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Letteratura concentrazionaria

Espressione nata per definire la produzione di scritti nati dall'esperienza dei campi di concentramento nazisti. Primo Levi - voce di spicco della l.c. con i suoi Se questo è un uomo (1947), La tregua (1963), Se non ora, quando? (1982) e la magistrale riflessione in forma saggistica I sommersi e i salvati (1986) - l'ha suddivisa in tre fondamentali categorie: i diari o memoriali dei deportati, le loro elaborazioni letterarie, le opere sociologiche e storiche. Ma il dibattito sull'appartenenza al genere vede pareri discordanti.

Nonostante una delle paure ricorrenti di molti sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti fosse quella di non essere creduti, le prime testimonianze si ebbero subito dopo la fine della guerra; spiccano tra esse due opere fondamentali: L'universo concentrazionario (L'univers concentrationnaire, 1946) del francese David Rousset (a cui si deve il conio dell'aggettivo «concentrazionario»), deportato politico a Buchenwald, e il già ricordato Se questo è un uomo di Levi. A breve distanza sono seguite altre opere oggi ritenute «classici» di questo genere: I più forti (Die Stàrkeren, 1949, nt), del detenuto politico Hermann Langbein; Prigioniera di Stalin e Hitler (Als Gefangene bei Stalin und Hitler, 1949) di Margarete Buber-Neumann; La Notte (La Nuit, 1958), dell'ebreo rumeno Elie Wiesel, deportato ad Auschwitz. Una delle più impressionanti evocazio¬ni dei campi di concentramento è la poesia Fuga della morte (Todesfuge, 1952) di Paul Celan.

A queste voci fondatrici della l.c. se ne sono aggiunte altre, che hanno fatto luce su aspetti diversi dell'universo concentrazionario: Milena l'amica di Kafka (Milena, Kafkas Freundin, 1977), racconto dell'amicizia nata nel campo di Ravensbruck tra la detenuta politica M. Buber-Neumann e Milena Jesenska, amica di Franz Kafka; i diari, scoperti solo negli anni Ottanta, dell'ebrea olandese Etty Hillesum (Diari 1941-1943; Lettere 1942-1943); Essere senza destino (1975), romanzo del premio Nobel per la letteratura Imre Kertész.

Il distacco temporale consente ad altri scritti autobiografici di ingaggiare anche una riflessione sul significato e soprattutto sulla possibilità di raccontare l'esperienza concentrazionaria; è il caso di Intellettuale ad Auschwitz (Jenseits von Schulden uns Stihnen, 1966), fondamentale libro di Jean Améry (nome d'arte dell'ebreo viennese Hans Mayer); di Sopravvivere (Surviving and other essays, 1986), dello psicologo di origine viennese Bruno Bettelheim; e del più recente Vivere ancora: storia di una giovinezza (Weiter leben. Eine Jugend, 1994), l'acclamato resoconto della sopravvissuta Ruth Klùger, scritto a cinquant'anni dalla liberazione. Testimonianze di pagine meno conosciute della vicenda concentrazionaria sono quelle di Giovanni Guareschi, deportato in Polonia, in Diario clandestino (1949), di Claudio Tagliasacchi in Prigionieri dimenticaci (1999, sugli gli IMI, Internati Militari Italiani), di Claudio Sommaruga in Anatomia di una Resistenza: testimonianza-confessione di un ottuagenario prima... durante... e dopo il lager nazista..., 1920-2000 (2001), di Otto Rosenberg nel racconto autobiografico La lente focale (Das Brennglas, 1998), incentrato sul Porrajmos, lo sterminio degli zingari.

Nel corso degli anni la l.c. si è sviluppata in maniera molto diversificata, ponendo via via non pochi problemi di definizione, scaturiti anche in seguito alla pubblicazione di opere romanzesche o cinematografiche (una per tutte Holocaust, di Marvin J. Chomsky, 1978) sull'esperienza della deportazione. Un acceso dibattito si è sviluppato intorno al «nodo» se la l.c. debba essere composta solo da testimonianze dirette, ovvero se sia impensabile una letteratura dell'Olocausto scritta da non-testimoni, posizione sostenuta con vigore dai sopravvissuti (e tra questi Elie Wiesel).

Sul filo di questo confine si situa un'opera decisamente interessante, il romanzo a fumetti Maus, pubblicato tea il 1980 e il 1991, in cui Art Spiegelman narra la storia di suo padre, ebreo polacco sopravvissuto ai campi.

Nata al termine del secondo conflitto mondiale, la l.c. ha dato voce, nelle sue varie forme, a un'esperienza con caratteristiche spazio-temporali e psicologiche ben precise, e si è fortemente imposta nell'immaginario letterario collettivo degli ultimi cinquant'anni. Purtroppo i campi di concentramento non sono rimasti un fatto storico legato al nazismo; la loro esistenza è riapparsa in anni successivi e in altri contesti, da quello tristemente noto dei gulag a quello di campi di cui spesso si ignora l'esistenza, che ancora sono allestiti in molte parti del mondo (valgano per tutti quelli in Bosnia, durante il conflitto del 1992, rivelati al mondo dalla penna del giornalista Ed Vulliamy).

Il termine l.c. ha dunque allargato i suoi confini: rientrano oggi in questa definizione tutti i racconti dei detenuti nei campi di prigionia, degli internati militari, dei reclusi politici, omosessuali, ecc. L'esperienza concentrazionaria è stata e continua a essere al centro di una copiosa produzione letteraria, sulla quale il dibattito seguita a muoversi tra gli opposti di queste due asserzioni: «Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie», aveva affermato il filosofo tedesco T .W. Adorno; e anni dopo, Primo Levi aveva osservato: «La mia esperienza è stata opposta, in quegli anni avrei riformutato le parole di Adorno: dopo Auschwitz non si può più fare poesia se non su Auschwitz».

Primo Levi    Herman Langbein
 

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