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IL SETTECENTO
Il secolo dei filosofi e dell'Encyclopédie, il
secolo di Newton e della ragione scientifica
sembrerebbe anche il secolo della prosa nelle
sue molteplici varietà stilistiche e nella sua
sorprendente ricchezza di forme discorsive che
vanno dall'eloquenza sino alla conversazione, al
dialogo con il lettore su tutto ciò che
interessa l'uomo e il suo universo culturale.
Si
direbbe non ci sia posto per la fantasia se non
come veicolo del vero e della riflessione, tanto
più dopo il grande fuoco d'artificio della
stagione barocca e l'esempio francese del grànd
siècle, regalmente apollineo.
Così la poesia del primo Settecento riordina su
dominanti razionalistiche il mobile gioco
combinatorio dell'ingenium secentesco e lo
converte nel wit regolato delle poetiche
arcadiche e cartesiane, in nome di un
classicismo che ripropone con sapiente mestiere
e con lucida misura la precisione visiva dell'ut
pictura poésis, dove la parola ha il profilo di
un oggetto e la nitidezza di un disegno
geometrico ornatamente essenziale. Il gusto che
vuole "faire aux yeux briller la vérité" si
allea al "bon sens" e al culto rigoroso, ma
elegante della tradizione.
Di qui deriva una
lirica neo-oraziana di moderno decoro e anche
aperta ai toni alti dell'ode, una poesia
didascalica e satirica che da Pope a Panini
attesta una vitalità pari alla squisitezza, e
infine la celebrazione poetica della scienza e
dei suoi eroi che immette nell'universo
newtoniano, ormai muto e anonimo come una grande
macchina perfetta, l'incanto decorativo delle
favole antiche.
Ma la natura non è soltanto un museo di
allegorie e personificazioni, cosmo strutturato
dalle leggi di una meccanica razionale, perché
l'uomo che pure ne fa parte reca in sé quella
che Locke aveva definito uneasiness,
l'inquietudine, l'aspirazione a qualcosa che
manca, il turbamento di una condizione emotiva
connaturata all'essere umano.
E per la generazione letteraria che si affaccia
alla ribalta europea, dopo la metà del secolo, è
proprio questa consapevolezza a orientare una
nuova ricerca poetica che alla regolarità della
ragione oggettiva sostituisce la forza del
sentimento individuale, l'entusiasmo non più
inteso come eccesso irrazionale — secondo quanto
ammetteva Shaftesbury — ma come fervore, intensa
emozione, verità profonda di un io che deve
ascoltare solo se stesso.
Non per nulla si
sviluppa la discussione sul carattere autonomo
del genio e dall'empirismo scaturisce
l'estetica, ossia la filosofia di una
sensibilità creativa, della "pulcritudo
cognitionis sensitivae". Non è più il tempo
dell'eros galante, del divertimento, del
capriccio rococò, ma dell'elegia campestre,
della meditazione in rapporto diretto con la
natura, dell'inno grave e appassionato che —
come in Klopstock — attinge il linguaggio
dell'interiorità dall'esperienza del Pietismo.
In una natura dove per il razionalismo non hanno
più posto i valori simbolici del sacro, presenti
ancora nel grande tempio barocco, la poesia
tenta di recuperare il mito e lo cerca
all'interno della parola, nel profondo della
voce, mentre rimanda a un corpo e al suo oscuro
contesto di passioni e impulsi indistinti.
Come
intuisce Burke, il sublime, cioè la percezione
di uno spazio smisurato, pone fine al
classicismo delle idee chiare e distinte e la
parola non funziona più come uno specchio — per
usare una formula critica di comodo — ma come
una lampada, come una rivelazione che scaturisce
dall'idea stessa del linguaggio. D'altra parte
come dimenticare Vico, Herder o forse anche
Diderot, e la riscoperta di una vitalità verbale
legata a un mondo primitivo e a una storia
iscritta nel corpo vivente di ogni metafora?
Quanto più la modernità afferma se stessa, tanto
più si direbbe che sperimenti il fascino del
primordio, dell'origine lontana; ed ecco,
infatti, lo straordinario di un falso quale
l'Ossian di Macpherson e più ancora il ritorno
alla grande poesia biblica all'insegna del
sublime.
Così, se al primitivo ebraico subentra
la classicità come la ricostruisce il pagano e
neoclassico Winckelmann contro il capriccio
della rocaille e del barocco — essa diviene a
sua volta il luogo della felicità perduta,
l'utopia di un reale che coincide con la forma,
quasi un paesaggio d'esilio investito dalla luce
struggente di una nostalgia.
La stessa Weimar di
Goethe è il simbolo regale della rinuncia. A
parte il Blake dei Songs of Innocence, lo
Schiller poeta degli Dei della Grecia non può
che commemorare una perdita e un'assenza, a cui
associa nello stesso tempo il mito moderno del
poeta sentimentale che si riconosce — fra
Rousseau e Kant separato dalla natura e dunque
solo con il destino di cercarla e di ritrovare
la verità e l'innocenza anche nello "stato
artificioso" della cultura.
Il Prometeo dello
Sturm und Drang finisce così in un Ulisse
introspettivo alle prese con l'odissea del
proprio spirito diviso, simile forse al Torquato
Tasso di Goethe. E non sorprende che al di là
dei differenti geni e codici nazionali nel
linguaggio poetico dell'ultima generazione
settecentesca, formatasi fra razionalismo ed
empirismo, affiori una nuova intonazione
drammatica e un'incisività ritmica proiettata
verso lo spazio vertiginoso di una fantasia
interiore, in cui fermenta anche l'ansia
riflessa del sogno rivoluzionario. La musica,
poi, con il suo possente slancio sinfonico
restituisce anche alla parola una scandita e
libera densità semantica. I miti rinascono come
archetipi della coscienza moderna, come
geroglifici di un'immaginazione consapevole del
"disincanto" che è ormai connaturato alla sua
stessa potenza metaforica di unire il soggetto e
l'oggetto, l'io e la natura infinita.
Dalla statua alla tela del ragno
Nel corso del secolo il meccanismo della scienza
barocca si trasforma in sistema di forze
meccaniche, in cui anche l'individuo — la monade
di cui ragionava il grande Leibniz — è un vivo
centro dinamico. Ma per il Condillac del Traité
des sensations l'uomo somiglia piuttosto a una
statua, a una sorta di automa che si anima
lentamente sotto gli impulsi dei desideri e
delle reazioni del proprio organismo sensoriale
a contatto con il mondo esterno. Questa
concezione sensistica trova un fondamento
biologico nell'analisi medica dell'irritabilità
nervosa, soprattutto per merito di uno
scienziato e poeta come lo svizzero Haller, e
l'automa meccanico si precisa nell'aspetto
funzionale di uno strumento vibrante, quasi un
concerto organico di sensazioni. Non è un caso,
infatti, che da Hume a Rousseau, per non citare
Diderot, la sensibilità nel suo tessuto di fibre
e nervi sia concepita come un complesso
strumento musicale, all'interno di un universo
fisico dove valgono solo le leggi dell'acustica,
delle vibrazioni nell'aria e tra i corpi. Se poi
La Mettrie nell'Homme-machine ritorna al
modello dell'automa e dell'orologio, Montesquieu
si richiama invece al modello della tela di
ragno — anch'esso di origine barocca — per
concludere che "on ne peut remuer un de ces fils
sans le Mouvoir". Fragile e prodigiosa, la tela
rappresenta appunto la trama delle sensazioni,
l'architettura mobilissima delle associazioni
psichiche, il teatro effimero dei fantasmi che
formano la vita della coscienza e il suo legame
indissolubile con il caso. Così più l'empirismo
e la medicina portano l'attenzione sulla
dinamica interna della natura umana, più nel
sistema razionalistico si incunea l'ombra di
un'origine oscura, come una dissonanza che sorga
dall'universo informe degli istinti. Anche sulla
strada della sensibilità, quando la si
scandaglia nel profondo, si intravede la
componente problematica dell'uomo e la
letteratura è appunto uno di questi scandagli,
magari sotto forma di un arabesco e di un
divertimento.
La critique universelle fra prosa e poesia
La varietà sinuosa della linea serpentina,
teorizzata da Hogarth per rendere il capriccio
della mutevole bellezza, non prende corpo
soltanto nell'enciclopedismo problematico del
Tristram Shandy, ma anche nella mappa composita
dell'esperienza letteraria settecentesca,
sowertendo i confini dei generi
istituzionalizzati ed esaltando quelli tanto
meno canonici del romanzo, dell'autobiografia e
del melodramma, accanto alla favola, al
pamphlet, al rendiconto scientifico, al
capriccio satirico e al resoconto erudito che si
fa a sua volta romanzesco.
A fianco del
classicismo normativo si insedia un laboratorio
di combinazioni più libere e inquiete che hanno
nella critica il loro centro generativo, anche
quando vi dominano la grazia e la leggerezza
digressiva del rococò. Si afferma un nuovo
stile, colloquiale e sorridente, vivo e sciolto
sino all'accento più quotidiano della prosa di
giornale e del saggio d'attualità sul commerce
des hommes. L'acutezza critica può allearsi
allora con il gusto satirico e affidarsi tanto
all'epigramma quanto all'esprit della commedia,
mentre la poesia si awicina alla prosa come
vuole Houdar de La Motte quando
nell'ode la Libre eloquence raccomanda il
verso libero in quanto più aderente all'oratio soluta del pensiero. Allo stesso modo il
verso raffinatissimo che Pope adotta nel
The Rape of the Lock o Panini nel Giorno
trascrive la critica di costume — di casa nel
romanzo — nel registro capovolto di una mock
epic deformata dalla stilizzazione maliziosa della parodia. Anche nel tono alto della
tradizione didascalica si impone alla fine la
qualità media della prosa, la stessa che si
trova nel realismo romanzesco di un Fielding,
soprattutto quando egli dialoga con il lettore
tra le maschere di una mitologia derisa.
E
insieme con la satira e il genere breve della
letteratura epigrammatica rivive il microcosmo della favola, dopo il prodigio di La
Fontaine, con Lessing, Mandeville e Gozzi. È nella fiaba, infatti, che il meraviglioso della
decorazione rocaille, ospitando animali
parlanti,
oggetti magici, cabale astrologiche, coniuga
insieme un'antica saggezza popolare e una
ragione ideologica tutta moderna.
Ma il fiabesco
può nascondere anche l'orrore, quello
che si cela nel racconto allegorico dei
Gulliver's Travels, nel nichilismo paradossale
di
Swift; mentre nel conte filosofico di materia
francese, dalle Lettres persanes a Candide e
Micromégas, l'ironia è a un tempo secca e
festosa, alla maniera di un balletto che l'assurdo dei costumi umani e l'illusione di ogni
pensiero sull'armonia possibile dell'universo, soprattutto dopo il terremoto e la
catastrofe di Lisbona. Lo scrittore volterriano
intrattiene con il suo lettore una sorta di dialogo
socratico di un vero non più metafisico, ma
pratico, legato alla condizione fisica
dell'uomo. Il pathos della ragione si annulla
così nel virtuosismo inventivo delle sue agili
marionette, nello scatto di una prosa tanto
funambolica quanto naturale sempre, per così
dire, a colpo sicuro — ormai lontano
dall'orizonte patetico dell'homme sensible,
pronto anche alla commozione del pianto.
Dalla natura immutabile alla passione oscura
Se il realismo descrittivo sembra ubbidire a una
logica pittorica, a mano a mano che
l'intelligenza critica — soprattutto con il
Laocoonte di Lessing — distingue le arti del
tempo da quelle dello spazio, la parola
drammatica si fonde con quella epica dell'uomo
appassionato che è la potenza di una voce
primigenia, remota e insieme presente; ed è in
questa prospettiva che si tornano a leggere
Omero, Dante e Shakespeare fuori dalle
convenzioni della "bella natura", soprattutto
allorché il grande Johnson della Preface
interpreta Shakespeare come il poeta della
genera) nature, ossia dell'universalità delle
passioni che appartengono a tutti i tempi e a
tutti i luoghi.
La traduzione di Letourneur adatta poi la lingua
shakesperiana alla cultura francese, ma
l'effetto resta lo stesso — anche se non
raggiunge l'altezza della tradizione tedesca —
dallo Sturmund Drang sino a Schiller, dopo la
rivolta contro il gusto classico e
razionalistico di Francia.
L'imitazione della natura nella sua verità non
più idealizzata consiste proprio nel far parlare
le passioni e i loro conflitti, in quello
scatenamento fatale che il Voltaire tragico
ignora nella retorica declamante del suo teatro
e che invece non sfugge al furore alfieriano del
Saul, non per nulla in consonanza con l'Enquiry
di Burke e con la sua rivendicazione del
terrible power del sublime. Ma già prima di
Burke, quando ancora era intatto il principio
dell'ut pittura poésis, nell'Essai sur la poésie
et la peinture Dubos correla il piacere estetico
della sensibilità all'intensificarsi
dell'emozione e illustrando la dinamica
dell'organismo psichico Condillac nel Traité
dessensations sostiene che "il desiderio è il
più pressante dei nostri bisogni, sicché appena
un desiderio è soddisfattone pensiamo un altro".
Passione e desiderio costituiscono, dunque, il
fondo vitale dell'uomo.
Nell'antitesi fra noia e inquietudine, torpore e
sensazione forte che ricorre nei testi di
poetica, ma anche in quelli di confessione
autobiografica se non addirittura di diario —
come quando Madame du Deffand scrive "l'ennui
est l'avant gout du néant, mais le néant lui est
préferable" — va forse cercata una delle radici
del sublime che Burke ricava come categoria
psicologica, e non più retorica,
dall'associazionismo di Locke e Nume e
dall'empatia positiva nei confronti di uno
spettacolo tragico che anche se doloroso
diletta.
Attraverso l'analisi dell'Enquiry il sublime si
contrappone ora in modo definitivo al bello,
perché di là della sfera dell'ordine,
dell'armonia, della chiarezza si estende lo
spazio indistinto dell'oscurità e della notte,
della verticalità e dell'abisso, di ciò che è
immenso e in
forme, dove la sensazione dominante per l'uomo
che ne fa esperienza è un orrore mescolato al
piacere, un brivido che è anche euforia. Si
entra così in un universo di passioni buie, di
trasalimenti ambigui, di sensazioni attonite ed
esaltate, le stesse che più tardi nella Critica
del giudizio Kant trascende e rimuove nel
sublime intellettuale di una mente capace nella
sua finitezza di concepire l'infinito.
Ma il sensualismo associativo di Burke, che
presuppone la vitalità di un corpo sfiorato
dalla minaccia dell'annientamento, trova ben
altra corrispondenza fuori dalla parola e dalle
sue perturbanti suggestioni negli incubi
figurativi di Fùssli o Piranesi e nei deliri
atroci dell'ultimo Goya visionario.
Infatti il
dibattito intorno al sublime, a cui presto si
aggrega la variante attenuata del pittoresco,
annuncia un mutamento di gusto che, a partire
dagli anni Sessanta, si esprime nella cultura e
nella vita quotidiana con il bisogno
dell'anomalo, dell'eccitante, del sensazionale:
è l'age of sensibility— come oggi qualcuno la
designa —se non addirittura di una sorta di
preromanticismo. Caduti i confini ordinati di
una natura agréable, idealizzata nei giardini
all'italiana non meno che nei boschi di Parnaso,
su gli scenari della letteratura irrompono
paesaggi aspri e selvaggi, desolati e rupestri,
solitudini di rovine e foreste misteriose
percorse da viandanti che ne subiscono la
sottile fascinazione, mentre interiorizzano
l'atmosfera e il terrore. L'Ossian di Macpherson
celebra appunto questa immaginazione che invade
il reale, sospesa fra elegia e canto di guerra
al suono di un'arpa gaelica, sul ciglio di una
montagna, dinanzi a un cielo in tempesta in una
notte di luna.
E i lettori se la porteranno
dentro a lungo, da Goethe ad Alfieri, da
Rousseau al giovane Napoleone; ma alla fine,
anche dopo i perigli nell'esotico e
nell'eccentrico, le passioni si confrontano con
il quotidiano, con il paesaggio domestico di una
città o di una campagna, dove ciò che cambia con
l'uomo è la casa e il suo interno borghese,
dalla scala al caminetto, al divano, ai
tendaggi. Il pittoresco della realtà, accanto a
quello della réverie, ci riconduce al teatro e
più ancora al romanzo.
Il quotidiano, il teatro, il romanzo
Così come si insinua nel melodramma — dalla
sapienza sentimentale di Metastasio al patetico
enigmatico di Da Ponte reinventato da Mozart—
l'analisi delle passioni nel loro gioco diretto
all'interno della macchina sociale — non più
della cour, ma della ville— diviene il centro
della rappresentazione teatrale, sia che si
tratti della commedia larmoyante odi quella di
costume, con lo sguardo appuntito sulla vita di
ogni giorno anche nella tragedia borghese che
poi si converte in dramma e in messa in scena
dei conflitti umani entro un mondo senza eroi.
Sale alla ribalta una nuova intimità
sentimentale, un realismo della vita borghese e
un eros che diviene affetto, un modo di essere
della coscienza libera e franca e insieme una
comicità interna alle cose e alle situazioni con
un contrappunto spesso satirico che ha una
funzione di giudizio critico anche quando non
nasce—come in Beaumarchais o in Lessing — dallo
spirito condiviso dell'Aufklarung.
Ed ecco così
animarsi una prosa dalla conversazione
quotidiana anche nei suoi accenti
melodrammatici, quasi a specchio di una
gerarchia sociale quanto mai precisa e concreta,
come dimostra la Venezia di Goldoni.
In questo
contesto diventa chiaro, allora, perché contro
le accuse di immoralità rinnovate dal ginevrino
Rousseau, al teatro venga riconosciuto un
ufficio morale che coincide con un atto di
conoscenza e di apertura critica verso la
socialità come spettacolo. E in ultima analisi è
la stessa difesa che viene fatta per il romanzo,
ora che finalmente dopo le premesse barocche se
ne incomincia a esplorare lo statuto così
problematico rispetto alle gerarchie della
tradizione classica.
Non vi è dubbio che il
romanzo abbia una parte principale nel sistema
letterario del Settecento e ne costituisca
l'asse più orientato verso il realismo, se per
realismo si deve intendere l'esplorazione dei
rapporti umani nella dimensione domestica di una
storia privata e nella fattualità di una cronaca
variamente awenturosa. Con il trionfo del
romanzo, inoltre, si afferma una mescolanza di
generi e di stili che portano alla
sperimentazione di nuovi termini narrativi,
giungendo sino al caso limite di Sterne, mentre
ai temi delle passioni e degli affetti si intreccia il momento dell'economia, la dialettica
degli interessi e del guadagno in aggiunta a
quella del potere, calata a sua volta nel mondo
familiare.
Se da una parte si confrontano un mondo
aristocratico e un mondo borghese, dall'altra si
raffigura l'individuo medio che costruisce il
proprio mondo non più da picaro ma da borghese
operoso, e il Robinson Crusoe di Defoe ne
diviene il paradigma anche nel suo ottimismo
puritano. Separandosi dal romance, il romanzo in
quanto novel si identifica con il genere
dell'individualità moderna, della soggettività
che compie la propria esperienza accanto ad
altre e scopre in se stessa un Bildungsroman,
cioè una storia che si sviluppa, una formazione
che prende corpo d'incontro in incontro, di
prova in prova.
In questo nuovo orizzonte narrativo anche il
mondo femminile acquista consistenza
significativa e non solo perché è a un pubblico
più largo al quale si può destinare la
produzione romanzesca. Di fatto la femminilità
diviene ora la controparte dell'educazione
sentimentale con i volti memorabili, come
altrettanti ritratti, di Moll Flanders, Julie,
Mignon, Pamela, Thérèse, la presidentessa di
Tourvel e Charlotte, per tacere di Fanny Hill e
Justine. Se poi dalla finzione si passa alla
realtà il primo nome da fare di nuovo in un
salon è quello di Madame du Deffand con la sua
passione disperata per il giovane Walpole e con
il suo amore di lettrice non solo di Voltaire e
Racine, ma anche di Fielding e Richardson. È
naturale allora che femminilità ed eros
introducano insieme al problema delle virtù
quello della sensualità, tanto più quando vi si
mescola il sottile veleno della seduzione
libertina, a Londra come a Parigi.
Così anche il
romanzo borghese e poi il romance gotico
convivono con il récit di Sade e le sue lucide,
terribili ossessioni, geometriche come una
macchina infernale intorno alla violenza e al
piacere, alla crudeltà e al desiderio,
all'impulso erotico che mentre trasforma il
corpo in una cosa ritrova nel fondo buio di
un'ebrezza fredda e spietata l'istinto di morte,
il sublime vuoto di un nulla senza senso. Ma
Sade resta un'eccezione rimossa ai margini
estremi della letteratura, chiuso in una
segreta. Basta, del resto, il Richardson di
Clarisse per raffigurare alla luce del sole il
seduttore perverso e far esprimere alle sue
eroine, con la voce della letteratura
epistolare, l'ambivalenza emotiva di repulsione
e attrazione, il complesso della vittima che si
identifica con il carnefice quanto più la
crudeltà si integra con la mollezza indifesa. Il
pudore virtuoso, insomma, cela la sua oscura
allegoria nel linguaggio opaco della carne, les
entrailles come avrebbe detto Diderot.
Ora secca
e nervosa, ora mossa e quasi oratoria, tra
bienséance e spregiudicatezza, la prosa
romanzesca tenta di fissare lo spettacolo
quotidiano della vita contemporanea, accomunando
moralità, licenza, ordine, trasgressione,
idillio, awentura, intrigo, erotismo, onore,
melodramma, pregiudizio ed emancipazione in una
topografia sempre più netta, più vicina alla
realtà che muta, di case borghesi e ville
gentilizie, di architetture e di interni
domestici, di locande e di strade, di campagne:
e sullo sfondo i dirupi, i castelli, i
monasteri, le cripte, i corridoi labirintici
della fantasia gotica, le geometrie capovolte
del romanzo nero.
È un realismo ancora alla
prova, scenografico e teatrale anche nel suo
taglio domestico,
come può esserlo un'incisione di Hogarth. Ma nel
dialogo dell'immaginario e del reale che lo
alimenta si disegna una nuova antropologia, un
nuovo senso della temporalità e della storia. Il
romanzo s'incontra allora con la storiografia,
con l'interpretazione del mondo umano e del suo
divenire.
Verso la complessità della storia
Dall'antiquaria e dall'erudizione, ad esempio
quella illuminata e cattolica di Muratori,
continuatore quanto mai originale dei padri
Maurini, si sviluppa con il pensiero
postcartesiano una coscienza storica moderna che
rinuncia alla metafisica delle cause finali per
rivolgersi allo studio di un universo tutto
umano. Se il Vico anticartesiano rielabora una
vera e propria antropologia storica, dove è già
presente il concetto moderno di cultura, la
Scienza nuova non entra però quasi per nulla nel
circuito europeo della République des Lettres, e
viene dagli uomini dell'Illuminismo l'indagine
programmatica sul passato e sulle sue
istituzioni, sulla molteplicità dei fenomeni
attraverso cui la ragione si è fatta
faticosamente strada fino ai tempi moderni della
luce, dello spirito critico che comprende e
giudica, sentendosi poi corresponsabile di
quanto accade nel presente.
Così narrazione e
discorso riflessivo si fondono nel grande quadro
della società, dei suoi meccanismi istituzionali
e dei gruppi o delle stirpi che vi operano
all'interno. Ricostruire il passato vuol dire
allora approfondire l'esattezza erudita
attraverso una filosofia militante che crede nel
progresso e nel suo movimento unitario, ma
riconosce anche una pluralità di forme e di
valori allo stesso modo in cui si osserva la
varietà dei climi e la loro influenza sui
costumi.
E tuttavia il vero pluralismo non si
deve chiedere all'esprit des lumières che parla
francese, orgoglioso dell'universalità di una
lingua e della sua excellence, della
"supériorité en delicatesse et en raffinement",
ma va ricercato nel liberalismo anglosassone e
nella reazione delle culture nazionali che
riaffermano la dignità delle proprie lingue e
delle proprie origini contro un modello astratto
di sistema e riscoprono allora la propria
storia, la propria diversità quale parte di un
patrimonio comune.
Cosmopolitismo e carattere
nazionale non si negano, poiché si confrontano e
si completano di fatto a vicenda. E mentre da
questa contrapposizione ha origine anche il
dramma storico, ossia il teatro di un eroe
intimamente legato a una terra e a una comunità,
a una piccola patria che si ribella al
dispotismo livellatore, la razionalità
illuministica negata comincia a tradursi in
immaginazione storica e in sensibilità
interpretativa, a cui non è estranea neppure
l'esperienza estetica, per ciò che è individuale
e unico non solo nel mondo europeo, ma anche nei
continenti di là dagli oceani. Il tempo e lo
spazio si dilatano, la modernità moltiplica i
luoghi, i rapporti, le situazioni.
Dopo la
guerra dei Sette anni che spezza a metà il
secolo e segna un tempo di crisi, anche
l'America inglese fa il suo ingresso nella
cultura storiografica europea e ne alimenta la
polemica, la presa di posizione critica nei
confronti di un ancien régime ormai sulla
difensiva.
Si comprende poi come gli scrittori salutino e
celebrino l'evento della Rivoluzione americana e
più ancora — tornando a Parigi la grande
awentura rivoluzionaria giacobina, prima che
giunga il Terrore a capovolgere il loro
entusiasmo in delusione o rifiuto. Ma di fronte
all'esplosione che sembra investire la stessa
natura umana e travolgere tutti i suoi artefici,
storici e intellettuali non hanno ancora
strumenti interpretativi adeguati, possono
rispondere soltanto con la perplessità e
l'attenzione o, se schierato contro, con
l'intelligenza di un pensiero che dinanzi
all'ideologia della tabula rasa si dichiara
conservatore.
Più acuto di altri, Burke ideologo
delle Reflections on the French Revolution
individua nello spirito astratto del sistema e
nella tentazione totalitaria della ragione
ordinatrice l'essenza difettiva della
Rivoluzione e indica, come alternativa
vittoriosa, il fondamento della tradizione, la
forza dei costumi che assicurano insieme la
diversità e la costanza, il pluralismo dei
valori connaturati alla vita.
Le Reflections, come si sa, sono alla base
dell'interpretazione conservatrice del fenomeno
rivoluzionario, ma propongono anche un'idea
della complessità che non sacrifichi il vitale
al razionale proprio perché, per citare le
stesse parole di Burke "la natura dell'uomo è
intricata e i fini della società estremamente
complessi". Alla fine del secolo anche la
letteratura si trova dinanzi allo stesso
problema tanto sul fronte della società quanto
su quello dell'individuo: nella lirica come nel
romanzo.
Mentre sale all'orizzonte l'astro
guerriero di Bonaparte, è infatti il tempo di
Foscolo e Chateaubriand, Schlegel e HOlderlin,
Wordsworth e Coleridge.
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