BABILONIA

 

Letteratura

http://www.parodos.it

Home   l   Torna all' indice di letteratura  l   Contact

 
 


GENERI LETTERARI

Categorie retoriche mediante le quali si è soliti classificare le opere letterarie, in base a caratteristiche di contenuto e di forma.

L'ETÀ ANTICA

Il concetto di g.l. cominciò a formarsi tra i greci verso la fine del sec. V a.C., allorché si accrebbe il culto dei capolavori del passato e da essi si vollero ricavare schemi utili ai nuovi scrittori. La prima classificazione di cui si abbia notizia risale a Platone, il quale distingueva, quanto al contenuto, il g. serio (epopea, tragedia) e il g. faceto (commedia, poesia giambica); quanto ai modi della rappresentazione, il g. mimetico o drammatico (tragedia, commedia), quello espositivo o narrativo (proprio di quelle forme, come il ditirambo e il nomo, che i greci indicavano come «liriche») e quello misto (epopea). A tale ordinamento era connessa anche una gerarchia di valori, fondata sul concetto di arte come «mimesi» e sul grado di passionalità che un'opera può suscitare nel lettore o spettatore; in questa prospettiva risultavano al primo posto gli inni in onore degli dei e degli eroi, al secondo i poemi epici, al terzo il dramma che, proprio perché dotato di una forte carica emozionale, veniva condannato come corruttore di animi e di costumi.

Ma sullo sviluppo della teoria dei g. un influsso incomparabilmente superiore esercitò Aristotele che, nella Poetica, tracciò una bipartizione della letteratura in drammatica e narrativa e, rovesciando lo schema platonico, indicò nella prima la forma più perfetta di poesia, in quanto capace di sublimare le passioni attraverso la catarsi. Della tragedia il filosofo fissò poi alcuni caratteri salienti (argomento di tono elevato e morale, successione delle parti, unità d'azione ecc.), senza parlare mai, però, di g. o di «regole». Furono invece i peripatetici, e più tardi i filologi alessandrini, a desumere dalle indicazioni aristoteliche l'idea di g. e di «norma», vietando fra l'altro la mescolanza di forme poetiche diverse e assegnando a ciascuna di esse determinati contenuti e usi linguistici, metrici, stilistici. Si giunse così a quella codificazione degli istituti letterari che dal mondo ellenistico passò al mondo romano (attraverso opere come l'Ars poetica di Orazio e la Institutio oratoria di Quintiliano), divenendo materia d'insegnamento nelle scuole.

DAL MEDIOEVO AL CINQUECENTO

Anche nel medioevo si mantenne viva la dottrina dei g., ma in quest'epoca si verificarono notevoli spostamenti rispetto alla sistemazione aristotelica, sia perché era andato smarrito il testo della Poetica, sia perché erano fioriti nuovi componimenti (la canzone di gesta, la sacra rappresentazione, la visione ecc.) che sfuggivano alla normativa classica. Il testo base divenne allora la Rhetorica ad Herennium, allora ritenuta ciceroniana, dalla quale si ricavarono tre g. o stili: la tragedia, opera con finale tragico e in linguaggio sublime; la comedía, opera a lieto fine scritta in una lingua dimessa; l'elegia, opera d'ispirazione sentimentale e dolorosa. Riapparsa nel 1536, in pieno rinascimento, la Poetica di Aristotele divenne una sorta di Bibbia per i teorici e trattatisti italiani: dimentichi della disposizione fondamentalmente sperimentale che aveva caratterizzato la stagione più viva dell'umanesimo, essi irrigidirono ulteriormente le osservazioni del filosofo greco, trasformandole in leggi cui dovevano conformarsi sia i poeti che i critici. Non bastando poi gli sparsi suggerimenti aristotelici, si procedette a tutta una serie di complicate integrazioni e specificazioni: all'unità d'azione G.C. Scaligero aggiunse l'unità di tempo e L. Castelvetro quella di luogo; la bipartizione in drammatica e narrativa fu sostituita dalla tripartizione in epica, drammatica e lirica;

accanto ai vecchi g.l. s'introdussero il dramma pastorale, la tragicommedia, il poema cavalleresco, il melodramma ecc. Fu il trionfo del «regolismo», in tutto conforme a un'estetica che faceva perno sull'idea d'imitazione; e per intendere fino a che punto il codice retorico agisse sul processo della poesia, basti pensare alle infinite dispute intorno al poema di T. Tasso e al rifacimento della Gerusalemme liberata in Gerusalemme conquistata.

DAL SEICENTO AL NOVECENTO

Il predominio dei g. durò fino al la seconda metà del sec. XVIII, diffondendosi dall'Italia in tutti gli altri paesi europei. Fu una tirannia, però, continuamente minacciata da revisioni, lacerazioni e rivolte. Già alla fine del Cinquecento Giordano Bruno aveva sostenuto che tanti sono i g. quanti sono i poeti; più tardi G.V. Gravina affermò che i g. costituiscono un impedimento sia al retto giudizio sia all'operare poetico; e altre critiche vennero poi mosse da L.A. Muratori, P. Rolli, T. Ceva. Ma, nella stragrande maggioranza dei casi, i g. continuavano a essere rispettati, talvolta come strumenti d'interpretazione storica (G.B. Vico), talaltra come principi metastorici, bisognosi però di nuovi arricchimenti e adeguamenti, specie nel campo dell'epica (Voltaire, Saggio sulla poesia epica, 1726) e della drammatica (D. Diderot, Discorso sulla poesia drammatica, 1758). Neppure i romantici giunsero a disconoscere la validità delle tradizionali ripartizioni. Anzi, a cominciare da F. Schlegel, essi caricarono i g. di significati filosofici, preoccupandosi di contrappone forme moderne a forme antiche. Così Goethe esaltava la lirica, l'epopea e il dramma come le uniche espressioni poetiche direttamente suggerite dalla natura; F. Schiller prospettava una distinzione tra poesia «ingenua», propria dell'età classica (quando gli uomini vivevano in armonia con la natura), e poesia «sentimentale», propria dei secoli successivi all'avvento del cristianesimo; A.W. Schlegel parlava di poesia antica del «possesso» e di poesia moderna della «nostalgia»; e F. Schelling chiamava la prima «poesia del finito» e la seconda «poesia dell'infinito». Infine Hegel, nella sua Estetica, ridava valore alla tripartizione classica dei g.l. fondamentali, ripercorrendone lo sviluppo e indicando i caratteri e le ragioni della loro dissoluzione.

L'impostazione hegeliana fu sviluppata con richiami a Vico da F. De Sanctis, il quale considerò i g. nel loro evolversi storico e ciclico. Successivamente, nel clima positivistico della seconda metà del sec. XIX, il g.l. venne addirittura concepito come un organismo biologico che sorge, cresce e muore. La più clamorosa formulazione di questa teoria fu esposta dal francese F. Brunetière nel trattato L'evoluzione dei generi nella storia della letteratura (1890); ma ad analoghi principi s'ispirarono anche gli italiani A. D'Ancona e P. Rajna, esponenti, ambedue, del cosiddetto «metodo storico».

Avversario implacabile del positivismo, B. Croce, tra la fine del sec. XIX e il principio del XX, elaborò la prima sistematica confutazione dei g.l. Ridotta l'arte a intuizione pura, ad atto individuale, irripetibile e indivisibile, il g.l. diventava, nella sua estetica, un mero pseudoconcetto, uno schema di comodo privo di qualsiasi valore storico o gnoseologico. Tale condanna fu accettata da tutta la critica italiana d'indirizzo idealistico; e a conclusioni non dissimili da quelle di Croce pervenne, per altra via, anche il filosofo americano J. Dewey (Arte come esperienza, 1934). Inoltrandoci nel nostro secolo, tra le file dei postcrociani più sensibili a istanze storicistiche (o, all'inverso, stilistiche), s'incontra nuovamente l'esigenza di studiare i g., non più a scopo definitorio o normativo, bensì col proposito d'intendere la funzione che essi hanno assolto nel corso dei secoli. Ma soltanto, con l'apertura alle nuove metodologie europee e americane il g. letterario è divenuto oggetto, anche in Italia, di studi sistematici: da un lato la critica sociologica (sociologia della letteratura) vede nei g. il tramite indispensabile tra opera e destinatario, tra autore e ambiente sociale ed economico; dall'altro la critica strutturalistica e semiologica (strutturalismo) volge l'attenzione ai g. per analizzare i legami tra singola opera e sistema letterario, e per registrare gli scarti che ogni capolavoro realizza nei confronti della norma codificata.

I GENERI «MINORI»

Uno degli effetti della diffusione, negli studi letterari, delle nuove impostazioni sociologiche o strutturalistiche è stata la parziale neutralizzazione dell'opposizione tra letteratura «alta» e generi «minori», di consumo, quali il poliziesco, la fantascienza, l'horror, la fantasy ecc. Queste ultime sono produzioni letterarie nelle quali ha un peso prevalente il ricalco di schemi narrativi studiatamente congegnati e ben collaudati al fine di massimizzare la probabilità di piacere immediatamente ai lettori e di riscuotere ampi successi di vendita. Quanto di più lontano si possa immaginare, dunque, dall'idea di atto individuale irripetibile. In alcuni casi, romanzieri consacrati come A. Huxley nella fantascienza o G. Greene nel genere spionistico hanno dato alcuni dei loro risultati più compiuti e convincenti quando hanno accettato i vincoli degli stereotipi nel soggetto e nella trama, salvo variarli da par loro, come metafora di leggi arbitrarie contro le quali si confronta l'individuo. L'idea che la forma romanzo consegnataci dalla tradizione letteraria «alta» sia storicamente defunta e che i tentativi per prolungarne l'esistenza non facciano che sottolinearne il distacco e la sordità rispetto al mondo d'oggi ha prodotto una rivalutazione, presso molti critici (in Italia, per esempio, O. Del Buono), dei generi letterari di consumo, se non altro come testimoni del proprio tempo e delle sue inquietudini. La narrativa di genere è raramente innovativa o sovversiva: i casi più intricati vengono risolti, i crimini puniti, i complotti sventati ecc. Tuttavia, è soprattutto in questo tipo di produzione che si rispecchiano le facili speranze e le paure profonde suscitate nella società odierna dal progresso tecnologico (i romanzi di I. Fleming o di M. Crichton), l'attesa angosciosa della catastrofe sociale (i disastri aerei, le crisi finanziarie, le epidemie incontrollabili), la più sottile angoscia che qualcosa di terribile possa esplodere nell'intimo di ciascuno, nelle pieghe più riposte della psiche (i romanzi di S. King).

 

Copyright 2008 Babilonia - Parodos All Rights Reserved.