Cinquecento - La letteratura religiosa in Francia
Il Quattrocento si apre con le persecuzioni e il rogo di
Jan Hus — coraggioso
fautore di un evangelismo nemico delle tradizioni e dell'immoralità della Chiesa
di Roma —e si chiude con il rogo di Girolamo Savonarola, anima ardente di fuoco
profetico che proclama fino alla morte la necessità di una radicale riforma del
cattolicesimo. Fermenti religiosi più o meno originali e autentici si
riscontrano poi in quasi tutta la produzione culturale cinquecentesca.
Margherita di Navarra
L'umanista cristiano Jacques Lefèvre d'Étaples e il suo amico vescovo Brìconnet
propugnano un evangelismo che, alieno dalla dottrina della predestinazione come
dalla volontà di distaccarsi dalla Chiesa di Roma, non è lontano da quello
divulgato da Erasmo da Rotterdam. Fra i loro più illustri discepoli spicca
Margherita di Navarra (1492-1549), la colta e "letteratissima" regina che
aderisce pienamente a questa riforma moderata e difende con coraggio quanti la
propugnano. Dalla sua fervida meditazione spirituale — aperta anche al
neoplatonismo, alla Riforma tedesca e a certa mistica francese — scaturiscono i
suoi numerosi versi cristiani: oltre alle canzoni e agli epigrammi, dove la
natura umana, la fede, i tranelli del Maligno, le lodi di un Dio misericordioso
e altri temi tipici dell'evangelismo sono cantati con freschezza e levità, giova
menzionare poemi quali Le dialogue en forme de vision nocturne, Le coche, Le
navire e Les prisons, sovente prolissi e un poco sciatti, ma sempre spontanei e
densi di inquieti pensieri. Anche nell'Heptaméron, una raccolta di novelle
ispirata al Decameron boccacciano, la palese licenziosità di talune situazioni
non deve trarre in inganno: i commenti che accompagnano le narrazioni sono
infatti eloquenti riguardo al rigore morale di questa scrittrice
appassionatamente cristiana, awezza a condannare e combattere il peccato in ogni
sua forma. In una parte della sua non esigua produzione teatrale — comprendente
moralità, farse, commedie — la regina auspica una radicale riforma religiosa e
denuncia risentita gli abusi e la decadenza della Chiesa; pungenti spunti
satirici si riscontrano d'altro canto in parecchie sue opere. Tutti i maggiori
scrittori nella Francia del primo Cinquecento si schierano a favore di questa
forma di cristianesimo nemica delle tradizioni umane e della corruzione
clericale.
Benché opera di ardua interpretazione, il Cymbalum mundi di Bonaventure Des
Périers, segretario di Margherita nonché autore di aggraziate poesie e novelle
pittoresche, non sembra discostarsi dal pensiero di Lefèvre. Lo stesso Rabelais,
sul cui credo si è tanto discusso, in tutto il suo ciclo di romanzi espone e
difende idee prettamente evangeliche; questo umanista equilibrato e
profondamente religioso, contro gli eccessi e gli errori tanto dei cattolici
quanto dei riformati, insegna che, per essere dawero seguaci di Cristo, è
essenziale ottemperare di cuore ai suoi comandi diffidando delle tradizioni
umane.
Anche il poeta Clément Marot, che Francesco I e Margherita proteggono a più
riprese dagli attacchi dell'ortodossia cattolica, abbraccia l'evangelismo: la
critica più recente sottolinea quanto importante sia l'elemento religioso nella
sua eterogenea produzione poetica. In molti suoi componimenti sono presenti le
tematiche più caratteristiche della riforma moderata di Lefèvre: dalla satira
dei guasti ecclesiastici alla giustificazione per fede, dal combattimento
spirituale contro la carne, il mondo e il Maligno al desiderio di una morte che
liberi dalle miserie derivanti dal peccato originale. La sua versione poetica di
cinquanta Salmi, che mostra fra l'altro una notevole sapienza metrica, entrerà
nella liturgia protestante. I cento Salmi trascurati da Marot vengono tradotti —
in versi diligenti, ma assai meno felici — daThéodore de Bèze, non solo
intransigente successore di Calvino ma anche umanista di solida cultura classica
e teologica. Nel 1550 lo stesso Bèze pubblica la prima tragedia in lingua
francese, l'Abraham sacrifiant, che costituisce una vera e propria lezione di
teologia calvinista in scena. Le sue Chrestiennes meditations — preghiere in
prosa ove l'anima riflette sui propri peccati e su altri argomenti religiosi —
sono imitate da più parti e costituiscono uno dei primi testi per i quali si è
parlato di barocco.
Giovanni Calvino
L'Istituzione della religione cristiana di Giovanni Calvino è universalmente
considerata un monumento della prosa francese: giurista, teologo e filologo di
rara perizia, la guida spirituale di Ginevra espone ordinatamente i concetti
fondamentali del proprio cristianesimo in uno stile chiaro, preciso, essenziale,
nervoso e povero di immagini. Gli altri suoi scritti in francese, in netta
minoranza rispetto ai numerosissimi in latino, sono prevalentemente polemici e
mostrano un Calvino aggressivo, collerico e intollerante ma anche appassionato e
profondamente umano.
Joachim Du Bellay
Appartenente a una famiglia assai religiosa (due zii sono potenti cardinali),
Joachim Du Bellay esprime sentite inquietudini spirituali in tre quarti della
sua vasta e spesso elegante opera in versi: critico tanto nei confronti di un
cattolicesimo che gli appare in grave decadenza, quanto verso un calvinismo che
giudica ipocrita, aspira a una riforma morale all'interno della Chiesa di Roma
in grado di riportare la cristianità alla purezza del messaggio evangelico.
Indubbiamente meno sensibile di Du Bellay a problematiche religiose, Pierre de
Ronsard si erge tuttavia a difensore del cattolicesimo nei Discours contro i
calvinisti. Le idee che la Riforma tenta di affermare gli sembrano sowertire
l'ordine sociale e religioso in cui crede. Anche il suo antico compagno di studi
Jean de Baif compone una corposa raccolta di versi morali e religiosi, i Mimes,
nella quale pare awertirsi un impegno spirituale non banale né epidermico.
Agrippa d'Aubigné
I versi cristiani più suggestivi e coinvolgenti sono forse quelli di Agrippa
d'Aubigné, il poeta-soldato calvinista che spende gran parte delle sue energie
per difendere, nell'epoca più cruenta delle guerre di religione, e anche in
seguito, la causa del suo partito.
I Tragiques sono un'ampia epopea di sette libri in versi nella quale Agrippa
d'Aubigné descrive a tinte forti, con immagini spesso strazianti, le miserie
materiali e morali della Francia dilaniata dai conflitti civili, le nefandezze
dei principi, dei magistrati e dei prelati papisti, l'impavida, esemplare virtù
dei martiri protestanti, la tremenda vendetta e il giudizio divini. Sia in certi
passi di questo poema, sia nei versi senili raccolti nell'Híver e in altri
scritti d'ispirazione religiosa, l'ugonotto d'Aubigné estrinseca la propria
travagliata spiritualità: confessa così le sue cadute nelle trappole seducenti
del peccato e i dolorosi pentimenti, narra le sue lotte per la fede e canta con
entusiasmo l'amore per un Dio che dispensa con sommo equilibrio giustizia e
carità. Uomo davvero universale, d'Aubigné non esita a trattare per iscritto
problemi teologici, logici, etici, politologici, letterari, occultistici e di
altro genere ancora. Il suo stile spezzato, teso, talora frettoloso e ricco di
immagini grandiose e chiaroscurate ben rispecchia le sue angosce e secondo molti
è riconducibile alla fluida categoria del barocco.
Non meno irrequieta si presenta l'avventura spirituale di Jean de Sponde,
umanista e poeta calvinista che decide — probabilmente non per puro opportunismo
— di ritornare in seno alla Chiesa di Roma. Le sue poche liriche religiose,
capolavori in cui tratteggia più volte le proprie laceranti lotte interiori,
sono state autorevolmente definite barocche tout court e comparate con quelle
dei grandi metafisici inglesi. Di barocco si è parlato anche a proposito di
Francesco di Sales, il cui messaggio a un tempo rigoroso e cordiale si incarna
in una prosa gradevole e musicale, costellata di similitudini e metafore tratte
dalla classicità, dalla patristica, dalla mistica e dall'osservazione del
divenire naturale. Anche tutta la letteratura politologica dell'epoca si
confronta di continuo con le Sacre Scritture: tanto i cattolici quanto i
riformati si awalgono infatti dell'autorità biblica per legittimare le proprie
posizioni politiche.
Michel de Montaigne
Riguardo poi alla religione di Michel de Montaigne, le opinioni degli studiosi
sono antitetiche: alcuni lo ritengono un pagano, altri un ateo di fatto, altri
un agnostico e altri ancora un mistico. L'opera di Montaigne sembra manifestare
un cattolicesimo moderato, alieno da ogni estremismo.
Dopo aver pubblicato un'opera di apologetica contro tutti i non cattolici
intitolata Les trois vérités, l'ecclesiastico Pierre Charron contribuisce alla
diffusione di molte idee di Montaigne, suo amico, col trattato De la sagesse che,
a causa di talune ambiguità, diverrà la Bibbia dei libertini. Diplomatico noto
per la veemente eloquenza, la forza nell'argomentare e la purezza dello stile,
Guillaume Du Vair è il maggiore esponente francese del neostoicismo: nei suoi
scritti morali, assai apprezzati anche nel secolo seguente, tende a conciliare
il pensiero di filosofi quali Epitteto e Seneca con le verità rivelate del
cristianesimo.
Jean Bodin
Precorritore del deismo è invece considerato il Colloquium Heptaplomeres di Jean
Bodin, che circola manoscritto e viene stampato soltanto nel 1857: il dialogo si
svolge in forma di confronto fra rappresentanti di opinioni religiose e
filosofiche diverse, che peraltro concordano tutti sulla necessità di credere in
un creatore e nell'aspirare a una pacifica tolleranza.