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ALESSANDRO MANZONI
Nato a Milano nel 1785 dal
conte Pietro e da Giulia Beccaria.
La prima formazione letteraria e gli esordi
poetici
1801-1803: gli anni del Trionfo della libertà,
dei quattro sonetti e dell’ode Qual su le Cinzie
cime (oltre al frammento di una seconda, Alle
Muse). La formazione letteraria del Manzoni si
attua sui modelli della tradizione più
immediatamente fruibile: Monti, dunque
(soprattutto il Monti della Bassvilliana da cui
discende direttamente il Trionfo), l’Alfieri
delle Rime, e il Parini, di cui nel 1801 il
Reina aveva pubblicato il Giorno e nel 1802
ripubblicate le Odi; con loro, naturalmente, il
Foscolo. In quest’epoca fieramente
“repubblicana”, il giovane Manzoni ebbe modo di
iniziarsi alle idee di libertà, vissute ancora
più letterariamente che in un senso politico,
attraverso l’amicizia con gli esuli a Milano
della fallita rivoluzione napoletana del 1799
(Vincenzo Cuoco, Francesco Lomonaco); come pure
di attingere, per la loro mediazione, al
pensiero di Vico: L’idillio Adda, col quale
invitava il grande Monti alla villa paterna del
Caleotto (15 settembre 1803), chiude, in modo da
ottenere dal destinatario l’ambita laurea
poetica, il primo apprendistato.
Il primo soggiorno parigino: gli esuli italiani
e gli eredi degli illuministi
Nel 1805 la partenza per Parigi, dove la madre
Giulia vive da alcuni anni con Carlo Imbonati,
al n. 3 di Place Vendôme. Grazie anche al nome
illustre di Cesare Beccaria, ancora vivissimo
nel ricordo degli intellettuali francesi, la
coppia aristocratica aveva libero accesso nei
circoli parigini in cui si continuava la
tradizione degli illuministi. Anche Alessandro,
che giunge a Parigi dopo l’improvvisa morte
dell’Imbonati, frequenta a Auteuil il circolo
della vedova Helvétius e quello di Meulan, a
cinquanta chilometri da Parigi, dove la vedova
del Condorcet, Sophie, e il suo compagno Claude
Fauriel abitano l’ospitale Maisonnette.
Alessandro, che nei primi mesi ha frequentato
soprattutto gli esuli italiani che formavano una
sorta di colonia a sé, attivissima però per
iniziative editoriali intese a far conoscere la
nostra cultura (Carlo Botta, il Biagioli, il
Buttura, il Salfi ecc.), stringe ora amicizia
con il Fauriel, maggiore di quindici anni, e
nella conversazione con lui, così come nella
corrispondenza che inizia dopo avergli offerto
il Carme in morte dell’Imbonati (pubblicato a
Parigi dal Didot), trova la possibilità di
aprirsi nei suoi sentimenti e soprattutto nelle
sue idee come nessun altro.
Dal Carme in morte dell’Imbonati all’inizio
degli Inni sacri l’attività letteraria del
Manzoni, almeno in superficie, sembra
ristagnare. Avviata nel 1806, l’Urania arriverà
faticosamente alla stampa nel 1809. Dopo questi
versi, che il Manzoni considera assolutamente
privi di interesse (“ne scriverò di peggio”
confessa infatti al Fauriel, “ma non ne farò più
di questo genere”), inizia una lunga crisi
letteraria, che coincide, si può dire, con la
crisi religiosa.
In una lettera al Fauriel scrive “Lombardie,
montagnes et tradition”: un tema che per il
momento non gli riesce di svolgere nell’ambito
dell’idillio, ma che riaffronterà, con ben altra
preparazione, nella chiave antidillica dei
Promessi Sposi.
Il matrimonio con Enrichetta Blondel e il
ritorno a Parigi (1808)
Dopo due altri tentativi andati a vuoto (prima
con Luigia Visconti, sorella dell’amico Ermes,
amata dal 1801 ma ormai accasata a Genova; poi
con una figlia del Destutt De Tracy), Giulia
riesce a combinare, tramite una sorella
dell’Imbonati che spesso li ospita nella sua
villa di Blevio, sul lago di Como, l’incontro e
le successive nozze di Alessandro con Enrichetta
Blondel. Il matrimonio celebrato civilmente a
Palazzo Marino è benedetto poi, secondo il rito
calvinista, nella casa dei Blondel (già palazzo
Imbonati, nei pressi di S. Fedele). I Manzoni,
dopo il matrimonio, tornano a vivere a Parigi,
dove abitano al n. 22 dei Bains Chinois.
I rapporti con le
idee gianseniste
e
la
conversione religiosa (1810)
Le tappe esterne del cammino che porta il
Manzoni alla conversione religiosa del 1810
sono: la nascita della figlia Giulia, nel
dicembre del 1808; il suo battesimo cattolico,
nella chiesa di St. Nicolas a Meulan dove era
canonico il giansenista Eustachio Degola,
nell’agosto dell’anno successivo; la richiesta
al papa di celebrare il proprio matrimonio con
il rito cattolico (la concessione porta la data
del 30 ottobre) e la celebrazione del medesimo,
avvenuta il 15 febbraio del 1810; infine
l’episodio della chiesa di S. Rocco, che la
tradizione ricorda come l’occasione
dell’illuminazione improvvisa della Grazia (2
aprile 1810), invocata dopo aver smarrito la
moglie travolta dalla folla festante per le
nozze di Napoleone I. Il 22 maggio poi,
preparata dal Degola che aveva una matura
esperienza di assistente spirituale vittorioso
di coscienze religiose in lotta tra
protestantesimo e
giansenismo, anche Enrichetta
si converte alla religione cattolica. I Manzoni
entrano nella fede dalla porte étroite dei
grandi spiriti di Port Royal, che diventano ora,
assai più che i poeti, le letture preferite e
assidue del Manzoni.
Il ritorno a Milano: dagli Inni sacri alla
canzone Aprile 1814
Nel giugno 1810 i Manzoni ritornano in Italia,
stabilendosi a Brusuglio dove hanno ampliato i
possedimenti ereditati dall’Imbonati e dato un
nuovo assetto alla villa che vi abitano. Rinasce
la poesia, non più come frutto di un’educazione
letteraria, ma come esigenza di verità. Dal 1812
al 1814 scrive i primi quattro Inni sacri: La
Resurrezione, Il Nome di Maria, il Natale e la
Passione, per i quali impianta un volume che
anche nel suo aspetto esteriore (bella legatura
in pelle marrone con tasselli verdi e incisioni
in oro) appare come lo spazio deputato ad
accogliere, fin dai primi abbozzi, il nascere di
un’ispirazione rinnovata dalla fede. La vita
ritirata di Brusuglio, e dopo il 1813, nella
casa milanese di via Morone, non può
naturalmente sottrarsi del tutto alla bufera
della storia. Sono gli anni estremi della
leggenda napoleonica. Nell’aprile 1814 i
francesi ormai sconfitti su tutti i fronti
europei abbandonano Milano. Manzoni che verso
Napoleone ha sempre nutrito sentimenti uguali a
quelli dei suoi amici di Francia (intellettuali
che sentivano tradite le proprie idee dalla
politica napoleonica) scrive la canzone Aprile
1814. Pochi giorni dopo gli austriaci entravano
in Milano.
Inizio del Carmagnola (1816) e la riflessione
teorica sulle tragedie
Anche per il Manzoni, come per tutta la cultura
milanese, il 1816 segna una svolta decisiva. Il
ritorno dell’Austria dura ormai da quasi due
anni: più che sufficienti a riconoscere il duro
carattere di restaurazione del suo governo. Le
idee romantiche d’Europa che propugnano una
letteratura come impegno nella vita della
società contemporanea, specchio e portavoce
delle sue necessità, penetrano anche in
Lombardia. Gli intellettuali milanesi sentono
l’urgenza di unire le loro forze in un lavoro
comune, uscendo dall’isolamento in cui si sono
tenuti fino allora. Prima la pubblicazione nella
Biblioteca italiana dello scritto della De Staël
Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni, poi,
a breve giro di mesi, la Lettera semiseria del
Berchet, le Avventure letterarie di un giorno
del Corsieri e Intorno all’ingiustizia di alcuni
giudizi letterari del Di Breme. Manzoni che
negli Inni sacri aveva esperito una poesia
lirica tutta rivolta verso lo scavo della
propria interiorità sente anch’egli il bisogno
di dare inizio a un lavoro letterario
diversamente impegnato verso gli altri. Iniziano
i suoi interessi per il teatro come forma di
comunicazione con una platea aperta, non con un
pubblico ristretto di soli letterati e uomini di
cultura. Da qui l’avvio del Conte di Carmagnola
(gennaio 1816) e preliminarmente la soluzione di
un problema teorico posto dall’“alto là”
proclamato dai suoi Massillon e Bousset, oltre
che da Rousseau, nei confronti del teatro
tragico. Questo, nella misura in cui è grande
teatro, trascina lo spettatore a identificarsi
con le situazioni prospettate dalla favola
scenica e con la psicologia dei personaggi che
la sostengono; donde l’accusa di corruzione.
Manzoni osserva che la loro tesi si fonda
unicamente sulla tradizione del teatro classico
francese, il teatro di Corneille, di Racine e
degli altri che ne seguirono il modello. Altra
invece la finalità del teatro tedesco di uno
Schiller o del teatro inglese, in cui l’evento
scenico non coinvolge lo spettatore ma viene
sottoposto al suo giudizio. Il coro introdotto
nella tragedia di impianto romantico è come lo
spazio riservato all’autore, il “cantuccio” da
cui egli stesso propone il proprio giudizio, in
anticipo e per aiuto a quello dello spettatore
(o del lettore). La stesura del primo atto del
Carmagnola, con i suoi problemi soprattutto di
linguaggio, occupa il Manzoni per tutto l’anno.
La tragedia non sarà ripresa che nel 1819, dopo
l’interruzione delle Osservazioni sulla morale
cattolica.
La polemica classico-romantica
Intanto, dal 1816 al 1818, ferve la polemica tra
Classicisti e Romantici: non semplice
opposizione di due diverse scuole letterarie, ma
scontro di due modi di intendere la funzione
delle lettere. Mentre i Classicisti, infatti,
intrattengono con la società un rapporto
estremamente indiretto, sempre mediato dalla
tradizione formale di cui si sentono gli
orgogliosi depositari, i Romantici non esitano a
dichiarare l’inferiorità della cultura italiana
rispetto alla cultura d’oltralpe, presa a
modello di un’idea di letteratura tutta rivolta
al presente. L’impegno sociale e il proposito
democratico della nuova cultura ha ovviamente
implicazioni politiche avvertite e avversate
dalle autorità austriache che per mezzo dei loro
uomini di penna sostengono un’accanita battaglia
contro di esse ed esercitano una severa censura
nei riguardi di tutte le iniziative romantiche.
Lo strumento più efficace di divulgazione delle
idee romantiche è costituito dal foglio azzurro
del “Conciliatore” che ha vita solo per un anno
(1818-1819) e che alla fine deve cessare le sue
pubblicazioni per l’ostruzionismo sempre più
minaccioso della censura. Il Manzoni non
collabora al Conciliatore, ma gli uomini che lo
scrivono sono tutti suoi amici, in particolare
Ermes Visconti (ma anche il Berchet, il Di
Bruno, il Gonfalonieri).
Nel 1817 si vede negato dalla polizia il
passaporto necessario per poter andare a Parigi
dal Fauriel.. È l’anno più difficile dopo quelli
tormentosi della conversione religiosa. Anche la
sua fede, tutt’altro che conquistata una volta
per sempre, pare risentirne. La nevrosi che si
era manifestata a Parigi nel 1810 l’ha ripreso
per non abbandonarlo mai più. Unico conforto le
nuove relazioni che si sono stabilite: non
soltanto con il Visconti, antico compagno di
studi, con Gaetano Cattaneo e col Torti, ma
anche con Porta, Rossari, Grossi.
Intanto, se la tragedia del Carmagnola sembra
accantonata, le Osservazioni sulla morale
cattolica occupano interamente il Manzoni. È la
sua prima opera in prosa, la prima occasione di
sperimentare l’uso di una lingua, sia pure
dottrinaria e non ancora narrativa, colla quale
ha fin qui avuto una familiarità assai minore
che con la lingua francese. Ma la Morale
cattolica, importantissima quale prova del
prosatore Manzoni, non è meno importante sul
piano dell’impegno ideologico: necessario esame
della possibilità o dell’impossibilità di fare
coincidere le proprie posizioni religiose con i
programmi concepiti sul piano
politico-letterario, bisogno di saggiare il
valore progressista del proprio cristianesimo,
di viverlo non in senso contrario allo sviluppo
sociale, come lo intendono gli avversari della
Chiesa, ma come spinta rinnovatrice ricondotta
al valore rivoluzionario del messaggio
evangelico.
Il secondo soggiorno parigino (1819-1820). Il
ritorno in Italia e la pubblicazione
dell'Adelchi
Posto fine alla Morale Cattolica, stampata nel
1819, e al Conte di Carmagnola, che affida per
la stampa agli amici Visconti e Cattaneo, il
Manzoni con la famiglia (oltre la madre Giulia e
la moglie si aggiungono ormai cinque figli)
parte finalmente per Parigi, in cerca di un
miglioramento della salute e di controlli alle
idee che intende realizzare nel suo lavoro di
scrittore. Il decennio dell’attività più fervida
(1816-1827) conosce apparentemente una sosta.
Nei colloqui col Fauriel le idee sul teatro
romantico dovevano essere al centro, insieme
alla passione per il teatro di Goethe e
soprattutto di Shakespeare (ormai surrogato
nell’interesse del Manzoni a quello di
Schiller). Da Milano gli giungevano le notizie
dell’uscita del Carmagnola, presso il Ferrario,
dell’accoglienza ostile che aveva presso i
classicisti e della difesa degli amici Porta e
Grossi; a Parigi il Lycée français pubblicava
una urbanissima recensione di Victor Chauvet,
non avara di lodi al poeta ma avversa al sistema
della tragedia romantica da lui seguito.
Il Manzoni ne coglieva l’occasione per stendere
negli ultimi mesi del suo soggiorno parigino un
abbozzo di risposta: la Lettre à Mr Chauvet sur
l’unité de temps et de lieu dans la tragédie,
uno dei suoi più lucidi saggi teorico-critici,
che sarebbe apparso soltanto nel 1823,
pubblicato dal Fauriel insieme alla sua
traduzione del teatro tragico dell’amico.
L’entusiasmo per la tragedia storica di
Shakespeare unito all’interesse per le ricerche
storiografiche del Thierry sul rapporto tra le
popolazioni galliche e i barbari invasori
influenzano profondamente il Manzoni che
tornando in Italia portava già con sé l’idea di
scegliere l’argomento della sua seconda tragedia
nell’epoca delle lotte in Italia tra Longobardi
e i Franchi. La lettura del Muratori, negli
ultimi mesi del ’20, è l’inizio dell’Adelchi e
del Discorso su alcuni punti della storia
longobardica in Italia.
Dai versi civili alla Pentecoste e dall'edizione
della Lettre à Mr Chauvet alla
Lettera sul
romanticismo
Il 1821, oltre che l’anno dell’Adelchi con i
celebri cori e del Discorso sui Longobardi,
terminato nel ’22 e pubblicati insieme dal
Ferrario, è anche l’anno dei versi
politico-civili del
Marzo 1821 (ispirati dalle
speranze nate alla notizia che le truppe
piemontesi stessero per varcare il Ticino e dare
inizio alla liberazione dell’Italia) e del
Cinque maggio, scritto due mesi circa dopo la
morte di Napoleone: i primi, rimasti inediti
fino al 1848, vennero pubblicati insieme al
Proclama di Rimini (del ’15) in un opuscolo di
quell’anno venduto “in favore dei profughi
veneti, per cura della Commissione delle offerte
per la causa nazionale”; il Cinque maggio invece
si diffuse solo di copia manoscritta in copia
manoscritta e subito venne tradotto in più
lingue: primo di tutti dal Goethe che lo lesse
alla corte di Weimar l’8 agosto 1822 e lo stampò
alla fine dello stesso anno (ma con data 1823)
nel tomo IV della sua rivista Ueber Kunst und
Alterthum. Sempre del ’22 è la ripresa e il
compimento (8 ottobre) del quinto degli Inni
sacri, il più alto e il più lievitato da un
sentimento corale della fede, La Pentecoste;
iniziata nel giugno del ’17, ricominciata da
capo ed elaborata già tra l’aprile e l’ottobre
del ’19 e infine data alle stampe presso il
Ferrario (in un’edizione rarissima di sole
cinquanta copie) nel ’22.
L’anno dopo, mentre il Fauriel a Parigi provvede
a pubblicare la Lettre à Mr Chauvet, insieme
alla sua traduzione delle due tragedie
dell’amico nonché il giudizio di Goethe sul
Carmagnola e pagine del Visconti, il Manzoni
torna sull’argomento delle idee romantiche e del
sistema su cui aveva fondato e fondava le sue
persuasioni di scrittore, nella celebre
Lettera
sul Romanticismo. Nata come risposta al marchese
Cesare Taparelli d’Azeglio (padre di Massimo)
che, nel trasmettergli alcune copie di un numero
di L’Amico cattolico dove aveva ristampato la
Pentecoste, gli aveva lasciato trasparire, in
mezzo alle espressioni della sua ammirazione per
le tragedie, un garbato ma poco favorevole
giudizio sui Romantici, la lettera che reca la
data del 22 sett. 1823 non era destinata alla
stampa. Vedrà la luce, malgrado il suo autore,
nel ’46, sul primo numero della rivista
L’Ausonio, che usciva a Parigi per iniziativa
degli esuli italiani, ad opera soprattutto di
Cristina Belgioioso. Solo nel ’71 il Manzoni,
che mostrò sempre fino all’ultimo la sua
contrarietà a vederla pubblicata, acconsentì che
fosse inclusa nella riedizione delle sue Opere
Varie.
Fermo e Lucia. Gli sposi promessi
Ma il fervidissimo triennio vede soprattutto il
lavoro del Manzoni intorno al romanzo, il nuovo
genere che gli offre la possibilità di calare
gli spiriti democratici del Romanticismo nella
rappresentazione non di una realtà settoriale,
come quella della tragedia, ma anche della
società tutta quanta, e della storia non meno
che della natura. Il che significava anche, per
la prima volta nel campo della prosa, la
necessità di porsi, non in astratto ma nel
concreto della narrazione, la soluzione del
problema della lingua, sempre legato come è
ovvio, in tutte le sue insorgenze storiche, al
problema della società italiana. Il primo foglio
del romanzo porta la data del 24 aprile 1821, ma
è dal settembre del ’22 che riprende in mano le
fila della sua “cantafavola”, come gli piaceva
chiamarla, e che convenzionalmente (dal nome dei
due protagonisti) porta il titolo di Fermo e
Lucia. La portò innanzi con tanto fervore che il
17 settembre 1823 era interamente scritta. A
lavoro ultimato, il Manzoni scriveva la seconda
Introduzione che è il documento drammatico
dell’insoddisfazione che provava per non aver
saputo dare alla sua idea di romanzo (cioè di un
genere letterario “popolare”, con una vicenda
che aveva per protagonisti due personaggi del
popolo) una soluzione stilistica adeguata: non
individuale, soggettiva, come quella che
necessariamente veniva a risultare la lingua in
cui era stato scritto il Fermo e Lucia (lingua
mista di italiano, di lombardo e di tant’altri
ingredienti, dai calchi del francese a quelli
del latino, per non dire dei neologismi propri
dell’autore), ma lingua comune all’intera
società destinataria dell’opera, oggettiva come
ogni lingua di comunicazione (sul modello della
lingua francese o milanese). Ma la constatazione
drammatica del proprio fallimento, nella misura
in cui portava a consapevolezza la situazione
linguistica della società italiana, divisa in
tanti stati e in tantissime lingue, poneva anche
la premessa per la soluzione stilistica che il
Manzoni avrebbe adottato nella riscrittura del
romanzo. Se è vero, infatti, che come non
esisteva una società italiana (ma una società
milanese, una società veneziana, una società
romana ecc.) così non esisteva una lingua
italiana, era necessario che, tra le tante
lingue, se ne eleggesse una destinata a
diventare la lingua di quella società che i moti
del Risorgimento si proponevano come traguardo
di aspirazioni non più soltanto ideali. E, tra
le tante, il Manzoni non esitava a scegliere la
lingua toscana, già lingua della grande cultura
non meno europea che italiana, fino al
Cinquecento, poi decaduta anch’essa al ruolo di
lingua regionale. Il Manzoni non si rimise
immediatamente a correggere e a rifare la prima
stesura del romanzo. È di questo periodo la
lettura e la fitta annotazione del Vocabolario
della Crusca, nell’edizione veronese del Padre
Cesari, e la esplorazione degli scrittori della
nostra tradizione, soprattutto toscani, intese,
l’una e l’altra, a reperire il patrimonio più
vasto possibile di espressioni e di parole
suscettibili di essere usate come modi e voci di
una lingua quotidiana, viva e insieme “normale”.
In questi ultimi mesi del ’23 era finalmente
venuto in Italia Claude Fauriel, ospite dei
Manzoni che da tanti anni ne sollecitavano la
visita, sia nella casa di via Morone sia a
Brusuglio. Il Manzoni approfittò della presenza
dell’amico per fargli leggere il manoscritto del
Fermo e Lucia, e il Fauriel ne discusse con lui
i problemi e ne postillò alcuni capitoli. Lo
stesso fece, anche più estesamente, Ermes
Visconti, e il Manzoni mostrò di tenere in gran
conto le osservazioni di questi suoi due primi
lettori.
Quando poi si accinse a correggere e via via a
rifare il Fermo e Lucia, dapprima pensò di
servirsi dei fogli della prima stesura in cui il
testo era incolonnato nella metà destra della
pagina e la metà sinistra era stata lasciata in
bianco; ma ben presto (soprattutto in
coincidenza con i radicali mutamenti strutturali
introdotti all’altezza del capitolo VIII) si
dovette rendere conto dell’impossibilità di
seguitare per quella strada e impiantò ex novo
una seconda minuta. Il romanzo non più in
quattro parti ora aveva assunto il titolo di Gli
Sposi Promessi, ma già nell’ultimo dei tre tomi
in cui era diviso, il titolo è quello definitivo
di I Promessi Sposi.
I Promessi Sposi. L'edizione Ferrario 1827
Mentre lavorava alla seconda minuta del romanzo,
il Manzoni aveva preso accordi per la stampa con
il tipografo Ferrario, che era diventato
l’editore della cultura romantica. L’impresa,
tenuto conto del lavoro che gli avrebbe preso la
correzione e il rifacimento di intere parti, non
si sarebbe conclusa in pochi mesi, come
certamente pensava in quella primavera del ’24
in cui si abbandonava ancora all’idea di poter
partire nell’autunno per la Toscana insieme
all’amico Fauriel. Avviata la composizione
tipografica già nel giugno di quell’anno, il
primo tomo (capitoli I-XI) sarebbe stato
interamente stampato solo alla fine
dell’ottobre. La data 1825 che figura in
frontespizio è la prova che per i due altri tomi
si sperava di poter fare più in fretta, in modo
da mandarli fuori tutti e tre nell’anno
successivo. Ma le cose andarono assai
diversamente: il secondo, infatti, con i
capitoli XII-XXIV, sarebbe stato consegnato al
tipografo solo nel maggio del ’25 e terminato di
stampare verso i primi di ottobre; il terzo non
sarebbe stato finito che l’11 giugno 1827,
benché il frontespizio porti la data dell’anno
prima.
In questo tormentoso lavoro il Manzoni, ormai
tutto calato nella sua idea linguistica,
ricorreva di frequente, come intermediari tra il
francese e il milanese (le due lingue che
conosceva meglio) e il toscano, al Grand
Dictionnaire dell’Alberti de Villeneuve e al
Vocabolario milanese (1a ed. 1814) di Francesco
Cherubini. I rapporti con la tipografia, specie
nei mesi dei lunghi soggiorni a Brusuglio, e
l’ardua correzione delle bozze gli erano
agevolati dalla collaborazione appassionata del
Grossi, del Rossari, del Cattaneo, ai quali
inviava spesso biglietti scritti con quello
humour che gli amici gli conoscevano soprattutto
nella conversazione, o per ottenere libri da
consultare, o per spedirli a introdurre sui
fogli già in stampa qualche ultima correzione.
L’edizione, tirata in mille esemplari, ebbe
subito un successo di vendite imprevisto, e
subito vennero finite anche le stampe fatte
dagli altri stampatori, in Italia e all’estero,
senza che al Manzoni ne venisse alcun profitto
economico perché allora non vigeva nessuna legge
sul diritto d’autore.
Il viaggio in Toscana
Finalmente, terminata la stampa dei Promessi
Sposi il Manzoni era libero di intraprendere
quel viaggio in Toscana che aveva dovuto
dilazionare di anno in anno. La partenza
dell’intera famiglia (tredici persone, compresi
i domestici, sistemate in due carrozze) avvenne
il 16 luglio. Itinerario: Pavia, Genova (dove si
trattennero sino al 7 agosto, facendovi i
bagni), Sestri, Massa, Pietrasanta, Lucca, Pisa,
Livorno (dove giunsero il 10 e vi si trattennero
sino al 25), di nuovo Pisa e infine (29 agosto)
Firenze. Qui il Manzoni, che aveva innanzi tutto
come scopo un’indagine linguistica in loco, già
con l’idea, principalmente, di provvedere alla
“revisione” della sua “tiritera”, trovò
soprattutto in Giambattista Piccolini e in
Gaetano Cioni i pazienti, colti e premurosi
informatori che gli servivano, uomini che, come
scriveva al Grossi il 17 settembre, riunivano
“in sommo grado la scienza e la compiacenza”.
Punto di ritrovo era soprattutto il Gabinetto
scientifico-letterario del Vieusseux, al quale
Manzoni era già stato presentato per lettera dal
Tommaseo con un ritratto efficace: e qui egli
ebbe modo di conoscere il Leopardi, il Giordani,
e anche Gino Capponi, che avrebbe avuto sempre
carissimo. Accoglienze particolari ebbe anche
dal granduca di Toscana Leopoldo II, che in più
occasioni gli dimostrò ammirazione e amicizia.
Il soggiorno a Firenze (dove il Manzoni e i suoi
abitarono, dopo i primi giorni, nell’albergo
delle Quattro Nazioni, presso il ponte di Santa
Trinita) durò fino al 1° ottobre. Partendo egli
lasciava agli amici toscani il compito di
rivedere linguisticamente il suo romanzo e di
appuntare ai margini del Vocabolario milanese
del Cherubini le corrispondenti voci dell’uso
vivo dei fiorentini colti. L’idea astratta di
lingua toscana, infatti, aveva lasciato il
posto, davanti alla varietà linguistica che egli
aveva riscontrato direttamente dall’una
all’altra città di quella regione, all’idea di
lingua fiorentina: punto fermo, univoco, in cui
far risiedere quell’unità linguistica che era
tutt’uno con l’“assoluto” cui aspirava il rigore
della sua coscienza morale e della sua mente.
Dalla Lettera al Cousin al Sentir messa
Dopo il 1823 la poesia manzoniana tace: uniche
eccezioni, votate però anch’esse a rimanere in
tronco, i versi del Natale del 1833 (scritti due
anni dopo nel ricordo dell’adorata Enrichetta) e
l’inno degli Ognissanti (del ’47) che avrebbe
dovuto portare a una mezza dozzina la serie
iniziata con la Resurrezione. Ma se la vena
poetica era ormai esaurita la mente del Manzoni,
anche dopo la pubblicazione dei Promessi Sposi
continuava la sua splendida attività. Del
’29-’30 è la confutazione del sistema filosofico
dell’amico Victor Cousin che oltre a dedicargli
a stampa il secondo volume della traduzione
delle Opere di Platone, gli aveva inviato in
omaggio il suo Cours de l’histoire de la
philosophie. Scritta in francese in forma di
lettera, benché rimasta incompiuta è una delle
più lucide prove dell’intelletto manzoniano. Del
’28-’29 è il primo concepimento, come lettera al
Goethe in risposta alle sue riserve sulle
divagazioni storiche dei Promessi Sposi (più
tardi steso come discorso a sé da inserire nelle
Opere Varie) dello scritto Del romanzo storico
che rappresenta la liquidazione teorica di quel
“genere”, misto di storia e di finzione,
nell’esigenza di una fedeltà assoluta alla
verità. Né meno importante è la riflessione sul
problema istituzionale-politico della lingua
italiana, che occuperà il Manzoni per tutta la
vita, e che trova ora unaggancio nelle censure
linguistiche espresse sul Marco Visconti da
Michele Ponza in L’Annotatore piemontese del
luglio 1835.
La storia della colonna infame
Scritta come un capitolo (il V della parte IV)
del Fermo e Lucia, dove avrebbe dovuto
illustrare, dopo gli esempi tolti al Ripamonti
dell’“iniquo furore” della folla contro gli
untori, le “carneficine più lente, più studiate,
più inique” dei ministri della Giustizia, la
Storia della colonna infame ne fu poi staccata,
perchè esorbitante dal racconto principale, e
destinata a formare un’“appendice” del romanzo.
Ma i tempi stretti in cui venne a trovarsi
nell’estate del ’27, per concludere la stampa
già tanto protratta dei Promessi Sposi, gli
impedirono di dar fuori anche la Colonna infame,
sicchè alla fine del cap. XXXII dichiarava ai
lettori di rimandarla a “un altro scritto”:
espressione che doveva favorire l’attesa, poi
andata delusa, di un secondo romanzo storico.
Intanto aveva provveduto a correggere la copia
che aveva fatto trarre dalle carte del Fermo e
dalla loro rielaborazione autonoma, e si
potrebbe supporre persino che intorno al ’28
pensasse di stampare lo scritto sul processo
agli untori in un volumetto a sé. Ma, quali
fossero le ragioni – principale la necessità di
nuove letture e di nuove ricerche – non se ne
fece nulla, e la Storia della Colonna infame
sarebbe apparsa soltanto come appendice (secondo
progetto) della nuova edizione dei Promessi
Sposi, lavorandovi il Manzoni fino agli ultimi
mesi del ’42.
Oltre al De Peste del Ripamonti, fonte
principale dell’informazione manzoniana fu il
verbale del processo: non l’originale, perduto,
ma l’estratto che ne dà una rara edizione
secentesca della parte defensionale
dell’avvocato del Padilla, come pure una copia
manoscritta (di cui il Manzoni venne a
conoscenza più tardi) già appartenuta al Verri e
che fu da lui postillata nei margini. Sia della
stampa secentesca, sia del manoscritto Verri il
Manzoni fece fare una trascrizione accurata per
suo uso (in tre volumi legati in pelle). Una
terza copia, settecentesca, non del tutto
conforme ai documenti precedenti, dovette
venirgli alle mani successivamente e anche di
essa si servì per il lavoro della nuova stesura
della Storia.
I Promessi Sposi. L'edizione definitiva del 1840
La seconda edizione “corretta e riveduta”, che
il Manzoni prevedeva prossima già nel settembre
del ’27 diventò un progetto concreto solo verso
la fine del ’39. Dopo le mille copie della
stampa Ferrario, egli calcolava che ne fossero
uscite, a quell’epoca, un’altra quarantina di
edizioni, per circa sessantamila copie, e
volendo proteggere la propria opera, non ancora
tutelata dalle leggi, si propose di dar fuori
un’edizione a dispense arricchita da
illustrazioni non facili da contraffare: suo
modello le edizioni illustrate francesi del Don
Chisciotte, del Gulliver e del Lafontaine. Per
le vignette con le quali voleva rendere più
vendibile, rispetto alla concorrenza, la sua
edizione, il Manzoni pensò dapprima all’Hayez
che però dopo alcune prove declinò l’invito; si
accordò infine con il piemontese Francesco
Gonin, pioniere della litografia in Italia, al
quale si aggiunsero, ma solo per pochi disegni,
Luigi Bisi, Paolo e Luigi Riccardi, Giuseppe
Sogni, Federico Moja e Massimo d’Azeglio.
L’intaglio dei legni fu assunto dal milanese
Luigi Sacchi che si valse per il grosso impegno
dell’opera di alcuni xilografi fatti venire
appositamente da Parigi. Il contratto
dell’edizione, steso dal Grossi, fu stretto con
gli stampatori Guglielmini e Redaelli il 13
giugno 1840; fungeva da consulente tecnico
Vincenzo Ferrario, cui il Manzoni era rimasto
legatissimo anche dopo che egli aveva cessato la
sua attività di editore. Il Manzoni passò in
tipografia un esemplare dell’edizione del ’27
(che donò più tardi al figlio Pietro) tutto
corretto nei margini tenendo conto delle
osservazioni di cui aveva potuto far tesoro fin
dal suo viaggio in Toscana e dei consigli dei
suoi consulenti fiorentini. Altre correzioni, e
numerosissime, avrebbe introdotto sia sulle
bozze, sia sui primi fogli a stampa, così da
crearsi fogli diversi della stessa tiratura
(tutte le dispense che hanno subito questi
interventi eccezionali sono state poi riunite
dall’autore nei cinque volumi del cosiddetto
“tesoro manzoniano”). La prima dispensa uscì nel
novembre 1840, l’ultima (la centottantesima) nel
novembre del ’42, venendo a formare un volume di
864 pagine. L’edizione fu in diecimila
esemplari: tiratura altissima per quell’epoca.
Ma la fiducia nelle illustrazioni come ostacolo
alla concorrenza doveva rivelarsi eccessiva: già
dopo la pubblicazione del manifesto, uno
stampatore di Napoli, Gaetano Nobili, annunciava
la propria edizione, parallela a quella
dell’autore ed egualmente ornata con le vignette
originali che nuovi sistemi meccanici rendevano
facilmente riproducibili. Altrettanto
minacciavano altri editori che, dopo aver
sottoscritto un numero di copie rilevante,
confermavano ordinazioni molto inferiori.
L’impresa del Manzoni che sostenne tutte le
spese, doveva perciò risolversi per lui in una
grave perdita finanziaria.
Le opere varie (1845-1855)
Constatato l’insuccesso dell’edizione illustrata
(cui non mancò neppure lo strascico di
fastidiose vertenze con il Guglielmini,
liquidate dal figlio Pietro), il Manzoni si
indusse ad affidare al Redaelli, che si era
diviso dal suo antico socio, la vendita delle
molte copie rimaste in magazzino. Col Redaelli
stringeva quindi (1844) un accordo nuovo per la
stampa delle sue Opere: tutto quanto, in prosa e
in versi, riconosceva come suo dopo il romanzo.
L’edizione, prevista in otto dispense, non era
concepita come una semplice ristampa di cose già
uscite: molti testi sarebbero stati rifatti
ampiamente, come il Discorso sui Longobardi (con
la estesa Appendice al cap. IV che avrebbe preso
tutto il terzo fascicolo), e come la Morale
Cattolica, altri sarebbero stati editi la prima
volta, come lo scritto Del romanzo storico, o
addirittura scritti nei dieci anni successivi
all’uscita del primo fascicolo, come la Lettera
al Carena (del ’46) e il dialogo Dell’Invenzione
(del ’49). Ne venne che gli otto fascicoli
uscirono nell’arco di dieci anni (1845-1855). Il
loro contenuto, nel volume che ne risultò di 864
pagine, è il seguente: I Adelchi; II-III
Discorso sui Longobardi; IV Il Carmagnola; V
Lettre à Mr Chauvet; IV Del romanzo storico; VII
La Morale Cattolica, con la notevole Aggiunta al
cap. III, Del sistema che fonda la morale
sull’utilità; VIII Poesie.
Le dispense furono arricchite di xilografie,
anche se non numerose: alcune (per le tragedie)
su disegni del Focosi, altre (per gli Inni sacri
e il Cinque maggio) del Riccardi.
Nel 1860 il Manzoni fece stampare un nuovo
fascicolo dal titolo Pochi versi, con il Marzo
1821 e il Proclama di Rimini, illustrato con
disegni di Salvatore Mazza, incisi dal Salvioni.
La dispensa fu aggiunta in alcuni esemplari
all’edizione delle Opere Varie, con un nuovo
indice del volume.
Il 1848 e l'amicizia col Rosmini
Durante le Cinque giornate del ’48, quando il
figlio Filippo partecipò all’insurrezione e,
arrestato, fu deportato a Kufstein, il Manzoni,
come si è detto, concesse che si stampassero i
suoi versi Marzo 1821 e Il Proclama di Rimini in
un opuscolo il cui ricavo andasse a favore dei
“profughi veneti per la causa nazionale”. Al
ritorno degli Austriaci di Radetzky, credette
prudente lasciare Milano per la sponda
piemontese del Lago Maggiore. Fu allora ospite,
per oltre due anni, insieme con la moglie Teresa
Borri, vedova Stampa, che aveva sposato il 2
gennaio 1837, del figliastro Stefano Stampa, il
quale aveva una bella casa sul lago, a Lesa. Il
lungo soggiorno gli consentì di approfondire
l’amicizia con il
Rosmini, conosciuto a Milano
nel ’26 tramite il Tommaseo. Manzoni e Rosmini,
in quei due anni e anche nelle estati dei
successivi fino alla morte del grande filosofo
(1855), presero l’abitudine di frequentarsi
quasi quotidianamente. Fu questa, dopo l’antica
col Fauriel, la più grande amicizia del Manzoni.
Dalla familiarità col pensiero rosminiano doveva
nascere nel ’49 il dialogo dell’Invenzione.
Gli scritti sulla lingua
Del problema della lingua il Manzoni, come si è
visto, dovette occuparsi innanzi tutto nel suo
lavoro concreto di scrittore, come problema
connesso allesoluzioni della propria
realizzazione stilistica. Ma già nella pausa tra
il Fermo e Lucia e la seconda redazione del
romanzo aveva iniziato a porselo anche su un
piano teorico, né mai più se ne staccò, convinto
che il suo maggiore contributo alla causa
dell’unità politica potesse darlo per quella
via, come già con la sua opera di poeta e
narratore, tanto il problema linguistico è
tutt’uno col problema politico sociale.
Gli scritti linguistici del Manzoni sono
rappresentati soprattutto dalle principali
stesure del libro Della lingua italiana:
un’opera avviata intorno al 1830, ripresa e
rielaborata per oltre un trentennio e mai
condotta a termine.
Accanto a questa lunga e tormentata meditazione
teorica si collocano altri scritti, nati da
un’occasione precisa, e rivolti a puntualizzare
le soluzioni pratiche del problema linguistico
nazionale: il Sentir Messa, rimasto inedito fino
al 1923; la lettera al Carena, stampata nelle
Opere varie; gli scritti legati all’incarico
governativo di Presidente della Commissione per
l’unificazione linguistica della nazione; e
infine la lettera al Casanova.
Gli ultimi anni e gli interessi politici
Con decreto del 9 agosto 1859, firmato da
Vittorio Emanuele II veniva assegnata al Manzoni
l’annua pensione vitalizia di lire dodicimila “a
titolo di ricompensa nazionale”. Su proposta del
ministro dell’Interno Camillo Benso di Cavour,
veniva poi decretata (29 febbraio 1860) la sua
nomina a senatore del Regno d’Italia.
La conoscenza particolarissima che il Manzoni
possedeva degli avvenimenti che portarono alla
rivoluzione francese del 1789, e la meditazione
di quelli italiani, ai quali aveva assistito
negli anni 1848-49, gli suggerirono uno studio
comparativo fra le due diversissime rivoluzioni
cui attese nell’ultimo periodo della sua vita.
L’ampiezza del disegno e l’età stessa imposero
al lavoro un andamento lentissimo. Sulla fine
del 1872 gli giunse la richiesta d’un suo
autografo per il Museo del Risorgimento di
Torino, da parte del Comitato per la raccolta
d’autografi di uomini illustri che cooperarono
all’indipendenza nazionale. Pensò allora di
corrispondere all’invito promettendo l’invio di
un saggio Dell’indipendenza d’Italia, in parte
ricavato dal progettato e non compiuto Saggio
comparativo. Ma anche questo lavoro, che fu il
suo ultimo, rimase incompiuto.
La morte sopraggiunse il 22 maggio 1873. Nel
primo anniversario nella Chiesa di S. Marco fu
eseguita la Messa da requiem composta in suo
onore da Giuseppe Verdi.
Le biblioteche di Manzoni
Sono poco più di cinquemila i volumi che
sopravvivono delle biblioteche di Manzoni, già
in vita dello scrittore divisi tra la casa di
via Morone e la villa di Brusuglio. Nel
testamento (13 agosto 1867) i libri – “tutti
quei libri che possono essere di suo gradimento,
e segnatamente quelli che portino postille o
annotazioni di mia mano” –, insieme con gli
autografi che Manzoni aveva voluto conservare,
erano destinati a passare in proprietà al figlio
Pietro. Morendo quest’ultimo poche settimane
prima del padre, la destinazione testamentaria
non fu mutata; si convenne così che la
biblioteca andasse divisa fra i quattro figli di
Pietro. Tre di loro cedettero quindi le loro
parti a Pietro Brambilla, il marito della loro
sorella Vittoria. Nel 1886 la raccolta venne dal
Brambilla destinata alla Biblioteca Braidense,
con l’obbligo che nella biblioteca fosse
“consacrato alla memoria di Alessandro Manzoni
un apposito locale ove co’ suoi manoscritti si
raccogliesse tutto quanto può illustrarne la
vita, il pensiero e i tempi”.
Alla Sala Manzoniana della Braidense – che ha
trattenuto la quasi totalità dei manoscritti e
dei volumi postillati, poco più di cinquecento
–, dal 1937 si è affiancato nella custodia dei
libri di Manzoni l’allora istituito Centro
Nazionale Studi Manzoniani, che nello studio al
piano terreno della casa di via Morone ospita
circa tremila volumi: primeggiano nella raccolta
i testi di lingua, i vocabolari (numerosi i
dialettali), le opere storiografiche, i
moralisti francesi.
Poco più di millecinquecento sono i volumi
rimasti a Brusuglio, in un ambiente
architettonicamente gemello dello studio
milanese. Numerosi sono i fondi che vi si
possono distinguere, nei quali confluiscono
anche volumi preesistenti (specie opere di
agricoltura e di botanica, appartenute al
precedente proprietario Carlo Imbonati). Si
possono elencare, tra le collezioni più
notevoli, la Biblioteca classica latina del
Lemaire, la raccolta milanese dei “Classici
italiani”, tutto Sant’Ambrogio e Sant’Agostino
(Parigi, 1676 e 1689), le opere complete di
Bossuet e di Massillon (Parigi, 1734), di Buffon
(ivi, 1774-77), di Goldoni (Venezia, 1792).
I libri che recano nella costola un cartellino
bianco sono quelli postillati dal Manzoni o
portanti comunque i segni della lettura fattane.
Circostanza non trascurabile è che molte opere
che si trovano a Brusuglio si trovino egualmente
al Morone. Il possesso di un doppio esemplare,
uno per l’uso urbano e l’altro per l’uso
rustico, è bene un’altra prova della larghezza
con cui si trattava il Manzoni.
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