LETTERATURA POLIZIESCA
Genere letterario, di origine anglosassone,
comprendente opere narrative e teatrali nelle
quali viene proposto un enigma criminoso,
risolto infine da una o più persone che indagano
sul delitto. Si distinguono nel genere due
filoni principali, la detective story, in cui
predomina l'inchiesta, e il thriller, o storia
del brivido. Questi due filoni hanno generato
nel tempo vari sottogeneri — mystery story,
suspense, spy story, hard-boiled, whodunit,
cozy, saper, procedural — e il parallelo genere
noir, che mostra una maggiore attenzione al
punto di vista criminale e che accentua gli
elementi realistici.
LE ORIGINI
Delitti, misteri, inchieste, si trovano in testi
molto antichi (la Bibbia, Erodoto, Le mille e
una notte, racconti cinesi), e poi in Voltaire (Zadig,
1748), ma in forma dispersa. Solo con il romanzo
Caleb Williams (1794) dell'inglese W. Godwin,
che si articola in temi divenuti classici (delitto
insoluto, fuga, inchiesta), nasce il primo
poliziesco. Ma il vero creatore del genere è
Poe, con i racconti Gli omicidi della Rue Morgue
(1841), Il mistero di Marie Roget (1842) e La
lettera rubata (1845), nei quali non solo appare
la figura dell'investigatore, elemento
indispensabile dell'intreccio, ma viene anche
tratteggiato lo schema fondamentale della
detective story : 1) il problema appare
insolubile; 2) si procede sempre dall'effetto (il
delitto) alla causa (il criminale); 3) vengono
sospettate persone innocenti; 4) i metodi di
indagine adottati si dimostrano inadeguati; 5)
l'indagine è condotta da un investigatore in
grado di misurarsi con qualunque enigma; 6) la
soluzione raggiunta risulta l'unica
rigorosamente possibile.
LA GRANDE «DETECTIVE STORY»
La struttura del romanzo poliziesco si è
precisata nella seconda metà dell'Ottocento:
essa riflette l'affermarsi del positivismo (importanza
della razionalità scientifica dell'indagine) e
la presenza di una polizia di stato con relative
cronache giudiziarie; e il genere si inserisce
nella recente narrativa di evasione (feuilleton)
a basso costo. Nel 1866 il francese E. Gaboriau,
imitando apertamente Poe, crea con L'affare
Lerouge la figura del giovane poliziotto Lecocq,
e il successo strabiliante lo spinge a scrivere
una serie intera delle sue avventure. In
Inghilterra W. Collins pubblica lo splendido La
pietra lunare (1868), dando inizio a un costume
di fair-play nei confronti del lettore, posto in
grado di arrivare da solo alla soluzione. Negli
USA diventa popolare il primo scrittore
professionista di polizieschi, A.K. Greene (Il
caso Leavenworth, 1878). Tirature eccezionali
raggiunge in Inghilterra Il mistero dello Hansom
Cab (1886) dell'australiano F. Hume; ma l'anno
dopo compare, nel romanzo Uno studio in rosso
dell'inglese A.C. Doyle, un personaggio che in
pochi anni diventerà un mito, il prototipo
dell'investigatore privato: Sherlock Holmes. In
Doyle lo schema «delitto-indagine-scoperta del
colpevole» coincide perfettamente con
«disordine-paura-ristabilimento del bene e della
giustizia». La trattazione di questo schema, che
è poi la grande detective story, è in Doyle
esemplarmente semplice e accattivante ed è al
modulo da lui elaborato che fanno in qualche
modo riferimento tutti i maggiori autori
successivi. Della vasta produzione dell'epoca si
ricordano inoltre: i rigorosi gialli
«scientifici» dell'inglese R.A. Freeman
(L'impronta scarlatta, 1907); quelli
«psicologici» dell'americana M. Roberts Rinehart
(famoso La scala a chiocciola, 1908) e
soprattutto gli originalissimi racconti
dell'inglese G.K. Chesterton, che con
L'innocenza di padre Brown (1911) e le
successive raccolte, perfeziona il lato
«metafisico» del poliziesco (l'investigatore si
investe della missione di riportare equilibrio
nel mondo sconvolto dal male).
In Francia, la contaminazione tra detective
story e roman noir dà origine alle popolari
opere di M. Leblanc (ciclo del ladro gentiluomo
Arsene Lupin, 1907-39) e di G. Leroux (ciclo di
Rouletabille, alias Joseph Josephin, detective
dilettante, iniziato con un classico della
«camera chiusa», Il mistero della camera gialla,
1908).
ROMANZO-ENIGMA E
«HARD-BOILED»
Il periodo aureo della letteratura poliziesca
classica si colloca tra gli anni Venti e
Quaranta del secolo scorso, con una produzione
di eccezionale qualità e quantità. In
Inghilterra il romanzo-enigma classico conobbe
la sua migliore stagione con E. Wallace, D.
Sayers, N. Blake (pseudonimo del poeta C.
Day-Lewis). L'inglese A. Christie, che esordì
nel 1920 con Poirot a Styles Court, è però la
dominatrice incontrastata della scena
internazionale e raggiunge una popolarità
analoga a quella di Doyle grazie a una serie di
magistrali e perfide detective stories dove
agiscono i detective Miss Jane Marple o Hercule
Poirot.
In America compaiono intanto i raffinati
polizieschi di S.S. Van Dine (W.H. Wright), con
il gentiluomo detective Philo Vance (La strana
morte del signor Benson, 1926). Alla tradizione
inglese si collegano tra gli anni Trenta e
Cinquanta molti autori americani. Tra gli altri:
M.G. Eberhart; R. King; P. Quentin (dietro il
quale si cela la coppia R. Webb e H.C. Wheeler,
che adotta anche gli pseudonimi Q. Patrick e J.
Stagge) ecc. L'angloamericano J. Dickson Carr,
alias C. Dickson, un po' goticizzante, è
abilissimo costruttore di delitti della «camera
chiusa» (La casa stregata, 1934). E. Queen
(pseudonimo di F. Dannay e M.B. Lee) figura come
autore e protagonista fin dal 1929 in
polizieschi il cui modulo venne perfezionato con
il sofisticato e brillante «ciclo di
Wrightsville» (iniziatosi con il Paese del
maleficio, 1942). L. Charteris dà vita nel 1928
al ladro gentiluomo Simon Templar, detto il
«Santo», le cui avventure di raffinato
criminale-investigatore continuano fino al 1963.
Pervasi di intelligente umorismo e grande
tecnica investigativa sono i numerosi romanzi di
R. Stout, di cui è protagonista il famoso Nero
Wolfe (1934-1975), appassionato di orchidee e
alta cucina. Infine C. Woolrich ha scritto,
anche con lo pseudonimo di W. Irish, famosi
polizieschi come Vertigine senza fine (1947), e
alcuni suspense febbrili, più volte utilizzati
dal cinema (La sposa era in nero, 1940).
Iniziatore della hard-boiled school (la scuola
dei duri) è l'americano D. Hammett, che nobilitò
il commercialissimo thriller, usandone gli
schemi, i tipi umani e il linguaggio realistico
per costruire un quadro amaro e suggestivo
dell'America degli anni Trenta (Il falcone
maltese, 1930; L'uomo ombra, 1932). Hammett ha
avuto molti imitatori, ma un solo continuatore,
R. Chandler, il quale ha portato alla perfezione
il thriller, con libri che, da II grande sonno
(1939) a II lungo addio (1953), esprimono
attraverso il loro incorruttibile protagonista,
l'investigatore privato Philip Marlowe, una
tragica visione della vita.
Sulla linea di Hammett e Chandler si collocano
alcuni buoni autori americani, come E.S.
Gardner, creatore del popolare avvocato Perry
Mason (1933-1973) e K. Millar (alias J.R.
MacDonald), ideatore nel 1949 del detective Lew
Archer. M. Spillane negli anni Cinquanta
rivoluziona la scena degli investigatori privati
con il suo detective-giustiziere Mike Hammer (Ti
ucciderò, 1947), protagonista di romanzi a tinte
forti dove abbondano violenza e sesso. Il più
notevole epigono della hard-boiled school
inglese è comunque ritenuto J.H. Chase (famoso
il suo primo romanzo, Niente orchidee per Miss
Blandish, 1939). La produzione successiva di
autori come l'americano E. McBain (alias E.
Hunter, entrambi pseudonimi di S. Lombino),
creatore del police procedural con le storie del
suo 87° distretto, e l'inglese P. Highsmith,
regina del noir psicologico, dimostra la
definitiva affermazione della scuola realistica,
declinata in forme sempre più varie e originali.
LA SCUOLA DEL «NOIR»
FRANCESE
Legato alla scuola realistica è uno dei maggiori
scrittori di polizieschi: G. Simenon, di nascita
belga, ma vissuto a lungo in Francia. Nel suo
primo libro, Pietro il lettone (1930), fa la sua
apparizione un investigatore destinato a fama
mondiale: il commissario Maigret, protagonista
di decine di romanzi nei quali Simenon ha
oltrepassato i confini della letteratura di
evasione, dando una sicura dimensione poetica ai
suoi personaggi di sconfitti. Precursore del
noir francese moderno è considerato L. Malet,
che nei suoi numerosi romanzi (La vita è uno
schifo, 1942; Nodo alle budella, 1943; Il sole
non è per noi, 1943) e nella serie dedicata alle
disincantate inchieste dell'investigatore
privato Nestor Burma (1943-83), ha raccontato
storie cupe e inquietanti dalla forte vena
pessimistica. E nerissime sono le storie di
narratori francesi successivi come P. Boileau e
Th. Narcejac (I diabolici, 1952; La donna che
visse due volte, 1954) e piccoli classici
ambientati nel mondo della malavita come Grisbi
(1953) di A. Simonin, la serie di «Rifili»
(iniziata ne11953 con Du Rififi chez les
hommes,1953), e Il clan dei siciliani (1967) di
A. Le Breton, Il buco (1957) e li secondo soffio
(1967) di J. Giovanni, Lo spione (1957) di P.
Lesou. Tra i contemporanei che hanno
ulteriormente ampliato lo spettro narrativo del
noir francese vanno citati: F. Dard (creatore
delle adrenaliche e strampalate inchieste del
commissario San Antonio), J.-P. Manchette, P.
Raynall, F. Vargas, D. Daeininckx.
IL «NOIR» AMERICANO
Gli anni Cinquanta hanno visto crescere il noir
statunitense grazie a due grandi maestri: D.
Goodis (Strada senza ritorno, 1954; Sparate sul
pianista, 1956) e J. Thompson (In fuga, 1954;
L'assassino che è in me, 1962). Negli stessi
anni C.B. Himes introduce l'elemento multietnico
in storie dense di ironia e di violenza
(1957-1969), di cui sono protagonisti i
poliziotti di colore Coffin Ed e Grave Digger
Jones. L'arrivo al cinema di personaggi come
l'ispettore Tibbs (1967) e il detective Shaft
(1971) porterà alla ribalta la black
exploitation e la presenza di poliziotti di
colore resterà costante nel tempo grazie al
contributo di autori come W. Mosley. A
raccontare le vicende dei nativi d'America in
chiave poliziesca ci pensa invece, a partire
dagli anni Settanta, T. Hillermann con il ciclo
dei suoi poliziotti navajos Joe Leaphorn e Jim
Chee. Nella narrativa successiva, l'incontro tra
le regole formali del romanzo-enigma e il
costrutto meno codificato del noir ha prodotto
storie in cui prevalgono l'analisi psicologica e
una fondamentale ambivalenza del bene e del
male. In autori come
J. Ellroy (Le strade dell'innocenza, 1984) o R.
Rendell (La morte non sa leggere, 1977) il lato
oscuro della psiche che si manifesta nel delitto
pervade l'intera esperienza; il racconto si
gioca su reazioni contraddittorie di
fascinazione e orrore che spiegano tra l'altro
la fortuna di opere imperniate sulla figura del
seria! killer. Il moltiplicarsi inestricabile di
congiure e inganni del potere, la compromissione
e la corruzione sono d'altra parte gli elementi
privilegiati di sottogeneri di successo come il
legal thriller (J. Grisham, S. Turow, B.
Meltzer). Negli USA hanno proseguito con
successo i percorsi dell'hard-boiled autori come
Ch. Willeford, L. Block, S. Kaminsky, M.
Connelly, D. Lehane, R. Crais, J.R Lansdale,
J.L. Burke, J. Sallis, B. Eisler proponendo
poliziotti e investigatori privati che indagano
con occhio cinico il malessere della società
americana.
LE «LADY» DEL THRILLER
Un capitolo importante nella storia recente
della l.p. l'hanno scritto autrici
angloamericane. Con le storie dell'ispettore
Adam Dalgliesh, iniziate nel 1966, P.D. James ha
proseguito la tradizione del giallo inglese,
dando vita a un personaggio complesso e
sfaccettato. A L. Jackson Braun va il merito di
avere creato nel 1966 una serie longeva e
brillante, avente come protagonisti i due gatti
Koko e Yum Yum che con le loro intuizioni feline
aiutano l'ex reporter Qwilleran a risolvere i
delitti in mirabolanti avventure. E se S.
Grafton si è divertita a siglare un personale
«alfabeto del delitto» con le avventure di
Kinsey Millhone iniziate nel 1983 con A come
alibi e giunte ormai a S come silenzio, P.
Comwell e K. Reichs si sono distinte nel settore
dei patologi legali-investigatori con le
fortunatissime serie di Kay Scarpetta (1990) e
Temperante Brennan (1997). Atmosfere più vicine
al mistery delle origini sono presenti nei cicli
d'ambientazione vittoriana degli ispettori
Thomas Pitt (1979) e William Monk (1990)
dell'inglese A. Perry e anche nella serie
dell'ispettore Thomas Linley e del sergente
Barbara Havers (1988) dell'americana E. George,
mentre il confine labile fra il «rosa» e il
«nero» emerge nei best-seller di M. Higgins
Clark. La neozelandese M.A. Doody si è invece
divertita a trasformare il filosofo Aristotele
in un insospettabile detective. Nel filone del
noir puro, inglese e americano, si sono distinte
per una narrativa di forte impatto S. Duffy, S.
Scoppettone e L. La Plante.
IL POLIZIESCO IN ITALIA
Le origini della letteratura poliziesca in
Italia risalgono al feuilleton a tinte fosche di
autori come F. Mastriani, E. De Marchi, C.
Invernizio, Jarro (pseudonimo del giornalista G.
Piccini), che per primi trasformano in
letteratura d'intreccio la cronaca nera e
giudiziaria. Il decollo nel 1929 della collana
«I Libri Gialli» Mondadori e la nascita negli
anni Trenta di molte altre pubblicazioni
dedicate alla l.p. porterà ai primi sviluppi
concreti del genere grazie ai contributi di
scrittori come A. Varaldo, A. De Stefani, E.
D'Errico, G. Giannini, T.E. Spagnol, A. De
Angelis. Dopo il divieto fascista di pubblicare
romanzi polizieschi (1941), il giallo conosce
una stasi fino agli anni Cinquanta, quando
debuttano G. Ciabattini, S. Donati e F. Enna e
nascono altre famose collane di genere, come la
«Serie Gialla Garzanti» (1953-64). Ma il primo
noir italiano di larga diffusione è senza dubbio
Venere privata (1966) di G. Scerbanenco. Non
nuovo al genere (all'inizio degli anni Quaranta
aveva scritto sei romanzi con l'investigatore
Arthur Jelling di Boston), Scerbanenco diventa
un modello imprescindibile grazie al ciclo della
«Milano nera» (il cui protagonista è l'ex medico
radiato dall'ordine Duca Lamberti), portando per
la prima volta alla luce con toni realistici i
delitti e le tensioni di un'Italia in rapido
cambiamento. Dopo Scerbanenco, il giallo e il
noir italiani assumono piena padronanza
narrativa e si concentrano sulle città: la
Milano raccontata negli anni Settanta da A. Pena
e poi da R. Olivieri, A.G. Pinketts, P.
Colaprico, G. Biondillo, S. Dazieri; la Napoli
di A. Veraldi, e poi quella di G. Ferrandino, P.
Lanzetta, M. Siviero, U. Mazzotta; la Bologna di
L. Macchiavelli, ma anche quella di C.
Lucarelli, G. Rigosi, L. Marzaduri; la Torino
descritta da Fruttero & Lucentini e poi
esplorata da B. Gambarotta, P. Soria e M.
Oggero; la Firenze anni Cinquanta-Sessanta
rievocata da M. Vichi; la Palermo di S. Piazzese
e G. Savatteri; la Genova di A. Fassio e B.
Morchio; il Nordest (in cui si incontrano la
criminalità e i traffici commerciali e
industriali) di M. Carlotto. Un'attenzione
particolare per i delitti di provincia accomuna
scrittori dalle diverse sensibilità come A.
Perissinotto, M. Bettini, M. Coloretti, V.
Varesi, L. Guicciardi, R. Valentini, G.
Pederiali. Delitti efferati e brutali si
consumano nella Sardegna arcaica, terra dove
vigono tacite leggi ancestrali, riscoperta da G.
Todde e M. Fois. Sul versante dei thriller
giudiziari sono N. Filastò e G. Carofiglio a
raccogliere grande successo in Italia e
all'estero con i rispettivi avvocati, il toscano
Scalzi e il barese Guerrieri. Tra i giallisti
che maggiormente hanno dato spazio al giallo
storico, oltre all'exploit di U. Eco con Il nome
della rosa (1980) entrato nelle classifiche dei
best-seller internazionali, spiccano G. Leoni,
B. Pastor, V. Montaldi, L Gori, C. Augias, D.
Comastri Montanari, e i già citati Lucarelli e
Macchiavelli (anche in coppia con il cantautore
F. Guccini nelle storie del maresciallo
Santovito). Apprezzato autore di thriller si
rivela a sorpresa un personaggio dello
spettacolo come G. Faletti in romanzi dal ritmo
serrato (Io uccido, 2002) che spaziano da
Montecarlo all'Arizona; grandissimo successo ha
ottenuto anche G. De Cataldo con Romanzo
criminale (2002), nel quale racconta le vicende
della banda della Magliana in un'opera che mette
a nudo il tessuto sociale italiano, mostrando i
rapporti fra criminalità e politica. Non solo i
magistrati (Carofiglio, De Cataldo), ma anche i
poliziotti (P. Di Cara, M. Matrone, M. Giuttari,
P. Silvis) hanno portato la loro conoscenza
diretta delle indagini e del sistema giudiziario
italiano in storie dal marcato sapore
realistico. Non mancano, anche in Italia,
autrici di noir: tra loro, si segnalano N.
Vallorani, B. Garlaschelli, G. Verasani, C.
Salvatori. Con La forma dell'acqua (1994) lo
scrittore siciliano A. Camilleri ha dato avvio
alla fortunatissima serie del commissario Salvo
Montalbano, protagonista di gialli nei quali la
felice elaborazione di un linguaggio
personalissimo, che intreccia italiano e
dialetto siciliano, si accompagna alla creazione
di un personaggio intenso, le cui vicende
personali appassionano quanto la reinvenzione di
molte situazioni classiche del poliziesco. La
forte caratterizzazione dei personaggi, spesso
raccontati con tratti di umana ironia, e la
vivida ambientazione siciliana (con l'evocazione
di paesaggi, umori, tipi, profumi, sapori che
molto deve a M. Vàzquez Montalbàn) hanno fatto
la fortuna di queste storie tradotte in tutto il
mondo, con le quali Camilleri ha creato una
maschera perfetta per raccontare l'Italia
contemporanea, trasformando il paese inventato
di Vigata in uno dei luoghi più conosciuti
dell'immaginario poliziesco.
IL POLIZIESCO COME FORMA
LETTERARIA
Nata come forma di intrattenimento senza
ambizioni estetiche e letterarie, la detective
story è stata a lungo relegata nella più rigida
serialità, adottando come punto di forza la
meccanica riproposizione di una forma chiusa
standardizzata. La l.p. ha continuato a essere
sbrigativamente classificata come narrativa
popolare di basso profilo anche quando l'apporto
di autori di spessore, la crescente
contaminazione dei generi (noir, giallo,
mistery, thriller e spy-story) e la necessità di
diversificare una produzione sempre più copiosa
e richiesta hanno portato a opere originali e
innovative dal punto di vista letterario.
L'astratto rigore della costruzione,
l'aspirazione all'oggettività, il rilievo
simbolico dato alla ragione e l'aderenza al
linguaggio parlato, sono tutti elementi che
concorrono a dare al poliziesco un ruolo più
importante di quello che generalmente gli si
attribuisce nella letteratura contemporanea. Non
solo crea solitari difensori della ragione,
denunciando in tal modo le apparenze
ingannatrici del reale, ma, proprio nel momento
in cui la struttura chiusa della narrazione
esalta l'ordine razionale, il riferimento alla
realtà eternamente sviante mette in rilievo la
precarietà di ogni sicurezza. Come figurazione,
non è lontana da quella espressa nelle fiabe
popolari e nei romanzi cavallereschi, ma invece
di esserne un epigono puramente commerciale, la
detective story (che ha nella forma della
narrazione popolare uno dei suoi punti di forza)
si è subito strutturata in moduli che consentono
elaborazioni e variazioni di alto livello
intellettuale e simbolico. Non è quindi un caso
che molti scrittori abbiano deciso di utilizzare
la sua formula nelle loro opere: F. Dtirrenmatt
(La promessa, Il giudice e il suo boia), A.
Robbe-Grillet (Le gomme), C.E. Gadda (Quer
pasticciaccio brutto de via Merulana), J.L.
Borges (Il giardino dei sentieri che si
biforcano, La morte e la bussola), L. Sciascia
(Il giorno della civetta), B. Vian (Sputerò
sulle vostre tombe), P. Chiara (I giovedì della
signora Giulia), M. Soldati (1 racconti del
maresciallo), L. Sepúlveda (Storia di un killer
sentimentale, Un nome da torero), D. Pennac (Il
paradiso degli orchi), per citarne solo alcuni.
IL POLIZIESCO COME ROMANZO
SOCIALE
Fra i primi a pensare che scrivere gialli
potesse equivalere a scrivere romanzi sociali
con i quali indagare il tema dell'ingiustizia
mettendo nel centro del mirino la condizione
sociale del proprio paese, ci sono i coniugi
svedesi M. Sjòwall e P. Wahlóri, creatori della
saga dell'ispettore Martin Beck (1965-1975), che
ha aperto le porte al noir nordico continuato
poi con successo da autori come H. Mankell
(ideatore nel 1991 del commissario Wallander) e
P. Hoeg (Il senso di Smilla per la neve, 1992).
Ed è proprio la componente politica ad aver
fatto crescere il giallo e il noir in Spagna e
in molti paesi del Sudamerica, dove il genere è
stato a lungo censurato dalle dittature. Quando
ha potuto finalmente esprimersi liberamente, la
l.p. è divenuta territorio di analisi concreta
dei problemi civili con una forte componente di
realismo e amarezza (A. Martin, R. Díez, P.I.
Taibo I e II, D. Chavarria, A. Giménez-Bartlett,
D. Liano). Un fenomeno analogo si è sviluppato
sul finire degli anni Novanta sotto il nome di
«noir mediterraneo», con il contributo di autori
di diversa origine come l'algerino Y. Khadra
(con le inchieste del commissario Brahim Llob),
il greco P. Markaris (commissario Kostas
Charitos), lo spagnolo Vizquez Montalbàn (il
detective Pepe Carvalho), il tedesco V.
Heinichen (commissario Proteo Laurenti di
Trieste), il marsigliese J.-C. Izzo (con il
malinconico Fabio Montale), e i già citati
Camilleri e Carlotto (con il ciclo
dell'Alligatore). Ognuno di loro ha esplorato il
territorio della criminalità contemporanea con
un'ottica disincantata, mostrando i rapporti fra
le nuove mafie e gli ordinamenti politici ed
economici, sullo sfondo del Mediterraneo,
descritto con una particolare attenzione alle
tradizioni culturali e civili (senza dimenticare
quelle gastronomiche). In questa prospettiva si
pongono anche gli inglesi D. Raymond e D. Peace,
molto attenti alla situazione sociale del loro
paese, e lo scozzese I. Rankin che, attraverso
l'ispettore John Rebus (1987), racconta la
quotidianità nera di una città come Edimburgo.
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