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LETTERATURA E PSICANALISI
di Gian Maria Annovi.
La letteratura e la psicanalisi hanno preso
coscienza nel corso del Novecento di muoversi sullo
stesso terreno: la comprensione della natura
umana e delle sue manifestazioni. Cosi come la
letteratura e la critica letteraria hanno avvertito
la necessità di ricorrere sempre più agli studi
di Freud e di maestri quali Jung, e Lacan come
nel caso del surrealismo e degli scrittori del
flusso di coscienza allo stesso modo la
psicanalisi si è rivolta all'opera di narratori
e poeti per trovare conferma alle proprie
teorie, con la consapevolezza, già espressa da
Freud all'inizio del secolo, che essi siano
alleati preziosi nella descrizione della vita
interiore dell'uomo.
Critica e psicanalisi
Da quando, alla fine del 1899, Sigmund Freud
(1856-1939), pubblica il volume intitolato
L'interpretazione dei sogni (Die Traumdeutung),
considerato il testo fondativo della psicanalisi,
questa "nuova scienza" ha instaurato e mantenuto
stretti rapporti con l'arte e la letteratura
lungo tutto il Novecento. È lo stesso Freud ad
addentrarsi nell'esplorazione di questi
rapporti attraverso studi specifici, raccolti
nel 1924 con il titolo Saggi sull'arte, la
letteratura e il linguaggio (Psychoanalytische
Studien an Werken der Dichtung und Kunst). Il
volume include tra gli altri il famoso studio
psicanalitico sul romanzo Gradiva. Una fantasia
pompeiana di Wilhelm Jensen, le contestate
annotazione psicobiografiche su Leonardo da Vinci
e le importanti note relative a II perturbante,
mentre il capitale saggio intitolato Dostoevskij
e il parricidio vedrà la luce solo nel 1927,
quando Freud sta ormai rielaborando le proprie
teorie. A confermare il suo interesse per la
letteratura e gli scrittori, già in Delirio e
sogni nella Gradiva di Wilhelm Jensen (1906),
Freud afferma che i poeti sono "alleati
preziosi" nella "descrizione della vita
interiore dell'uomo". Se a lui va il merito di
aver trovato un nome nuovo per questa vita
segreta, l'inconscio, agli scrittori va
riconosciuto di aver mostrato da sempre la
capacità di metterla in scena, tanto che è
proprio a figure della tragedia greca come
Edipo, o all'Amleto del teatro shakespeariano,
che Freud attinge per la formulazione delle
proprie teorie. All'uscita della Gradiva,
parecchi sostengono che Freud rivela non solo
eccezionali doti di critico ma anche di
scrittore invidiabile, anticipando in certo qual
modo le due principali direzioni di influenza
del pensiero psicanalitico in ambito letterario.
Da un lato troviamo infatti un tipo di critica
che, sul modello degli
scritti freudiani, si fa carico di descrivere la
fenomenologia delle forme e dei contenuti di
un'opera in relazione alla psicologia profonda
del suo autore: si pensi agli studi relativi
alla creatività artistica di Wilhelm Steken e
alle riflessioni sul tema
del doppio di Otto Rank, che di fatto inaugurano
il metodo della critica psicanalitica.
Tra i
rappresentanti più celebri della psicanalisi
applicata si ricordano Ernest Jones, Marie
Bonaparte, autrice di una voluminosa monografia
su Edgar Allan Poe, ma anche Karl Abraham, Oskar
Pfister e, soprattutto, Carl Gustav Jung
(1875-1961), che dopo il distacco da Freud crea
una propria scuola, in cui si dà particolare
importanza al simbolismo dei sistemi mitologici,
religiosi e filosofici.
Jung nega che la
psicanalisi possa rendere conto dell'essenza
dell'opera d'arte, pur riconoscendo che in essa
fosse possibile rinvenire la psicologia
dell'artista, radicata, però, in quello che egli
chiama "inconscio collettivo". In esso si può
individuare l'immagine simbolica, o archetipica,
generata dalle esperienze passate dell'umanità.
Alla costante ricerca freudiana improntata sulla
soggettività dell'io, Jung oppone lo studio
degli archetipi sovrapersonali che darebbero
ragione anche del significato dell'arte.
Per una
ricapitolazione dei contributi sui rapporti tra arte e inconscio all'inizio del
Novecento si può tuttoggi fare riferimento al noto saggio del 1928 di Charles Baudouin,
Psicoanalisi dell'arte (Psychanalyse de l'art),
numerosissimi sono i contributi e le
sollecitazioni che hanno caratterizzato la
secondi parte del secolo: dalla "psicocritica"
di Charles Mauron, alle riflessioni di studiosi
di di verse discipline come i filosofi Karl
Kerényi, Michel Foucault, Herbert Marcuse, Paul
Ricoeur, o l'antropologo Claude Lévi-Strauss.
Particolarmente interessante è la ricerca su
grandi simboli poetici condotta da Gaston
Bachelard attraverso l'insegnamento d Jung, da
cui ha in seguito tratto ispirazione la
cosiddetta critica tematica, praticata da molti
esponenti della Nouvelle critique, come Maurice
Blanchot e
Jean Starobinski. Hanno avuto
un'importante eco in Europa anche gli studi di
critica psicanalitica e simbolica degli
americani Lionel Trilling e Harold Bloom, nati
in opposizione alle teorie de New Criticism, ma
è forse il canadese Northrop Frye, con la sua
ricerca di ispirazione junghiana degli "archetipi" dei generi e dei temi
nell'opera letteraria, ad aver incontrato in
Europa il maggior apprezzamento.
In ambito
italiano, nonostante il ritardo causato dai
pregiudizi della critica idealistica crociana,
hanno fatto riferimento alle teorie freudiane
Giacomo Debenedetti, Mario Lavagetto, Francesco
Orlando, Michel David ed Elio Gioanola. A
completare gli studi di natura critica, nel
Novecento si incontrano le esplorazioni
dell'inconscio condotte direttamente nel campo
della letteratura da poeti e narratori come
Thomas Stearns Eliot, Stefan Zweig, Thomas Mann,
André Gide, David Herbert Lawrence, Hjalmar
Bergman, Georg Groddeck ma anche dagli scrittori
del flusso di coscienza o del monologo interiore
come James Joyce e Virginia Woolf.
Monologo interiore e "flusso di coscienza"
A utilizzare per primo l'espressione "flusso di
coscienza" è però lo studioso statunitense
William James nel suo saggio del 1890 Principles
of Psychology, a dimostrare che le intuizioni di
Freud affondano le proprie radici nella cultura
positivista dell'epoca.
Nonostante entrambi i
procedimenti fungano da espediente per mettere
il lettore a contatto con la coscienza del
personaggio da un punto di vista interno alla
narrazione, esiste in realtà una differenza
fondamentale tra monologo interiore e flusso di
coscienza o stream of consciousness.
Il primo,
concepito essenzialmente come autoanalisi del
personaggio, si basa sull'associazione più o
meno consapevole delle idee, il secondo vede
invece la coscienza come un aggregato articolato
e contraddittorio, reso retoricamente attraverso
un inconsapevole e incontrollato emergere degli
strati più profondi della psiche, con la
continua associazione di parole, immagini e
pensieri.
Esempio capitale di questa tecnica è
il romanzo Ulisse (Ulysses) di Joyce
(1882-1941). Pubblicato a Parigi nel 1922, la
poderosa corporatura del romanzo ha in realtà
un'ossatura esilissima: il racconto di una
giornata dell'ebreo dublinese Leopold Bloom
tradito dalla moglie. La rivoluzione narrativa
dell'opera consiste proprio nell'utilizzo di
diversi flussi di coscienza corrispondenti alla
vita interiore dei vari personaggi, Leopold
Bloom, Stephen, il giovane intellettuale, e
Molly Bloom, la moglie infedele, il cui libero
fluire del pensiero prima di addormentarsi,
scevro di segni interpuntivi, costituisce lo
straordinario finale del libro, che pone il
lettore di fronte a una materia verbale
magmatica e incandescente. Joyce intravede nella
psicanalisi una modalità narrativa, una felice
possibilità di costruzione formale, tanto che,
interrogato sui suoi rapporti con Freud, si
racconta rispondesse: "Joyce in tedesco è
Freud", giocando sulla similarità semantica dei
due nomi che significano, appunto, felicità.
Ulisse presenta una struttura estremamente
complessa, al cui interno la coscienza dei tre
protagonisti, che riproducono lo schema mitico
di Telemaco, Ulisse e Penelope e al contempo
quello della triangolazione edipica, sfonda
verticalmente l'orizzontalità del tempo
narrativo classico. Il tempo diventa
psicologico, contemporaneità assoluta di
passato, presente e futuro. E però il postumo La
veglia di Finnegans (Finnegans Wake, 1938),
totalmente frammentato e onirizzato i quattro
personaggi sono addormentati dall'inizio alla fine e ispirato
all'idea junghiana di inconscio collettivo e alle
teorie di Giambattista Vico sul ruolo del mito
nell'esistenza umana, a portare alle estreme
conseguenze le riflessioni sulla vita inconscia
dell'uomo. La narrazione appare infatti
totalmente psicotizzata, e si scontra con la
possibilità di costruire con il linguaggio
qualcosa che non sia solo dispersione. Negli
anni della sua composizione, Joyce vive il dramma
personale della figlia malata di schizofrenia,
nelle cui manifestazioni riscontra forti
analogie con la propria scrittura, con la
differenza che mentre a lui non succede nulla
come gli spiega in una lettera Jung lei sembra
annegare.
Ad annegarsi realmente dopo una lunga malattia
mentale, è anche l'altra grande scrittrice di
monologhi interiori, Virginia Woolf (1882-1941).
Il suo romanzo La signora Dalloway (Mrs
Dalloway, 1925), risente profondamente
dell'influsso joyciano nella trattazione del
tempo, ridotto a una sola giornata, e mostra una
straordinaria capacità di passare dal punto di
vista dei vari personaggi attraverso transizioni
impercettibili e calcolatissime che danno
l'impressione di un fluire ininterrotto,
scandito solo dal passare delle ore (The Hours,
era infatti il titolo pensato inizialmente
dall'autrice, magnificamente ripreso dallo
scrittore statunitense Michael Cunningham, nel
romanzo del 1999, chi utilizza il libro della
Woolf come collante per il racconto parallelo
delle nevrosi, dei traumi e della malattia
mentale dei vari personaggi).
È però nel
capolavoro del 1931, Le onde (The Waves), che
l'assenza dell'intreccio viene compiutamente
compensata dalla totale interiorizzazione della
realtà da parte dei personaggi. La narrazione
procede per flussi di coscienza che sono veri e
propri flutti psichici, mareggiate oniriche che
contri buiscono a creare una dimensione liquida
che rimanda a un perenne ritorno all'origine del
pensiero.
Una fortunata teoria su tale origine
si deve allo psicanalista inglese Wilfred
Ruprecht Bion, celebre anche per aver avuto tra
i suoi pazienti una delle menti più brillanti
della letteratura del Novecento: Samuel Beckett.
È Bion a incoraggiare lo scrittore a
partecipare a una serie di seminari tenuti a
Londra da Jung, che in tale occasione espone il
caso di una ragazza afflitta da continue
premonizioni di morte perché -secondo l'analista
mai completamente nata. L'idea di un io
incompiuto influenza profondamente la fantasia
di Beckett, tanto da trovare riscontro in
numerose delle sue opere, in cui la
progressione narrativa memore della dialettica
di affermazione e negazione teorizzata da Bion
si compie tramite processi di sottrazione,
negazione e disgregazione, come nel caso del
primo vero capolavoro narrativo dello scrittore
e drammaturgo irlandese, Murphy (1938).
Nevrosi e scrittura
Anche l'austriaco Arthur Schnitzler (1862-1931),
medico psichiatra e scrittore, sperimenta nei
suoi romanzi una zona a suo parere trascurata
dalla psicanalisi: quella del medioconscio o
semiconscio, faglia intermedia tra l'lo e l'Es
che costituisce il tema centrale dei suoi
romanzi, in particolare La signorina Else
(Fraúlein Else, 1929). Schnitzler è considerato dallo stesso Freud una sorta
di doppio da temere come confessa in una
lettera del 1922 indirizzata allo scrittore per
il suo sessantesimo compleanno nonostante questi
abbia sempre mantenuto una notevole distanza
critica dalle teorie del proprio connazionale.
Di particolare interesse per la tematica
onirico-surreale risulta anche il romanzo breve
Doppio sogno (Traumnovelle, 1926), da cui il
regista
Stanley Kubrick ha tratto il suo discusso Eyes
Wide Shut (1999), ripercorrendo la vicenda di
una coppia che tenta di fare i conti con
pulsioni e conflitti, in una dimensione incerta
tra realtà e sogno.
Sicuramente influenzato
dalle teorie freudiane pur mantenendo verso di
esse un costante atteggiamento di ambivalenza
è invece Italo Svevo (1861-1928), autore di uno
dei romanzi più importanti del Novecento
italiano, La coscienza di Zeno (1923). Già dal
titolo è facile comprendere come lo scrittore
triestino che ha conosciuto Joyce durante il
suo soggiorno in Italia consideri al centro
del proprio libro non il personaggio, Zeno
Cosini, ma la sua coscienza e i suoi tentativi
fallimentari di rappresentarsi in un'immagine
stabile di sé. La psicanalisi funge, per la
prima volta nella letteratura italiana, da
ingranaggio narrativo, movente stesso della
scrittura: la Prefazione del romanzo, scritta
nella finzione letteraria dallo psicanalista di
Zeno, il Dottor S., presenta la narrazione come
un'autobiografia del paziente, una rievocazione
del passato richiesta dal medico come "preludio
della psicanalisi" e pubblicata per vendicarsi
dell'interruzione improvvisa della terapia.
Quello che si trova di fronte il lettore non è
la vita del protagonista ma la storia di una
malattia, un'autoanalisi, un caso clinico, che
espone la parola romanzesca ai limiti
dell'indecidibilità tra verità e menzogna,
trasponendo così in un'opera letteraria,
l'essenza stessa dell'insegnamento di Freud.
Alla descrizione tipica del romanzo ottocentesco
Svevo sostituisce un atteggiamento analitico e
diagnostico, che affastella tentativi di
spiegazione della propria "inconsistenza di
volontà", sempre più distanti dal reale. Il
romanzo si configura dunque come l'"inganno
intentato da un paziente bugiardo ai danni dello
psicanalista", secondo l'analisi di Mario
Lavagetto, ma anche del lettore, chiamato ad
assumere un atteggiamento critico, a
interpretare a sua volta la parola del
protagonista. Si delinea così una scrittura che
incespica nei tic, nei lapsus, nelle nevrosi del
soggetto, non prevedendo nessuna cura al di
fuori della stessa writing cure allestita da
Svevo, in un ribaltamento tragicomico che fa
della malattia l'unica condizione della salute,
intesa come certezza, assenza di dubbio sulla
natura del soggetto e delle cose.
Un altro triestino, il poeta Umberto Saba
(1883-1957), pone al centro della propria
scrittura l'esperienza, questa volta diretta,
della psicanalisi. La raccolta completa delle sue poesie, pubblicata nel 1961 dopo svariate
edizioni parziali, si intitola Canzoniere ma nonostante il riferimento al modello lirico
petrarchesco, a cui il poeta si rivolge via
Foscolo e Leopardi per il problema della lingua,
i nuclei cronologici e tematici costituiscono quasi la
trama di un romanzo di natura prettamente
psicanalitica. Saba entra in analisi nel 1929
sotto la guida di un allievo di Freud, il
dottor Weiss, dedicatario di quella che è forse la raccolta più importante per i
rapporti tra letteratura italiana e la nascente psicanalisi, Il piccolo Berto, opera in
versi dal valore quasi terapeutico, in cui si
ricompone il mondo esperienziale dell'Umberto
Saba bambino. L'esperienza analitica riporta
alla luce un soggetto infans, un sé maggiormente
autentico su cui proiettare le ossessioni e le
nevrosi dell'autore adulto. La scrittura di Saba
si configura dunque come un'operazione
riparativa per utilizzare l'espressione coniata
dalla psicanalista Melanie Klein in quanto
attraverso la cura materna del proprio sé
recuperato, il poeta è in grado di ricostruire
attraverso una memoria riattivata, tutte le
dinamiche familiari ma soprattutto, di offrire
al lettore una galleria di personaggi la madre
austera, la dolce nutrice, il padre peregrino
come Ulisse che permettono di rileggere e
comprende nel. l'insieme della sua produzione
letteraria, il tema dell'origine, della ferita,
della vita istintiva e dell'eros.
Procedimenti e figure dell'inconscio
Sessualità e istintualità sono al centro anche
della riflessione estetica e letteraria del
surrealismo, l'unico movimento artistico del
Novecento ad aver dimostrato un vero e proprio
entusiasmo per l'insegnamento di Freud, sin
dalla pubblicazione del proprio Manifesto,
scritto nel 1923 da André Breton (1896-1966).
Attraverso le loro opere, che spaziano dalla
letteratura al cinema, e riviste come "La
Révolution surréaliste" e "Surréalisme", i
seguaci di Breton celebrano l'inconscio come
forza liberatoria, per sfuggire alla pressione
del razionale mondo "civilizzato".
Poeti come
Louis Aragon (18971982) e Paul Éluard
(1895-1952) scrivono convinti che i sogni siano
più reali della realtà e insieme a compagni di
viaggio come Antonin Artaud (1896-1948) ed Henri
Michaux (1899-1984), utilizzano anche le droghe
e l'ipnotismo per raggiungere una condizione
sufficientemente vicina al sogno da scorgere la
vera realtà dietro l'apparenza delle cose
quotidiane. La dimensione onirica, infatti,
priva com'è di convenzionalità e di
soggettività, non pone restrizioni logiche o
razionali alla vera creatività.
Il metodo
surrealista per eccellenza diviene dunque la
scrittura automatica, il puro automatismo
mentale, la scrittura come condizione passiva,
che esclude restrizioni morali, logiche e
religiose e si avvicina al metodo freudiano
delle associazioni libere.
Nonostante la visione
surrealista dell'inconscio sia fortemente
debitrice del contributo di Freud, mentre
l'interesse di quest'ultimo è rivolto alla
comprensione dei processi della psiche umana, i
surrealisti si pongono obiettivi di liberazione
e rivoluzione, coniugando per certi aspetti
inconscio e marxismo.
A metà del Novecento, con altri intenti ma
sempre ispirandosi al marxismo e agli insegnamenti di Jacques Lacan (1901-1981), ha
parlato di Rivoluzione del linguaggio poetico la
semiologa e psicanalista
Julia Kristeva (1941-),
soffermandosi sulle componenti strutturali del
linguaggio: il semiotico e il simbolico.
È forse
proprio al problema del linguaggio che può
essere ricondotto l'apporto più importante alla
problematica riguardante letteratura e
psicanalisi nel secondo Novecento.
Da questo
punto di vista il pensiero di Lacan ha svolto
una funzione capitale, reinterpretando Freud
attraverso la linguistica e lo strutturalismo.
Il suo contributo più importante consiste
nell'aver pensato l'inconscio strutturato come
un linguaggio, permettendone lo studio nelle
componenti di significante e significato. I
significanti che costituiscono l'inconscio
slittano però continuamente e velano un senso
inafferrabile, che si destruttura e ricostruisce
continuamente.
Le idee di Lacan non hanno solo
creato una propria scuola critica, tra cui
spiccano nomi come Elisabeth Roudinesco,
Catherine Millot e, in Italia, Stefano Agosti,
ma hanno anche influenzato la letteratura della
seconda metà del secolo. Il poeta Andrea
Zanzotto costituisce forse uno degli esempi più
rappresentativi della capacità di mettere in
scena, quasi anticipandola, l'idea lacaniana
dell'incommensurabilità tra significante e
significato. Lo fa soprattutto a partire dal
1968, con la raccolta sperimentale La beltà, in
cui si delinea un percorso poetico che procede
tramite una progressiva emancipazione dal senso,
una poesia determinata non più dalla relazione
significante-significato, ma che si colloca a
diretto contatto con il significante, orientata
verso un uso della lingua in cui predomina lo
scivolamento metonimico. Tale scivolamento,
però, non produce, freudianamente, motto di
spirito, ma un vero e proprio disgregamento
della lingua che corrisponde al disgregarsi
stesso della realtà. E con essa la consistenza
dell'io, l'io lirico del poeta.
All'insegnamento
di Lacan, di cui era stato allievo, fa
riferimento anche il poeta, narratore e
drammaturgo belga Henry Bauchau (1913-), nei
suoi romanzi che ridanno voce a figure della
tragedia greca come Edipo e Antigone. Nel
romanzo che gli ha dato notorietà
internazionale, Edipo sulla strada (Oedipe sur
la ruote, 1990), Bauchau ribalta la posizione di
supposto sapere di chi risolve l'enigma della
Sfinge. La risposta si trasforma in domanda
sull'uomo, viaggio uterino all'interno
dell'enigma dell'essere del soggetto, del suo
senso.
Proprio il dramma del soggetto è al
centro delle riflessioni di quasi tutti gli
autori che nel Novecento si sono confrontati col
problema della scrittura, a partire da Luigi
Pirandello e Fernando Pessoa, che all'inizio del
secolo in un certo senso anticipano le
riflessioni freudiane sulla scissione interna
dell'individuo.
Esempio straordinario di scavo
nei meandri del rapporto tra io e scrittura è il
romanzo Malina (1971) dell'austriaca Ingeborg
Bachmann (1926-1973). La prima parte del libro
racconta la relazione tra la protagonista,
definita semplicemente come "io" e il suo
amante: l'io esiste in funzione dell'altro, in
sua assenza, sparisce. Nella seconda parte del
romanzo viene descritta una lunga serie di
incubi in cui il soggetto è continuamente brutalizzato, torturato e annichilito
da una figura maschile paterna, dietro cui si
scorge lo spettro dell'incesto. È Malina, doppio
dell'io e incarnazione fisica dell'azione
razionale del maschile, ad ascoltare il racconto
di questi incubi, in cui l'unico linguaggio
autentico sembra essere quello che cerca di dire
l'inesprimibile, il buio, l'inconscio. Per la
Bachmann, infatti, solo la letteratura pare
fornire la chiave d'accesso al contenuto di
verità di ciò che nel linguaggio appare
incomprensibile e falso: il soggetto. Anche nel
caso di Malina, la letteratura sembra aver
assunto una funzione terapeutica, di ricerca e
disvelamento della verità nella menzogna; la
psicanalisi ha cioè preso il posto di
quell'Altro, che è, da molto prima della
scoperta di Freud, il luogo originario della
letteratura.
Il metodo psicoanalitico.., dai metodi analitici alla nascita della psicoanalisi
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