I LIRICI

CALLINO

1. 

Fino a quando sarete oziosi? Quando avrete un animo forte,

o giovani? Non provate vergogna, così neghittosi,

dei vostri vicini? Stare seduti in tempo di pace

voi sembrate, ma la guerra possiede l'intero paese.

*  *  *

Mentre muore, ognuno per l'ultima volta scagli la lancia.

È cosa onorevole e splendida per l'uomo combattere

contro i nemici, difendendo la terra, i figli e la moglie

legittima; allora la morte verrà, quando le Parche

l'abbian filata. Brandendo in alto la lancia,

avanzi ognuno diritto, e sotto lo scudo raccolga

il suo cuore valoroso, non appena s'accenda la mischia.

Che un uomo sfugga alla morte non è concesso dal fato,

neppure se è prole di antenati immortali.

Spesso, chi fugge la lotta e lo strepito dei dardi

ritorna, e in casa lo coglie destino di morte.

Ma costui non è caro al popolo né desiderabile mai;

l'altro, umili e potenti lo piangono se qualcosa gli accade.

Tutto il popolo ha rimpianto dell'uomo valoroso

quando muore, ma se vive è degno dei semidèi;

nei loro occhi lo vedono quasi fosse una torre:

da solo egli compie imprese degne di molti.



 

TIRTEO

1.

Per un uomo valoroso è bello cadere morto

combattendo in prima fila per la patria;

abbandonare la propria città e i fertili campi

e vagare mendico, è di tutte la sorte più misera,

con la madre errando e con il vecchio padre,

con i figli piccoli e la moglie.

Sarà odioso alla gente presso cui giunge,

cedendo al bisogno e alla detestata povertà:

disonora la stirpe, smentisce il florido aspetto;

disprezzo e sventura lo seguono.

Se, così, dell'uomo randagio non vi è cura,

né rispetto, neppure in futuro per la sua stirpe,

con coraggio per questa terra combattiamo, e per i figli

andiamo a morire, senza più risparmiare la vita.

2.

Al nostro re Teopompo, caro agli dèi,

per merito del quale conquistammo Messene, dalle ampie contrade

*  *  *

 Messene, luogo bello per arare, bello per piantare

*  *  *

intorno ad essa combatterono per diciannove anni,

sempre, senza interruzione, con animo coraggioso,

i guerrieri, padri dei nostri padri.

E nel ventesimo anno, lasciati i pingui campi,

quelli fuggivano dalle alte cime dell'Itome.

 

 

MIMNERMO

1.

Che vita mai, che gioia senza Afrodite d'oro?

Ch'io sia morto quando più non mi stiano a cuore

l'amore segreto, i dolci doni e il letto:

questi sono i fiori della giovinezza, desiderabili

per gli uomini e le donne. Quando poi dolorosa sopravviene

la vecchiaia, che rende l'uomo turpe e cattivo,

sempre nell'animo lo corrodono tristi pensieri;

e di vedere i raggi del sole non gioisce,

ma è odioso ai ragazzi e in dispregio alle donne:

così penosa fece il dio la vecchiaia.

2.

Come le foglie che fa germogliare la stagione di primavera

ricca di fiori, appena cominciano a crescere ai raggi del sole,

noi, simili ad esse, per un tempo brevissimo godiamo

i fiori della giovinezza, né il bene né il male conoscendo

dagli dèi. Oscure sono già vicine le Kere,

l'una avendo il termine della penosa vecchiaia,

l'altra della morte. Breve vita ha il frutto

della giovinezza, come la luce del sole che si irradia sulla terra.

E quando questa stagione è trascorsa,

subito allora è meglio la morte che vivere.

Molti mali giungono nell'animo: a volte, il patrimonio

si consuma, e seguono i dolorosi effetti della povertà;

sente un altro la mancanza di figli,

e con questo rimpianto scende all'Ade sotterra;

un altro ha una malattia che spezza l'animo. Non v'è

un uomo al quale Zeus non dia molti mali.

3.

Un male senza fine donò Zeus a Titono,

la vecchiaia, più agghiacciante anche della morte penosa.

*  *  *

Ma come un sogno breve è la giovinezza

preziosa: presto, incombe sul capo

la tormentosa e deforme vecchiaia,

nemica, spregevole, che non fa più riconoscere l'uomo:

danneggia gli occhi e la mente avviluppandoli.

4.

Ebbe in sorte il Sole una fatica tutti i giorni,

e non c'è mai riposo

per i cavalli e per lui, poi che l'Aurora dita di rosa

lascia l'Oceano e sale su nel cielo.

il concavo letto, molto desiderato, opera

delle mani d'Efesto, di oro prezioso, alato,

velocemente, sfiorando le onde, trasporta sul mare

lui, che dorme, dalla regione delle Esperidi

alla terra degli Etiopi, dove il carro veloce e i cavalli

attendono, finché giunga l'Aurora mattutina.

Qui, monta sul suo carro il figlio di Iperione.




 

SOLONE

 1.

Splendenti figlie di Mnemosine e di Zeus Olimpio,

Muse Pieridi, la mia preghiera ascoltate.

Concedete che io abbia prosperità dagli dèi beati,

e da tutti gli uomini grande fama per sempre.

Sia io dolce agli amici e aspro ai nemici;

per gli uni degno di onore, per gli altri tremendo a vedersi.

Desidero avere ricchezze, ma possederle ingiustamente

non voglio: sempre, in seguito, giunge Giustizia.

La ricchezza, che danno gli dèi, rimane all'uomo

salda, dalla sua più profonda radice fino alla cima;

la ricchezza, che gli uomini cercano con prepotenza,

non viene secondo ordine ma, obbedendo ad azioni ingiuste,

segue controvoglia, e subito a lei si mescola Rovina;

da poca cosa ha inizio, come avviene per il fuoco:

debole è il principio, ma funesta la fine.

Tra i mortali non durano le opere della prepotenza.

Il compimento di tutte le cose Zeus sorveglia e, all'improvviso

- come spazza subito le nuvole il vento

di primavera che, rimosso il fondo del mare sterile,

dalle molte onde, sulla terra che produce frumento

distrugge i bei lavori dei campi, e giunge poi al cielo, l'inaccessibile

sede degli dèi, e fa di nuovo vedere il sereno;

limpida rifulge allora la forza del sole sulla pingue

terra, e nessuna nube si può più vedere -;

così è la punizione di Zeus, ma non in ciascuna occasione,

come fa un mortale pronto alla collera.

Mai gli sfugge chi ha un cuore

malvagio, ma sempre alla fine si disvela.

Chi paga subito, chi dopo. Scampino pure alcuni

e non li colga il fato divino che sopraggiunge;

esso viene ugualmente dopo. Paga chi è senza colpa:

o i figli, o la stirpe in futuro.

2.

Io stesso venni araldo dalla bella Salamina,

invece di un discorso, avendo composto una poesia, universo di parole.

*  *  *

Fossi io di Sicino o di Folegandro,

invece che Ateniese, scambiata la patria!

Tra gli uomini presto correrà questa fama:

«È un Attico costui, di quelli che abbandonarono Salamina».

*  *  *

Andiamo a Salamina, a combattere per la bella

isola, e a scrollarci di dosso la vergogna pesante.

3.

Mai, per decreto di Zeus o per volere degli dèi beati,

immortali, la nostra città cadrà in rovina:

una tale custode, magnanima, dal padre possente,

Pallade Atena, tiene le mani dall'alto su essa.

I cittadini, con le loro stoltezze, vogliono distruggere,

proprio loro, la grande città, corrotti dal denaro.

Ingiusta è la mente dei capi del popolo, cui incombe

patire molti dolori per grande tracotanza.

Essi non sanno contenere l'insolenza, né attendere

alle gioie presenti, nella pace del banchetto.

*  *  *

si arricchiscono cedendo ad azioni ingiuste

*  *  *

non risparmiando proprietà sacre né pubbliche,

rubano e rapinano, chi da una parte chi da un'altra.

Non curano i sacri fondamenti di Giustizia

che, silenziosa, conosce ciò che avviene e che avvenne

e, col tempo, arriva per punire.

Questa piaga, cui non si può sfuggire, pervade tutta la città;

ed essa cade presto nell'odiosa servitù,

che desta la rivolta civile e la guerra assopita,

fonte di rovina per l'amabile gioventù di molti.

A causa dei nemici, la città molto amata

si consuma in riunioni care agli ingiusti.

Questi mali fra il popolo si aggirano; dei poveri

molti giungono nei paesi stranieri,

venduti e legati a turpi catene.

*  *  *

Così, il male pubblico raggiunge in casa ciascuno;

e la porta del cortile non riesce a trattenerlo:

oltre l'alto muro salta, e ti stana comunque,

anche se ti sei rifugiato nella parte più interna della casa.

Questi insegnamenti l'animo mi spinge a dare agli Ateniesi:

Cattivo Governo genera molti mali alla città;

Buon Governo ogni cosa fa vedere corretta e in ordine.

Spesso, attorno agli ingiusti getta ceppi:

leviga le asperità, fa cessare l'alterigia, oscura la tracotanza;

dissecca i germogli nascenti della sventura;

le storte sentenze raddrizza, mitiga

le azioni superbe; interrompe le opere della discordia;

pone fine al rancore della funesta contesa. Sotto di esso,

tutto è per gli uomini ordinato e assennato.

4.

Se risparmiai la patria,

se alla tirannide non volsi l'animo né all'amara violenza,

macchiando e disonorando la mia fama,

non mi vergogno: così, credo, sarò superiore

a tutti gli uomini.

*  *  *

«Non è Solone uomo di mente acuta, né di sagge decisioni:

grandi beni il dio gli offriva, ma lui non li accettò.

Circondò la preda ma poi, stupito, non tirò a sé la grande

rete, mancandogli il coraggio e insieme il senno.

Io, preso il potere e arraffata una grande ricchezza,

avrei voluto un giorno solo esser tiranno di Atene,

e poi che mi scuoiassero per fare un otre, e la mia stirpe fosse distrutta».






 

TEOGNIDE

1.

O Cirno, da me poeta sia posto un sigillo

a questi versi; e mai saranno di nascosto rubati,

ed essendovi del buono, nessuno li muterà in peggio.

Ognuno dirà: «Di Teognide il Megarese

son questi versi, famoso presso tutti gli uomini».

Ma a tutti i cittadini certo non posso piacere;

e non deve stupire, o Polipaide: neppure Zeus

piace a tutti quando piove, o quando trattiene la pioggia.

Spinto dall'affetto, ti insegnerò, o Cirno, quelle cose,

che dai buoni ho appreso, ancora ragazzo.

Sii accorto: da opere turpi ed ingiuste

non trarre onori, distinzioni, o ricchezze.

Questo dunque sappi: non devi frequentare gli uomini

cattivi, ma stare sempre con i buoni:

con essi mangia e bevi: siedi con essi,

e cerca di piacere a loro, che hanno grande potenza.

Dai buoni apprenderai precetti buoni; se ai cattivi

ti mescoli, perderai anche il buon senso che hai.

Appreso questo, frequenta i buoni, e potrai un giorno dire

che agli amici io do consigli retti.

2.

Questa città, o Cirno, è ancora la città, ma diversi

sono gli abitanti, una gente che prima né diritto né leggi conosceva,

ma attorno ai fianchi logorava pelli di capra,

e fuor delle mura, come cervi, pascolava.

Ora, sono loro i buoni, o Polipaide. E quelli che prima erano buoni

ora sono i cattivi. Chi può sopportare questo spettacolo?

S'ingannano l'un l'altro; tra loro si deridono,

non conoscendo né il bene né il male.

Di questi cittadini, non farti amico nessuno col cuore,

o Polipaide, per nessuna necessità.

A parole, mostra di essere amico a tutti,

ma non partecipare a nessuno nessuna faccenda

seria. Conoscerai l'animo di questi miserabili:

come nessuna lealtà abbiano nelle loro azioni;

come amino la frode, l'inganno e i raggiri,

uomini che mai più si salveranno.

3.

Più di ogni cosa, la povertà soggioga l'uomo buono,

più della vecchiaia canuta, o Cimo, più della febbre.

Per fuggirla conviene gettarsi negli abissi del mare

profondo, o Cirno, giù da rupi scoscese.

Domato dalla povertà, nulla può l'uomo

né dire né fare: la sua lingua è legata.

Sulla terra e, ugualmente, sulla vasta distesa del mare

occorre, Cirno, cercare una liberazione dalla dura povertà.

Per un uomo povero, o amato Cirno, è meglio essere morto

che vivere consunto dalla dura povertà.

4.

Montoni, asini e cavalli di qualità noi bramiamo,

o Cirno; e vogliamo destinare alla monta

quelli di razza pura. Ma un nobile non ha scrupoli

a sposare una plebea, di padre plebeo, se gli porta molto denaro;

né una signora ricusa di esser moglie di un plebeo

che sia ricco: alla nobiltà preferisce la ricchezza.

Pregiano solo i denari; e un nobile sposa la figlia di un plebeo,

e un plebeo la figlia di un nobile: così la ricchezza ha mischiato le stirpi.

Non ti meravigliare, dunque, o Polipaide, che la razza

dei cittadini si oscuri: il buono si mescola al cattivo.

5.

Rivolgi a tutti gli amici, o cuore, un animo duttile,

adeguando il tuo umore a quello di ognuno.

Assumi la natura del polipo dalle molte pieghe,

che sembra a vedersi simile alla pietra cui aderisce.

Una volta, così assentisci; un'altra, divieni diverso di pelle:

l'abilità vale più dell'intransigenza.

6.

Ti ho dato ali per volare sul mare sconfinato

e su tutta la terra, in alto librandoti

facilmente. Nei conviti e in tutti i banchetti sarai presente,

adagiato sulla bocca di molti.

Accompagnati da flauti dal suono acuto, uomini giovani

e decorosamente amabili canteranno te, con voce bella

e chiara. E quando, nei recessi dell'oscura terra,

verrai alle case molto lacrimate dell'Ade,

mai - neppure morto - perderai la fama, ma sarai a cuore

agli uomini, avendo sempre un nome indistruttibile,

Cirno, per la terra dell'Ellade e per le isole

aggirandoti, varcando lo sterile mare pescoso;

e non seduto sul dorso di cavalli, ma ti condurranno

gli splendidi doni delle Muse dalla corona di viole.

E per tutti quelli cui sta a cuore, anche tra i posteri,

tu sarai ugualmente motivo di canto, finché ci saranno la terra e il sole.

Ma io da te non ottengo rispetto, neppure poco;

con le parole tu mi inganni, come s'io fossi un bambino.

7.

Giunsi una volta nella terra di Sicilia:

giunsi nella pianura dell'Eubea, ricca di viti;

e a Sparta, splendente città del fiume Eurota, che nutre canne.

Al mio arrivo, mi accoglievano tutti benevolmente,

ma nessuna gioia penetrò per questo nell'animo mio,

poiché nulla è più caro della propria patria.

8.

Ho udito, o Polipaide, la voce dell'uccello dal grido

acuto, che ai mortali viene ad annunciare il tempo

dell'aratura; e mi ha fatto sobbalzare il nero cuore;

ché altri possiedono i miei campi fioriti,

e non per me trascinano i muli l'aratro ricurvo,

a causa dell'esilio...





 

ARCHILOCO

1.

Io sono scudiero di Enialio signore,

e conosco il dono amabile delle Muse.

2.

Con la grande coppa vieni spesso tra i banchi

della nave veloce, e togli i tappi agli orci panciuti;

fino alla feccia spilla il vino rosso: noi,

in questa guardia, non potremo essere sobri.

*  *  *

Sul banco della nave sta la mia focaccia impastata; sul banco

della nave sta il vino d'Ismaro; disteso sul banco io bevo.

3.

Qualcuno dei Sai si vanta del mio scudo, che presso un cespuglio

- arma gloriosa - lasciai non volendo.

Ma salvai la mia vita. Quello scudo, che importa?

Vada in malora. Un altro ne acquisterò, non meno bello.

 4.

Nessuno dei cittadini, Pericle, biasimando

i lutti dolorosi, gioirà con banchetti, e neppure la città.

Tali sono gli uomini che l'onda del mare sonante

sommerse; e gonfio di pianto è il cuore

per la pena. Ma ai mali irrimediabili gli dèi,

o amico, diedero la virile sopportazione

come rimedio: ora uno, ora un altro ha questa sorte;

su di noi adesso si è volta, e piangiamo la ferita che sanguina.

Poi, di nuovo, toccherà ad altri. Ma presto, via,

allontanate il lutto femmineo, e sopportate.

5.

«La fortuna di Gige ricco d'oro non m'interessa;

non mi prese mai invidia, né sono geloso

di opere divine; un grande potere non bramo;

è lontano dai miei occhi.»

6.

Ella aveva un ramo di mirto, e un bel fiore

di rosa, e ne gioiva.

*  *  *

La chioma a lei

ombrava le spalle e la schiena. 

7.

Glauco, guarda! I flutti sconvolgono fin dal profondo

il mare; sulle vette di Gire, ritto, si erge un nembo,

segno di tempesta: dall'inatteso coglie il timore.

8.

Non amo un generale alto, che sta a gambe larghe,

fiero dei suoi riccioli e ben rasato.

Uno basso ne voglio, con le gambe storte,

ma ben saldo sui piedi, e pieno di coraggio.

 9.

«Non v'è cosa che l'uomo non possa aspettarsi, o negare giurando,

o che desti stupore, da che Zeus, il padre degli dèi nell'Olimpo,

fece notte nel mezzo del giorno, occultando la luce

al sole splendente. E una triste paura sugli uomini venne.

Tutto da allora è degno di fede, tutto dall'uomo può essere atteso:

nessuno di voi si stupisca, nemmeno se vede

le fiere scambiar coi delfini il pascolo marino,

e che ad esse le onde echeggianti del mare siano più gradite

della terra, così come ai delfini il monte boscoso.»

10.

Cuore, mio cuore, turbato da affanni senza rimedio,

sorgi, difenditi, opponendo agli avversari

il petto; e negli scontri coi nemici poniti, saldo,

di fronte a loro; e non ti vantare davanti a tutti, se vinci;

vinto, non gemere, prostrato nella tua casa.

Ma gioisci delle gioie e soffri dei dolori

non troppo: apprendi la regola che gli uomini governa.

11.

Carilao, figlio di Erasmone, una cosa ridicola voglio

raccontarti, o amico più caro di tutti, e tu ti divertirai ad ascoltarla.

12.

Padre Licambe, che cos'è quello che hai detto?

Chi ti ha sconvolto il senno,

che prima avevi saldo? Certo, ora

farai ridere molto i cittadini.

*  *  *

un grande giuramento tu violasti,

il sale e la mensa

*  *  *

c'è questa favola tra gli uomini:

una volpe e un'aquila, una volta,

strinsero alleanza

 

Zeus, padre Zeus, tuo è il dominio del cielo:

tu le azioni degli uomini osservi,

quelle empie e quelle giuste: a te sta a cuore

la prepotenza degli animali, e la giustizia

*  *  *

vedi dov'è quell'alta roccia

scabrosa e aspra?

Li ha il suo nido, non curando la tua sfida.

*  *  *

che, tu non abbia a incontrare un natichepelose

*  *  *

portò e imbandì ai cuccioli un pasto orrendo

*  *  *

e in esso una scintilla di fuoco 

13.

Tale una brama d'amore, sotto il cuore avviluppatasi,

versò sugli occhi una densa nebbia,

e dal petto rapì i molli sensi.

14.

Infelice, nel desiderio io giaccio,

senza vita, per volere degli dèi da dolori tremendi

trafitto nelle ossa.

15.

...

mi doma, o amico, il desiderio che fiacca le membra

*  *  *

«...

astenendoti del tutto; ma ugualmente sopportare...

Se poi hai fretta, e il desiderio ti urge,

c'è qui da noi quella fanciulla, che desidera molto sposarsi:

è bella e tenera: senza biasimo

- credo - è la sua bellezza: falla tua sposa».

Così, diceva. E a lei io rispondevo:

«Figlia di Anfimedò, della donna nobile

e saggia, che ora la putrida terra trattiene,

son molte le gioie della dea per gli uomini giovani,

oltre la cosa divina: una sarà sufficiente.

Questo con calma, quando s'anneri la notte,

tu ed io, con l'aiuto del dio, decideremo.

Farò come tu desideri: molto...

Ma di sotto il fregio e le porte allontànati:

non rifiutarti, cara. Mi dirigerò verso i giardini

erbosi. Ma questo ora sappi: Neobule

la sposi un altro uomo. Ahimè, è sfatta, ha il doppio dei tuoi anni;

svanito è il fiore virginale,

e il fascino che un tempo aveva. Sazietà non conosce,

ma della giovinezza mostrò i confini, la folle donna:

mandala in malora! Che non m'accada,

sposando una tale donna,

di divenir la burla dei vicini: te, io desidero molto sposare.

Né infida né doppia tu sei:

lei è più scaltra e trama più inganni.

Spinto dalla fretta, temo

di fare figli ciechi e prematuri, come la cagna famosa».

Queste parole dicevo e, presa la fanciulla,

tra fiori rigogliosi la facevo adagiare; con un morbido

mantello la ricoprivo, ponendo un braccio sotto il collo

a lei, pavida come una cerbiatta che ormai desiste dalla fuga.

Con le mani le toccai dolcemente il seno,

e dove mostrava la tenera pelle, incanto di giovinezza.

Palpando tutto il bel corpo,

emisi la bianca forza, mentre sfioravo la chioma bionda.





 

IPPONATTE

1.

Quale tagliaombelichi ti raschiò,

e ti sciacquò mentre scalciavi, te fulminato da Zeus?

2.

Hermes, caro Hermes, Cillenio, rampollo di Maia,

t'invoco: ho un freddo cane

e batto i denti...

*  *  *

Da' un mantello a Ipponatte, e una corta tunichetta,

sandaletti e babbucce; e di oro

sessanta stateri, da un'altra casa

*  *  *

A me tu non hai dato una tunica pesante,

riparo dal freddo d'inverno,

né con babbucce spesse mi copristi

i piedi, perché non mi scoppino i geloni.

3.

Venuto in casa mia, Pluto - è cieco del tutto -

non disse mai: «Ipponatte,

ti do trenta mine d'argento,

e tante altre cose»: ha l'animo vile.

4.

Ai mali abbandonerò l'animo mio che molto geme,

se non mi mandi subito uno staio

d'orzo. Farò della farina un ciceone

da bere come rimedio al mio cattivo stato.

5.

...

dal secchio bevendo; lei non aveva

una coppa: il ragazzo cadendo l'aveva fracassata in terra

*  *  *

dal secchio

ora io bevevo, ora Arete

brindava

*  *  *

con auspicio favorevole, di notte,

io venni da Arete, e al suo fianco mi accampai

*  *  *

accanto alla lucerna, piegata su di me, Arete

6.

Tenetemi il mantello: ch'io colpisca l'occhio di Bupalo.

Sono ambidestro; e quando picchio non sbaglio.

7.

...

sbattuto dalle onde.

E in Salmidesso, nudo, lo accolgano

benevolmente i Traci

dall'alto ciuffo - di molti mali, qui, colmerà la misura,

mangiando il pane della schiavitù -

lui, irrigidito dal gelo. E fuor della schiuma

sia tutto coperto di alghe,

e batta i denti, come un cane

giacendo bocconi per lo sfinimento

lungo la battigia.

Questi mali vorrei incontrasse

chi m'offese, chi calpestò i giuramenti,

l'amico d'un tempo.





 

SAFFO

1.

Afrodite, tronoadorno, immortale,

figlia di Zeus, che le reti intessi, ti prego:

l'animo non piegarmi, o signora,

con tormenti e affanni.

Vieni qui: come altre volte,

udendo la mia voce di lontano,

mi esaudisti; e lasciata la casa d'oro

del padre venisti,

aggiogato il carro. Belli e veloci

passeri ti conducevano, intorno alla terra nera,

con battito fitto di ali, dal cielo

attraverso l'aere.

E presto giunsero. Tu, beata,

sorridevi nel tuo volto immortale

e mi chiedevi del mio nuovo soffrire: perché

di nuovo ti invocavo:

cosa mai desideravo che avvenisse

al mio animo folle. «Chi di nuovo devo persuadere

a rispondere al tuo amore? Chi è ingiusto

verso te, Saffo?

Se ora fugge, presto ti inseguirà:

se non accetta doni, te ne offrirà:

se non ti ama, subito ti amerà

pur se non vuole.»

Vieni da me anche ora: liberami dagli affanni

angosciosi: colma tutti i desideri

dell'animo mio; e proprio tu

sii la mia alleata.

2.

Un esercito di cavalieri, dicono alcuni,

altri di fanti, altri di navi,

sia sulla terra nera la cosa più bella:

io dico, ciò che si ama.

È facile far comprendere questo ad ognuno.

Colei che in bellezza fu superiore

a tutti i mortali, Elena, abbandonò

il marito

pur valoroso, e andò per mare a Troia;

e non si ricordò della figlia né dei cari

genitori; ma Cipride la travolse

innamorata.

...

...

ora mi ha svegliato il ricordo di Anattoria

che non è qui;

ed io vorrei vedere il suo amabile portamento,

lo splendore raggiante del suo viso

più che i carri dei Lidi e i fanti

che combattono in armi.

3.

Simile a un dio mi sembra quell'uomo

che siede davanti a te, e da vicino

ti ascolta mentre tu parli

con dolcezza

e con incanto sorridi. E questo

fa sobbalzare il mio cuore nel petto.

Se appena ti vedo, sùbito non posso

più parlare:

la lingua si spezza: un fuoco

leggero sotto la pelle mi corre:

nulla vedo con gli occhi e le orecchie

mi rombano:

un sudore freddo mi pervade: un tremore

tutta mi scuote: sono più verde

dell'erba; e poco lontana mi sento

dall'essere morta.

Ma tutto si può sopportare...

4.

Le stelle intorno alla luna bella

nascondono di nuovo l'aspetto luminoso,

quando essa, piena, di più risplende

sulla terra...

5.

Squassa Eros

l'animo mio, come il vento sui monti che investe le querce.

6.

Sei giunta: hai fatto bene: io ti bramavo.

All'animo mio, che brucia di passione, hai dato refrigerio.

7.

Ero innamorata di te, un tempo, Attis

*  *  *

una fanciulla piccola sembravi, e acerba

8.

Ma tu morta giacerai, e nessun ricordo di te

ci sarà, neppure in futuro: tu non partecipi delle rose

della Pieria. E di qui volata via, anche nella casa

di Ade, invisibile ti aggirerai con i morti oscuri.

9.

...

Esser morta vorrei veramente.

Mi lasciava piangendo,

e tra molte cose mi disse:

«Ahimè, è terribile ciò che proviamo,

o Saffo: ti lascio, non per mio volere».

E a lei io rispondevo:

«Va' pure contenta, e di me

serba il ricordo: tu sai quanto t'amavo.

Se non lo sai, ti voglio

ricordare...

cose belle noi godevamo.

Molte corone di viole,

di rose e di crochi insieme

cingevi al capo, accanto a me,

e intorno al collo morbido

molte collane intrecciate,

fatte di fiori.

E tutto il corpo ti ungevi

di unguento profumato...

e di quello regale.

E su soffici letti

saziavi il desiderio

...

E non vi era danza

né sacra festa...

da cui noi fossimo assenti

né bosco sacro...

...

...

10.

...

da Sardi

volgendo spesso qui la mente

...

simile a una dea, che ben si distingue,

ti (considerava), e godeva molto del tuo canto.

Tra le donne lidie, ora,

ella spicca, come la luna dita di rosa

quando il sole è tramontato

vince tutte le stelle. E la luce si posa

sul mare salato

e sui campi pieni di fiori;

e la rugiada bella è sparsa:

son germogliate le rose e i cerfogli

teneri e il meliloto fiorito.

Aggirandosi spesso, e ricordando

la bella Attis, ella opprime

per il desiderio l'animo sottile.

E andare li...

11.

Madre dolce, più non riesco a tesser la tela;

sono domata dal desiderio di un ragazzo, a causa di Afrodite molle.

12.

Come la mela dolce rosseggia sull'alto del ramo,

alta sul ramo più alto: la scordarono i coglitori.

No, certo non la scordarono: non poterono raggiungerla.

*  *  *

Come il giacinto, sui monti, i pastori

calpestano con i piedi, e a terra il fiore purpureo

13.

Eros che fiacca le membra, di nuovo, mi abbatte,

dolceamara invincibile fiera

*  *  *

Attis, ti sei stancata di pensare

a me, e voli da Andromeda.

14.

Tramontata è la luna e le Pleiadi:

a mezzo è la notte:

il tempo trascorre;

e io dormo sola.






 

ALCEO

1.

Bevi e inébriati con me, Melanippo. Che pensi?...

Una volta varcato l'Acheronte vorticoso

non tornerai più a vedere la luce pura

del sole. Suvvia, non nutrire speranze grandi.

Anche Sisifo, il re figlio di Eolo,

di tutti il più scaltro, pensava di vincere la morte.

Pur molto accorto, ma soggetto al destino,

due volte varcò il vorticoso Acheronte

e una pena grande diede a lui da soffrire sotto la terra nera

il re Cronide. Ma a queste cose non pensare.

Finché siamo giovani, ora più che mai dobbiamo

sopportare le pene che il dio ci dà.

...

2.

Ebro, bellissimo tu tra i fiumi, sfoci

presso Eno, nel mare agitato,

rumoreggiando per la terra tracia

...

ti frequentano molte fanciulle;

e tu sei gioia per le mani delicate

lungo le cosce belle. Sono ammaliate

dalla tua acqua divina che è come unguento

...

3.

Addoloràti per le nostre sventure,

i Lidi, o padre Zeus, diedero a noi

duemila stateri, se mai potessimo venire

alla sacra città.

Eppure, nessun favore hanno avuto da noi,

e neppure ci conoscono. Ma lui, come volpe

astuta, dopo aver predetto un esito facile,

sperava di sfuggire

...

4.

... Questo sacro recinto,

grande, comune, sul colle assolato,

i Lesbi posero; e qui innalzarono altari

agli dèi beati;

e Antiao denominarono Zeus,

ed Eolia te, la dea gloriosa

genitrice di tutto; e questo terzo

denominarono Kemelios,

Dioniso crudivoro. Con animo

benigno, suvvia, il nostro voto

ascoltate: da questi affanni

liberateci e dall'esilio penoso:

il figlio di Irra sia perseguitato

dalle Erinni di quelli; ché una volta giurammo,

dopo il sacrificio, di non tradire mai

nessuno degli amici:

o morti, rivestiti di terra,

giacere per mano di quelli che allora comandavano,

o dopo averli uccisi noi,

liberare dalle pene il popolo.

Fra tutti, il pancione non parlò

con il cuore; ma calpestò facilmente

i giuramenti, e adesso divora

la nostra città.

...

5.

...

La grande stanza luccica

di bronzo; la sala è adorna per Ares

di elmi lucenti, sui quali ondeggiano

bianchi cimieri equini,

ornamento per la testa d'eroi.

Schinieri di bronzo, splendenti,

tutt'intorno disposti, difesa dal forte

dardo, nascondono i chiodi.

E corazze di lino nuovo:

scudi concavi giù deposti:

e accanto, lame calcidesi;

e accanto, molte cinture e tuniche corte.

Tutto questo non possiamo noi dimenticare

una volta cominciata quest'impresa.

6.

Non comprendo lo scontro dei venti:

da una parte rotola l'onda

e dall'altra; e noi nel mezzo

siamo trascinati con la nave nera,

spossati molto dalla grande tempesta.

L'acqua già invade la base dell'albero:

la vela è tutta trasparente

per i grandi squarci:

le sartìe cedono, e i timoni

...

...

che resistano almeno le scotte

strette alle funi: questo solo potrebbe

salvarmi. Il carico è tutto fuori disperso

...

7.

Ora, bisogna ubriacarsi. Ora, bisogna che ognuno

a forza beva: Mirsilo è morto.

8.

Non dobbiamo abbandonare l'animo alle sventure:

nessun vantaggio trarremo a tormentarci.

La migliore medicina, o Bicchi,

è procurarci il vino e ubriacarci.

9.

Zeus piove. Dal cielo un grande

temporale. Sono gelati i corsi dei fiumi.

...

...

Scaccia via quest'inverno, attizzando il fuoco,

e mescendo senza risparmio vino

dolce; e intorno alle tempie

cingi fasce morbide di lana.

10.

Il figlio di padre ignobile,

Pittaco, con grandi lodi - tutti, compatti - elessero

tiranno della città senza bile e sventurata.

11.

Beviamo! Perché aspettiamo le lucerne? Un dito è questo giorno.

Prendi giù le grandi coppe variopinte, o amico.

Come oblio degli affanni, il figlio di Zeus e di Semele

ha dato agli uomini il vino. Mescolane una parte a due di acqua

e versa coppe piene fino all'orlo; e una coppa scacci

l'altra...

12.

Inumidisci i polmoni di vino. La Costellazione compie il suo giro.

La stagione è soffocante. Tutto ha sete per la calura.

Dai rami echeggia dolce la cicala.

Fiorisce il cardo. Ora, le donne sono più impure,

e i maschi smunti: la testa e le ginocchia

Sirio brucia...

13.

Intorno al collo qualcuno ci ponga

corone intrecciate di aneto,

e sul petto a noi versi

dolce profumo.





 

ANACREONTE

1.

Con una palla purpurea, di nuovo,

Eros chioma d'oro mi colpisce,

e mi invita a giocare

con una fanciulla dal sandalo variegato.

Ma lei - è di Lesbo

ben costruita - disprezza

la mia chioma che è bianca,

e di fronte a un'altra sta a bocca aperta.

2.

O signore, col quale Eros giovenco

e le Ninfe occhi azzurri

e Afrodite purpurea giocano, per le balze

alte dei monti ti aggiri:

vieni - ti supplico -

a noi, e gradita

ascolta la mia preghiera:

a Cleobulo dà buoni

consigli; egli accetti,

o Dioniso, il mio amore.

3.

Fanciullo sguardo di vergine,

io ti bramo. Ma tu non ascolti:

non sai che dell'animo mio

tieni tu le briglie.

4.

Di nuovo, con un maglio grande Eros, come un fabbro,

mi colpì, e in un torrente gelido mi immerse.

5.

Di Cleobulo sono innamorato;

per Cleobulo impazzisco;

Cleobulo io guardo fisso.

6.

Ormai canute son le mie

tempie, e bianco è il capo:

la giovinezza amabile

non c'è più, e vecchi sono i denti:

della vita dolce non molto

è il tempo che resta.

Per questo, io piango

spesso, temendo il Tartaro.

Terribile è l'antro

di Ade: penosa

è la discesa; e per chi è andato giù

è destino non risalire.

7.

Porta l'acqua, porta il vino, ragazzo,

porta a noi corone

fiorite: fare a pugni

con Eros io non voglio.

8.

Puledra di Tracia, perché di traverso con gli occhi mi guardi

e spietata mi fuggi? Credi dunque che in nulla io sia abile?

Sappilo allora: io potrei bene metterti il morso

e, reggendo le briglie, guidarti saprei nella corsa, rasente alla meta.

Ora ti pasci nei prati, or saltellando leggera tu giochi:

non hai un cavaliere che esperto ti monti.

9.

Prima, aveva un berretto, un copricapo a forma di vespa,

dadi di legno alle orecchie, e intorno ai fianchi

una pelle consunta di bue,

fodera sozza di un vile scudo; fornaie

e invertiti frequentava il furfante Artemone,

escogitando una vita di imbrogli,

ora il collo ponendo sul ceppo, ora sulla ruota,

ora fustigato sul dorso da una sferza di cuoio,

con la barba e i capelli spelacchiati.

Adesso, se ne va in carrozza, ostentando pendagli d'oro,

il figlio di Cica, e porta un ombrellino d'avorio,

come le donne.





 

ALCMANE

1.

... Ordite imprese

malvagie, essi soffrirono pene indimenticabili.

 

Vi è una punizione divina:

è felice chi, saggio,

trascorre il giorno

senza pianto. Io canto

la luce di Agido. Vedo lei

come il sole, che Agido

invoca, perché risplenda

a noi. Né di lodarla

né di biasimarla mi consente

la nobile corega. Ella sembra

spiccare, come se tra le mandrie

ponesse qualcuno un cavallo robusto,

vincitore di gare, dallo zoccolo risonante,

dei sogni alati.

Non vedi? Venetico

è il destriero; e la chioma

di mia cugina

Agesicora fiorisce

come oro puro.

E il volto argenteo -

ma perché dire apertamente?

Lei è Agesicora.

Seconda, in bellezza, Agido

come cavallo Colasseo correrà accanto all'Ibeno.

Come l'astro Sirio levandosi,

esse, le colombe, fanno guerra

a noi che portiamo l'aratro alla dea del mattino,

nella notte divina.

Né sazietà di porpora,

tanta da poterci difendere,

né screziato serpente

tutto d'oro noi abbiamo, né mitra

lidia, ornamento di fanciulle

dallo sguardo dolce;

né le chiome di Nanno abbiamo,

né Areta simile a una dea,

né Tilaci né Cleesitera;

né andata da Enesimbrota:

«Sia mia Astafi,

volga verso di me lo sguardo Fililla,

e Demareta e Iantemi adorabile», dirai,

ma: «È Agesicora che mi consuma».

Non è qui Agesicora

caviglie sottili;

ella resta accanto a Agido,

e loda la nostra festa.

Accogliete, o dèi,

la loro preghiera: degli dèi è il compimento

e la fine. Lo dirò,

o corega: io, fanciulla,

ho gracchiato vanamente come civetta

da una trave. Ad Aotis

soprattutto io voglio piacere: a noi

fu sollievo dagli affanni.

Da Agesicora le fanciulle

conseguono la pace desiderabile.

...

2.

Muse dell'Olimpo, colmate

l'animo mio di desiderio

del nuovo canto: io voglio ascoltare

la voce delle vergini

che innalzano al cielo il bell'inno;

così, più facilmente,

dalle palpebre dileguerà il sonno dolce.

Sùbito, la voglia mi prende di scendere in gara,

dove scuoterò la chioma bionda.

*  *  *

...

e con desiderio che fiacca le membra, lancia sguardi

più struggenti del sonno e della morte;

e non vanamente ella è dolce.

Ma Astymeloisa non mi risponde.

Cingendo la corona,

come stella che solca

il cielo splendente,

come ramoscello d'oro o soffice piuma,

passò attraverso

il gruppo delle compagne, con piedi veloci;

e l'umida grazia di Cinira, che rende belle le chiome,

siede sui capelli della vergine.

...

3.

Fanciulle dal canto di miele, dalla voce sacra, non più

le membra possono portarmi. Oh, fossi io un cerilo,

che sul fiore dell'onda, insieme alle alcioni vola,

con il cuore che non conosce paura, sacro uccello, colore della porpora marina.

4.

Di nuovo Eros, a causa di Cipride,

dolce inondandomi, scalda il mio cuore.

5.

Dormono le cime dei monti, e le gole,

le balze e le forre;

la selva e gli animali che nutre la terra nera:

le fiere dei monti e la stirpe delle api,

e i pesci nelle profondità del mare agitato.

Dormono le stirpi degli uccelli, dalle ali distese.






 

STESICORO

1.

Molte mele cidonie lanciavano verso il carro, al signore,

e molti ramoscelli di mirto,

e corone di rose, e morbidi serti di viole.

2.

No, questa storia non è vera:

sulle navi dai bei banchi tu non andasti mai,

e non giungesti alla rocca di Troia.

3.

Parve a lei che un serpente, macchiato di sangue in cima alla testa,

avanzasse; e dal serpente uscì fuori il re Plistenide.

4.

Una volta Tindaro,

facendo sacrifici a tutti gli dèi, solo di Cipride

dai dolci doni si dimenticò. Irata allora con le figlie di Tindaro,

bigame e trigame le rese la dea,

e abbandonamariti.

5.

...

«Non aggiungere ai dolori angosce penose

e, per il futuro,

attese gravi tu non predirmi.

Non sempre allo stesso modo,

sulla terra sacra, gli dèi eterni

posero continua la discordia agli umani,

e neppure la concordia: ogni giorno

una mente diversa ispirano gli dèi.

Le tue profezie, o signore, non tutte le avveri Apollo

che lungi saetta.

Ma se è destino - e così han filato le Parche -

ch'io veda i miei figli uccisi l'uno dall'altro,

giunga allora a me sùbito il compimento della morte odiosa,

prima ch'io veda

questi eventi dolorosi, causa di molti gemiti e di pianto:

i figli morti

nel palazzo o la città espugnata.

Suvvia, o figli, date ascolto alle mie parole, amati figli.

Un esito tale a voi io propongo:

che abbia uno la reggia e abiti nella patria Tebe;

e se ne vada l'altro,

tenendo per sé le greggi tutte e l'oro del padre;

e sia la sorte a decidere,

chi per primo sarà estratto per volere delle Parche.

Questo può essere - credo -

lo scioglimento del vostro triste destino,

secondo i moniti del divino vate;

se davvero il Cronide vorrà salvare la progenie e la città

di Cadmo signore,

per molto tempo rinviando la sventura che alla stirpe

regale il destino ha fissato».

Così disse la chiara donna, parlando con dolci parole,

e volendo porre fine alla contesa dei figli nel palazzo,

e insieme a lei l'indovino Tiresia: ed essi diedero ascolto

...

6.

a

Quasi di fronte

alla famosa Eritea,

presso le sorgenti innumerevoli, dalle radici d'argento,

del fiume Tartesso, nella caverna di una roccia

ella partoriva.

b

Attraverso le onde del mare profondo giunsero

all'isola bellissima degli dèi.

Qui, le Esperidi hanno case

tutte d'oro.

c

...

con le mani... A lui

rispondendo,

disse il forte figlio

di Crisaore immortale e di Calliroe:

«Non impaurire l'animo mio audace,

ponendo davanti ai miei occhi la morte agghiacciante;

né...

Se la mia stirpe è immune da morte

e dalla vecchiezza, così da prendere parte

alla vita degli dèi nell'Olimpo,

è meglio...

...

...

...

Ma se, o caro, bisogna ch'io giunga

all'odiosa vecchiaia,

se vivere devo tra gli uomini effimeri,

lontano dagli dèi beati,

molto meglio è, ora, per me sopportare

il destino mio

e vergogne...

alla stirpe intera...

il figlio di Crisaore:

questo non vogliano gli dèi

immortali.

d

... io, infelice e madre di figli

maledetti, io che ho sofferto pene indimenticabili,

io ti imploro Gerione,

se mai la mammella io ti porsi...

e

... rimaneva presso Zeus

signore di tutto.

Atena occhi azzurri, allora,

con aperte parole parlò allo zio materno

potente, guidatore di cavalli:

«Suvvia, memore della promessa

che mi hai fatto,

(non cercar di salvare) Gerione dalla morte

f

...

il dardo che nella punta

aveva il destino di morte, intriso

nel sangue... e nella bile,

per i dolori dell'Idra, che gli uomini uccide,

dal collo screziato. In silenzio,

furtivamente, nella fronte si conficcò:

e lacerò la carne e le ossa

per volere di un dio.

In cima alla testa rimase

infisso il dardo,

e di sangue purpureo contaminava

la corazza e le membra insanguinate.

Reclinò Gerione il collo

di lato, come a volte un papavero

quando, deturpando il corpo tenero,

lascia cadere i petali

...

g

Quando la forza del figlio di Iperione

sulla coppa d'oro saliva,

perché, varcato l'Oceano,

giungesse al profondo della sacra

notte e oscura,

dalla madre e dalla moglie legittima,

e i cari figli,

egli, a piedi, nel bosco ombroso

di allori andò, il figlio di Zeus...






 

IBICO

1.

... la grande città di Priamo

Dardanide, ricca e famosa, distrussero,

partiti da Argo,

per volere del grande Zeus;

e per la bellezza della bionda Elena

sostennero una lotta molto celebrata,

in una guerra luttuosa;

e la sventura salì su Pergamo misera

a causa di Cipride chioma dorata.

Ma non desidero ora cantare

né Paride ingannatore degli ospiti,

né Cassandra caviglie sottili,

né gli altri figli di Priamo,

né il giorno inglorioso della conquista

di Troia dalle alte porte; né...

la virtù superba

degli eroi che navi

concave dai molti chiodi trasportarono

- sciagura per Troia -, nobili eroi.

Agamennone potente li comandava,

il re discendente da Plistene, condottiero di uomini,

figlio del nobile Atreo.

Queste gesta solo le Muse Eliconie

esperte potrebbero rievocare nel canto;

un uomo mortale, vivente,

non saprebbe narrare i singoli casi:

il gran numero delle navi che da Aulide

attraverso il mare Egeo vennero

da Argo a Troia

che nutre cavalli; e in esse gli eroi

dagli scudi di bronzo, figli degli Achei,

tra i quali, il più valente nella lancia,

Achille veloce nei piedi,

e il grande, valoroso Aiace Telamonio.

...

...

...

...

...

(E venne anche colui) che Hyllis

dalla cintura d'oro generò:

e a lui Troiani e Danai

ritenevano simile Troilo

nell'aspetto amabile, come oro

tre volte cotto all'oricalco.

Insieme a loro, avrai anche tu,

Policrate, una fama indistruttibile di bellezza

per quanto sta al mio canto e alla mia fama.

2.

In primavera, i meli cidoni

irrorati dalle correnti dei fiumi,

- là dov'è il giardino incontaminato

delle Vergini - e i fiori della vite,

che crescono sotto i tralci ombrosi,

ricchi di gemme, germogliano. Per me Eros

in nessuna stagione si posa:

ma come il tracio Borea,

avvampante di folgore,

balza dal fianco di Cipride con brucianti

follie e tenebroso, intrepido,

custodisce con forza, saldamente,

il mio cuore.

3.

Di nuovo sotto le palpebre fosche

Eros mi lancia uno sguardo struggente,

e con multiformi malie mi getta

nelle reti inestricabili di Cipride.

Io tremo al suo venire,

come un cavallo aggiogato, vincitore negli agoni, vicino a vecchiaia,

controvoglia scende alla gara con il carro veloce.

4.

Germoglio delle glauche Grazie, Eurialo, cura

amorosa delle Ore dalle chiome belle, Cipride

e Peito dalle ciglia morbide

ti allevarono tra fiori di rosa.





 

SIMONIDE

1.

Degli uomini poca

è la forza, e vane sono le pene:

nella vita breve, fatica s'aggiunge a fatica;

e sovrasta la morte, che non si può fuggire.

Parte uguale ne ebbero in sorte

i buoni e tutti i cattivi.

2.

Poiché sei uomo, non dire mai quel che accadrà

domani; e se vedi uno felice,

per quanto tempo lo sarà:

veloce è il mutamento, come neppure lo scarto

della mosca dalle ali distese.

3.

Di coloro che morirono alle Termopili

la sorte è gloriosa, bello il destino,

e un altare è la tomba; al posto dei gemiti il ricordo, e il compianto è lode.

Una tale veste funebre la ruggine

non oscurerà, o il tempo che tutto doma.

Questo sacro recinto d'eroi scelse ad abitare con sé

la gloria della Grecia. Testimone è Leonida,

il re di Sparta, che un grande ornamento di valore ha lasciato,

e una fama perenne.

4.

Divenire davvero un uomo valente

è difficile, quadrato nelle mani, nei piedi

e nella mente, plasmato senza biasimo.

*  *  *

Né ritengo intonato il detto

di Pittaco, pur se fu pronunciato da un uomo

saggio. «E' difficile» - disse - «esser valenti.»

Solo un dio può avere questo dono, ma un uomo

non può non essere ignobile

se una sventura lo coglie senza rimedio.

Se ha successo, ogni uomo è valente;

ma è malvagio, se ha sorte cattiva; (per più tempo è eccellente)

chi dagli dèi è amato.

Non voglio, dunque, in una speranza vuota ed inane

sciupare la mia parte di vita

bramando l'impossibile:

un uomo che sia senza biasimo, fra quanti cogliamo

il frutto della terra vasta.

Quando l'avrò trovato, a voi l'annuncerò.

Tutti io lodo e amo:

chi nulla di turpe compia volontariamente; con la necessità

non lottano neppure gli dèi.

Basta per me un uomo che non sia cattivo

né troppo stolto, e conosca la giustizia che giova alla città:

un uomo sano. Io non lo biasimerò:

al biasimo non sono incline;

infinita è la razza degli stolti.

Ogni cosa è bella, cui non si mescola nulla di turpe.

5.

Quando nell'arca

ben costruita

il soffio del vento

e il mare sconvolto la prostravano

nella paura, con guance non asciutte,

intorno al capo di Perseo pose la mano

e disse: «O figlio,

quale pena io ho.

Tu dormi: col tuo cuore di bimbo

tu dormi, nella triste arca

dai chiodi di bronzo, nella notte buia

e la tenebra oscura disteso.

E il mare profondo - l'onda sfiora

i tuoi capelli - non curi,

né la voce del vento,

appoggiato nella veste di porpora

il tuo bel viso.

Se ciò che fa paura, per te fosse pauroso,

alle mie parole porgeresti

il tuo tenero orecchio.

Ti prego, bimbo, dormi: e dorma il mare,

dorma la sventura infinita.

Un mutamento appaia,

Zeus padre, da te.

Se un voto audace io formulo,

o lontano da giustizia, perdonami».




 

BACCHILIDE

1.

PER ARGEO DI CEO PUGILE RAGAZZO, VINCITORE

NELLE GARE ISTMICHE

Balza, o Fama che doni la gloria,

verso la sacra Ceo, recando

la notizia grata

che nella lotta delle mani audaci

Argeo riportò la vittoria.

Di imprese belle ha suscitato il ricordo,

quante nel glorioso collo dell'Istmo

lasciata l'isola divina

Euxantide, noi mostrammo

con settanta corone.

La Musa indigena evoca

uno strepito dolce di flauti,

onorando con epinici

il caro figlio di Pantide.

2.

PER IERONE DI SIRACUSA, VINCITORE COL CORSIERO

NELLE GARE DI OLIMPIA

...

Felice quell'uomo cui il dio

concesse una sorte di beni

e, con invidiato destino,

di condurre una vita splendida.

Ma tra i mortali nessuno

è in tutto felice.

Una volta - dicono - l'espugnatore di città,

il figlio invincibile di Zeus

vivida folgore, penetrò

nella casa di Persefone caviglie sottili,

per trarre via dall'Ade, su alla luce,

il cane dai denti aguzzi,

figlio dell'orrida Echidna.

Qui, presso le correnti del Cocito,

tante anime vide di mortali infelici

quante sono le foglie che agita

il vento sulle luminose balze

dell'Ida, ricco di greggi.

Tra esse spiccava l'ombra

del Portaonide dall'animo audace,

tiratore di lancia.

Come splendente lo vide nell'armi

il magnifico eroe figlio di Alcmena,

all'occhiello agganciò la corda sibilante;

alla faretra poi tolse il coperchio,

e trasse un dardo

dalla punta di bronzo. A lui davanti

apparve l'anima di Meleagro

che ben conoscendolo disse:

«Figlio del grande Zeus,

férmati; e, l'animo rasserenato,

non scagliar dalle mani

il dardo aspro, invano,

contro anime di morti:

non temere». Parlò così. Stupì il signore,

figlio di Anfitrione,

e disse: «Chi degli immortali

o degli uomini allevò un tale rampollo?

E in quale terra?

Chi l'uccise? Presto lo invierà

contro di me Hera

dalla bella cintura; ma di questo

si cura la bionda Pallade».

A lui rispose Meleagro

piangendo: «Difficile

è piegare la mente degli dèi

per gli uomini che vivono sulla terra.

Mio padre Eneo, domatore di cavalli,

avrebbe certo placato l'ira di Artemide veneranda,

coronata di boccioli, dalle braccia bianche,

supplicandola

con sacrifici di molte capre

e di buoi fulvi.

Ma inesorabile la dea serbò

l'ira: un cinghiale di forza immensa,

feroce, la vergine lanciò

in Calidone dalle belle pianure,

che nella sua potenza qui infuriando

devastava col dente filari di viti,

sterminava greggi, e chiunque

degli uomini incontro gli andasse.

A lui tremenda guerra noi facemmo,

i migliori tra i Greci, strenuamente,

per sei giorni, senza sosta; e quando il dio

offrì la vittoria agli Etoli,

seppellimmo coloro che il cinghiale dal forte ruggito

aveva ucciso, con violenza avventandosi:

Anceo e Agelao, il migliore

tra i miei diletti fratelli

che Altea generò

nella casa nobile di Eneo.

Molti ne uccise la sorte funesta:

non aveva ancora la cacciatrice

valente deposto l'ira,

la figlia di Latona: per la fulva pelle

combattemmo strenuamente

con i Cureti bellicosi.

Qui, tra molti altri,

Ificlo io uccisi

e Afarete valente, gli impetuosi zii materni.

Ares violento

non distingue in guerra un amico,

ma ciechi i dardi volano via

dalle mani e contro i nemici s'addensano,

portando la morte

a chi vuole il dio.

Questo non curò

la valente figlia di Testio,

la madre sventurata;

e decise la mia morte, l'impavida donna.

Dalla cassa ben lavorata trasse e bruciò

il tizzone dal breve destino:

era fissato dal fato

che fosse allora il termine

della mia vita. Climeno,

figlio valoroso di Daipilo,

corpo perfetto

già stavo spogliando delle armi:

davanti alle torri l'avevo raggiunto;

gli altri fuggivano verso

l'antica città, la ben costruita

Pleurone. Per breve tempo è ancora a me la vita dolce:

sentii abbandonarmi le forze,

ahimè; e traendo gli ultimi respiri, infelice,

piansi lasciando la giovinezza splendida».

Solo allora - dicono -

il figlio intrepido di Anfitrione

bagnò di pianto le ciglia,

compiangendo la sorte dell'eroe infelice.

Rispondendo a lui così disse:

«La sorte migliore per l'uomo è non essere mai nato,

né vedere la luce

del sole. Ma non c'è vantaggio

in tali lamenti: bisogna parlare

di quel che si può compiere.

Vi è nella casa di Eneo,

caro ad Ares,

una vergine figlia,

simile a te nell'aspetto?

Volentieri la farei mia splendida sposa».

L'ombra di Meleagro,

forte in guerra, rispose:

«Deianira, dal tenero collo,

lasciai nella casa,

inesperta ancora di Cipride d'oro,

che incanta i mortali».





 

PINDARO

1.

PER SENOCRATE DI AGRIGENTO, VINCITORE COL CARRO

Udite: il campo di Afrodite

occhi vivaci o delle Grazie

noi ariamo, muovendo al tempio

ombelico della terra altitonante;

qui, agli Emmenidi felici, alla fluviale Agrigento

e a Senocrate, per la vittoria pitica,

è costruito, nella valle ricca d'oro

di Apollonia, un tesoro di inni,

che mai la pioggia invernale - esercito

irruento e spietato

di nuvola risonante - né il vento con detriti

confusi percuotendolo sospingeranno

negli abissi del mare. Nella luce pura, la sua fronte

annuncerà nei discorsi dei mortali,

o Trasibulo, la vittoria illustre, comune a tuo padre e alla stirpe,

riportata col carro nelle valli di Crisa.

Nella mano destra serbandolo, tu guidi

dritto il precetto

che una volta - narrano - sui monti

il figlio di Filira impartì al Pelide,

separato dai suoi genitori: tra gli dèi, onorare

soprattutto il figlio di Crono, dalla voce grave, signore

dei lampi e dei fulmini; e non privare mai di questo onore

i genitori per la vita che loro è destinata.

In altro tempo, sentimenti simili nutriva

il forte Antiloco,

che morì per il padre, affrontando

Memnone sterminatore, re

degli Etiopi. Colpito da frecce di Paride,

bloccava un cavallo il carro di Nestore. Protese

Memnone la lancia possente. Turbata, la mente

del vecchio Messenio gridò il nome del figlio.

A terra non cadde la sua parola. Lì

resistendo, l'uomo divino

comprò con la sua morte la vita del padre;

e compiuta l'impresa immane, egli parve

ai più giovani della stirpe antica

il più grande per virtù verso i genitori.

Ma questo è passato. Dei giovani di ora, più di tutti

Trasibulo procede secondo la norma paterna

e segue lo zio in ogni splendore.

Con senno egli usa la ricchezza,

e coglie una giovinezza non ingiusta né tracotante;

ma negli antri delle Pieridi coltiva la poesia,

e a te, Scuotitore della terra, che governi le gare dei cavalli, o Poseidone,

si dedica, con animo fervente.

Dolce anche nei rapporti conviviali, la sua indole

supera l'opera traforata delle api.

2.

PER TEEO DI ARGO LOTTATORE

...

Mutando a vicenda la sorte,

essi un giorno dimorano presso Zeus,

il padre diletto; un altro, nelle cavità della terra,

nei recessi di Terapne,

compiendo un uguale destino. Questa vita

scelse Polluce, più che essere in tutto un dio

e abitare nel cielo, poi che era morto

Castore in guerra.

L'aveva trafitto Ida

irato per i buoi, con la punta della lancia di bronzo.

Dal Taigeto, spiando, Linceo

lo scorse acquattato nel cavo

di un tronco di quercia: ché di tutti i mortali

egli aveva più acuto

lo sguardo. Con corsa veloce subito

lo raggiunsero, e ordirono in breve il grande misfatto.

Ma dalle mani di Zeus una pena terribile patirono

gli Afaretidi. Inseguendo,

giunse presto il figlio di Leda; ed essi si opposero

a lui presso la tomba del padre.

Divelta di qui una pietra levigata, ornamento di Ade,

la scagliarono contro il petto a Polluce; ma non lo schiacciarono

né lo respinsero. Balzò egli con la lancia veloce,

e immerse il bronzo nel fianco a Linceo.

Contro Ida scagliò Zeus il suo fulmine, portatore di fuoco, fumoso:

insieme essi arsero, in solitudine. Difficile è per i mortali

lottare coi più forti.

Sùbito il figlio di Tindaro

tornò indietro presso il forte fratello:

non morto ancora, ma per l'affanno

scosso da rantoli convulsi lo trovò.

Versando lacrime calde, tra i gemiti,

gridò: «Padre Cronide, quale rimedio sarà

ai miei dolori? Ordina anche a me,

insieme a lui, la morte, o Signore.

Per l'uomo privato dei suoi cari

perduta è la gloria: nell'affanno, sono pochi i mortali

che, fedeli, partecipano alle pene». Così

disse. Zeus davanti gli venne

e pronunciò queste parole: «Tu sei mio figlio;

poi, congiuntosi alla madre tua,

l'eroe suo sposo stillò

il seme mortale. Ma orsù, questa scelta

io ti concedo: se evitata la morte

e la vecchiezza aborrita,

tu vuoi abitare con me nell'Olimpo,

con Atena e con Ares dalla lancia nera,

è possibile a te questa sorte. Ma se per il fratello combatti,

e ogni cosa pensi dividere con lui in parte uguale,

metà del tempo vivrai sotto la terra,

e metà nelle dimore d'oro del cielo».

Così parlò. E Polluce non pose alla mente un duplice pensiero:

sciolse l'occhio e poi la voce

di Castore dalla cintura di bronzo.

3.

PER TEOSSENO DI TENEDO

Al momento opportuno dovevi, animo mio,

coglier l'amore, in giovinezza.

Ma guardando i raggi

che dagli occhi di Teosseno balenano,

chi non trabocca di desiderio, ha il cuore nero

temprato nell'acciaio o nel ferro

con gelida fiamma. Disprezzato

da Afrodite pupille vivaci,

o soffre pene violente per ottenere guadagni,

o, servo di tracotanza femminile,

freddo percorre ogni sentiero.

Ma io, a causa di lei, come la cera delle api sacre

morsa dal calore, mi consumo, quando guardo

la giovinezza degli adolescenti dalle membra floride.

In Tenedo, certo,

Peito e Grazia abitano

nel figlio di Agesilas.