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GENERI LETTERARI
I generi letterari sono categorie retoriche mediante le quali si
classificano le opere in base a caratteristiche di contenuto e di forma.
Il genere nasce e si codifica infatti dalla stretta correlazione fra
determinati temi e specifiche scelte formali. Esso può avere una
normatività interna forte, se poco soggetto a cambiamenti strutturali, e
debole se è suscettibile di variazioni e modifiche. Categorie che vivono
nel tempo, i generi sono sottoposti al condizionamento e al cambiamento
del sistema letterario e sopravvivono se capaci di cambiare funzione
nell'ambito della nuova realtà artistica.
Il concetto di genere letterario è un concetto complesso che ha avuto una
lunga storia, tra accettazione, imposizione, tenue adesione e rifiuto. Fin
dall'antichità la riflessione estetica e in particolare la riflessione
sulla letteratura si è infatti interrogata sul significato e sul valore
del concetto di genere.
Ogni opera letteraria è un'individualità con caratteristiche proprie
elaborate dall'autore o dagli autori che l'hanno creata, ma essa non è un
organismo astratto, assoluto, senza condizionamenti. Nasce infatti in un
tempo e in uno spazio storicamente determinati, frutto di un'esperienza di
vita e di cultura, frutto di un rapporto ben preciso e attivo con la
tradizione e il sistema letterario. In ogni testo vive sempre un rapporto
stretto tra tradizione e innovazione, tra fedeltà e scarto, tra
rielaborazione e originalità. Per questo motivo non solo i critici e i
filosofi della letteratura, ma anche gli autori, più o meno
consapevolmente anche senza arrivare esplicitamente a una dichiarazione di
poetica, si sono imbattuti nel concetto di genere letterario.
In modo esplicito e come riflessione dichiarata il concetto nacque in
Grecia verso la fine del V secolo a.C., quando, di fronte ai capolavori
del passato come per esempio i testi omerici, si cercò di ricavare da essi
degli schemi utili ai nuovi scrittori. Già Platone elaborò una prima
distinzione sia in base al contenuto, distinguendo il genere serio
(epopea, tragedia) e il genere faceto (commedia, poesia giambica), sia in
base ai modi della rappresentazione, distinguendo il genere mimetico o
drammatico (tragedia, commedia), quello espositivo o narrativo (ditirambo,
nomo) e quello misto (epopea). Il filosofo greco non escludeva in questa
classificazione una gerarchia di valori fondata sul concetto di arte come
mimesi e sul grado di passionalità che un'opera può suscitare nel lettore.
Così, ad esempio, il dramma, proprio perché dotato di una forte carica
emozionale, veniva condannato come corruttore di animi e di costumi.
Un influsso decisivo sulla teoria dei generi esercitò però Aristotele che,
rovesciando lo schema e la gerarchia di Platone, tracciò nella Poetica una
bipartizione della letteratura in drammatica e narrativa, indicando nella
prima la forma più perfetta di poesia in quanto capace di sublimare le
passioni attraverso la catarsi. Della tragedia il filosofo indicò anche i
tratti salienti senza parlare mai tuttavia di generi o di regole.
Le idee aristoteliche furono riprese e sviluppate dai grammatici
alessandrini che incominciarono a individuare e codificare delle norme ben
precise e iniziarono a condannare la mescolanza di forme poetiche diverse.
Nacque così una codificazione degli istituti letterari che passò al mondo
romano, che ebbe la sua più famosa e vistosa applicazione in opere come
l'Ars poetica di Orazio e l'Institutio oratoria di Quintiliano.
Anche nel Medioevo si mantenne viva la dottrina dei generi, ma si crearono
necessari cambiamenti, sia perché non si conosceva la Poetica di
Aristotele (il testo base era l'anonima Rhetorica ad Herennium, ritenuta
tuttavia di Cicerone), sia perché nacquero nuove forme poetiche (canzone
di gesta, sacra rappresentazione…) non codificabili in base ai vecchi
schemi. A una rigida teoria dei generi, dunque, il Medioevo privilegiò una
dottrina degli stili, distinguendo la "tragedia", opera con finale tragico
e in linguaggio sublime (gravis) che comportava una rigorosa selezione
formale; la "commedia", opera con finale lieto e in linguaggio umile
(humilis), più aperta ai vari registri linguistici; e l'"elegia", opera
d'ispirazione sentimentale e dolorosa in stile mediocre, ossia medio,
moderato (mediocris).
La scoperta della Poetica di Aristotele nel Cinquecento e l'ampio
dibattito che essa suscitò in pieno Rinascimento italiano comportarono un
irrigidimento del concetto di genere con la nascita di una rigorosa
precettistica per autori e critici non priva di polemiche accese. La
bipartizione aristotelica fu sostituita dalla tripartizione in epica,
drammatica e lirica e accanto ai vecchi generi letterari furono introdotti
il dramma pastorale, il poema cavalleresco, il melodramma ecc.
Il predominio dei generi durò fino alla metà del XVIII secolo, non sempre
incontrastato, per l'opposizione di illustri critici e filosofi (come
Giordano Bruno). Nemmeno i romantici giunsero a disconoscere completamente
l'istituto dei generi, anzi lo caricarono di significati filosofici,
preoccupandosi di opporre forme moderne a forme antiche. Successivamente,
nel clima positivistico del secondo Ottocento, i generi vennero
interpretati come veri e propri organismi viventi nel loro evolversi
storico e ciclico.
La prima sistematica confutazione del sistema dei generi si ebbe
all'inizio del XX secolo con il filosofo Benedetto Croce. Nell'ambito di
un'estetica che considerava l'opera d'arte come un atto individuale e
irripetibile, il genere letterario venne ridotto a semplice schema di
comodo privo di qualsiasi valore storico o gnoseologico.
Nella seconda metà del XX secolo con la diffusione di nuovi orientamenti
critici, in particolare la semiologia e lo strutturalismo, si è tornati a
volgere l'attenzione al genere letterario, categoria utile per analizzare
i legami tra singola opera e tradizione letteraria e per comprendere gli
aspetti di novità che ogni opera originale apporta nei confronti del
passato e delle norme consolidatesi.
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