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L'OTTOCENTO
In tutto l'ambito europeo l'Ottocento letterario
si struttura cronologicamente in altrettanti
"periodi", che hanno inizio con il romanticismo
e che poi divengono il realismo, il naturalismo
e da ultimo la cosiddetta "fin de siècle",
divisa tra simbolismo, decadentismo ed
estetismo.
Ma ciò che è decisivo nella sua
varietà di espressione è il movimento romantico
degli anni postrivoluzionari e napoleonici, con
la ricerca di una nuova letteratura e di una
nuova antropologia, di una visione del mondo non
più subordinata agli schemi del razionalismo
settecentesco e della tradizione classicistica.
Anche nell'universo letterario, come in quello
politico e sociale, si afferma la coscienza di
una svolta, di un mutamento irreversibile
rispetto al passato, persino quando si cerca di
continuarlo o di restaurarlo.
È il tempo dell'industrializzazione e
dell'ascesa della borghesia e questo processo
investe anche il linguaggio e l'immaginazione,
mentre la vecchia "repubblica delle lettere"
lascia il posto a una realtà inquieta e informe,
dove lo scrittore deve riscoprire il proprio
ruolo intellettuale e ciò che egli produce deve
fare i conti con le leggi economiche del
mercato.
Ideato nell'Inghilterra secentesca per
indicare la materia tratta dai romances,
narrazioni di contenuto cavalleresco e
fantastico, solo nella seconda metà del
Settecento il termine "romantico" circola nella
cultura per designare il mistero della natura,
le fantasmagorie del paesaggio, la ricchezza
fluttuante del reale. In un primo tempo,
soprattutto in Francia, si preferisce parlare di
pittoresco, e bisogna attendere l'inizio del
nuovo secolo per incontrare una vera e propria
definizione del termine che diviene il punto di
riferimento costante per coloro che
intraprendono il difficile cammino verso la
modernità.
Ed è in Germania che la nuova poetica
romantica trova la sua enunciazione più sicura e
ardita.
Per August Wilhelm von Schlegel, uno dei
fondatori della rivista "Athenàum", "romantico"
è tutto ciò che anima il "moderno", in
opposizione allo spirito classico del mondo
antico e precristiano: "Questo nome gli conviene
senza fallo, poiché deriva da quello di lingua
romanza, sotto cui si comprendono l'idiomi
vulgari che nacquero dalla mescolanza del latino
con li antichi dialetti germanici, in quella
guisa che la nuova civiltà europea s'andò
formando dalla mescolanza, in prima eterogenea,
ma poi co'l tempo divenuta intima, de' popoli
del Nord con le nazioni depositarie delle
preziose reliquie dell'Antichità. La civiltà
antica, per lo contrario, era semplice nel suo
principio".
La contrapposizione riesce
qui illuminante più di qualsiasi ragionamento.
Da una parte il mondo omogeneo del passato;
dall'altra la stratificazione delle culture che
fa del romanticismo un organismo mobile ed
eterogeneo, una concomitanza di opposti, una
conquista faticosa del presente. Novalis,
l'amico dei fratelli Wilhelm e Friedrich
Schlegel, dirà a sua volta che romantico è ciò
che è lontano, l'infinito dentro e fuori di noi.
Così, pensando alla solitudine che investe lo
scrittore quando la sua forza non può più
rifarsi a un costume letterario tradizionale, ma
va oltre le convenzioni per lanciare una sfida a
tutti i modelli del passato, un gioco tra il
caso e l'azzardo, Stendhal più tardi, quando non
è ancora il romanziere de La Certosa di Parma e
di II rosso e il nero, scrive a sua volta che
"il faut du courage pour etre romantique, car il
faut hasarder".
Siamo intorno agli anni Venti
dell'Ottocento, allorché tra Francia e Italia,
con un ritardo di qualche anno rispetto al mondo
tedesco, rimbalza il dibattito critico sul
romanticismo, e l'invito stendhaliano
all'"azzardo", allo scatto in avanti che produce
attrito con il passato coglie esattamente il
senso dell'alterità che caratterizza la nuova
poetica europea.
Va d'altro canto ricordato che il primo
Ottocento è pervaso dalla percezione della
discontinuità, della frattura nel corso della
storia che nel giro di pochi anni ha visto
succedersi la Rivoluzione francese, Napoleone,
la Restaurazione e il mutamento radicale del
destino di popoli e nazioni.
Invero, tra la fine del Settecento e l'inizio
dell'Ottocento, sembra cadere la fiducia che la
conoscenza del passato costituisca una guida
sicura per l'interpretazione del presente, ogni
volta nuovo, sensazionale e lacerante. La storia
si fa problema, realtà da ricostruire e da
comprendere nel profondo degli individui e dei
movimenti collettivi, come insegna un pensiero
liberale che ha meditato sull'evento grandioso
della Rivoluzione francese. Ma, proprio nella
misura in cui l'uomo avverte l'elemento
drammatico della storia, la letteratura
trascrive i problemi generali dell'epoca per
penetrare dietro le quinte della scena pubblica
e sorprendere gli uomini nel loro abito più vero
e quotidiano, nel linguaggio raccolto del
"cuore", ossia della soggettività sempre in
rapporto con altri mondi individuali. Il mistero
dell'uomo rimanda a quello della società, alla
sua dialettica inesorabile del potere e della
violenza, del disordine e della giustizia.
La dissoluzione del sistema classico
Senza dubbio l'imporsi all'attenzione della
storia contemporanea è uno dei fattori che
armano la critica al classicismo, cioè a un
sistema che ha elevato a norma la prassi
letteraria e la mitologia legata a un tempo
oramai trascorso, perché, scrive Friedrich
Schlegel, "nell'universo della poesia niente sta
fermo, tutto diviene e si muta e si muove armonicamente".
E in tale prospettiva l'epica, la
lirica e il dramma moderni non coincidono più
con i loro modelli greci, anche perché in
contrasto con il postulato dei classicisti
vengono ora investiti e trasformati dal romanzo,
il genere moderno ove si intrecciano gli
elementi più diversi, non più ordinati da una
gerarchia prestabilita. Non è un caso che si
stabilisca un nesso genetico tra romanzo e
romantico, nel momento in cui il romanzo diviene
una dominante del sistema letterario oramai in
trasformazione.
Si ha in tal modo una
relativizzazione delle diversità tra i generi
che vengono inclusi nell'irregolare e polimorfo
novel, che proprio attraverso l'esplorazione
dell'io, dell'eroe-personaggio, persegue una
rappresentazione del mondo nella sua temporalità
storico-drammatica; e questa complessità
eterogenea sembra poi garantire al romanzo la
possibilità di essere "uno specchio di tutto il
mondo circostante", una vera e propria "immagine
dell'epoca", una sorta di epopea borghese, come
avrebbe affermato lo Hegel postromantico
dell'Estetica.
Volendo risalire all'origine di tale processo di
combinazione aggregativa che caratterizza la poesia
postclassica, i romantici riscoprono Shakespeare, come colui che ha per primo
rappresentato la
dinamica psicologica dell'uomo, e le immagini
interiori con cui
l'individuo rivive e rielabora il mondo esterno.
Non si tratta naturalmente di imitare Shakespeare, ma di
apprendere la sua tecnica
di drammatizzare un linguaggio lirico e di
fonderlo con le cadenze della prosa, con gli scatti di un parlato
quotidiano, di nuovo a
contatto con la vita, con il movimento a un
tempo imperioso e
oscuro del reale. Appare chiaro che il
romanticismo assume la letteratura come un sistema aperto che si rapporta
sempre alla vita
del proprio tempo e non ha altro modello che
l'attualità di colui
che scrive e la sua memoria, la sua capacità di
ricreare la parola
che gli viene dal passato e soprattutto dagli
strati profondi della
propria esistenza.
Non per nulla si comincia a
esplorare, dopo
Rousseau, il luogo misterioso dell'infanzia e il
mondo della fiaba,
l'immaginario onirico dell'arte popolare e
dell'oralità teatralizzata, come accade, sulle orme di Herder, a
Brentano, Arnim e Grimm sul doppio versante del racconto fantastico e
dell'interpretazione
etnologica che poi diverrà lo studio del
folklore. Ma la scoperta del
"popolare" significa anche il recupero delle
tradizioni e dei valori di un popolo, la ricerca o la conferma della sua identità nazionale,
in parallelo con l'avvento dei nazionalismi
insorgenti e con i moti liberali dell'età della
Restaurazione, soprattutto nel centro Europa. La ragione e il mito possono allora unirsi
in una nuova inquietudine, quella che esploderà, alla fine, nel 1848 e che continua,
trasformata anche in dura lotta sociale, nei decenni successivi dell'imperialismo e dell'ultima
illusione europea. Intanto attraverso questo
percorso di ritorno alle origini il
romanticismo, magari con le fantasmagorie
romanzesche di Walter Scott, riscopre pure il
Medioevo, il periodo barbaro e selvaggio in cui
è venuto meno l'ordine unitario dell'impero
romano e le chansons de geste e l'arte gotica
diventano l'espressione corale di una
collettività nazionale da cogliere nella sua
singolarità e nella sua separatezza.
Così nasce
poi la storiografia moderna dell'Europa
postromana nella doppia figura della filologia
romanza e della filologia germanica. E sono
proprio gli storici, del resto, a usare il
passato come una possibile contrapposizione al
presente, quando il suo carattere di civiltà
borghese si scontra con la loro certezza o la
loro nostalgia aristocratica.
Hegel può allora costruire una geniale estetica
della storia sull'ideale di un'armonia classica
interna a ogni letteratura sino al tempo
filosofico della fine dell'arte.
A questo punto si comprende anche perché la
sensibilità romantica si affermi prima là dove
meno radicata e operante appare la tradizione
del classicismo e agiscono fermenti già antichi,
come la poesia elegiaca di Young e Gray, la
fenomenologia del sublime di Burke, il novel
sentimentale in Inghilterra o la battaglia di
Lessing contro la drammaturgia francese, la
rivolta dello Sturm und Drang prima di Goethe e
Schiller, la scoperta della poesia popolare di
Herder in Germania.
In Italia e in Francia, a
parte i gruppi conservatori, il prestigio di un
alto linguaggio letterario condiziona, si
direbbe, la sperimentazione del nuovo o la rende
più eclettica, dal Foscolo di Jacopo Ortis
all'Atala o ai Martyrs di Chateaubriand. I
promessi sposi sono tutt'altra impresa sulla
strada europea che da Scott conduce a Balzac.
Resta comunque vero che un sistema che predica
l'originalità individuale e scende nel labirinto
dell'io sino agli strati dell'inconscio non può
muoversi in un'unica direzione: anche di fronte
al reale lo scrittore può essere paragonato a
una lampada che trae dall'intimo delle sue
energie espressive e gnoseologiche le ragioni
del proprio fare artistico, l'emozione che si fa
meditazione pacata, come vuole Wordsworth.
Il
principio mimetico della poesia come pittura
viene dissolto nell'idea di una autentica
rivelazione verbale, di un'ontologia che nasce
dalla forza stessa dell'immagine, dalla
proiezione di un'esperienza interiore. Il poeta
inventa perché riflette su se stesso e si sente
diverso, alienato dalla natura, il suo canto è
anche un parlare, un dialogo dell'io con i
propri fantasmi e i propri conflitti. Che poi a
tutto questo corrisponda anche la consapevolezza
di una lacerazione, quella che Hegel condanna
nell'ironia romantica, è il segno di una
condizione drammatica dell'io lirico, da cui ha
origine, allorché si oggettiva in azione
rappresentata, un nuovo teatro drammatico fra
fantasia e realismo, analisi introspettiva e
melodramma.
L'istanza realistica implicita
nell'avventura romantica, intanto, emerge e si
sviluppa con la seconda generazione
dell'Ottocento. Se nella poesia nasce un
linguaggio di sensazioni e di simboli moderni,
che tentano di ricreare una natura perduta e
desacralizzata, nella prosa, cioè nel romanzo,
ciò che s'impone è la logica descrittiva
del realismo e del naturalismo sul modello non più della filosofia idealistica ma
della scienza positiva e della sua religione
laica del fatto. Anche il pubblico, che è in
primo luogo quello della città e della metropoli, si allarga e chiede alla letteratura
di farsi intrattenimento, spettacolo, emozionalità avventurosa, documento melodrammaticamente reale. E c'è insieme una
nuova enciclopedia di generi quotidiani, quella
del giornalismo e della sua scrittura effimera,
a cui si accompagna una nuova costruzione dello
spazio grafico e delle sue modalità percettive.
L'impressionismo della modernità pittorica si
insinua anche nei processi della lettura e vi
introduce il bisogno della sensazione inedita,
lo stimolo nervoso dello shock oramai
connaturato alla vita urbana e alla presenza
brulicante di una folla, di una prima confusa
civiltà di massa. Mentre l'estetica del bello si
storicizza, non solo in funzione del tempo ma
anche della moda, la sensibilità accoglie sotto
la nuova insegna dell'interessante il brutto e
il banale, la mescolanza della bellezza e della
volgarità, definita di lì a poco kitsch. Si
forma un gusto di massa, quello celebrato dai
fulgori chiassosi delle Esposizioni universali.
Verso il realismo e oltre
Dopo la Rivoluzione francese l'artista non può
che rimettersi in discussione: egli si trova
nell'alternativa di puntare direttamente
all'azione politica o di tentare di darsi un rinnovato statuto ideologico di sacerdote laico, di
profeta senza Dio, con il rischio di restare
alla fine un bohémien, un vagabondo, un flaneur
ai margini dell'ordine sociale e delle sue
convenzioni, di tutto ciò che i romantici
tedeschi avevano chiamato filisteo. Il rapporto
tra l'arte e la vita muta radicalmente e la
letteratura prende coscienza del proprio
squilibrio, del destino della parola come
opposizione e critica al reale. Si compie così
la rivoluzione che era iniziata con
l'Illuminismo e che fa dello scrittore un
"intellettuale", un osservatore che scruta e
giudica il presente nel momento in cui la sua
indipendenza dipende, a sua volta, dalla
possibilità di un lavoro retribuito. Ed ecco la
strada complementare del giornalismo. Ciò che
conta è un romanzo, come quello di Balzac o di
Dickens, che è insieme invenzione,
testimonianza, esplorazione, conoscenza della
società e del suo inesorabile tessuto umano. Il
narratore sta già costruendo, prima che venga lo
scienziato, una sociologia, una descrizione
critica del presente.
E questo è il realismo, sorto dal romanticismo
ma antiromantico, che s'impone dopo la delusione
del '48, allorché si istituzionalizza il
conflitto tra l'artista e la società borghese
messa a nudo dal socialismo critico di Karl
Marx. In Francia la poetica inaugurata dal
disegno iperbolico della Comédie humaine trova
in Flaubert il suo portavoce pessimistico e
giunge sino a Zola e al naturalismo come lo
stile della rappresentazione oggettiva,
dell'artificio che finge di negare l'artificio
di un io nascosto che guarda, racconta. Non per
niente si può parlare persino di "romanzo
sperimentale".
In Russia, per passare all'altro
estremo dell'Europa, a conferma della latitudine
e della varietà del fenomeno, il realismo assume
un'intensità etico-esistenziale, sia che con
Dostoevskij penetri nel profondo dell'uomo e
delle sue angosce tra crimine e mistero, sia che
con Tolstoj porti uno sguardo epico ma
implacabile sulla storia dell'uomo tra natura,
innocenza, corruzione e libertà. Ogni lingua, si
capisce, dà un'intonazione diversa all'impulso
della verità rappresentata.
E lo stesso si deve ripetere per il teatro del
naturalismo, a cominciare da quello analitico di
Ibsen e dai suoi drammi "familiari". Come il
romanzo, anche il teatro non può rinunciare alla
propria origine nazionale, sia pure in un
circuito rapidamente europeo. Il rapporto tra
scrittore e lettori, anche per effetto
dell'ascesa di una classe media borghese, si
modella sempre di più sulle leggi economiche del
mercato e della "chose littéraire", come la
designa l'acutezza critica di Sainte-Beuve.
Se,
alla metà del secolo la letteratura è oramai
inserita in questo processo di industrializzazione, si apre anche per lei un
nuovo capitolo di mediazione commerciale, che
deve costruire il consenso e il successo di
un'opera, anche a costo di una denuncia
giudiziaria (basti pensare a Madame Bovary). I
codici interpretativi non vengono più soltanto
dalla critica alta d'élite, ma anche dalla
pubblicistica, dalla notizia di giornale, dalla
discussione che si rivolge all'uomo comune e al
suo mondo di desideri e di attese. Reduce dal
suo viaggio negli Stati Uniti, Tocqueville ha
intuito presto i caratteri fondanti della
società di massa: dove si legge per appagare il
bisogno dell'emozione sensazionale, per
sostituire al grigiore della consuetudine quotidiana l'incanto
dell'immaginario, il fascino dell'ignoto, con la
stessa tecnica di un manifesto pubblicitario, di
uno spettacolo che si consuma nell'istante.
E
per la verità la prima industria culturale
conosce già la produzione seriale del
feuilleton, del romanzo a puntate che dialoga
con i lettori e plasma via via i propri
personaggi secondo le loro reazioni o le loro
richieste, combinando i generi più diversi, dal
racconto d'avventura al quadro di costume,
dall'intrigo al mistero poliziesco. E persino
Dostoevskij ne tiene conto nelle sue lucide e
labirintiche reinvenzioni romanzesche. Questo
vuol dire che i livelli narrativi si
moltiplicano e interagiscono tra loro, contano
alla fine i meccanismi, le possibilità combinatorie, le geometrie conflittuali.
Di più, a partire dalla metà del secolo, ecco il
positivismo, strettamente legato al processo
della organizzazione industriale, che esalta la
scienza come strumento di conoscenza e dominio
del reale, predicando una fede neoilluministica
nel sicuro progresso della società. Di qui i
paradigmi della biologia, della fisiologia,
della meccanica, che passano alla letteratura e
che si traducono, sul piano della riflessione
critica, nella teoria dell'ambiente di un Taine
o nella botanica spirituale di un Sainte-Beuve.
E la stessa fortuna tocca al darwinismo, non
importa se anche attraverso il rifiuto che
suscita nello spiritualismo antievoluzionistico
di tradizione religiosa. Ma è un fatto
innegabile che la parola romanzesca, anche
quando sottoscrive il vero della scienza, lo
trasfigura in un quadro di immagini e di
situazioni nuove, in una intuizione originaria
del vivere, come accade in Verga, allo stesso
modo in cui l'impressionismo, tenendosi stretto
alle cose e alle loro vibrazioni, esprime le
ragioni profonde, gli stupori e i brividi
dell'anima moderna allorché si specchia nello
spettro mobilissimo del colore.
Se poi nel romanzo si trasferisce una sorta di
ricerca musicale, quanto più diviene forte la
lezione di Wagner e di Schopenhauer, quasi in
contrappunto con Darwin o Huxley, il fenomeno
risulta determinante nella poesia e nella sua
sintassi metaforica, che non è più quella della
stagione romantica, anche se ne continua
l'impulso originario, perché vuole fondare una
realtà dell'immaginario simbolico attraverso la
forza evocativa della musicalità verbale come se
la trama dei versi fosse uno spartito di suoni
suggestivi, di fluttuanti corrispondenze
misteriose. Sia pure con qualche
approssimazione, e non dimenticando la poetica
parnassiana del poema come "gioiello", manufatto
splendidamente conchiuso in se stesso, si può
affermare che il simbolismo è l'atmosfera comune
dell'Ottocento postromantico e che Baudelaire ne
rappresenta l'archetipo più alto e inquietante,
quasi l'angelo decaduto nell'inferno quotidiano
della metropoli moderna. Apparentato per più
tramiti alla limpida indagine impressionistica,
il simbolismo riconosce la propria abdicazione alla totalità della
vita e tenta di recuperare l'autonomia di una
parola che sia rivelazione e memoria di essenze,
segno originario di un cosmo fuori del tempo, ma
percepibile solo attraverso la temporalità di
un'analogia musicale.
La sua variante pittoresca
è il decadentismo, così come l'estetismo ne
prolunga il principio dell'arte nell'arte nel
mito dell'esperienza, dell'epifania che può
illuminare, sulla traccia di una parola sottile
e vibrante, la materia informe dell'esistenza,
il romanzo nascosto in ogni essere umano,
nell'abisso tranquillo del suo silenzio. In
gioco è poi la nozione stessa dell'io e come si
sarebbe detto più tardi, la perdita del centro.
È chiaro, ancora una volta, che l'artista non si
riconosce più nella macchina sociale della
borghesia, e questo dissenso lo conduce a una
scelta, a un'avventura che mette in forse il suo
stesso destino. Sulla strada impervia di
Baudelaire, che conduce la poesia alla
decifrazione visionaria dell'irrazionale e della
dissonanza o del peccato dell'essere, Rimbaud
diviene veggente, Verlaine insegue il fascino di
un dolce, struggente parlato musicale, e
Mallarmé suggerisce la magia dei simboli
assoluti, il potere di una parola di nuovo pura.
E dal fondo della provincia italiana Pascoli, a
tratti, non è da meno.
Ma, in ogni caso, nel
rigore consapevole della propria alienazione, lo
scrittore dell'ultimo Ottocento sperimenta i
nodi irrisolti della modernità: l'esteta che non
vuole contaminarsi con la volgarità del
commercio quotidiano e nega ogni senso sociale
dell'arte, l'attivista aggressivo che invoca
Nietzsche, Bergson e Darwin per imporre
l'eccezionalità dell'individuo superiore, del
protagonista spettacolare, magari alla
d'Annunzio, lo sradicato (o il buffone) che
gestisce la propria inettitudine di comunicare
come una condanna e un oscuro sentore di morte,
testimoniano la crisi di una civiltà che muove
verso l'esperienza traumatica e cruenta del
primo conflitto mondiale.
Così, anche per gli
storici della letteratura, il XIX secolo ha
forse termine nell'agosto del 1915, quando il
mito della razionalità della storia e della
certezza del progresso si frantuma nell'assurdo
della guerra e di una cieca distruzione
dissipatrice. Dagli ultimi contrafforti
dell'Ottocento Tolstoj e Nietzsche, con il
vigile radicalismo dei profeti disarmati,
avevano visto lontano.
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