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GIACOMO LEOPARDI

Il panorama letterario ottocentesco resta dominato dalle figure di G. Leopardi e A. Manzoni. Il primo, al di là del valore artistico della sua poesia, fu rappresentante di quel filone di pensiero che, pur esprimendosi in forme improntate al classicismo, si faceva portavoce di istanze fortemente progressiste, caratterizzate dal fermo rifiuto di ogni fuga verso lo spiritualismo e dalla critica dell'ottimismo indotto dalla fiducia nel progresso umano; il secondo, più vicino alla sensibilità romantica e mosso da una sincera fede in Dio e nel suo intervento provvidenziale nel mondo, ebbe un ruolo di straordinaria importanza nella storia della cultura italiana per aver saputo dare voce per la prima volta a rappresentanti del popolo e per aver introdotto in una letteratura fino ad allora essenzialmente aulica, uno schietto realismo.

Cronologicamente la personalità e la poesia del Foscolo furono del tutto estranee al movimento romantico: nell'anno 1815, l'anno dell'esilio in Svizzera, la polemica romantica non era ancora sorta nella nostra penisola. La poesia di GIACOMO LEOPARDI è invece tutta posteriore al 1816, all'anno in cui Germana Necker de Stàel aprì sulle colonne della Biblioteca italiana la discussione intorno alle nuove tendenze. Poesia romantica, dunque, per gli anni a cui essa appartiene e per gli argomenti stessi che affronta; a tal punto romantica da esser considerata uno dei paradigmi essenziali della nuova letteratura. Tuttavia non avvertiamo intorno al Leopardi il libero circolo di quella rivoluzione letteraria, il fervore grandissimo delle novità culturali. In effetti il romanticismo leopardiano fu quasi privo di rapporti con gli aspetti pratici e polemici del movimento; fu il romanticismo di uno scrittore solitario, un poco sempre distaccato e remoto, con il sentore (quasi si direbbe in ogni scritto) di uno sperduto borgo dello Stato pontificio. In questo distacco fu tuttavia la forza segreta del Leopardi, ciò che gli permise di approdare all'altezza di alcune sue pagine, tali che non sembrano neppure dettate da una mano terrena, che ci spauriscono e confondono solo se tentiamo di misurare l'altezza dell'animo.
L'adolescenza di Giacomo (nell'ambiente familiare gelido, immobile, privo di slancio, di Recanati) fu animata da un fantasioso e fertile immaginare, dall'abbandono di tutto l'animo ai sogni e ai miti della giovinezza, a quello splendido mondo interiore da cui doveva poi generarsi la sua inconfondibile voce poetica. La prima giovinezza trascorse in una serie sterminata di letture, condotte con una sete di erudizione prodigiosa: una cultura che nasceva tra gli scaffali della biblioteca paterna, con qualcosa di vecchio, di pedantesco, con una curiosità particolare per gli argomenti peregrini e bizzarri. Per quegli studi il giovane si ritrovò compromessa in modo irrimediabile la salute, ed inibita la possibilità stessa di un'applicazione continua. Il forzato abbandono degli studi accentuò nel poeta una profonda crisí spirituale, che spinse il Leopardi ad abbandonare la fede religiosa per una concezione rigidamente meccanicistica. Il periodo in cui si maturò e giunse a compimento questa crisi fu fondamentale nella vita del poeta: non soltanto egli maturò in quella solitudine i princìpi del suo pessimismo, ma pervenne ad alcuni motivi tra i più alti della sua ispirazione, cioè alla stesura dei primi « idilli ».
Sebbene la poesia del Leopardi si sviluppi in modo del tutto originale, è necessario partire, per la sua comprensione, da un cenno al pensiero filosofico del poeta. La vita apparve al Leopardi un dolore senza possibilità di conforto: dolore per l'insaziabile brama di felicità, per le angosciose domande senza risposta che noi rivolgiamo all'universo. Causa prima del male la nostra ragione, con la quale pretendiamo di indagare i misteri dell'esistenza e ci foggiamo ideali e sogni sempre superiori al mondo reale; e la memoria, nella quale è la radice della noia, la sensazione prima e fondamentale dell'uomo quando egli abbia oltrepassato le soglie della giovinezza. L'unica età immune dal tedio è l'adolescenza, l'età degli occhi liberi e vergini dinanzi alle meraviglie del mondo, l'età in cui i colori stessi delle cose appaiono più nuovi e più vividi, in cui la capacità di vedere, l'« idillio », è ancora intatta nel cuore. Più tardi, con la giovinezza, all'apparire del Vero, i sogni si disperdono, gli inganni si rivelano vanità senza costrutto. La Natura non è la madre benefica degli esseri ma la matrigna spietata, anzi una forza misteriosa ed inconoscibile che ignora le sue stesse creature, e le travolge senza conoscerle verso il nulla. Non solo l'uomo è infelice ma dovunque e comunque ogni essere vivente. Il cosmo intero è male, gran mole immensa senza una ragione o un significato; il non essere è migliore dell'essere. Da questa visione del mondo derivò nel Leopardi quella solitudine che già abbiamo notato, quel sentirsi estraneo alle speranze del secolo; senza che per questo egli possa in alcun modo essere confuso con gli astiosi conservatori dell'epoca. Furono anzi queste meditazioni ad indurlo ad una visione avanzatissima dei rapporti sociali, a fargli riconoscere nei princìpi su cui si appoggiava la borghesia europea dell'Ottocento una stortura insanabile, che anziché alleviare la sorte degli uomini la aggravava: cioè il dilagare dell'egoismo individuale, per il quale ognuno era in lotta contro gli altri, e l'equilibrio che ne derivava era solo apparente e contraddittorio. Lo « stato presente » della società umana era lo stato dell'affarismo trionfante, delle polizze di cambio, con il traguardo immancabile delle guerre tra gli stati, non appena lo richiedesse una qualche ragione che « ad auro torni », si tratti di pepe o di cannella o d'altro aroma. L'unica possibilità che resti agli uomini di lenire la propria sorte è in una colleganza fraterna, nella cessazione della lotta di tutti contro tutti per un'alleanza contro il vero ed unico nemico, cioè la matrigna Natura (La ginestra).
Intorno alla sua concezione pessimista il poeta meditò per tutta la vita, possiamo dire in ogni suo scritto. Poesia filosofica, dunque, che può attirare in un primo tempo proprio per questo suo aspetto, per l'impegno e la novità stessa degli argomenti. Ma la filosofia e il pessimismo non sono il lievito della sua poesia, piuttosto il presupposto di essa, la struttura sulla quale essa si innalza. Il Leopardi raggiunse la poesia solo quando quel pessimismo fu consunto, risolto nella felicità e castità assoluta del suo linguaggio. Bisogna partire, per comprendere il significato della poesia leopardiana, non solo dal pessimismo cosmico, ma da una condizione ancora più amara ed estrema, da quella noia totale e senza possibilità di riscatto in cui il poeta precipitò più volte lungo la sua esperienza terrena, non la noia di qualcosa, ma la noia dell'esistere, il taedium vitae, l'incapacità degli occhi a compiere il loro ufficio e parlare coi colori e le immagini al cuore ormai spento: il momento, come si espresse il Leopardi medesimo, del « troncone vegetante». Da questo stato d'animo derivò nel poeta il dono dell'idillio. L'idillio è visione rinnovata, capacità di vedere, ritrovamento dell'occhio limpidissimo, cioè della prima giovinezza; ritrovamento improvviso, come per miracolo, della capacità di contemplare i cieli, le cose di ogni giorno, le strade, i colori, gli oggetti medesimi. Donde la chiarezza assoluta e limpidissima che egli raggiunge in alcuni componimenti, l'adesione totale agli oggetti e alle atmosfere, come se tra il poeta e le cose non esistesse neppure la densità e pesantezza dell'aria; una chiarezza di notazioni che è poi il segno della chiarezza interiore, di una limpidità e felicità dello spirito raggiunta e assaporata appieno nel momento del canto.
Ma l'idillio leopardiano non è soltanto capacità rinnovata di vedere: è capacità di rinvenire nelle contemplazioni attuali gli stupori e gli incanti e le malinconie degli anni passati, cioè l'incontro del proprio spirito con il mondo delle Ricordanze. Per questo i canti più belli sono quelli che furono composti nell'orrido soggiorno di Recanati, là dove ogni immagine ricordava al poeta le sensazioni della prima giovinezza. Nella poesia del Leopardi le memorie dell'adolescenza hanno infatti un significato essenziale: non vi sarebbe poesia alcuna sulla terra se gli uomini fossero ad un tratto privati dei primi ricordi. Dalle memorie dei primi anni deriva ogni nostra fantasticheria interiore, e la matrice (per così dire) di ogni ispirazione poetica. Quasi tutte le sensazioni più vive che noi proviamo nell'età matura non derivano dalle immagini presenti ma dal ricordo delle immagini fanciullesche, dai moti che dapprima le cose e le immagini destarono nel nostro cuore. La poesia è la ricerca perpetua di un momento brevissimo; non della giovinezza trionfante, che è l'età dolorosa in cui i sogni si incontrano col Vero, ma dell'adolescenza, del saboa, come suggerì il poeta in uno dei suoi componimenti più noti.
La poesia del Leopardi, anche quella più amara negli argomenti, non è mai un incitamento alla debolezza, una persuasione ad abbandonarsi al dolore, una poesia che spenga nel cuore gli entusiasmi. Noi trascorriamo sulla parte ragionativa, sulle affermazioni negative; e rimane in noi intatta la visione delle campagne, la trepidazione luminosa della prima giovinezza, quel confidente immaginare che è proprio dell'adolescenza, con sullo sfondo lo sguardo ridente e fuggitivo di una fanciulla. Sebbene la ragione riveli la vanità di ogni illusione, ancora il ricordo di quei sogni fa palpitare il poeta, ancora egli vagheggia l'errore giovanile. In questa commozione è il dono più alto del Leopardi, in questo perpetuo sormontare del cuore sulla ragione, in questa capacità di serbare intatta nell'animo l'ingenuità e la forza dei primi sentimenti; di cantare ancora la bellezza degli ideali nonostante le conclusioni dell'intelletto. Quante volte la materia dolorosa appare trasfigurata nel canto, risolta in una sorta di festa e danza di sillabe, in un impeto interiore di danza! Era proprio destino che fosse il pessimista Leopardi a scrivere le note di Silvia, del Passero, della Quiete.
Anche il linguaggio leopardiano rinnova nella coscienza del lettore l'impressione del miracolo. Il linguaggio dei Canti conferma quel tanto di angusto che è nella cultura del Leopardi; un linguaggio in cui ricorrono ancora gli ostelli, i brandi, i garzoncelli, i Numi, i rai, le fole, l'etade. Tuttavia proprio queste espressioni contribuiscono a generare quel senso di voce distaccata nel tempo, e perciò più alta, universale, che è propria del poeta; a creare nei versi quella patina di antico, di remoto (eppure nuovissimo) senza la quale neppure potremmo immaginare la raccolta dei Canti. Certamente il Leopardi fu insidiato di continuo dal peso della riflessione filosofica, dal sormontare dell'impegno polemico. V'è, più o meno presente in ogni componimento, il pericolo della logica, la pretesa di piegare l'intuizione lirica ad uno schema astratto, alla significazione di un concetto. In questo divario tra la parte ragionativo-polemica e il momento lirico consiste il nodo centrale della poesia leopardiana, la difficoltà maggiore per la sua comprensione.
Negli idilli si accoglie dunque la maggior parte della poesia leopardiana, non nel senso abusato che essa debba essere ricercata solo nei componimenti a cui venne attribuito quel nome (L'infinito, La sera del dì di festa, Alla luna, Il passero solitario, A Silvia, Le ricordanze, Il canto notturno, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio...), ma nel senso più lato che dallo stato d'animo idillico deriva una delle voci più nuove e miracolose del poeta. Esprimono invece un altro momento nella storia della lirica leopardiana, diversissimo da quello sinora esaminato, alcuni degli ultimi componimenti (Il pensiero dominante, Amore e morte, A se stesso, La ginestra). Un momento che si riallaccia senza dubbio a quello delle canzoni filosofiche giovanili (il Bruto minore, Alla primavera o delle favole antiche, l'ultimo canto di Saffo), per il prevalere del ragionamento dottrinale sulle immagini più propriamente poetiche; ma che tuttavia se ne distacca fortemente per il tono fermo e vigoroso dell'espressione, per la presenza di un animo impetuoso, che la passione ha rinnovato nel profondo, e reso più combattivo, più teso e consapevole innanzi alle cose. Una poesia insomma più virile ed eroica, con una energia nuovissima, una coscienza della propria forza e dignità morale che non rinveniamo nel Leopardi precedente; propria di un poeta che appare consapevole sino alle estreme conclusioni del dominio del male, eppure incapace di piegare la fronte innanzi ad esso; ormai approdato con l'animo nel seno della Morte, eppure vittorioso, pugnace, combattivo. Il ritmo medesimo dei versi appare scandito, con un turgore impetuoso di accenti, con una sintassi ora nuda, ora battuta, amplissima, per la tensione stessa dell'animo. Qui veramente, innanzi a queste voci ultime, noi avvertiamo in Leopardi una forza asseverativa, una volontà di messaggio, una volontà di porsi innanzi ai propri simili a guisa di apostolo, che conclude nel modo più conseguente la lunga ed aspra solitudine del poeta.

Operette morali

In quest'opera si rintracciano i temi centrali del pensiero leopardiano: la natura indifferente o ostile; la fugacità del piacere e il rifugio nelle illusioni; la noia, peggiore del dolore; il dilemma sulla legittimità del suicidio ecc. Le Operette sono insieme un libro di filosofia e di poesia: idee e ragionamenti si tramutano quasi sempre in immagini e allegorie, grazie a una prosa lavoratissima che rinnova modelli antichi (soprattutto i dialoghi di Luciano) con «leggerezza apparente», con soluzioni originali che consentono l'alternanza di meditazione e ironia, di aperture liriche e serrati scambi dialettici. La prima edizione delle Operette, del 1827, comprendeva 20 testi scritti nel 1824. Il numero salì a 22 nell'edizione del 1834, a 24 in quella postuma del 1845.

Le Operette morali, quasi tutte in forma dialogica, con interlocutori tra lo strano e il remoto (il Gallo silvestre, il Folletto, lo Gnomo, la Terra, la Luna, la Natura, le Mummie, un Islandese, un Venditore di almanacchi) sono ancor oggi poco note ai lettori, nonostante la suggestione e l'interesse vivissimo che suscitano in chiunque vi si avvicini. Uno degli errori più comuni nei confronti delle Operette è quello di ritenerle solo una raccolta dì amare scritture filosofiche, di dissertazioni pessimistiche sull'ineluttabile dominio del male, sulla vacuità di ogni sorte e di ogni speranza; laddove invece il pessimismo delle Operette è solo un dato anteriore, un fatto già compiuto e indiscusso; non più un motivo di ragionamento insomma, ma un'occasione da risolversi in favole estrose, in paradossi, in bizzarrie umoresche, in aeree invenzioni. L'autore medesimo definisce le Operette come un libro di capricci poetici, di stranezze malinconiche; gli interlocutori stessi del dialogo appaiono i più strani e peregrini, come notammo citando alcuni dei titoli. Il grottesco, lo sconcertante, il bizzarro, l'insolito, fu invero una delle matrici della fantasia leopardiana, lo strumento con cui l'autore delle Operette riscattava la materia agghiacciante del pensiero. Alcune volte il periodare assume nel dialogo il ritmo agilissimo di un balletto verbale, si innalza ad una sorta di contrappunto sonoro.
Accanto a questo umore noteremo (come già facemmo per i Canti) un gruppo di componimenti dal tono più severo, in cui non sembra più di udire le parole di un vivente, con le sue passioni e i suoi dolori e le sue ire, ma di un'ombra sapientissima; in cui il linguaggio ha raggiunto una sorta di perfezione astrale, impassibile. In pagine come quelle finali del Dialogo di Tristano e di un Amico (oppure del Dialogo di Plotino e di Porfirio) il Leopardi appare veramente al di là della natura comune degli uomini, approdato su una riva eterna, con una nobiltà nuova ed intatta dell'animo. Qui veramente il poeta appare remotissimo dal gusto romantico della disperazione, magnanimo nel suo pessimismo, sorretto da una pietà profonda e virile per gli uomini, da una coscienza altissima della propria missione.
Con interesse sempre maggiore si avvicinano gli storici ai frammenti dello Zibaldone, cioè a quella smisurata serie di appunti, osservazioni, « moti dell'animo», che il Leopardi affidò al proprio diario quotidiano. In quelle notazioni gli studiosi non scoprono soltanto l'origine di quasi tutti i Canti, e la conferma dei motivi più profondi dello spirito leopardiano, ma rinvengono numerosi dei veri e propri Canti prosastici, tali che sembrano attendere un nulla per tradursi in poesia, e collocarsi vicino alle liriche migliori. Ed osservazioni culturali e morali acutissime, divagazioni estrose o dolenti.

LA BIOGRAFIA
 

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