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FILOLOGIA

«Scienza e disciplina intesa a indagare e definire una cultura e una civiltà letteraria, antica o moderna, attraverso lo studio dei testi letterari e dei documenti di lingua, ricostituendoli nella loro forma originale e individuandone gli aspetti e i caratteri linguistici e culturali» (De Felice-Duro, Dizionario della lingua e della civiltà italiana contemporanea).

La definizione mostra la difficoltà di sintetizzare tutti gli aspetti di una disciplina, eminentemente storica, che ricorre a vari procedimenti e metodologie, e che è stata via via estesa a tutta la gamma delle lingue e letterature (filologia classica, germanica, slava, romanza, ma anche indoeuropea, semitica, ecc.; filologia italiana, francese, provenzale; iranica, indiana, micenea, ecc.). Questa difficoltà, che corrisponde a difficoltà operative – si può dire che la filologia utilizza la linguistica per studiare i testi, e la linguistica usa i testi per descrivere la lingua –, ha portato il termine a restringere talora il suo significato: in alcuni paesi la filologia è soprattutto studio linguistico dei testi, in altri è piuttosto critica testuale, cioè ricostruzione dei testi conservati dalla tradizione nel modo piú attendibile, o anche solo critica su basi storico-culturali. È preferibile, per quanto sia umanamente possibile, mantenere la natura pluridisciplinare della filologia, perché è quello appunto che la caratterizza (a differenza, poniamo, dalla linguistica generale o dalla paleografia). A ogni modo, è costante nel termine l'ideale di esattezza e analisi esaustiva, di attenzione documentaria e visione storica.

La filologia ha la sua prima fioritura nella civiltà alessandrina (III-II sec. a. C.: Eratostene). Philólogos, poi passato in latino (L. Elio Stilone Preconino e M. Terenzio Varrone), è colui che ama (philefn) la parola (lógos), nel senso di conversazione erudita, di studio della letteratura. Il termine è già in Platone, col significato di 'chi ama la dialettica, le discussioni filosofiche' ed anche di 'ciarliero'. I primi filologi greci, e cosí poi i loro imitatori latini, raccolsero e sottoposero a revisione i testi letterari antichi sopravvissuti, li studiarono grammaticalmente, li interpretarono e stesero la biografia dei loro autori. È a questi filologi che si debbono la conservazione e i canoni ancora accettati delle letterature classiche. Già nella loro attività sono presenti le principali procedure del lavoro filologico anche attuale: studio della tradizione; edizione dei testi; analisi grammaticale e retorica; interpretazione e commento.

L'attività filologica continua nel medioevo, nei conventi bizantini, irlandesi, francesi e italiani, e raggiunge il culmine con l'Umanesimo, che, nell'anelito di rinnovare e rimettere in auge gl'ideali classici, intensifica la ricerca dei manoscritti, la loro collazione, l'attività congetturale e la critica attribuzionistica. Lo iato storico fra classicità e attualità, mal avvertito nel medioevo, viene misurato esattamente per poterlo superare. Da ricordare per la finezza delle indagini filologiche Petrarca (ricerche sulla tradizione di Livio, per es.), mentre Boccaccio, oltre a promuovere lo studio del greco, si dedica anche a testi volgari, facendosi ad es. editore e commentatore della Commedia. Famosa poi la dimostrazione (dovuta a Lorenzo Valla) della falsità della "donazione di Costantino", cui si richiamava la Chiesa nel rivendicare un dominio temporale. Il Cinquecento è fervido di lavori e di edizioni anche di testi volgari, non solo italiani ma provenzali e portoghesi. La filologia resta comunque studio delle parole (explanatio) e studio delle cose (gr. hermeneutiké [téchne]).

G. B. Vico, sulle orme del Grozio, porta un rinnovamento teoretico e una enfatizzazione dell'operare filologico affiancando filologia e filosofia, nel senso che la prima, scienza del "certo" con i suoi risultati linguistici, letterari, retorici, etnologici, ecc., viene " inverata" dalla filosofia, mentre la filosofia, forma riflessa di conoscenza del "vero", trova la sua linfa, il suo "certo", nella filologia.

Il romanticismo, in una prospettiva che a qualcuno è parsa ancora vichiana, dà una nuova spinta alla filologia, attribuendole il compito di recuperare il passato delle varie nazioni e il loro "spirito", e di indagare sulle (pretese) origini popolari della poesia. Compito del filologo, secondo Schelling, è « la costruzione storica delle opere dell'arte e della scienza, la cui storia egli deve comprendere ed esporre in una vivente intuizione ». Il momento filologico è perciò quello della ricerca sulle origini, tanto dei generi letterari, quanto delle letterature nazionali. E sulla definizione dei generi letterari, e sulla loro supposta evoluzione, si dibatte a lungo. La filologia viene progressivamente costruita come scienza dell'antichità (F. A. Wolf, A. Boeckh) e s'identifica con la storia intesa nel senso più ampio: dai fatti e dalle fonti documentarie alla conoscenza storica complessiva come «costruzione dello spirito umano nella sua totalità».

È proprio in questo ambiente ideologico che si sviluppano in modo decisivo le discipline linguistiche e testuali coltivate dapprima in forma piú empirica. Dalla glottologia, che comparando sanscrito, greco, latino, germanico, ecc., dimostra l'origine comune delle lingue che ora chiamiamo indoeuropee, e mette in atto una gigantesca ricostruzione degli sviluppi fonetici e morfologici seguiti alla frammentazione dell'idioma originario, nasce presto la linguistica romanza (F. Diez), con grammatiche storiche, dizionari etimologici, ecc., le cui risultanze sono poi state migliorate ma senza mutarne i presupposti. Analogamente, K. Lachmann fonda una critica testuale (o ecdotica), che dai testi classici viene poi estesa a quelli romanzi, permettendo di formulare secondo principi logici le procedure di ricostruzione dei testi; in seguito, G. Paris, W. Foerster, H. Suchier e altri suggeriscono tecniche (ora desuete) per ricostruirne l'aspetto linguistico originale. Sulle novità metodologiche portate da Lachmann si è discusso a lungo [in particolare Bédier 1928], ma si può dire che, parzialmente riformati, i principi ecdotici di Lachmann per la classificazione e l'utilizzazione dell'attestazione dei codici mantengono la loro validità [cfr. Contini 1986; Segre 1991].

Anche nell'ambito della critica testuale vengono presto avanzate proposte che sembrano riformulare il principio dell'identità di filologia e storia. Alludo alla « storia della tradizione» bandita da G. Pasquali [1934], in cuí l'indagine sui rapporti fra codici, o fra redazioni, o tra fonti primarie e secondarie, diventa storia della Uberlieferung, o come ora si dice della "ricezione", e vera e propria storia della letteratura e della cultura. Sapendo come è stato letto un testo attraverso i secoli, lo leggiamo meglio noi stessi. Ma persino un singolo codice, sottoposto ai piú sofisticati metodi euristici, rivela un'imprevedibile quantità e varietà di dati storici.

La filologia è insomma l'assieme dei procedimenti grazie aí quali noi possiamo avvicinare e interpretare, senza tradirne la lettera, i testi del passato ed anche i testi contemporanei, le cui varianti d'autore, doppie redazioni, ecc. sono il migliore e piú oggettivo avvio per l'interpretazione.
 

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