GENERI LETTERARI
Categorie retoriche mediante le quali si è
soliti classificare le opere letterarie, in base
a caratteristiche di contenuto e di forma.
L'ETÀ ANTICA
Il concetto di g.l. cominciò a
formarsi tra i greci verso la fine del sec. V
a.C., allorché si accrebbe il culto dei
capolavori del passato e da essi si vollero
ricavare schemi utili ai nuovi scrittori. La
prima classificazione di cui si abbia notizia
risale a Platone, il quale distingueva, quanto
al contenuto, il g. serio (epopea, tragedia) e
il g. faceto (commedia, poesia giambica); quanto
ai modi della rappresentazione, il g. mimetico o
drammatico (tragedia, commedia), quello
espositivo o narrativo (proprio di quelle forme,
come il ditirambo e il nomo, che i greci
indicavano come «liriche») e quello misto (epopea).
A tale ordinamento era connessa anche una
gerarchia di valori, fondata sul concetto di
arte come «mimesi» e sul grado di passionalità
che un'opera può suscitare nel lettore o
spettatore; in questa prospettiva risultavano al
primo posto gli inni in onore degli dei e degli
eroi, al secondo i poemi epici, al terzo il
dramma che, proprio perché dotato di una forte
carica emozionale, veniva condannato come
corruttore di animi e di costumi.
Ma sullo sviluppo della teoria dei g. un
influsso incomparabilmente superiore esercitò
Aristotele che, nella Poetica, tracciò una
bipartizione della letteratura in drammatica e
narrativa e, rovesciando lo schema platonico,
indicò nella prima la forma più perfetta di
poesia, in quanto capace di sublimare le
passioni attraverso la catarsi. Della tragedia
il filosofo fissò poi alcuni caratteri salienti
(argomento di tono elevato e morale, successione
delle parti, unità d'azione ecc.), senza parlare
mai, però, di g. o di «regole». Furono invece i
peripatetici, e più tardi i filologi
alessandrini, a desumere dalle indicazioni
aristoteliche l'idea di g. e di «norma»,
vietando fra l'altro la mescolanza di forme
poetiche diverse e assegnando a ciascuna di esse
determinati contenuti e usi linguistici, metrici,
stilistici. Si giunse così a quella
codificazione degli istituti letterari che dal
mondo ellenistico passò al mondo romano (attraverso
opere come l'Ars poetica di Orazio e la
Institutio oratoria di
Quintiliano), divenendo
materia d'insegnamento nelle scuole.
DAL MEDIOEVO AL CINQUECENTO
Anche nel
medioevo
si mantenne viva la dottrina dei g., ma in
quest'epoca si verificarono notevoli spostamenti
rispetto alla sistemazione aristotelica, sia
perché era andato smarrito il testo della
Poetica, sia perché erano fioriti nuovi
componimenti (la canzone di gesta, la sacra
rappresentazione, la visione ecc.) che
sfuggivano alla normativa classica. Il testo
base divenne allora la Rhetorica ad Herennium,
allora ritenuta ciceroniana, dalla quale si
ricavarono tre g. o stili: la tragedia, opera
con finale tragico e in linguaggio sublime; la
comedía, opera a lieto fine scritta in una
lingua dimessa; l'elegia, opera d'ispirazione
sentimentale e dolorosa. Riapparsa nel 1536, in
pieno rinascimento, la Poetica di Aristotele
divenne una sorta di Bibbia per i teorici e
trattatisti italiani: dimentichi della
disposizione fondamentalmente sperimentale che
aveva caratterizzato la stagione più viva
dell'umanesimo, essi irrigidirono ulteriormente
le osservazioni del filosofo greco,
trasformandole in leggi cui dovevano conformarsi
sia i poeti che i critici. Non bastando poi gli
sparsi suggerimenti aristotelici, si procedette
a tutta una serie di complicate integrazioni e
specificazioni: all'unità d'azione G.C.
Scaligero aggiunse l'unità di tempo e L.
Castelvetro quella di luogo; la bipartizione in
drammatica e narrativa fu sostituita dalla
tripartizione in epica, drammatica e lirica;
accanto ai vecchi g.l. s'introdussero il dramma
pastorale, la tragicommedia, il poema
cavalleresco, il melodramma ecc. Fu il trionfo
del «regolismo», in tutto conforme a un'estetica
che faceva perno sull'idea d'imitazione; e per
intendere fino a che punto il codice retorico
agisse sul processo della poesia, basti pensare
alle infinite dispute intorno al poema di
T.
Tasso e al rifacimento della Gerusalemme
liberata in Gerusalemme conquistata.
DAL SEICENTO AL NOVECENTO
Il predominio dei
g.
durò fino al la seconda metà del sec.
XVIII,
diffondendosi dall'Italia in tutti gli altri
paesi europei. Fu una tirannia, però,
continuamente minacciata da revisioni,
lacerazioni e rivolte. Già alla fine del
Cinquecento Giordano Bruno aveva sostenuto che
tanti sono i g. quanti sono i poeti; più tardi
G.V. Gravina affermò che i g. costituiscono un
impedimento sia al retto giudizio sia
all'operare poetico; e altre critiche vennero
poi mosse da L.A. Muratori, P. Rolli, T. Ceva.
Ma, nella stragrande maggioranza dei casi, i g.
continuavano a essere rispettati, talvolta come
strumenti d'interpretazione storica (G.B. Vico),
talaltra come principi metastorici, bisognosi
però di nuovi arricchimenti e adeguamenti,
specie nel campo dell'epica (Voltaire, Saggio
sulla poesia epica, 1726) e della drammatica (D.
Diderot, Discorso sulla poesia drammatica,
1758). Neppure i romantici giunsero a
disconoscere la validità delle tradizionali
ripartizioni. Anzi, a cominciare da F. Schlegel,
essi caricarono i g. di significati filosofici,
preoccupandosi di contrappone forme moderne a
forme antiche. Così Goethe esaltava la lirica,
l'epopea e il dramma come le uniche espressioni
poetiche direttamente suggerite dalla natura; F.
Schiller prospettava una distinzione tra poesia
«ingenua», propria dell'età classica (quando gli
uomini vivevano in armonia con la natura), e
poesia «sentimentale», propria dei secoli
successivi all'avvento del cristianesimo; A.W.
Schlegel parlava di poesia antica del «possesso»
e di poesia moderna della «nostalgia»; e F.
Schelling chiamava la prima «poesia del finito»
e la seconda «poesia dell'infinito». Infine
Hegel, nella sua Estetica, ridava
valore alla tripartizione classica dei g.l.
fondamentali, ripercorrendone lo sviluppo e
indicando i caratteri e le ragioni della loro
dissoluzione.
L'impostazione hegeliana fu
sviluppata con richiami a Vico da F. De Sanctis,
il quale considerò i g. nel loro evolversi
storico e ciclico. Successivamente, nel clima
positivistico della seconda metà del sec.
XIX,
il g.l. venne addirittura concepito come un
organismo biologico che sorge, cresce e muore.
La più clamorosa formulazione di questa teoria
fu esposta dal francese F. Brunetière nel
trattato L'evoluzione dei generi nella storia
della letteratura (1890); ma ad analoghi
principi s'ispirarono anche gli italiani A.
D'Ancona e P. Rajna, esponenti, ambedue, del
cosiddetto «metodo storico».
Avversario implacabile del positivismo, B.
Croce, tra la fine del sec. XIX e il principio
del XX, elaborò la prima sistematica
confutazione dei g.l. Ridotta l'arte a
intuizione pura, ad atto individuale,
irripetibile e indivisibile, il g.l. diventava,
nella sua estetica, un mero pseudoconcetto, uno
schema di comodo privo di qualsiasi valore
storico o gnoseologico. Tale condanna fu
accettata da tutta la critica italiana
d'indirizzo idealistico; e a conclusioni non
dissimili da quelle di Croce pervenne, per altra
via, anche il filosofo americano J. Dewey (Arte
come esperienza, 1934). Inoltrandoci nel nostro
secolo, tra le file dei postcrociani più
sensibili a istanze storicistiche (o,
all'inverso, stilistiche), s'incontra nuovamente
l'esigenza di studiare i g., non più a scopo
definitorio o normativo, bensì col proposito
d'intendere la funzione che essi hanno assolto
nel corso dei secoli. Ma soltanto, con
l'apertura alle nuove metodologie europee e
americane il g. letterario è divenuto oggetto,
anche in Italia, di studi sistematici: da un
lato la critica sociologica (sociologia della
letteratura) vede nei g. il tramite
indispensabile tra opera e destinatario, tra
autore e ambiente sociale ed economico;
dall'altro la critica strutturalistica e
semiologica (strutturalismo) volge l'attenzione ai g. per
analizzare i legami tra singola opera e sistema
letterario, e per registrare gli scarti che ogni
capolavoro realizza nei confronti della norma
codificata.
I GENERI «MINORI»
Uno degli effetti della
diffusione, negli studi letterari, delle nuove
impostazioni sociologiche o strutturalistiche è
stata la parziale neutralizzazione
dell'opposizione tra letteratura «alta» e generi
«minori», di consumo, quali il poliziesco, la
fantascienza, l'horror, la fantasy ecc. Queste
ultime sono produzioni letterarie nelle quali ha
un peso prevalente il ricalco di schemi
narrativi studiatamente congegnati e ben
collaudati al fine di massimizzare la
probabilità di piacere immediatamente ai lettori
e di riscuotere ampi successi di vendita. Quanto
di più lontano si possa immaginare, dunque,
dall'idea di atto individuale irripetibile. In
alcuni casi, romanzieri consacrati come A.
Huxley nella fantascienza o G. Greene nel genere
spionistico hanno dato alcuni dei loro risultati
più compiuti e convincenti quando hanno
accettato i vincoli degli stereotipi nel
soggetto e nella trama, salvo variarli da par
loro, come metafora di leggi arbitrarie contro
le quali si confronta l'individuo. L'idea che la
forma romanzo consegnataci dalla tradizione
letteraria «alta» sia storicamente defunta e che
i tentativi per prolungarne l'esistenza non
facciano che sottolinearne il distacco e la
sordità rispetto al mondo d'oggi ha prodotto una
rivalutazione, presso molti critici (in Italia,
per esempio, O. Del Buono), dei generi letterari
di consumo, se non altro come testimoni del
proprio tempo e delle sue inquietudini. La
narrativa di genere è raramente innovativa o
sovversiva: i casi più intricati vengono risolti,
i crimini puniti, i complotti sventati ecc.
Tuttavia, è soprattutto in questo tipo di
produzione che si rispecchiano le facili
speranze e le paure profonde suscitate nella
società odierna dal progresso tecnologico (i
romanzi di I. Fleming o di M. Crichton),
l'attesa angosciosa della catastrofe sociale (i
disastri aerei, le crisi finanziarie, le
epidemie incontrollabili), la più sottile
angoscia che qualcosa di terribile possa
esplodere nell'intimo di ciascuno, nelle pieghe
più riposte della psiche (i romanzi di
S. King).
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