a questo riguardo, è L'uomo femmina (The female man, 1975) di J. Russ, in cui tutti i personaggi femminili sono sfaccettature di una stessa personalità che si evolve dal servaggio alla libertà assoluta.
Restano sempre al centro della f., anche nella produzione più recente, le inquietudini generate dal progresso tecnologico, che vanno tuttavia facendosi più sottili e autoriflessive, legate come sono all'angoscia della perdita di identità, generata da un lato dallo sviluppo dell'ingegneria genetica e dall'altro dalla diffusione dell'informatica e dalle ricerche sull'intelligenza artificiale. Ma qui il genere ha prodotto, negli anni Ottanta, un'originale ramificazione nella letteratura cyberpunk. Negli ultimi decenni, l'immaginario fantascientifico continua a evolvere, in direzioni diverse. Con i suoi effetti di straniamento o di ingrandimento, la f. conduce una ricognizione critica della realtà, mettendo a nudo la difficoltà odierna dell'uomo a comprendere il mutevole presente che lo circonda, ad accettare l'esistenza di un «possibile», reso tale dalla direzione spesso sconcertante delle ricerche, che scuote alla radice la sua certezza «nella natura delle cose».
In declino sono, invece, le classiche space operas che privilegiano la dimensione eroica e il confronto con il sovrannaturale, e che su questo terreno hanno dovuto sostenere la concorrenza della fantasy.
La crescita di una religiosità diffusa, parallela alla crisi delle ideologie, ha trovato espressione fantascientifica in un filone teologico che va da Deus Irae (1976), scritto a quattro mani da P.K. Dick e R. Zelazny, a Divina invasione (Divine invasion, 1981) di Dick, al ciclo di James Morrow, iniziato con L'ultimo viaggio di Dio (Towing Jehovah, 1995) e proseguito con Senza colpa in Abaddon (Blameless in Abaddon, 1996). Questi ultimi sono, in realtà, romanzi corposi che praticano, su una linea conseguentemente postmoderna, la contaminazione dei generi e dei saperi. In tale contesto, diventa sempre più difficile tracciare rigidi confini tra f. e letteratura «alta» (si pensi ad Arcobaleno della gravità, Gravity's rainbow, di T. Pynchon, a Kalki di Gore Vidal o a Ratner's star di De Lillo), e se i romanzi di f. non soddisfano la critica più tradizionalista per l'elaborazione approssimativa dei personaggi e degli ambienti, non si deve dimenticare che proprio da essi la narrativa contemporanea ha tratto elementi di stimolo alla ricerca di qualcosa di nuovo e di più ambizioso.