Manierismo e anticlassicismo
Direttamente mutuata dalla critica d'arte, la
nozione di manierismo indica una serie cospicua
di testi letterari che mostrano un rapporto
complesso con il classicismo, tra mimesi e
variazione.
Decisamente polemico nei confronti
del canone dell'imitazione risulta invece
l'anticlassicismo, che deforma la tradizione a
livello del comico.
Origine del termine "manierismo"
Nel XVI secolo il termine "Maniera"— che deriva
dal francese antico manière, usato per indicare
sia il modo di comportarsi in società, sia le
categorie sociali caratterizzate da particolari
tipi di comportamento — ha un'accezione positiva
e una negativa. Nell'uso del Vasari la "Maniera"
indica principalmente lo stile di un artista e
in particolare la capacità di alcuni pittori di
combinare insieme singoli elementi di bellezza;
ma nel Cinquecento il termine designa anche
atteggiamenti eccessivamente studiati e
cerimoniosi. In questo significato di "affettazione"
il termine si diffonde nel Seicento, e alla fine
del XVIII secolo il manierismo definisce gran
parte dell'arte del secondo Cinquecento,
giudicata come deformazione dell'arte classica
del Rinascimento.
Solo negli anni Venti del Novecento alcuni
studiosi di storia dell'arte, in primo luogo
Max Dvoràk, hanno applicato la
parola "manierismo" a una diversa
interpretazione delle tendenze artistiche
sviluppatesi a partire dal 1520-1530, rinvenendo
nella loro apparente artificiosità i segni di
una crisi spirituale e di una nuova sensibilità:
il carattere soggettivistico della "maniera" non
appare più un fenomeno di decadenza, ma indica
il ridestarsi della fantasia individuale e
creatrice in antitesi alle norme classiche.
Nelle arti figurative i massimi esponenti di
tale tendenza sono Michelangelo, Tintoretto e
soprattutto EI Greco; in ambito letterario Tasso,
Rabelais, Shakespeare e Cervantes.
L'ipotesi di Dvoràk viene raccolta anche da
altri studiosi, tra cui Arnold Hauser, che
definisce il manierismo come l'espressione
artistica della crisi politica, economica e
intellettuale che investe l'Occidente nel
Cinquecento, e la prima manifestazione dell'arte
moderna, caratterizzata dalla separazione tra
reale e ideale e rappresentata in modo
suggestivo dalla figura insieme ridicola e
sublime di Don Chisciotte.
Per Hauser inoltre, il manierismo è
intellettualistico e aristocratico, diversamente
dal barocco, che mostra una tendenza sensuale e
popolare.
La letteratura manieristica tenderebbe
a circolare solo all'interno di ambienti
ristretti, fra i letterati, e a essere scritta
in un linguaggio difficile, ambiguo, a scegliere
forme di comunicazione per iniziati, come
l'emblema e il geroglifico; quella barocca,
invece, cercherebbe di sollecitare la meraviglia
e il piacere del pubblico mediante un uso
edonistico di mezzi artistici con cui rafforzare
il contatto con il mondo degli oggetti.
La necessità di distinguere il manierismo dal
barocco ha portato a specificare che il primo è
un fenomeno prevalentemente cinquecentesco,
mentre il secondo inizia negli ultimi decenni
del Cinquecento per prolungarsi variamente sino
al Settecento.
Comune a entrambi sembra essere
lo stravolgimento degli
schemi e dei modelli equilibrati del classicismo:
ma il manierismo agisce all'interno delle forme
classiche, consumandole ed estenuandole; il
barocco tende invece a far esplodere quelle
forme, proiettandole all'esterno, variandole e
moltiplicandole, in una ricerca ossessiva del
nuovo.
Verso la metà del Novecento al manierismo, come
pure al barocco, è stato attribuito anche un
significato non storicamente delimitato, ma
extrastorico, tipologico. Ernst Robert
Curtius lo intende come una categoria retorica
che ritorna costantemente e sotto la quale si
possono raccogliere fenomeni anche lontanissimi
nel tempo e nello spazio, ma unificati dalla
comune opposizione al classico e da una
stilistica esasperata dell'ornatus.
Sulle sue orme,
Gustav René Hocke
(1959) ha ricostruito un'affascinante
fenomenologia del manierismo, ossia
dell'irregolare, anormale, disarmonico e
labirintico, dall'anticlassicismo dell'età
alessandrina alla poesia del Novecento,
attraversando la latinità argentea, il tardo
Medioevo, l'età di Góngora, Shakespeare e
Marino, il romanticismo.
Il fatto è che ogni
tentativo di interpretazione globale del
manierismo sembra destinato all'insuccesso sino
a quando non siano compiute quelle analisi
specifiche delle singole tradizioni nazionali
che sole possono dare alla varietà del fenomeno
un rigoroso e preciso fondamento storico: il
culto della forma di Montaigne, il petrarchismo
sensuale di Fernando de Herrera, la prosa
introversa e preziosa di John Donne, quella
corrosiva e scettica di Francesco Guicciardini,
l'anticlassicismo tragico di Pietro Aretino
forniscono alcuni esempi della multiforme
metamorfosi stilistica che ha luogo all'interno
del modello rinascimentale, allorché l'individuo
tenta di esprimere una visione problematica del
reale.
Usando il termine "manierismo" in senso
ristretto, per indicare una pratica retorica e
stilistica, si possono comunque fissare alcuni
caratteri distintivi e ricorrenti: l'attenzione
alla tecnica letteraria anche indipendentemente
dalla semantica; la frammentazione dell'unità
tra i singoli elementi del testo per il gusto
del particolare, del non finito, del capriccioso
e del bizzarro; l'accumulo di elementi,
presentati attraverso la figura retorica
dell'elenco e dell'enumerazione (per asindeto e
polisindeto); l'elocuzione fondata sull'ornatus
in verbis conjunctis (discorso figurato che si
basa sulla disposizione delle parole); la
mancanza di gerarchia tra gli elementi
costitutivi del discorso; la tendenza all'uso di
strutture aperte, come il madrigale; la tensione
verso l'eroico e il magniloquente, con
l'accentuazione ossessiva di alcuni elementi
decorativi.
È però necessario sottolineare che
con questi artifici lo scrittore manierista
resta dentro la tradizione classica, ne segue i
modelli senza mai scartarli né sostituirli, ma
ne esaspera alcuni aspetti, mutando la misura in
dismisura, l'armonia in disarmonia, l'equilibrio
in eccesso.
Basta leggere, solo per addurre un esempio, una
quartina illustre di Luigi Groto, tragediografo
di gusto senechiano, oltre che versificatore
ammirato da Giambattista Marino :
"A un tempo temo, e ardisco e ardo e agghiaccio / quando a
l'aspetto del mio amor mi fermo/ e stando al suo
cospetto, allor poi fermo / godo, gemo,
languisco, guardo e taccio".
Un uso analogo di
allitterazioni, pluralità e correlazioni si
riconosce in una serie di testi che deformano la
lezione di Francesco Petrarca attraverso la
seriazione continua degli istituti retorici
della parola poetica e del suo ornatus. Ma come
altri petrarchisti ben più raffinati, Groto non
si sottrae al principio dell'imitazione, che
viene invece rifiutato dai poeti barocchi.
I manieristi accentuano la mimesi in senso
emotivo e individualistico, attraverso un
montaggio inedito di intarsi, preziosismi
sintattici, iperbati brachilogici, intrecciando,
anziché spezzare, le norme della tradizione in
una sorta di nuova sprezzatura stilistica, al
modo
poi di Torquato Tasso.
A illustrare questo
concetto di imitazione creativa o fantastica
provvedono tra gli altri Camillo Pellegrini e
Gregorio Comanini, mentre Galileo Galilei
collega genialmente il poeta dell'Aminta al
mondo del manierismo figurativo,
contrapponendola "galleria regia, ornata di
cento statue antiche" del Furioso
ariostesco allo "studietto" tassiano, adorno di
cose peregrine al pari di qualche "schizzetto di
Baccio Bandinelli o del Parmigianino", ma
immobilizzato nel gelido filtro della
letteratura così come "un granchio pietrificato,
un camaleonte secco, una mosca, un ragno [...]
in un pezzo d'ambra".
La tecnica manierista non corrisponde solo a una
psicologia introversa e malinconica, ma
risente anche dell'influsso del neoplatonismo e
della sua estetica della phantasia. Non per
nulla il termine "maniera" interferisce con
"mania", che in greco significa "pazzia", e per
Giordano Bruno definisce il furore creativo: nel
dialogo anticlassico Degli eroici furori (1585)
egli afferma che il vero poeta trova ispirazione
dentro di sé e non ammette di essere soggetto a
regole precise. Il suo pensiero violentemente
antiaristotelico trova larga diffusione in
Inghilterra, dove John Lyly ha già composto
l'affettata e preziosa opera Euphues, the
Anatomy of Wit (1578) che dà origine al termine
"eufuismo", spesso considerato sinonimo di
manierismo, in quanto tale tecnica riprende
dalla prosa di Giovanni Boccaccio, degli
umanisti italiani e spagnoli la struttura
latineggiante e la impreziosisce con artifici
retorici, aggettivi ricercati e ardite metafore.
Anticlassicismo
Altrettanto complessa risulta la nozione di
anticlassicismo, cui possono essere ricondotti
autori diversi, quali Teofilo Folengo, Ruzante e
Francesco Berni: la loro rivolta ai modelli dà
origine a un vero e proprio genere letterario,
quello della poesia bernesca e giocosa, che
conosce notevole fortuna nella letteratura
italiana. Rifiutando esplicitamente il canone
del classicismo, questi scrittori rovesciano i
modelli poetici seri e, prospettando una vita
indifferente agli ideali, sullo sfondo di
immagini deformate e strampalate della realtà,
si ricollegano a meno note tradizioni
folcloriche o di origine medievale. Dal punto di
vista stilistico essi si concentrano su una
sperimentazione linguistica che fa ricorso ai
dialetti e a linguaggi marginali ed eterogenei:
giochi di parole, doppi sensi comici,
amplificazioni scherzose e parodie documentano
la lacerazione dell'egemonia del classicismo, in
modo diverso ma non meno profondo rispetto al
manierismo.
Vale allora la pena ricordare che lo
stilizzato "crin d'oro crespo e d'ambra tersa e
pura" e gli irreali "occhi soavi e più chiari
che 'l sole, / da far giorno seren la notte
oscura" della giovane dedicataria di un sonetto
del petrarchista Pietro Bembo caratterizzano
nella parodia di Berni le fattezze di una
vecchia arruffata, piangente e strabica.
I principi propri del classicismo di misura,
eleganza, equilibrio tra artificio e naturalezza
rappresentano solo un aspetto del Cinquecento,
il quale comprende anche altre forme
di cultura alternativa che costituiscono quello
che è stato chiamato "controrinascimento" o "antirinascimento"
e che cercano di rendere conto della varietà del
reale; così Niccolò Machiavelli, Erasmo da
Rotterdam, Francois Rabelais, Johann Fischart e
numerosi altri irregolari mostrano i limiti di
una visione unitaria e assoluta dell'uomo e gli
aspetti ridicoli del formalismo, non solo
letterario.
Il classicismo rinascimentale
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