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Henrik Ibsen (Skien 1828 - Oslo 1906) Scrittore e drammaturgo norvegese. Fu tra i più grandi drammaturghi di tutti i tempi. La sua arte si esprime nel profondo dissidio tra l'ideale e la realtà, in polemica nei confronti dell'ipocrisia della società. Le sue opere si caratterizzano per una tristezza di fondo conseguente l'esame profondo e tormentato dell'animo umano e delle sue contraddizioni. Tra i suoi scritti si ricordano: Casa di Bambola (1879); Peer Gynt (1867); Hedda Gabler (1890); Quando noi morti ci destiamo (1899). L'anatra selvatica Il primo dei cinque atti si svolge in casa del grossista Werle, gli altri nell'appartamento del fotografo Hjalmar Ekdal. L'esistenza del fotografo Hjalmar è una finzione; per l'attività pratica egli trova un surrogato nella grande "scoperta" scientifica che ha in mente e alla quale si convince di credere e far credere gli altri. Hjalmar è amleticamente malinconico, idolatrato dalla figlia Hedvig, rispettato e curato dalla moglie, idealizzato dal compagno di scuola, Gregers Werle. Le "esigenze ideali" tanto nutrite in certe opere precedenti e particolarmente in Brand si trovano giustificate anche in questo dramma, che in molti sensi è un resoconto degli sbagli morali e delle esagerazioni umane in precedenza sostenute da Ibsen. Hedvig, rappresenta l'integrità e la verità, ed è disposta a sacrificarsi per il padre. Questa ragazza che dà tutto di sè nella lotta fra gli adulti fino ad arrivare al suicidio è l'unico personaggio del dramma che rimane interamente simpatico a Ibsen. Ma nemmeno la morte di Hedvig riesce a rompere la stagnante atmosfera di quotidiana mediocrità. Solo la madre piange dinanzi al corpo esamine: è un pianto prosaico, semplice, umano; gli altri continuano a declamare la loro parte grottesca e spettrale. Il vecchio Ekdal, padre di Hjalmar, rappresenta il "tempo perduto": è una figura d'eroe incompreso e inconsolabile, una parodia del tragicomico. Patetico e commovente, risulta il personaggio più "umano" del dramma; ha molti tratti in comune con il padre di Ibsen. Relling, il medico, amico della famiglia Ekdal, cerca di convincere gli uomini che nessuno sa sopportare la verità, che la "menzogna vitale" può essere la base della felicità. Relling è forse il personaggio più cinico che Ibsen abbia creato. Allo stesso tempo egli è umano e comprensivo quando in una frase significativa dice: "Se togli la menzogna vitale a una persona media, le togli, allo stesso momento, la felicità". Se il pastore Brand nel dramma omonimo è l'integer vitae, l'incarnazione del vero assoluto, la coscienza collettiva dell'umanità, Gregers Werle (che ne L'anatraselvatica è il suo corrispettivo), viene presentato con ironia, quasi con antipatia. Con la sua "esigenza ideale" e la sua "febbre di giustizia" diventa ridicolo e patetico. Il ritratto di Gregers Werle è una dura autocritica da parte di Ibsen, che si libera dell'idealismo dei drammi precedenti, in cui i personaggi erano modelli assoluti, non umani. Il simbolismo ibseniano si nota già nei primi drammi, per esempio in PeerGynt, ma neL'anatraselvatica i simboli sono molto più importanti, più essenziali. Psicologicamente questo dramma è la raffigurazione di destini umani nella loro realtà quotidiana. Si potrebbe perfino constatare come qui il simbolismo si trovi in uno stato di transizione. L'anatra selvatica con le ali colpite, simbolo delle illusioni tradite, si trova addirittura sul palcoscenico, nascosta in un cesto e non vista dal pubblico, ma sempre presente come un memento della situazione interna del dramma, dell'ambiente chiuso, soffocante, in cui si svolge. Il simbolo dell'anatra dà così il via a un'intreccio secondario che arricchisce con sfumature essenziali l'azione drammatica. La tecnica di portare il simbolo al livello di parziale realtà è stata imitata più tardi da altri scrittori tra i quali Čechov, che nel Gabbiano si serve di un uccello simbolico. Un critico norvegese, Jonas Lie, aveva probabilmente ragione constatando: "In fin dei conti siamo tutti quanti povere anatre selvatiche qui sulla terra". Ibsen stesso chiamò L'anatra selvatica una tragicommedia, ma è una tragicommedia in cui tragico e comico sono due facce della medesima realtà Brand Questo "dramma della personalità" fu iniziato come poema epico in pentametri giambici, ma secondo l'autore assunse la nuova forma sotto la suggestione dell'arte michelangiolesca. E' il dramma della vocazione personale. Il protagonista, il pastore Brand, vuole costringere sua madre a regalare tutto ciò che possiede. Egli si rifiuta di salvare la vita del figlio malato ostacolando il trasferimento della moglie con il bambino in un clima più mite. Dopo la morte del figlio obbliga la moglie a regalare i vestiti del bimbo a una zingara, tagliando in questo modo l'unico legame che la donna aveva ancora con la vita. Ibsen ammirava la figura di Brand con il suo carattere "inumanamente duro come il granito". Componendo il suo dramma si rende però conto che la voglia del sacrificio, la spinta verso il "tutto o nulla" include anche una certa "ghiottoneria" ascetica, un piacere nel soffrire. Nella scena finale Brand sente che il ghiaccio della sua anima si sta sciogliendo e pian piano si sta accorgendo che gli enormi sforzi di volontà non l'hanno avvicinato a Dio nemmeno di un passo. Il disumano fanatismo religioso nell'epilogo s'infrange contro la volontà del Deus caritatis. Sono enigmatiche le parole finali. Difficilmente e in contrasto a ciò che hanno sostenuto parecchi studiosi, si può considerare "di carità" il Dio che fa morire il pastore Brand sotto una slavina di neve. Controfigura del romantico sognatore e bugiardo Peer Gynt, Brand è accanto a Gregers Werle dell'Anatra selvatica, uno dei più ardui rappresentanti della "esigenza ideale" di Ibsen. Il personaggio di Brand oscilla tra realtà e simbolo, acquistando nel dramma rilievo e concretezza tali da imprimere all'azione un forte impeto lirico. Le maggiori riserve riguardano l'aspetto teatrale: ogni atto costituisce un tutto a sè, senza unità di tempo nè di luogo, e l'azione drammatica non è organicamente sviluppata. Le possibilità sceniche dei teatri nordici dell'epoca non erano tali da permettere rappresentazioni del sublime scenario boreale che fa da cornice al dramma. Nel Brand drammatico è rimasto molto del primitivo poema epico. La poesia del dramma è un getto vulcanico di collera biblica soltanto leggermente temperato da qualche passo lirico. Nonostante questo, il programma di base dell'opera è l'affermazione d'una personalità etica, che vuol riformare un costume sociale decaduto a pura convenzione. Questo tentativo fallisce, forse perchè Brand non possiede la fiammella di gioia così fondamentale nel suo antipodo Peer Gynt. Il dramma personale di Brand sta nel fatto che anche lui "soffre" di ambivalenza: anche in lui ci sono le caratteristiche d'un Peer Gynt. L'autosufficienza non basta: "Noi non vogliamo scrutare nei cuori degli uomini, non è compito di esseri impastati col fango, ma del loro Creatore". Il pastore Brand ha una certa affinità con Faust, in quanto ambedue sono sottoposti a un estremo percorso spirituale e psicologico. I personaggi secondari servono solamente a dare rilievo al protagonista assoluto. La figura di Gerd, per esempio, cade fuori dalla cornice della realtà drammatica: rappresenta il fantastico ed è portatrice di simboli: nella prima scena Gerd sta cacciando un'aquila; nell'ultima si occupa ancora della caccia, questa volta crede d'aver ucciso un falco. A terra l'uccello si rivela una colomba. La tecnica ibseniana di porre termine a un dramma con frasi che dischiudono possibilità di interpretazioni duplici o triplici si nota anche nel Brand. La soluzione dei problemi sembra sfuggire anche a Ibsen stesso. I tracciati iniziali per soluzioni brevettate vengono abbandonati. La potenza teistica denominata Deus caritatis non è necessariamente il simbolo della fede ibseniana. Potrebbe anche darsi che questa concezione religiosa contrasti completamente con le idee dell'autore. Alla fine Ibsen forse non sta dalla parte di Brand. Talvolta le scene e perfino gli atti del dramma terminano in frasi o sentenze quasi proverbiali. Questa tecnica dello strong curtain serve a porre in rilievo e a sottolineare talune tesi sostenute da Henrik Ibsen, il quale con Brand divenne lo scrittore alla moda nei Paesi scandinavi. A questo fatto contribuì moltissimo la forza profetica, quasi apocalittica, del poema drammatico, che in un solo anno ebbe ben quattro edizioni. Casa di bambola Nora falsifica all'insaputa del marito una cambiale per salvargli la vita. Quando viene scoperta, lo abbandona avendo a sua volta scoperto l'egoismo meschino di lui. Così Nora non è quel simbolo dell'egoismo femminile che molti hanno preteso; è piuttosto la rappresentante dell'incapacità di conseguire la volontà d'assoluto. Nora possiede una capacità che molte volte è stata contestata dai "moralisti" dell'epoca, e anche da quelli moderni: ha la volontà di chiudere gli occhi sui fatti spiacevoli. In questo modo Casa di bambola, anzichè essere una tipica tragedia ibseniana, diventa una testimonianza dell'impossibilità. Il contenuto ideologico del dramma non si sarebbe creato senza la polemica intorno ai diritti della donna, nella metà dell'Ottocento. Non si può negare il fatto che Ibsen tendesse a contrapporre la donna istintiva e spontanea all'uomo calcolatore ed egoista. Almeno all'inizio della sua attività letteraria Ibsen vedeva con simpatia il movimento femminista. Nel gioco crudele delle anime e via via che i personaggi prendono forma individuale, viene illustrata la duplicità dell'umana natura che è un'antitesi tra l'essere e il parere, tra le due verità, quella interna e quella esterna. La teatralità degli atteggiamenti nasconde solo apparentemente la sincerità dei sentimenti. Le accuse reciproche, nel finale del dramma, e l'addio di Nora contengono non poco di melodrammatico e danno così un'immagine sincera della natura umana con tutte le passioni, debolezze e contraddizioni. Dal punto di vista teatrale Casa di bambola è un passo importante verso la concentrazione delle tre unità, specialmente quella del tempo, anche se qui il dramma ibseniano non si svolge ancora in una sola giornata. Ma gli accenni al passar del tempo sono numerosi, come l'insistenza con cui Nora guarda l'orologio per vedere quante ore le rimangono da vivere. Ibsen però non appartiene a una determinata scuola letteraria, nè a quella dei classicisti francesi, nè a quella dei naturalisti. Influenzato dalle tendenze della sua epoca, ha saputo imporre alle sue opere l'impronta di una fortissima personalità artistica. Cesare e Galileo Questo dramma "doppio", costituito cioè da due parti, ciascuna di cinque atti, è secondo la definizione dello stesso Ibsen "uno spettacolo di storia mondiale". E' frutto di letture approfondite e ricerche minuziose più che un'opera drammatica degna del suo autore. Il peso del materiale storico minaccia di soffocare la resa teatrale. La prima parte, L'apostasia di Cesare, narra come Cesare (cioè Giuliano che fu detto l'Apostata), da giovane non accetta il cristianesimo "ufficiale": l'abisso tra teoria e vita pratica è troppo grande. Come un Faust antico, viaggia da un posto a un altro per allargare la sua conoscenza della vita. Con delusione trova che gli ideali cristiani stanno cedendo nuovamente di fronte alle consuetudini pagane e ai vizi: ubriachezza e orge sessuali. Indeciso e insoddisfatto, Giuliano diventa ribelle, e tra il cristianesimo e il paganesimo sceglie il "terzo regno" nella concezione di vita offertagli dal mistico Massimo di Efeso. Il messaggio di Massimo diventa la sintesi di molte forze contrastanti che opprimono gli uomini. Dopo aver lottato con se stesso, Giuliano si mette a combattere, apertamente, il cristianesimo, anche se non lascia del tutto la sua precedente fede. Ambiguo risulta perciò il carattere di questo personaggio ibseniano, straordinariamente vago e perfino troppo irreale. Nella seconda parte, Giuliano imperatore, il protagonista è diventato imperatore. Proclama la libertà di fede, ma viene spinto a perseguitare i cristiani. In una battaglia contro i Persiani muore, mentre i suoi soldati attaccano il nome di Cristo, figlio della terra di Galilea. La frase finale è: "Hai vinto, Galileo!". Cesare e Galileo è un dramma realistico, forse troppo caotico nella sua macchinosità (con 57 personaggi). La problematica era scottante per Ibsen stesso e per molti altri del periodo: come saper scegliere tra Dio e Cesare, come essere cristiani e allo stesso tempo tentati e lusingati dalla posizione mondana d'una personalità importante come lo era già Ibsen? Per lui la carità e l'amore verso gli altri rimanevano sempre i dati essenziali del cristianesimo. Proprio là nasce il dilemma di colui che tende alla ribellione. La "soluzione" viene additata nel sogno d'un "terzo regno", in una sorta di fusione tra il mondo cristiano e quello laico. Le teorie sul determinismo e sulla predestinazione non sono inattacabili dal punto di vista filosofico, ma nel dramma ibseniano rendono fertile il terreno della fantasia e della speculazione. Ci sono allusioni alle scienze darwiniane e alla filosofia di Schopenhauer: ciò che esiste non esiste, e ciò che non esiste esiste. Al relativo insuccesso di Cesare e Galileo contribu lo stile: battute lunghe, declamatorie, cerimoniose: è il linguaggio del Rinascimento trapiantato nell'ambiente del quarto secolo. Quel minimo di risonanza che il dramma ebbe fu forse dovuto più alla fama già considerevole di Ibsen che alle sue qualità letterarie. Le colonne della società Scenicamente perfetto, il dramma diventò subito un pezzo di teatro molto rappresentato in Europa alla fine del secolo scorso. Ibsen critica duramente il conservatorismo politico, i cui rappresentanti prima lo avevano considerato un loro sostenitore. Il dramma si svolge in un ambiente della piccola borghesia reazionaria, al cui centro c'è il console Bernick, "colonna morale della società", che vive in realtà da oltre quindici anni una vita di inganni: ha infatti sedotto e abbandonato una giovane che per il dolore ne è morta, e ne ha lasciato ricadere la colpa sul fratello minore di sua moglie Betty, Giovanni Tonnesen, emigrato subito dopo in America con la sorellastra Lona. Nella piccola e operosa città dove vive, Bernick è considerato un uomo rispettabile e potente. Improvvisamente Giovanni e Lona fanno ritorno a casa e le accuse di Bernick si rivelano false, mettendolo di fronte alla necessità di confessare gli errori commessi tanti anni prima. Spinto da Lona, che è forse l'unica donna che lo abbia amato, fa pubblica ammenda e riscatta così la lunga parentesi in cui è vissuto. Le colonne della società è stato giudicato il primo dramma di Ibsen che mette in rilievo i problemi dell'individuo di fronte alle esigenze della società. Il carattere simbolico espresso nel titolo viene sottolineato quando Lona, alle parole di Bernick: "Le colonne della società siete voi donne", replica: "No, ti sbagli, lo spirito della verità e della libertà: ecco le colonne della società". Dietro il dramma c'è tutto un retroscena di polemiche politiche e intrighi tra Ibsen, i suoi sostenitori e i suoi avversari. A parte questo, Le colonne della società rimane un dramma che, al contrario di alcune altre opere teatrali dello scrittore norvegese, conserva una straordinaria freschezza nel linguaggio e nella composizione. Come per molte altre sue opere, Ibsen ha rielaborato varie volte anche questa: del primo atto sono conservate cinque varianti, ma pare che Ibsen ne abbia scritte altre. Proprio per questo i personaggi, anche quelli secondari, sono elaborati con grande cura. Perciò il valore artistico rende il dramma efficace ancora oggi, nonostante le differenze politiche e sociali tra la nostra epoca e quella di Ibsen. Il costruttore Solness Si può definire il dramma della coscienza d'un uomo che, anziano, s'innamora di una donna giovane e non è capace di liberarsi dalla responsabilità e da un senso di colpa di fronte alla sua famiglia. Il costruttore Solness è in un certo senso, un nouveau riche. E' un uomo affermato e di bell'aspetto. E' tormentato dal senso di colpa di fronte alla moglie Aline, simbolo del dovere morale. Il peso sulla sua coscienza aumenta fino a portare alla crisi quando incontra una giovane donna senza complessi, Hilde, che lo ama. Solness si domanda se ha il diritto di abbandonare la moglie, se la felicità può essere acquistata a spese di un'altra persona. Ma sarà la morte a cancellare questo punto interrogativo: nonostante le vertigini che da tempo lo affliggono, Solness si lascia persuadere e sale sul tetto dell'ultimo palazzo che ha progettato per attaccarvi la corona per la festa dell'inaugurazione. Mentre sta scendendo cade dalle impalcature e muore. Il dramma rispecchia la situazione interiore di Ibsen, cresciuto sotto una forte etica del dovere. Con la sua attività letteraria aveva cercato di "compensare" questa tensione per liberare se stesso e allo stesso tempo i suoi contemporanei, dato che egli considerava la sua situazione frutto dell'atmosfera oppressiva dell'epoca. A un'età più che matura, Ibsen comincia a sentire sempre più forti le esigenze del calore e della giovinezza: diventa necessario rinnovarsi per non stagnare e per non ripetersi. Nuove tendenze si fanno vive tra gli scrittori dell'epoca. Il giovane Hamsun critica duramente i drammi ibseniani, considerandoli esponenti d'un tempo passato in cui la realtà psicologica veniva trattata soltanto superficialmente. Ma Hamsun esagera: nel Costruttore Solness Ibsen ha voluto senza dubbio dare la sua spiegazione psicologica alle reazioni del protagonista, che in fin dei conti ha molto in comune con il suo autore. La pubblicazione diede origine a discussioni e polemiche letterarie. La prima rappresentazione ebbe luogo a Londra nel dicembre 1892. Due mesi più tardi avvenne la rappresentazione a Berlino e poi in seguito sui palcoscenici più importanti d'Europa. La donna del mare La protagonista Ellida è stata la fidanzata di un marinaio. Partito lui, lei sposa un vedovo, il dottor Wangel. Questi ama la moglie, ma lei non è capace di contraccambiare il suo amore, essendo sentimentalmente ancora legata al marinaio, che dopo parecchi anni ritorna. Soltanto quando il dottor Wangel le concede la libera scelta tra loro due, Ellida rinuncia al marinaio, che parte per non tornare più. Ellida viene chiamata "la donna del mare" perchè è la figlia d'un guardiano di faro ed è, con tutta la sua esistenza, legata al mare. Il potere ipnotico del marinaio ha come base i ricordi d'infanzia di Ellida ma dipende anche dal fatto che "la donna del mare" non ha trovato nel marito sentimenti abbastanza forti da farle dimenticare l'affascinante marinaio. Solo al momento d'essere "sciolta" dai legami del matrimonio si accorge che l'amore del dottor Wangel è forse persino più forte di quello del marinaio e solo così può compiere una scelta. Già Kierkegaard aveva ribadito la tesi più tardi sottolineata da Freud: che per una mente malata il miglior rimedio consiste spesso nell'essere costretti a una scelta decisiva, nell'attuare "la situazione analitica". I dibattiti tendenziosi di Ibsen qui stanno cedendo terreno all'obiettività psicologica. Il dramma La donna del mare può essere considerato uno studio di fenomeni d'ipnotismo e di suggestione. In questo caso Ibsen è soltanto uno dei tanti esponenti che basandosi sulla "pseudomedicina" e sulla narrativa francese dell'epoca fecero parlare di sè come rappresentanti d'un movimento di moda. I motivi principali del dramma convergono con una delle teorie fondamentali di Ibsen, che un matrimonio deve per forza portar sfortuna se uno dei contraenti lo ha contratto senza amore o per interesse. Nella Donna del mare c'è anche un risvolto autobiografico: Ibsen non aveva mai completamente dimenticato Rikke Holst di Bergen, una donna con cui si era fidanzato nella stessa maniera dei due amanti nel dramma, legando insieme gli anelli e buttandoli nel mare. Tornato più tardi a Bergen, Ibsen ritrovò Rikke, già sposata e madre di famiglia. La prima rappresentazione del dramma ebbe luogo il 12 febbraio 1889, contemporanea-mente al Christiania Theater e al Teatro Reale di Weimar. In pochi anni La donna del mare venne rappresentato nei teatri più importanti del mondo, alternando successi e insuccessi. A Berlino al Schauspielhaus andò bene, mentre a Londra nel 1891 fu un fiasco assoluto. A Parigi La dame de la mer suscitò opinioni diverse: il critico Sarcey l'accusava di "oscurantismo", mentre i simbolisti ne erano entusiasti. Il più grande successo pare che l'opera l'abbia avuto in Italia, dove la "donna del mare" divenne la parte preferita di Eleonora Duse. Il dramma ha influenzato molti autori successivi tra i quali Pirandello. Edda Gabler Senza cambiamenti di scena, nello spazio di trentasei ore, si compie il destino di Edda Gabler, figlia d'un generale, sposata ma senza figli. La donna sogna una vita romantica piena di azioni importanti e una morte in bellezza. Incontra uno scrittore geniale, Ejlert Lòvborg, un mezzo alcolizzato. La compagna di questi, Thea, che è stata sempre l'appoggio di lui nel lavoro, suscita l'odio di Edda. Dopo diverse complicazioni la relazione d'amore tra Edda e lo scrittore viene troncata e Edda si uccide. Nelle sue prime opere letterarie Ibsen si era molto interessato al problema dei rapporti amorosi, alla circostanza in cui spesso due donne fanno a gara intorno a un solo uomo. Dopo il matrimonio il suo orientamento cambiò indirizzo a favore di altri problemi. Nell'età matura fiorisce di nuovo in più d'un dramma l'interesse per il tema amoroso, con due coniugi come protagonisti. La tragedia di Edda consiste non solo nell'incapacità di adattarsi a un ambiente mediocre, ma anche nelle contraddizioni della sua stessa natura. E' schiava delle convenzioni sociali e allo stesso tempo gelosa della propria libertà, al punto da respingere l'adulterio con l'intellettuale Lòvborg. E' dissimulatrice e crudelmente sincera al punto da confessarsi alla rivale. Ma tutto fallisce: Edda è stata educata a rappresentare una parte limitata nell'ambiente intorno a suo padre. Morto lui, non sa più dove volgersi o come comportarsi. Quando tutto intorno a lei precipita, finisce nel banale suicidio. Al suo gesto disperato fa da ironico contrappunto la nascente intesa tra Thea e il marito di Edda, Jòrgen, i due esseri mediocri, ai quali solo appartengono la vita e la felicità. La bella bambola della casa del generale è completamente ridotta a displaced person. Causa di questo fatto è che il suo posto in un ambiente borghese tende a diventare ancora più insopportabile in seguito all'insoddisfazione sessuale dopo il matrimonio. Suo marito non ha potuto darle la libertà femminile che lei cercava. Edda non ama suo marito e il bambino che aspetta le dà nausea. Diventa nervosa, irritabile, scontrosa, e comincia ad apprezzare le barzellette equivoche. La sua disperazione vendicativa la spinge a bruciare il manoscritto di un libro di Ejlert, essendo quel manoscritto il "figlio" di Ejlert e Thea. Edda è un personaggio tragico. E' intelligente, bella e piena di forza di volontà. Ma è paralizzata dall'ambiente esageratamente raffinato la cui educazione l'ha trasformata in parassita. Inoltre è una donna sfortunata che non riesce mai a incontrare un uomo con la personalità, la consapevolezza psicologica e la supremazia intellettuale per poter rompere le barriere che la circondano. Ejlert Lòvborg avrebbe potuto farlo, trasformandola in una donna capace di continuare a vivere, ma lui stesso non è privo di problemi. In lui c'è la spinta verso l'autodistruzione, un certo spleen o noia che gli fanno evitare le donne esigenti come Edda. Come esponente tipica dell'epoca, Edda Gabler è ultramoderna. Appartiene a una classe sociale predestinata a morire ed è così parente di molti personaggi letterari della seconda metà del secolo XIX (personaggi di Strindberg, Turgenev, Gončarov ecc.); rappresenta la vita estetica fino al suo limite estremo e possiede tendenze verso il decadentismo e il sadismo. E' un caso clinico costruito quasi sul modello del tardo naturalismo francese. Dell'epoca è anche la futura maternità di Edda: dietro le sue reazioni c'è una realtà psicofisica paragonabile al famoso caso della Signorina Giulia di Strindberg e agli atti incontrollati di parecchie altre protagoniste di drammi e romanzi francesi della fine dell'Ottocento. Psicologicamente Edda Gabler le supera tutte: con il dialogo Ibsen ha saputo rendere convincente l'irrazionalità e la complessità del personaggio. Il vero successo di Edda Gabler nei teatri fu reso possibile dall'interesse per la psicologia del profondo, che aprì nuove vie alla comprensione di molti motivi d'azione della protagonista. In Italia fu rappresentato parecchie volte da Eleonora Duse. Gian Gabriele Borkman Il protagonista, Borkman, ex direttore di banca e finanziere, ha sperperato i soldi che gli erano stati affidati. Viene condannato a cinque anni di prigione. Scontata la pena, cerca di riabilitarsi. ma si sente già vecchio e condannato psicologicamente. Viene ad abitare nella sua casa la cognata Ella, una volta amorosamente legata a lui, ma poi abbandonata per la carriera. Segnata dalla malattia, Ella desidera vivere gli ultimi anni accanto a Erardo, il figlio di Gian Gabriele Borkman. La madre di Erardo, cioè la moglie del protagonista, protesta: vorrebbe indurre il figlio a ristabilire l'onore della famiglia. Per sottrarsi alla cupa atmosfera familiare il giovane fugge di casa. La cognata accusa il vecchio Borkman di averla resa arida e infelice; sconvolto e deluso, lui esce di casa nel paesaggio di neve, prende congedo dalla vita e si lascia uccidere dal gelo. L'accusa principale contro Borkman non è di frode, ma di aver "ucciso" l'amore. E' il dramma più nietzschiano tra quelli di Ibsen. I sogni del successo di Borkman si alternano con il suo disprezzo da superuomo nei confronti della "grande massa". Il dramma è simbolico, ma qui i simboli non diventano predominanti come in alcuni altri drammi ibseniani. Il fondo realistico è talmente solido che affascina senza dar luogo a equivoci. Il protagonista è uno dei pochissimi ritratti che Ibsen fece di se stesso: un po' brontolone e spesso di cattivo umore, freddo ma insicuro sotto la superiorità leggermente arrogante. Il pubblico e i critici hanno reagito in maniere molto diverse. E' toccato specialmente al protagonista essere interpretato e giudicato in vari modi: è stato paragonato a Nietzsche, a un direttore d'industria, al potentissimo banchiere Krùger e perfino a Hitler! Con le nuove tecniche scenografiche si sono create possibilità per rappresentare meglio il dramma, che specialmente nel primo e nell'ultimo atto richiede cambiamenti di scena impensabili e non disponibili all'epoca della prima rappresentazione. Con il palcoscenico rotante e con le moderne tecniche di proiezione è diventato possibile rendere più suggestivo e meno statico particolarmente il quarto atto, che ha quasi un carattere "cinematografico". Un nemico del popolo L'opera vorrebbe essere una presa di posizione politico-sociale ed etico-morale. Il protagonista, dottor Stockmann, è medico in uno stabilimento di bagni termali, in una piccola città norvegese. Dopo una serie di analisi scrupolose, scopre che le acque dello stabilimento sono inquinate. Vuole pubblicare, sul giornale locale, una relazione che denunci il fatto, onde sollecitare i provvedimenti relativi, tra i quali la chiusura dello stabilimento. Il sindaco della cittadina, che è suo fratello, si preoccupa delle spese che occorrerebbero per garantire una sicura igiene e si oppone alla pubblicazione dello scritto, anzi fa di tutto per sabotare l'iniziativa e pian piano riesce a tirare tutti dalla sua parte. Il medico, d'altra parte tenta di parlare in pubblico, di spiegare le sue ragioni, ma dalla folla viene classificato come "nemico del popolo", vilipeso e infine cacciato, perchè la verità detta dalla sua bocca potrebbe affamare tutti gli abitanti. Il medico però non si lascia scoraggiare, persiste nella sua dura lotta. Viene licenziato come medico comunale, è costretto a chiudere lo studio privato e insieme con la sua famiglia viene perseguitato da tutti. Ma non si arrende: la sua ultima replica è questa: "Il più forte uomo del mondo è colui ch'è più solo". In questo dramma Ibsen allarga i confini ideali d'un problema accennato in Casa di bambola e negli Spettri: il problema della moralità e della sincerità come condizione d'una convivenza accettabile. Il principio etico è questo: se la maggioranza ha la forza, non sempre ha la ragione. La causa che Ibsen difende è poeticamente bella, socialmente sana, ma non si riesce lo stesso a comprendere come, nonostante la ricchezza della produzione ibseniana, appaia "priva di cuore". L'emotività della situazione polemica è sincera, ma il tono non convince. Le effusioni di Stockmann sono troppo esagerate per essere prese sul serio. Il medico ha ragione, ma il suo modo di agire, le sue speranze e condanne risultano spesso estremamente infantili. Lo stesso-Ibsen disse che il personaggio di Stockmann fu parzialmente abbozzato sulla figura di Bjòrnson con la sua cordialità, il suo senso di responsabilità verso la famiglia, la sua forza morale. La notte di San Giovanni Quattro giovani di mentalità diversa sono i protagonisti dell'opera. Due di loro, Birk e Anne, sono legati alla tradizione popolare nella quale le saghe e le canzoni del popolo costituiscono l'essenza della vita umana, mentre Giuliano e Giuliana considerano i troll e i folletti simboli di cognizioni filosofiche. Giuliano analizza e fa discorsi, si sente depresso, ma risulta ridicolo. Il Teatro nazionale di Bergen fu fondato nel 1850 dal compositore e violinista Ole Bull. Fino a quella data in Norvegia il linguaggio del teatro - come del resto anche il repertorio - era stato esclusivamente danese. Il nazionalista Bull aveva osservato lo studente Ibsen e lo aveva pregato di occuparsi del teatro nazionale. Dopo un viaggio all'estero, Ibsen fu assunto come "scenografo-istruttore" e presentò subito la commedia La notte di san Giovanni, concepita durante il soggiorno all'estero. L'ispirazione di base è il romanticismo nazionale: la letteratura dovrebbe dedicarsi a favorire tutto ciò che lega gli uomini al Paese di origine, "le avventure scordate dell'infanzia", "le melodie di foresta e di prato". La commedia è senz'altro influenzata da Shakespeare (Sogno di una notte di mezza estate), da O'hlenschlàger e da Heiberg, ma soprattutto è polemica con i teorici del romanticismo norvegese. Non avendo ancora esperienza teatrale, Ibsen in questa commedia appare inevitabilmente un principiante. I personaggi spesso mancano di spessore. La notte di san Giovanni è l'unica opera ibseniana che non sia stata pubblicata durante la vita dello scrittore. Ibsen semplicemente non ne voleva sapere. La prima rappresentazione al teatro di Bergen non fu un successo: lo spettacolo fu fischiato. Peer Gynt L'enorme successo del pubblico cancellò le critiche negative che specialmente in Danimarca erano state dure. Alle pedanterie critiche Ibsen stesso aveva risposto: "Il mio libro è poesia; e se non lo fosse, il concetto di poesia, nel nostro paese, in Norvegia si conformerà al mio libro...". Erano parole audaci, ma la profezia di Ibsen si avverò, e non soltanto per quanto riguarda la Norvegia. Peer Gynt è probabilmente l'unico dramma di Ibsen che, a lunga scadenza, sopravvivrà come arte teatrale. La sognante passività poetica del protagonista è descritta in versi - quasi esclusivamente tetrametri trocaici ritmati - in una trama di ritmi e di cadenze musicali-recitative. Ibsen stesso indicò a Grieg le parti da musicare: il monologo di Peer nel primo atto, la scena della donna verdevestita e quelle del castello di Dovre e del Gran Curvo nel secondo, la scena della morte di Aase nel terzo, la scena del canto di Solveig nel quinto e altre. Elaborando il dramma, lo scrittore si lascia sempre più convincere dalla poesia, dal bizzarro gioco poetico abbandonando pian piano gli ideali, storico-politici e psicologico-egoistici. Peer Gynt è l'antipodo di Brand: non è capace di compromettere l'"esigenza ideale", non vuol essere integro. E' un sognatore e come tale rispecchia una parte di Ibsen e di noi tutti. Nel dramma Peer Gynt c'è anche un riferimento all'accordo conclusivo con i Norvegesi per il loro comportamento verso i Danesi nel 1864. L'accordo, il "conto finale", si trova nelle parti satiriche del dramma. In una lettera scritta al suo editore danese, nel febbraio del 1868, Ibsen scrive tra le altre cose: "Ho saputo che in Norvegia il mio libro ha suscitato molto baccano: questo non mi preoccupa minimamente; ma lì come anche in Danimarca hanno trovato la satira molto più evidente di quanto io non avessi mai inteso. Perchè non si può leggere il libro come poesia? E' come tale che l'ho scritto. Le parti satiriche sono piuttosto isolate. Se però i norvegesi d'oggi - come addirittura sembra - riconoscono se stessi nella figura di Peer Gynt questo rimarrà un affare personale di quella buona gente". Ibsen rimproverava ai Norvegesi di non essere nella vita attiva al livello degli ideali nazionali che vantavano nei discorsi e negli scritti o che covavano nei loro sogni. Questi concetti morali, etnici, filosofici e magari anche politici, prendono forma letteraria in due personaggi - Brand e Peer Gynt - che nonostante le qualità personali molto diverse, quasi opposte, hanno anche tante cose in comune: il primo sacrifica tutto per realizzare i propri ideali, per "seguire la propria vocazione", l'altro manca all'intenzione che Dio aveva di lui, tradisce il compito di ogni essere umano: "essere se stesso". La realizzazione completa delle proprie qualità individuali era per Ibsen il significato assoluto della vita. A Bjòrnson scrisse nel 1882: "Nel corso della vita realizzare se stesso, questo lo trovo il colmo della capacità umana". Tutta la produzione letteraria di Ibsen gira intorno a questo concetto, descrivendo e analizzando allo stesso tempo gli ostacoli e le difficoltà che si oppongono allo svilupparsi completo delle doti personali. A ostacolare la realizzazione felice delle qualità innate d'un essere umano possono intervenire, consapevolmente o no, altre persone, il fallimento dei tentativi può essere causato da qualche "difetto" personale dell'individuo da "perfezionare". In Peer Gynt Ibsen si occupa degli impedimenti interni: il "conto finale" che porta a tante scuse evasive e a compromessi; l'egoismo (il "badare solo a se stesso"), il sognare a occhi aperti. Nella descrizione di Peer Gynt sognatore c'è una certa ironia critica contro i Norvegesi contemporanei di Ibsen: il romanticismo nazionale sognava una grandezza politica e culturale della Norvegia. Ma i sogni non bastano. Per realizzare un programma ci vuole iniziativa, senso del reale e attività pratica. La trama è ricca di trovate, di personaggi fantastici, spesso grotteschi: a tratti è oscura, gonfia di simboli ed esseri simbolici. Peer nasce dal mondo della poesia popolare: è il tipico fanfarone o spaccone, dai principi morali non molto solidi, che crede solo nella propria libertà. La sua prima impresa è quella di portar via una giovane sposa proprio nel giorno delle nozze e poi di abbandonarla. Il villaggio, naturalmente, non può avere una buona opinione di Peer: il quale vuol sposare la figlia del re dei troll, il Vecchio di Dovre. I troll sono esseri mitici, muniti di coda. Per avere la figlia del re, Peer deve compiere una rinuncia grandissima, quella della sua umanità. I troll gli attaccano la coda, ma Peer non compie fino in fondo la rinuncia, qualcosa si risveglia in lui, e fugge. Intanto c'è una ragazza che lo ama con devozione e lo aspetta sempre, Sol'vejg, una delle più belle creature di Ibsen, la fanciulla del giorno delle nozze. E c'è un'altra donna che, contro tutto e contro tutti, crede in lui e nelle sue fantasiose menzogne: sua madre Aase. Peer riesce a rivedere la madre morente e, proprio per il suo spirito, che non indietreggia di fronte ad alcuna impresa, la trasporta di corsa in Paradiso. Il tema centrale di Peer, come si è detto, è "sii te stesso". Alla ricerca di se stesso Peer va in Africa, diventa mercante di schiavi, poi imperatore in un manicomio egiziano. Torna in patria, dove compare il Fonditore di bottoni, il quale deve riportare Peer nella caldaia; difatti Peer era un bottone mal riuscito, non era stato capace neppure di peccare "perfettamente". In realtà Peer credeva di essere vissuto da uomo, ma era vissuto da troll, come gli dice il Vecchio di Dovre. Ma Peer aveva amato e la salvezza gli verrà da Sol'vejg. Peer Gynt è un personaggio complesso, contradittorio, perciò umano. E' un bugiardo bonario che non accetta la realtà o che piuttosto si crea la "sua" realtà. Con la battuta d'apertura del dramma ("Peer, tu racconti delle bugie!") la madre Aase mette allo scoperto la figura poetica e simbolica del protagonista, che del resto ha molto in comune con altri personaggi ibseniani (come Hjalmar Ekdal nell' Anatra selvatica). Nella ricca galleria di tali personaggi, Peer Gynt è il suo capro espiatorio ma nello stesso tempo il figlio prediletto. E' stato detto da Bjòrnson che "solo in Peer Gynt Ibsen realizzò se stesso perchè Peer Gynt è lui". Quel sognatore del Guldbrandsdal che "inutilmente calpesta la terra e inutilmente gode la luce del sole" è il portavoce della vena poetica del suo autore. Il rodomontesco eroe - temerario sì, ma a volte anche pigro e in preda a paura - doveva finire nelle mani del Vecchio di Dovre, del Gran Curvo e del Fonditore di bottoni. Ciò che conta è però la gioia di vivere, il volo di fantasia e la musicalità poetica. Peer Gynt è l'affermazione d'una personalità estetica che vuol trasformare la vita in sogno e in canto. E' la personificazione dell'antieroismo. Trasfigura in bellezza perfino la morte di sua madre. Il dramma Peer Gynt contiene molto della vita giovanile di Ibsen. Sua madre ha lasciato certi tratti alla figura di Aase. Non poco è stato tolto dai predecessori: Asbjònsen, Oehlenschlàger, Andersen, Paludan-Mùller, Heiberg ecc. La scena finale ha rassomiglianze evidenti con il Faust. Nel dramma Peer Gynt l'ambiente significa qualche cosa di nuovo nell'arte creativa di Ibsen: invece del milieu storico oppure borghese troviamo qui il paesaggio norvegese delle montagne, con il sole splendente e con le nuvole sopra le cime. Non mancano (come nella scena delle nozze di Haegstad) nè il lato comico nè il colorito paesano, con tanti dettagli dipinti con una certa icasticità. Nel secolo scorso, nel periodo del realismo e del simbolismo, Peer Gynt rimase una "specialità" scandinava, ma all'inizio del Novecento la prospettiva comincia ad allargarsi. Lo stesso O'Neill tra i suoi maestri si è spesso riferito a Ibsen e ha più di una volta usato, variandolo, il motivo di Peer Gynt. Il piccolo Eyolf L'opera descrive la vita dello scrittore Alfred Allmers, di sua moglie Rita e del figlio Eyolf, di nove anni. Allmers ha sposato Rita per ambizione e desiderio di benessere, tradendo le aspettative della sorellastra Asta, inconsciamente attratta dalla sua personalità apparentemente forte. Ma anche lui, come Peer Gynt e come Hjalmar Ekdal in L'anatra selvatica, è "una cipolla vuota di sostanza", un individuo in cui le sovrastrutture culturali hanno sostituito gli impulsi vitali. Una crisi matrimoniale porta Allmers al punto di lasciare la sua attività di scrittore per dedicarsi esclusivamente all'educazione del figlio Eyolf, che una caduta ha reso storpio per tutta la vita. Ma Eyolf annega e così sparisce l'ultima ragione, l'ultimo sostegno della vita di Allmers. Vagamente responsabili della morte del bambino sono entrambi i genitori, anche Rita, che aveva sposato Allmers per passione e che non è mai riuscita a tollerare che l'interesse per il figlio distraesse da lei il marito. Lui vorrebbe tornare a vivere con la sorellastra, ma Asta - che nel frattempo ha scoperto di non avere legami di sangue con lui - fugge di casa. Rita ha una violenta crisi di pentimento in seguito alla quale si sente purificata e pronta a riprendere la vita coniugale con Alfred: insieme avranno ancora giorni sereni, e gli spiriti di Eyolf e di Asta saranno ancora, amorosamente, con loro. In questo dramma si trovano molte inverosimiglianze e oscurità. La moglie Rita è talmente frustrata sul piano sessuale che trova perfino nel proprio figlio un ostacolo per i propri fini. La conclusione della vicenda matrimoniale non convince e, a giudicare da ciò che avrebbe detto Ibsen, sembra che non piacesse nemmeno a lui. Più significativo dell'intreccio coniugale è il tono di nostalgia dell'aldilà e di attesa di morte presente in quasi ogni pagina del dramma: "in su ... verso le stelle. E verso la piena tranquillità". Sono queste le ultime parole dell'opera. Quando noi morti ci destiamo Il protagonista è un famoso scultore, il professor Arnoldo Rubek, che ritorna in Norvegia, colmo di gloria e di denaro. Ma non è felice. Dopo aver portato a termine, alcuni anni prima, il suo capolavoro, Ilgiorno della Resurrezione, si rende conto che è capace, ora, di scolpire solo busti insignificanti. Tenta di dimenticare l'angoscia di essere un artista forse inaridito e vorrebbe godersi la vita: ma non ci riesce. Con la giovane moglie Maja il dissidio è forte: lui è un tipo solitario e immerso nel pensiero assillante di una nuova opera d'arte, mentre lei desidera una vita più intensa. Maja trova un uomo più attraente in Ulfheim, l'"ammazzaorsi" che, teatralmente, dà prova del suo disprezzo per ogni manifestazione culturale. Rubek, per conto suo, rivede Irene, la donna che era stata la sua modella per l'opera principale. Irene aveva amato Rubek, avrebbe voluto amarlo completamente, con l'anima e il corpo, ma lui non l'aveva accettata come donna, quasi non l'aveva "sentita" fuori dell'arte: aveva voluto "creare la donna pura", ma non l'aveva mai dimenticata. Irene era colpita da una malattia nervosa, pensava di aver ucciso il marito e i figli; era come una "morta vivente". Nella disperazione che affligge i due e in un ultimo tentativo di rivivere, una notte salgono sulla montagna dove una valanga li sorprende. Muoiono insieme: la morte è l'unica soluzione. L'inizio del dramma è di tipo "realista descrittivo": è un giorno d'estate, in un elegante stabilimento balneare. A un tavolino, nel giardino, i protagonisti stanno facendo colazione, conversano, nei loro discorsi c'è un po' di spleen. Pian piano, con la tecnica propria degli ultimi drammi ibseniani, sotto la superficie apparentemente calma si scoprono strati profondi di un simbolismo talvolta troppo stilizzato. Si pone la domanda centrale: come può un artista, nella sua attività autentica, essere allo stesso tempo partecipe di quella felicità che offre un normale amore umano? Ecco il dilemma. Il professor Rubek, l'orgoglioso eroe del dramma, l'uomo che crede di avere conquistato l'immortalità e la gloria, quando scopre di non aver mai vissuto, si ridesta solo per tornare a morire. Come altri personaggi ibseniani, è stato affascinato da un'illusione di amore e di bontà. Risulta un eroe romantico, trasportato dal sogno oppure corroso da passioni meno pure. Alla fine l'incontro con la realtà diventa un urto troppo violento. Un anno prima della pubblicazione di Quando noi morti ci destiamo, Strindberg aveva pubblicato il suo dramma Sulla via di Damasco e ne aveva mandato una copia a Ibsen. Alcuni studiosi sostengono che Ibsen sia stato molto influenzato dall'atmosfera ipnagogica di alcuni drammi strindberghiani. Sembra che Ibsen abbia voluto dare a questo dramma le caratteristiche d'un sogno irreale. La genesi del dramma è interessante: negli abbozzi si trovano parecchi personaggi e scene di vita quotidiana che poi sono stati eliminati. I personaggi secondari divennero più stilizzati. Al cacciatore Ulfheim, moderno fauno, piacciono tutti i tipi di preda: "La mia caccia preferita è l'orso. Del resto mi diverto anche alla caccia delle altre specie di selvaggina, che mi capitano a tiro, aquile o lupi, donne, renne o alci ... poco importa, purchè abbiano le carni fresche, succose e piene di sangue". Tutto l'interesse si concentra intorno ai due "morti destati", Rubek e Irene, ma quest'ultima diventa un personaggio che perde i lineamenti personali in mezzo alla foschia degli intrecci. Alla fine nessuno è realmente capace di compiere una vera distinzione tra sogno e realtà. Il grande artista ha venduto il suo amore per una effimera gloria, e per una più effimera gioia dei sensi: poi viene riportato alla sua prima, unica, donna, e con lei, nel tentativo di raggiungere la simbolica vetta della montagna, viene travolto dalla valanga, più pietosa di tutte le illusioni in cui gli infelici cercano rifugio. Un abisso, una guerra mortale, dividono la gioia dalla ragione. Troppo felice sarebbe la vita, anche di quella umanità superiore alla quale i personaggi di Ibsen appartengono, se la ragione potesse veramente risolvere i loro piccoli e grandi conflitti. Tutto il teatro di Ibsen è una dimostrazione del contrario. La ragione è importante di fronte alle forze eterne, radicate nel sangue dell'uomo e della donna. Esiste l'insuperabile cecità della ragione davanti all'istinto, questo trionfo d'un amore che è sciocco voler spiegare, che è meraviglioso proprio per il suo mistero. Dopo la prima rappresentazione, Quando noi morti ci destiamo ebbe grande successo in Germania, Finlandia, Danimarca e Svizzera. In Italia il dramma fu rappresentato per la prima volta nel 1900 al teatro Fossati di Milano. Gli spettri Fu a Roma che nacque il dramma Gli spettri: Ibsen si trovava in uno stato d'animo straordinariamente irritato. Era la personalità più spiccata del Circolo scandinavo, dove la moda letteraria basata sul darwinismo e sul naturalismo francese aveva spesso dato vita a discussioni assai polemiche. Una delle cause del suo malumore era la mentalità piccolo-borghese che s'incontrava in Norvegia. Gli spettri è un dramma triste, sotto la pioggia, letteralmente e simbolicamente. Gli avvenimenti esterni sono pochi: tutto accade attraverso un dialogo calmo, quasi sottovoce. Ciò che vi è di drammatico viene soltanto riferito nel dialogo, come per esempio l'incendio dell'asilo inaugurato in memoria del capitano Alving. La vedova racconta al pastore Manders la storia infernale della sua vita matrimoniale. Il culmine del disastro avviene nell'ultimo atto, quando si viene a sapere che il figlio Osvaldo sta diventando pazzo in seguito a una malattia venerea ereditaria. Il capitano Alving, una volta considerato una "colonna della società", viene post mortem denudato e messo al suo giusto posto dalla vedova. Il pastore Manders, custode della moralità falsa, nel dramma risulta poco simpatico. Di fronte ad altri drammi ibseniani forse più conosciuti (Casa di bambola e Le colonne della società), Gli spettri attacca il bigottismo vittoriano, contro la falsa reputazione, contro la sottomissione della donna e contro la noncuranza dei fattori ereditari umani. L'azione si svolge in una sola stanza, da mezzogiorno all'alba dell'indomani; i personaggi sono sette, di cui cinque viventi e due "spettri". Sono proprio questi ultimi che incombono sui personaggi viventi e li tengono soggiogati alla loro triste condanna. Coerente nelle sue apparenze, il dramma è artisticamente coerente nella sua sostanza. Nell'atmosfera degli Spettri l'apparenza inganna: la levigatezza dei dialoghi diventa una fredda luce tragica che espone crudelmente la passione concentrata e la terribile ironia. Osvaldo assetato di gioia e di bellezza cerca il sole ("...dammi il sole, mamma!") proprio nel momento in cui dalla vita non può più sperare che il veleno mortale; sua madre, anche lei anelante alla felicità e all'amore, finisce in disperazione; il pastore Manders predica il più sublime idealismo ed è direttamente causa del naufragio d'ogni ideale. In questo sta la durissima critica di Ibsen contro il moralismo astratto e contro il cosiddetto idealismo metafisico. Il dramma corre verso la catastrofe inevitabile, frutto del semplicistico dottrinarismo che ignora la complessità e l'angustia della condizione umana. Tra le parole-chiave che Ibsen adopera e ripete quasi all'esasperazione figurano - oltre gli "spettri" del titolo - anche "angoscia" e "gioia di vivere". Parlando del marito morto, la signora Alving sintetizza: "In lui la gioia di vivere era veramente traboccante!". Il figlio Osvaldo ha ben altre parole da dire: "Oh! padre ... padre! Non l'ho mai conosciuto, mio padre! Non mi ricordo niente di lui, tranne che un giorno mi fece vomitare". Nella cittadina dove si svolge la vicenda manca lo spazio necessario per "la gioia di vivere", e la signora Alving si autocritica per non aver creato alcuna atmosfera festosa in casa del marito. Così la problematica del dramma si concentra intorno alla signora Alving, la cui responsabilità cresce in proporzione con l'impossibilità di far perdonare i peccati commessi contro la propria personalità e contro la propria legge morale. Un altro concetto sviluppato e discusso ampiamente è quello della teoria darwiniana dell'ereditarietà. Ibsen sa benissimo cogliere e amalgamare il simbolo e la realtà in modo da raggiungere, con i suoi mezzi di espressione, il suo scopo. Osvaldo, tarato per la triste eredità paterna, impazzisce. L'ultima speranza, l'amore di Regine, svanisce poichè si è scoperto che lei è la sorella bastarda di Osvaldo. La signora Alving rimane sola col figlio, come agghiacciata. I contemporanei di Ibsen criticarono Gli spettri per il suo "decadentismo", per la spregiudicatezza con cui veniva affrontata una materia così scottante; più tardi ci si trovò invece di fronte alla legge dei vivi contro la legge dei morti, la virtù contro l'ipocrisia. Oggi i personaggi del dramma familiare Gli spettri ci sembrano esseri umani in lotta contro le proprie debolezze, sconfitti dinanzi al crollo della propria forza vitale. E' una tragedia inutilmente vissuta e sofferta dalla signora Alving, un dramma da lei sopportato con incrollabile sentimento del dovere. La prima rappresentazione in Italia avvenne a Milano nel 1892 con Eleonora Duse nel ruolo della signora Alving e fu appunto la Duse a dare origine a una interpretazione psicologicamente molto convincente, in cui la morte lenta e tragica di Osvaldo non è più il fulcro del dramma. Villa Rosmer Il protagonista Rosmer è un vedovo quarantenne. Sua moglie Beate si è suicidata. Alla villa abita anche Rebekka West, trentenne e molto seducente. Rosmer la chiede in matrimonio, ma lei rifiuta, rivelando di aver spinto Beate a togliersi la vita. Così Rosmer e Rebekka trovano che il loro amore è impossibile e decidono di morire insieme. Il dramma si svolge in un ambiente aristocratico dove i bambini non piangono e dove solo di rado si sente ridere. Nel primo atto si svolge la vita presente di Rosmer, nel secondo la sua vita passata, e nel terzo il passato di Rebekka. E' lei la vera protagonista del dramma. Originaria del Finmark (l'estremo Nord che i Vichinghi difesero come ultimo baluardo dell'antico paganesimo) porta in casa Rosmer un certo fermento acre con la sua vita spregiudicata e avventurosa. Per amore di Rosmer segue l'esempio di Beate e con lei si suicida il protagonista stesso, che nella morte vede l'unica via per espiare. Rosmer è fin troppo legato alla raffinatezza della propria natura e alle vecchie tradizioni di famiglia per trovarsi bene nel mondo moderno. Fa parte d'un certo ambiente, di atteggiamenti particolari e di uno stile di vita abbandonato già decenni prima dell'epoca di Ibsen. E' stato prete, ma ha cambiato vita e ora si dedica alle ricerche scientifiche: qui trova soddisfazione, trova la calma e quella "gioia di vivere" tante volte descritta e lodata dai grandi poeti. Villa Rosmer è un dramma molto complesso. Rebekka, sconfitta dalla fortuna, rinuncia al matrimonio per vivere in un mondo interiore: insieme al suo amante, che del resto la considera una delle sue tante prede di caccia, potrebbe anche farsi una vita fuori della morale quotidiana. Ma il destino di Rebekka è un caso di criminalità paragonabile a quella di madame Bovary. Quando Rosmer chiede di sposarla, lei prima esita, poi respinge la proposta e diventa un classico esempio freudiano dell'individuo che nel successo trova anche la sconfitta. Nella figura dell'amante respinto rientra anche il simbolo del padre. Rebekka West già in se stessa è un personaggio ambiguo: "Voi credete veramente ch'io abbia agito e calcolato completamente a sangue freddo! ... E poi non ci sono forse in ognuno di noi due volontà?". |