La
poesia italiana del Seicento
La poesia italiana del Seicento è
rappresentabile come una costellazione di poeti
accomunati da una serie di temi costanti, che
essi sanno però variare secondo il proprio
stile. Le caratteristiche che legano questi
poeti, tuttavia, possono essere raggruppate
nell'esperienza della metamorfosi e della
fuggevolezza della vita, dell'instabilità e
illusorietà del reale, e nella contaminazione
dei modelli e dei generi letterari.
Giovan Battista Marino
La poesia italiana del Seicento ha di fatto una
natura policentrica rispetto alla propria
geografia interna e rispetto alla tradizione che
la precede. In un'Italia dai numerosi centri
culturali era inevitabile una frammentazione
vivace e colorita degli spazi di sperimentazione
lirica a cui si lega parallelamente una diversa,
e spesso contraddittoria, assunzione della tradizione letteraria ereditata.
Il sonetto, forma ancora in auge nel Seicento,
trova una scansione vertiginosa e fortemente
oratoria. Assume una marcata qualità emblematica,
racchiuso nella propria esattezza e severa
sentenziosità.
È difficile individuare una
figura poetica che si erga, in un secolo di
molteplici esperienze umane e artistiche, come
centrale rispetto ad altre, anche se un poeta
come Giovan Battista Marino (1569-1625), che
opera nel primo ventennio del secolo, è parso
alla critica assolvere a funzione di
protagonista indiscusso; con il rischio,
tuttavia, di relegare molti poeti di forte
personalità nel limbo degli imitatori o "seguaci"
di un "maestro" o di una moda, che si è voluta
indicare con il termine "marinismo".
Certo Marino fu un abile ricettore e inventore
di soluzioni tematiche e verbali volte a
suscitare nel lettore la meraviglia con la
sicurezza del suo magistero tecnico. L'Adone
vuole essere appunto il grande edificio di
questa nuova poesia.
Ma nella metamorfosi e nella metafora si
dispiegano poi i principi di movimento e
trasformazione della parola e della realtà, che
producono nuove elaborazioni linguistiche e concettuali, alla base
del repertorio di immagini della poesia barocca
europea.
Poesia ed esperienza della realtà
L'antitesi, la metafora, il culto
dell'ingegnosità, il concetto, l'arguzia sono
tutte operazioni che tendono a suscitare nel
lettore un sentimento di stupore, di seducente
spettacolo estetico. L'alta artificiosità
verbale della poesia, insomma, non di rado
corrisponde alla nuova complessità esistenziale
e sociale e alle operazioni mentali e percettive
attraverso cui il poeta conosce e sperimenta la
realtà.
Il poeta barocco assimila le molteplici
esperienze che gli si offrono e cerca di
ordinarle attraverso l'uso elaborato della
scrittura. L'apparente caoticità,
l'impressionismo a volte non coordinato,
segnalano quasi sempre, nella poesia del XVII
secolo, un rapporto dinamico con l'universo
profondamente mutato, in questo secolo, nei suoi
fondamenti scientifici, morali e politici.
Anche sul piano strettamente letterario si
possono avvertire profondi mutamenti nei
confronti della tradizione acquisita e
saldamente rafforzatasi nel Cinquecento.
Nonostante permanga vitale e attiva una
tradizione letteraria ancorata a un severo
classicismo, il poeta barocco ne contamina e
trasforma temi e forme, sottoponendoli a una
variazione e moltiplicazione talvolta esasperate.
Come nelle anamorfosi pittoriche, ogni cosa
appare sotto nuove sembianze, mascherate e
ambigue, ma rispondenti a un mutato rapporto col
mondo e la letteratura. Alle rielaborazioni e
alle nuove invenzioni tematiche della poesia
italiana del Seicento si lega pertanto un
rinnovato virtuosismo poetico che dilata e
moltiplica gli aspetti della scrittura
attraverso le più vivaci descrizioni e
stupefacenti analogie, come accade, ad esempio,
a poeti del pieno Seicento quali Giuseppe
Battista, Girolamo Fontanella, Giacomo Lubrano.
La lirica amorosa, ad esempio, che Petrarca e il
petrarchismo cinquecentesco avevano codificato
in senso platonizzante, si accende, nella poesia
barocca, di una più esplicita sensualità e
aperta corporeità che rompono con la
tipizzazione idealizzata della bellezza. La
donna di poeti barocchi, come ad esempio
Giuseppe Artale o Bernardo Morando, è giovane e
vecchia, bella
e brutta; ma può essere anche filatrice, schiava,
angelo o diavolo, zingara. Viene, insomma,
presentata attraverso una descrizione maliziosa,
ma realistica; preziosa ma caduca, certamente
più vicina alla sua terrena fisicità;
perturbante, ma anche grottesca.
Natura e caducità
Allo stesso modo si acuisce la rappresentazione
della realtà naturale e artificiale: il poeta
percepisce come un caleidoscopio di mutamenti,
scintillii, colori, luci, ombre. Piante, animali,
elementi del cosmo entrano in scena, nella
poesia di Bartolomeo Dotti, per mezzo di arditi
accostamenti, in un brulicare di formiche,
farfalle, pidocchi, cicale, mosche, e poi pietre
preziose, perle, diamanti, occhiali, telescopi,
orologi cui fanno da sfondo grandi eventi
storici o terribili calamità naturali come
terremoti, siccità, pestilenze, eruzioni.
Alle
luci e alle sonorità di una natura, per così
dire, risvegliata e rivissuta nella sua totalità
come accade anche in Gabriello Chiabrera, agli
splendori dei gioielli e delle macchine, artifici umani, si accompagna sempre, con insistita
severità, un sentimento di inquietudine e di
caducità che, come un'ombra, si distende sul
creato naturale e sulle possibilità verbali
dell'uomo. La vanità della vita che fugge
irredimibile come il tempo è il controcanto
costante alla poetica della meraviglia.
I fiori
appassiscono e l'uomo con essi, il mondo si
sgretola, la bellezza e la regalità dei potenti
si riducono in polvere. I simboli della morte e
del tempo (clessidre, orologi, teschi, scheletri,
candele) irrompono di frequente tra i colori e
la vita della parola, come accade in Ciro di
Pers o in Giovanni Leone Sempronio.
Anche
l'edonismo e la sensualità che pervadono i versi
dei poeti vengono spesso percepiti dalla tragica
prospettiva della morte, alimentata in modo
determinante dalla religiosità oscura e fastosa
sviluppatasi con la Controriforma.
L'aspetto
scenografico e opprimente del sentimento
religioso porta il poeta a vivere la propria
interiorità come se fosse recitata su un
palcoscenico. La vita e il teatro si fondono,
come si fondono la festa e il lutto, il riso e
il pianto. L'esteriore e l'interiore, infatti,
come il corpo e l'anima, l'alto e il basso, il,
cielo e il mare, la luce e l'ombra, la vita e la
morte, divengono condizioni spirituali o fisiche
perfettamente reversibili, a volte
indifferenziate. I cinque sensi diventano
strumenti di percezione e conoscenza raffinati e
affidabili nel dilatarsi caotico della vita. Con
la vista e l'udito si possono vedere e ascoltare
la musica del mondo e quella della poesia.
Con i
sensi si può godere di ogni gioia terrena e
sentirne la mortificante vanità. Anche la poesia,
così, è vista come un grande teatro pari al
teatro dell'universo. La realtà che in essa
viene descritta e dispiegata gareggia di
continuo con la varietà del reale e
dell'immaginazione. Il poeta acquista la
consapevolezza di essere un demiurgo che, quasi
come Dio, riesce a dare un ordine, magari
instabile, alla struttura caotica dei versi e
del mondo.
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