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IL SEICENTO
Il termine "barocco" con cui oggi si designa la
cultura del Seicento o una sua parte può avere
una doppia origine: vi è chi la lega al
portoghese barroco, spagnolo barruecò, con il
suo significato di "perla irregolare", e chi
invece pensa a una figura del sillogismo
scolastico del tutto formale e improduttivo,
chiamata appunto "baroco".
Ma in entrambi i casi si indica qualcosa di
negativo. Infatti già nel Settecento, tanto in
Francia quanto in Italia, "barocco" diventa
l'equivalente di bizzarro e stravagante,
soprattutto in rapporto all'arte e
all'architettura.
Solo alla fine dell'Ottocento, con
l'Impressionismo e il Simbolismo, il termine
assume un valore nuovo per descrivere una
trasformazione profonda del gusto e dell'ordine
rinascimentale. Così il suo duplice etimo,
liberato dal pregiudizio classicistico di una
norma immutabile, rimanda nel nostro dizionario
moderno alla realtà storica di una visione del
mondo e delle sue forme di autorappresentazione
attraverso l'immagine e la parola. Quanto alla
letteratura, si deve subito dire che sin dai
primi anni del secolo essa afferma e riflette
un'ansia febbrile del nuovo. AI pari
dell'universo, muta anche la biblioteca del
passato, mentre la tradizione viene assunta come
una sorta di grande museo da esplorare e
ricomporre secondo le ragioni o le velleità di
un tempo moderno, diverso da tutto ciò che lo ha
preceduto.
La letteratura di un'epoca è una pluralità di
modi o di lingue che non si lascia ridurre a una
definizione unitaria, tanto più nel Seicento,
allorché la "repubblica delle lettere" comincia
a dividersi in corrispondenza all'avvento
progressivo degli Stati nazionali. Ma non vi è
dubbio che un elemento comune del paesaggio
verbale secentesco consista proprio nel barocco.
Per "barocco" intendiamo una sensibilità e una
tecnica espressiva che esasperano la
raffinatezza sino all'ossessione
dell'artificioso e fanno della metafora il suo
strumento fondamentale, il suo principio
dinamico, con una radicalità e un'ampiezza
ignote al Rinascimento.
Scoprendo nuove corrispondenze e somiglianze tra
gli oggetti del reale e del dizionario, la
metafora dà luogo all'"acutezza", al Witz, al
wit, all'ésprit, alla agudeza, ricostruendo
l'universo in uno spazio immaginario, in cui
deve entrare anche ogni lettore.
All'imitazione
si sostituisce la trasfigurazione o il
travestimento. Ciò che si produce è un mondo
sdoppiato, ricco di metamorfosi e di giochi
analogici, un "teatro pieno di meraviglie" come
spiegava Emanuele Tesauro. E la metafora allora
ha la stessa funzione di una macchina ottica:
essa scruta e illumina i paradossi
dell'apparenza attraverso le rifrazioni della
parola.
Gli avversari della poetica dell'"ingegno" e
dello "stupore" si appellano subito, non appena
si moltiplicano i suoi esempi, alla misura del
classicismo e della ragione. Ma anche la
macchina metaforica nasce da un impulso
scientifico, da una tensione di conoscenza nello
specchio mutevole del linguaggio.
Occorre soltanto la forza convinta e ardita
dello scrittore (Góngora o Donne).
Nella sua ricerca dell'inedito e del
sorprendente, la poesia barocca dilata e
modifica per almeno tre generazioni la tematica
della tradizione lirica senza più rispettare le
differenze stilistiche dei "generi". Da una
parte vi entrano figure e situazioni quotidiane
eccentriche e dall'altra aspetti naturali o
spettacolari, oggetti e manufatti curiosi come
l'orologio, il compasso, il telescopio, la
fontana, l'automa. La natura e l'arte,
quest'ultima insieme alla tecnica,
contribuiscono a fornire un repertorio di
immagini canoniche, una collezione
sontuosa di modelli figurativi che esaltano
nello stesso tempo la permanenza e il divenire,
convertendosi con il favore della moda in
altrettanti cliché. Tra essi spiccano, poichè
trascendono la letteratura e investono una
metafisica dell'esistenza, le grandi metafore
cosmiche della vita come teatro (theatrum mundi)
e del mondo come libro (liber naturae), che
acquistano nel Seicento l'autorità di simboli
esistenziali della storia dell'uomo moderno.
Nel
loro intreccio complicato di peripezie e di
conflitti, gli avvenimenti divengono le scene di
un grandioso teatro, i segni e le figure di un
libro che bisogna decifrare come la mappa
incompiuta di un labirinto. È un processo di
visualizzazione drammatica che contraddistingue
tutta la cultura e l'antropologia di un secolo
tumultuoso, diviso tra antiche e nuove certezze.
L'emblematica
Non si può intendere la civiltà della metafora
secentesca se non la si pone in rapporto con una
mentalità a cui bisogna dare il nome di
"emblematica". Dopo il tardo Rinascimento si
diffonde progressivamente la fortuna delle
imprese e degli emblemi, essendo questi ultimi
raffigurazioni pittoriche di oggetti che
illustrano un concetto, spiegato a sua volta da
un epigramma di commento. Le imprese invece non
mirano a un insegnamento morale valido per
tutti, ma si riferiscono sempre a un individuo
particolare, a un personaggio eminente,
designato per via di metafora attraverso una
"pittura" e un "motto". Di qui un linguaggio
insieme visivo e verbale, costruito per estrarne
un significato; e di qui ancora la procedura
corrente di una visualizzazione simbolica, a cui
deve corrispondere un'iconografia vivida e
sensuosa, un po' come accade nei manifesti
pubblicitari dei nostri tempi. Ma l'emblema fa
parte di una società della festa e della corte,
implica un codice di etichetta e soprattutto
un'idea del cosmo che parla ancora all'uomo con
la sola verità dei suoi disegni divini.
Così, mentre la scienza scopre un universo
silenzioso e neutrale, non più antropocentrico,
la retorica comunicativa dell'emblema e del
blasone continua a credere in una natura dove
tutto può essere metafora e illuminazione del
microcosmo umano. Non stupisce quindi che nella
loro polemica contro gli ateisti e i libertini
gli scrittori della nuova apologetica cattolica
e cristiana uniscano l'emblematica e
l'osservazione naturalistica per riaffermare il
piano divino interno al mondo e alla sua
prodigiosa struttura d'opera d'arte.
La teatralità barocca
La civiltà visiva del Seicento è tutt'uno con
quella teatrale. Si direbbe proprio che tutte le
sue manifestazioni, anche nella pluralità dei
costumi e delle geografie sociali, siano
regolate da una legge dell'ostentazione e della
teatralità, da un bisogno dell'effetto
scenografico in un sistema di rigide gerarchie.
Se la vita è un teatro, ogni uomo interpreta un
ruolo come attore del proprio "io" profondo.
Questa convinzione non viene soltanto dall'interno di una coscienza riflessiva: essa
scaturisce soprattutto dalla registrazione
stessa degli eventi, in un'epoca di guerre, di
crisi, di colpi di scena, di conflitti, di
rivolte, di eroi e di masse senza nome. E il
secolo vede nascere così il teatro moderno tra
il linguaggio tragico di chi affronta il proprio
destino e la gestualità vitale della
commedia dell'arte.
Da Shakespeare a Calderón de
la Barca, da Gryphius a Vondel, da Corneille a
Racine, il dramma dell'uomo viene esplorato ed
espresso nel contrasto terribile del potere e
dell'amore, nella polarità di illusione e
costanza, nell'ansia di una grandezza votata al
silenzio, nell'orrore del desiderio e del
peccato. ll mito e la storia ubbidiscono alla
stessa attualità, tanto più quando il dramma
piega verso la commedia con il suo riso spesso
non meno ambiguo.
La retorica studia le antitesi e i paradossi
della frase. Ma ora le antitesi e i paradossi si
trasferiscono nella sintassi esistenziale
dell'uomo e regolano sulla scena il suo pathos
di fantasma incarnato in un corpo e in un gesto.
Dal gioco combinatorio della scrittura si passa,
insomma, al gioco combinatorio della vita e
della sua rappresentazione. Il teatro si fa
misura dell'essere umano, sia che egli confidi
ancora nella trascendenza, sia che si rivolga a
una fattualità conclusa in se stessa ma
enigmatica, dall'auto sacramental spagnolo alla
history inglese.
La teatralità barocca si ritrova anche nella
predicazione, nell'oratoria sacra, avendo come
scena la corte, la città, la piazza, la
campagna.
Sono infatti gli anni travagliati della
controffensiva cattolica sancita dalla riforma
del Concilio di Trento, in cui il fervore della
propaganda invade ogni campo dell'arte e
l'architettura diventa una retorica spaziale del
coinvolgimento emotivo. Accanto all'eloquenza
della "acutezza" e dei suoi virtuosismi
intellettuali, destinata a un'élite accademica,
ecco imporsi un'oratoria più austera e diretta,
anche quando punta sull'iperbole di un'oralità
commossa e consapevolmente drammatica. Il suo
destinatario non è più soltanto il letterato, ma
anche l'uomo comune, l'uomo del popolo, nella
massa urbana o contadina. Il predicatore deve
essere ora anche un missionario, e nella sua
predica, tanto più se si tratta di un padre
gesuita, riecheggia presto il ricordo della
nuova epica missionaria, in Asia come in
America.
Così il sublime degli orizzonti lontani
e degli spazi esotici non più solo leggendari si
fonde con il canone sacro di un sublime biblico,
quale lo codificava per tutto il secolo il De
eloquentia sacra et human (1619) del padre
Nicolas Caussin.
Il romanzo e la divulgazione scientifica
Se la letteratura del Seicento in un'Europa
divisa e confusa costituisce un insieme che si
articola in un sistema gerarchico di generi e di
registri stilistici, un posto particolare e di
nuovo sorprendente rilievo spetta al romanzo. Il
genere romanzesco sale imperiosamente alla
ribalta e si affianca a quello epico per
rappresentare le peripezie dell'esistenza nelle
strutture mobili ed aperte della prosa.
Cervantes ne è quasi il genio tutelare. Il
romanzo barocco può essere eroico, sentimentale,
storico, picaresco, enciclopedico, pastorale,
utopico, quasi come uno specchio multiplo di una
società e delle sue forme di vita differenziate
verso l'alto e verso il basso.
Attraverso le convenzioni di un immaginario
riavvicinato al presente, l'avventura e la prova
danno consistenza alla storia di un destino o
alla formazione di un'individualità, che può
essere anche quella di una donna, picaresca o
aristocratica. D'altro canto, nel nuovo mercato
librario comincia a disegnarsi anche un pubblico
femminile, teatrale e romanzesco.
È stato detto
che il romanzo barocco rappresenta l'espressione
di una coscienza linguistica galileiana, ossia
di una logica molteplice dei punti di vista,
entro cui si costituisce l'osservazione sul
mondo. Per questo il suo emblema più vero sembra
essere la strada, il luogo degli incontri e
delle conoscenze in divenire sulla mappa sempre
precaria e aggrovigliata del reale. E non
stupisce neppure che ai romanzieri si
affianchino i viaggiatori con le loro
testimonianze avventurose ma vere.
Il romanzo porta anche alla biografia e, se vi
si aggiunge l'introspezione mistica, al viaggio
interiore nello spazio dell'anima, sino ai
fantasmi secolarizzati del romance.
Al pari di una nuova scienza della natura,
matematica e sperimentale, si costituisce anche
una scienza dell'uomo, un'antropologia
interpretativa dei suoi comportamenti, che mette
a frutto in una sintesi tutta moderna l'etica
aristotelica, il neostoicismo cristiano e il
probabilismo della retorica, senza ignorare, ma
tacendola, la lezione implacabile di
Machiavelli. Nel contesto di una corte ormai
identificata con lo Stato assoluto, l'uomo viene
descritto come un attore lucido e sospettoso
poiché, come ammonisce il Graciàn dell'Oracolo
manuale, la vita è "milizia" contro la "malizia"
umana. È necessario dunque guardare al di là
dalle apparenze, dietro le maschere e le
facciate, il gioco nascosto delle passioni e
degli interessi, sapendo decifrare l'intrigo e
il segreto delle macchinazioni sempre in
agguato. La saggezza sta, dunque, in questo
desengano, in un'arte severa e attenta della
"dissimulazione onesta" che, sola, può difendere
la libertà della coscienza.
Chi legge i moralisti
del Seicento pensa subito a una pittura di
grandi vortici di ombre e di luci, di contrasti
cupi, violenti, estremi, nel gusto di un teatro
caravaggesco. L'impressione si fa ancora più
precisa quando si considera la loro prosa: una
prosa di struttura saggistica a periodi brevi,
ad antitesi appuntite, a cadenze secche, in cui
si realizza l'ideale di uno stile senecano o
laconico (uno style coupé), non a caso al centro
delle polemiche letterarie nei primi decenni del
secolo. È un altro tratto barocco dell'Europa,
sullo sfondo della guerra dei Trent'anni e della
Fronda.
Dalla scienza galileiana e poi newtoniana viene
alla letteratura una prosa razionale di
comunicazione scientifica, assai diversa da
quella dell'enciclopedismo aristotelico e delle
sue varianti magico-naturalistiche. Essa si
contrappone al costume ludico dell'acutezza, al
virtuosismo dell'erudizione analogica, in nome
di una scrittura piana e naturale, che vuole
indirizzarsi anche all'artigiano, e le nuove
accademie scientifiche, da Roma a Londra e a
Parigi, confermano tutte questo costume della
chiarezza argomentativa, aliena dagli orpelli
dell'ornamentazione barocca. Ma il Galileo del
Saggiatore, che in fondo è una specie di
discorso del metodo prima di Cartesio, dimostra
anche come possa darsi una retorica del vero,
un'ironia dell'intelligenza indagatrice, capace
di congiungere l'esattezza di una dimostrazione
o di un esperimento con i modi affabili e vari
di una conversazione appassionata.
Il dibattito
scientifico sanziona nuovi generi comunicativi
quali la lettera, il rendiconto, la notizia, la
replica dialogata, la memoria, e invita
all'eleganza della naturalezza rifiutando
l'enfasi di un vecchio rito accademico. E uno
scienziato anche Pascal che scrive le
Provinciali contro la casistica dei Gesuiti:
solo che qui l'eleganza si converte in lucidità
quasi feroce, in ironia armata di sarcasmo
inflessibile.
Il classicismo barocco
Sin dagli inizi del secolo, non appena
s'infiamma la moda dell'acutezza metaforica,
coloro che la condannano come una corruzione del
gusto ripropongono l'etica di un classicismo per
così dire virile e non effemminato, in cui
l'ingenium abbia il suo contrappeso armonico nel
iudicium e nel principio concomitante del
"decoro".
A parte i conservatori di stretta osservanza, i
letterati che si sentono moderni ma estranei a
una retorica dell'intellettualismo astratto e
insieme sensuale, optano per una poetica degli
effetti e del pathos, rifacendosi a una
teatralità interiore sul modello di uno
stoicismo in cui entra anche, per i cattolici,
la spiritualità degli Esercizi di Ignazio di
Loyola. Così, insieme con un dialogo polemico
che si ramifica di decennio in decennio, dalle
discussioni sull'Adone del Marino sino a quelle
sul Cid di Corneille, si sviluppa in più centri
un'esperienza di poesia che si dichiara oraziana
e pindarica, gnomica e lirica, con
un'inflessione drammatica.
Il suo equivalente
più alto, se dall'Europa continentale si passa
all'Inghilterra, è il Paradiso perduto di
Milton, oramai nella sfera di un'estetica del
sublime e della magnanimità puritana.Ma il vero
approdo del classicismo barocco sembra la
letteratura del Grand siècle, quello che
corrisponde al lungo regno di Luigi XIV il
Grande (1643-1715), tra Molière, Racine, Bossuet
e Boileau, allorché essa si integra nell'ordine
e nello splendore di una monarchia assoluta.
Allora l'idea della classicità si ricongiunge
all'intuizione di una bellezza fondata sulla
natura e sul vero e apre così la strada
all'Europa letteraria del sentimento e della
ragione, mentre la querelle des anciens et des
modernes colpisce anche il barocco. Basta però
dare ascolto all'alto e puro parlato di Racine
per riscoprirvi le tensioni e i mostri interiori
del secolo: l'apoteosi e le rovine, l'eros e la
tristezza funebre, la grazia e la malinconia
nera, il sole e le tenebre che non hanno
confine. Tanto sulla scena quanto nella
solitudine di una biblioteca o di uno studio il
Seicento è davvero il secolo della
contraddizione e del genio.
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