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ALESSANDRO MANZONI

Nato a Milano nel 1785 dal conte Pietro e da Giulia Beccaria.

La prima formazione letteraria e gli esordi poetici

1801-1803: gli anni del Trionfo della libertà, dei quattro sonetti e dell’ode Qual su le Cinzie cime (oltre al frammento di una seconda, Alle Muse). La formazione letteraria del Manzoni si attua sui modelli della tradizione più immediatamente fruibile: Monti, dunque (soprattutto il Monti della Bassvilliana da cui discende direttamente il Trionfo), l’Alfieri delle Rime, e il Parini, di cui nel 1801 il Reina aveva pubblicato il Giorno e nel 1802 ripubblicate le Odi; con loro, naturalmente, il Foscolo. In quest’epoca fieramente “repubblicana”, il giovane Manzoni ebbe modo di iniziarsi alle idee di libertà, vissute ancora più letterariamente che in un senso politico, attraverso l’amicizia con gli esuli a Milano della fallita rivoluzione napoletana del 1799 (Vincenzo Cuoco, Francesco Lomonaco); come pure di attingere, per la loro mediazione, al pensiero di Vico: L’idillio Adda, col quale invitava il grande Monti alla villa paterna del Caleotto (15 settembre 1803), chiude, in modo da ottenere dal destinatario l’ambita laurea poetica, il primo apprendistato.

Il primo soggiorno parigino: gli esuli italiani e gli eredi degli illuministi

Nel 1805 la partenza per Parigi, dove la madre Giulia vive da alcuni anni con Carlo Imbonati, al n. 3 di Place Vendôme. Grazie anche al nome illustre di Cesare Beccaria, ancora vivissimo nel ricordo degli intellettuali francesi, la coppia aristocratica aveva libero accesso nei circoli parigini in cui si continuava la tradizione degli illuministi. Anche Alessandro, che giunge a Parigi dopo l’improvvisa morte dell’Imbonati, frequenta a Auteuil il circolo della vedova Helvétius e quello di Meulan, a cinquanta chilometri da Parigi, dove la vedova del Condorcet, Sophie, e il suo compagno Claude Fauriel abitano l’ospitale Maisonnette. Alessandro, che nei primi mesi ha frequentato soprattutto gli esuli italiani che formavano una sorta di colonia a sé, attivissima però per iniziative editoriali intese a far conoscere la nostra cultura (Carlo Botta, il Biagioli, il Buttura, il Salfi ecc.), stringe ora amicizia con il Fauriel, maggiore di quindici anni, e nella conversazione con lui, così come nella corrispondenza che inizia dopo avergli offerto il Carme in morte dell’Imbonati (pubblicato a Parigi dal Didot), trova la possibilità di aprirsi nei suoi sentimenti e soprattutto nelle sue idee come nessun altro.
Dal Carme in morte dell’Imbonati all’inizio degli Inni sacri l’attività letteraria del Manzoni, almeno in superficie, sembra ristagnare. Avviata nel 1806, l’Urania arriverà faticosamente alla stampa nel 1809. Dopo questi versi, che il Manzoni considera assolutamente privi di interesse (“ne scriverò di peggio” confessa infatti al Fauriel, “ma non ne farò più di questo genere”), inizia una lunga crisi letteraria, che coincide, si può dire, con la crisi religiosa.
In una lettera al Fauriel scrive “Lombardie, montagnes et tradition”: un tema che per il momento non gli riesce di svolgere nell’ambito dell’idillio, ma che riaffronterà, con ben altra preparazione, nella chiave antidillica dei Promessi Sposi.

Il matrimonio con Enrichetta Blondel e il ritorno a Parigi (1808)

Dopo due altri tentativi andati a vuoto (prima con Luigia Visconti, sorella dell’amico Ermes, amata dal 1801 ma ormai accasata a Genova; poi con una figlia del Destutt De Tracy), Giulia riesce a combinare, tramite una sorella dell’Imbonati che spesso li ospita nella sua villa di Blevio, sul lago di Como, l’incontro e le successive nozze di Alessandro con Enrichetta Blondel. Il matrimonio celebrato civilmente a Palazzo Marino è benedetto poi, secondo il rito calvinista, nella casa dei Blondel (già palazzo Imbonati, nei pressi di S. Fedele). I Manzoni, dopo il matrimonio, tornano a vivere a Parigi, dove abitano al n. 22 dei Bains Chinois.

I rapporti con le
idee gianseniste e la conversione religiosa (1810)

Le tappe esterne del cammino che porta il Manzoni alla conversione religiosa del 1810 sono: la nascita della figlia Giulia, nel dicembre del 1808; il suo battesimo cattolico, nella chiesa di St. Nicolas a Meulan dove era canonico il giansenista Eustachio Degola, nell’agosto dell’anno successivo; la richiesta al papa di celebrare il proprio matrimonio con il rito cattolico (la concessione porta la data del 30 ottobre) e la celebrazione del medesimo, avvenuta il 15 febbraio del 1810; infine l’episodio della chiesa di S. Rocco, che la tradizione ricorda come l’occasione dell’illuminazione improvvisa della Grazia (2 aprile 1810), invocata dopo aver smarrito la moglie travolta dalla folla festante per le nozze di Napoleone I. Il 22 maggio poi, preparata dal Degola che aveva una matura esperienza di assistente spirituale vittorioso di coscienze religiose in lotta tra protestantesimo e giansenismo, anche Enrichetta si converte alla religione cattolica. I Manzoni entrano nella fede dalla porte étroite dei grandi spiriti di Port Royal, che diventano ora, assai più che i poeti, le letture preferite e assidue del Manzoni.

Il ritorno a Milano: dagli Inni sacri alla canzone Aprile 1814

Nel giugno 1810 i Manzoni ritornano in Italia, stabilendosi a Brusuglio dove hanno ampliato i possedimenti ereditati dall’Imbonati e dato un nuovo assetto alla villa che vi abitano. Rinasce la poesia, non più come frutto di un’educazione letteraria, ma come esigenza di verità. Dal 1812 al 1814 scrive i primi quattro Inni sacri: La Resurrezione, Il Nome di Maria, il Natale e la Passione, per i quali impianta un volume che anche nel suo aspetto esteriore (bella legatura in pelle marrone con tasselli verdi e incisioni in oro) appare come lo spazio deputato ad accogliere, fin dai primi abbozzi, il nascere di un’ispirazione rinnovata dalla fede. La vita ritirata di Brusuglio, e dopo il 1813, nella casa milanese di via Morone, non può naturalmente sottrarsi del tutto alla bufera della storia. Sono gli anni estremi della leggenda napoleonica. Nell’aprile 1814 i francesi ormai sconfitti su tutti i fronti europei abbandonano Milano. Manzoni che verso Napoleone ha sempre nutrito sentimenti uguali a quelli dei suoi amici di Francia (intellettuali che sentivano tradite le proprie idee dalla politica napoleonica) scrive la canzone Aprile 1814. Pochi giorni dopo gli austriaci entravano in Milano.

Inizio del Carmagnola (1816) e la riflessione teorica sulle tragedie

Anche per il Manzoni, come per tutta la cultura milanese, il 1816 segna una svolta decisiva. Il ritorno dell’Austria dura ormai da quasi due anni: più che sufficienti a riconoscere il duro carattere di restaurazione del suo governo. Le idee romantiche d’Europa che propugnano una letteratura come impegno nella vita della società contemporanea, specchio e portavoce delle sue necessità, penetrano anche in Lombardia. Gli intellettuali milanesi sentono l’urgenza di unire le loro forze in un lavoro comune, uscendo dall’isolamento in cui si sono tenuti fino allora. Prima la pubblicazione nella Biblioteca italiana dello scritto della De Staël Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni, poi, a breve giro di mesi, la Lettera semiseria del Berchet, le Avventure letterarie di un giorno del Corsieri e Intorno all’ingiustizia di alcuni giudizi letterari del Di Breme. Manzoni che negli Inni sacri aveva esperito una poesia lirica tutta rivolta verso lo scavo della propria interiorità sente anch’egli il bisogno di dare inizio a un lavoro letterario diversamente impegnato verso gli altri. Iniziano i suoi interessi per il teatro come forma di comunicazione con una platea aperta, non con un pubblico ristretto di soli letterati e uomini di cultura. Da qui l’avvio del Conte di Carmagnola (gennaio 1816) e preliminarmente la soluzione di un problema teorico posto dall’“alto là” proclamato dai suoi Massillon e Bousset, oltre che da Rousseau, nei confronti del teatro tragico. Questo, nella misura in cui è grande teatro, trascina lo spettatore a identificarsi con le situazioni prospettate dalla favola scenica e con la psicologia dei personaggi che la sostengono; donde l’accusa di corruzione. Manzoni osserva che la loro tesi si fonda unicamente sulla tradizione del teatro classico francese, il teatro di Corneille, di Racine e degli altri che ne seguirono il modello. Altra invece la finalità del teatro tedesco di uno Schiller o del teatro inglese, in cui l’evento scenico non coinvolge lo spettatore ma viene sottoposto al suo giudizio. Il coro introdotto nella tragedia di impianto romantico è come lo spazio riservato all’autore, il “cantuccio” da cui egli stesso propone il proprio giudizio, in anticipo e per aiuto a quello dello spettatore (o del lettore). La stesura del primo atto del Carmagnola, con i suoi problemi soprattutto di linguaggio, occupa il Manzoni per tutto l’anno. La tragedia non sarà ripresa che nel 1819, dopo l’interruzione delle Osservazioni sulla morale cattolica.

La polemica classico-romantica

Intanto, dal 1816 al 1818, ferve la polemica tra Classicisti e Romantici: non semplice opposizione di due diverse scuole letterarie, ma scontro di due modi di intendere la funzione delle lettere. Mentre i Classicisti, infatti, intrattengono con la società un rapporto estremamente indiretto, sempre mediato dalla tradizione formale di cui si sentono gli orgogliosi depositari, i Romantici non esitano a dichiarare l’inferiorità della cultura italiana rispetto alla cultura d’oltralpe, presa a modello di un’idea di letteratura tutta rivolta al presente. L’impegno sociale e il proposito democratico della nuova cultura ha ovviamente implicazioni politiche avvertite e avversate dalle autorità austriache che per mezzo dei loro uomini di penna sostengono un’accanita battaglia contro di esse ed esercitano una severa censura nei riguardi di tutte le iniziative romantiche. Lo strumento più efficace di divulgazione delle idee romantiche è costituito dal foglio azzurro del “Conciliatore” che ha vita solo per un anno (1818-1819) e che alla fine deve cessare le sue pubblicazioni per l’ostruzionismo sempre più minaccioso della censura. Il Manzoni non collabora al Conciliatore, ma gli uomini che lo scrivono sono tutti suoi amici, in particolare Ermes Visconti (ma anche il Berchet, il Di Bruno, il Gonfalonieri).
Nel 1817 si vede negato dalla polizia il passaporto necessario per poter andare a Parigi dal Fauriel.. È l’anno più difficile dopo quelli tormentosi della conversione religiosa. Anche la sua fede, tutt’altro che conquistata una volta per sempre, pare risentirne. La nevrosi che si era manifestata a Parigi nel 1810 l’ha ripreso per non abbandonarlo mai più. Unico conforto le nuove relazioni che si sono stabilite: non soltanto con il Visconti, antico compagno di studi, con Gaetano Cattaneo e col Torti, ma anche con Porta, Rossari, Grossi.
Intanto, se la tragedia del Carmagnola sembra accantonata, le Osservazioni sulla morale cattolica occupano interamente il Manzoni. È la sua prima opera in prosa, la prima occasione di sperimentare l’uso di una lingua, sia pure dottrinaria e non ancora narrativa, colla quale ha fin qui avuto una familiarità assai minore che con la lingua francese. Ma la Morale cattolica, importantissima quale prova del prosatore Manzoni, non è meno importante sul piano dell’impegno ideologico: necessario esame della possibilità o dell’impossibilità di fare coincidere le proprie posizioni religiose con i programmi concepiti sul piano politico-letterario, bisogno di saggiare il valore progressista del proprio cristianesimo, di viverlo non in senso contrario allo sviluppo sociale, come lo intendono gli avversari della Chiesa, ma come spinta rinnovatrice ricondotta al valore rivoluzionario del messaggio evangelico.

Il secondo soggiorno parigino (1819-1820). Il ritorno in Italia e la pubblicazione dell'Adelchi

Posto fine alla Morale Cattolica, stampata nel 1819, e al Conte di Carmagnola, che affida per la stampa agli amici Visconti e Cattaneo, il Manzoni con la famiglia (oltre la madre Giulia e la moglie si aggiungono ormai cinque figli) parte finalmente per Parigi, in cerca di un miglioramento della salute e di controlli alle idee che intende realizzare nel suo lavoro di scrittore. Il decennio dell’attività più fervida (1816-1827) conosce apparentemente una sosta. Nei colloqui col Fauriel le idee sul teatro romantico dovevano essere al centro, insieme alla passione per il teatro di Goethe e soprattutto di Shakespeare (ormai surrogato nell’interesse del Manzoni a quello di Schiller). Da Milano gli giungevano le notizie dell’uscita del Carmagnola, presso il Ferrario, dell’accoglienza ostile che aveva presso i classicisti e della difesa degli amici Porta e Grossi; a Parigi il Lycée français pubblicava una urbanissima recensione di Victor Chauvet, non avara di lodi al poeta ma avversa al sistema della tragedia romantica da lui seguito.
Il Manzoni ne coglieva l’occasione per stendere negli ultimi mesi del suo soggiorno parigino un abbozzo di risposta: la Lettre à Mr Chauvet sur l’unité de temps et de lieu dans la tragédie, uno dei suoi più lucidi saggi teorico-critici, che sarebbe apparso soltanto nel 1823, pubblicato dal Fauriel insieme alla sua traduzione del teatro tragico dell’amico.
L’entusiasmo per la tragedia storica di Shakespeare unito all’interesse per le ricerche storiografiche del Thierry sul rapporto tra le popolazioni galliche e i barbari invasori influenzano profondamente il Manzoni che tornando in Italia portava già con sé l’idea di scegliere l’argomento della sua seconda tragedia nell’epoca delle lotte in Italia tra Longobardi e i Franchi. La lettura del Muratori, negli ultimi mesi del ’20, è l’inizio dell’Adelchi e del Discorso su alcuni punti della storia longobardica in Italia.

Dai versi civili alla Pentecoste e dall'edizione della Lettre à Mr Chauvet alla Lettera sul romanticismo

Il 1821, oltre che l’anno dell’Adelchi con i celebri cori e del Discorso sui Longobardi, terminato nel ’22 e pubblicati insieme dal Ferrario, è anche l’anno dei versi politico-civili del Marzo 1821 (ispirati dalle speranze nate alla notizia che le truppe piemontesi stessero per varcare il Ticino e dare inizio alla liberazione dell’Italia) e del Cinque maggio, scritto due mesi circa dopo la morte di Napoleone: i primi, rimasti inediti fino al 1848, vennero pubblicati insieme al Proclama di Rimini (del ’15) in un opuscolo di quell’anno venduto “in favore dei profughi veneti, per cura della Commissione delle offerte per la causa nazionale”; il Cinque maggio invece si diffuse solo di copia manoscritta in copia manoscritta e subito venne tradotto in più lingue: primo di tutti dal Goethe che lo lesse alla corte di Weimar l’8 agosto 1822 e lo stampò alla fine dello stesso anno (ma con data 1823) nel tomo IV della sua rivista Ueber Kunst und Alterthum. Sempre del ’22 è la ripresa e il compimento (8 ottobre) del quinto degli Inni sacri, il più alto e il più lievitato da un sentimento corale della fede, La Pentecoste; iniziata nel giugno del ’17, ricominciata da capo ed elaborata già tra l’aprile e l’ottobre del ’19 e infine data alle stampe presso il Ferrario (in un’edizione rarissima di sole cinquanta copie) nel ’22.
L’anno dopo, mentre il Fauriel a Parigi provvede a pubblicare la Lettre à Mr Chauvet, insieme alla sua traduzione delle due tragedie dell’amico nonché il giudizio di Goethe sul Carmagnola e pagine del Visconti, il Manzoni torna sull’argomento delle idee romantiche e del sistema su cui aveva fondato e fondava le sue persuasioni di scrittore, nella celebre Lettera sul Romanticismo. Nata come risposta al marchese Cesare Taparelli d’Azeglio (padre di Massimo) che, nel trasmettergli alcune copie di un numero di L’Amico cattolico dove aveva ristampato la Pentecoste, gli aveva lasciato trasparire, in mezzo alle espressioni della sua ammirazione per le tragedie, un garbato ma poco favorevole giudizio sui Romantici, la lettera che reca la data del 22 sett. 1823 non era destinata alla stampa. Vedrà la luce, malgrado il suo autore, nel ’46, sul primo numero della rivista L’Ausonio, che usciva a Parigi per iniziativa degli esuli italiani, ad opera soprattutto di Cristina Belgioioso. Solo nel ’71 il Manzoni, che mostrò sempre fino all’ultimo la sua contrarietà a vederla pubblicata, acconsentì che fosse inclusa nella riedizione delle sue Opere Varie.

Fermo e Lucia. Gli sposi promessi

Ma il fervidissimo triennio vede soprattutto il lavoro del Manzoni intorno al romanzo, il nuovo genere che gli offre la possibilità di calare gli spiriti democratici del Romanticismo nella rappresentazione non di una realtà settoriale, come quella della tragedia, ma anche della società tutta quanta, e della storia non meno che della natura. Il che significava anche, per la prima volta nel campo della prosa, la necessità di porsi, non in astratto ma nel concreto della narrazione, la soluzione del problema della lingua, sempre legato come è ovvio, in tutte le sue insorgenze storiche, al problema della società italiana. Il primo foglio del romanzo porta la data del 24 aprile 1821, ma è dal settembre del ’22 che riprende in mano le fila della sua “cantafavola”, come gli piaceva chiamarla, e che convenzionalmente (dal nome dei due protagonisti) porta il titolo di Fermo e Lucia. La portò innanzi con tanto fervore che il 17 settembre 1823 era interamente scritta. A lavoro ultimato, il Manzoni scriveva la seconda Introduzione che è il documento drammatico dell’insoddisfazione che provava per non aver saputo dare alla sua idea di romanzo (cioè di un genere letterario “popolare”, con una vicenda che aveva per protagonisti due personaggi del popolo) una soluzione stilistica adeguata: non individuale, soggettiva, come quella che necessariamente veniva a risultare la lingua in cui era stato scritto il Fermo e Lucia (lingua mista di italiano, di lombardo e di tant’altri ingredienti, dai calchi del francese a quelli del latino, per non dire dei neologismi propri dell’autore), ma lingua comune all’intera società destinataria dell’opera, oggettiva come ogni lingua di comunicazione (sul modello della lingua francese o milanese). Ma la constatazione drammatica del proprio fallimento, nella misura in cui portava a consapevolezza la situazione linguistica della società italiana, divisa in tanti stati e in tantissime lingue, poneva anche la premessa per la soluzione stilistica che il Manzoni avrebbe adottato nella riscrittura del romanzo. Se è vero, infatti, che come non esisteva una società italiana (ma una società milanese, una società veneziana, una società romana ecc.) così non esisteva una lingua italiana, era necessario che, tra le tante lingue, se ne eleggesse una destinata a diventare la lingua di quella società che i moti del Risorgimento si proponevano come traguardo di aspirazioni non più soltanto ideali. E, tra le tante, il Manzoni non esitava a scegliere la lingua toscana, già lingua della grande cultura non meno europea che italiana, fino al Cinquecento, poi decaduta anch’essa al ruolo di lingua regionale. Il Manzoni non si rimise immediatamente a correggere e a rifare la prima stesura del romanzo. È di questo periodo la lettura e la fitta annotazione del Vocabolario della Crusca, nell’edizione veronese del Padre Cesari, e la esplorazione degli scrittori della nostra tradizione, soprattutto toscani, intese, l’una e l’altra, a reperire il patrimonio più vasto possibile di espressioni e di parole suscettibili di essere usate come modi e voci di una lingua quotidiana, viva e insieme “normale”. In questi ultimi mesi del ’23 era finalmente venuto in Italia Claude Fauriel, ospite dei Manzoni che da tanti anni ne sollecitavano la visita, sia nella casa di via Morone sia a Brusuglio. Il Manzoni approfittò della presenza dell’amico per fargli leggere il manoscritto del Fermo e Lucia, e il Fauriel ne discusse con lui i problemi e ne postillò alcuni capitoli. Lo stesso fece, anche più estesamente, Ermes Visconti, e il Manzoni mostrò di tenere in gran conto le osservazioni di questi suoi due primi lettori.
Quando poi si accinse a correggere e via via a rifare il Fermo e Lucia, dapprima pensò di servirsi dei fogli della prima stesura in cui il testo era incolonnato nella metà destra della pagina e la metà sinistra era stata lasciata in bianco; ma ben presto (soprattutto in coincidenza con i radicali mutamenti strutturali introdotti all’altezza del capitolo VIII) si dovette rendere conto dell’impossibilità di seguitare per quella strada e impiantò ex novo una seconda minuta. Il romanzo non più in quattro parti ora aveva assunto il titolo di Gli Sposi Promessi, ma già nell’ultimo dei tre tomi in cui era diviso, il titolo è quello definitivo di I Promessi Sposi.

I Promessi Sposi. L'edizione Ferrario 1827

Mentre lavorava alla seconda minuta del romanzo, il Manzoni aveva preso accordi per la stampa con il tipografo Ferrario, che era diventato l’editore della cultura romantica. L’impresa, tenuto conto del lavoro che gli avrebbe preso la correzione e il rifacimento di intere parti, non si sarebbe conclusa in pochi mesi, come certamente pensava in quella primavera del ’24 in cui si abbandonava ancora all’idea di poter partire nell’autunno per la Toscana insieme all’amico Fauriel. Avviata la composizione tipografica già nel giugno di quell’anno, il primo tomo (capitoli I-XI) sarebbe stato interamente stampato solo alla fine dell’ottobre. La data 1825 che figura in frontespizio è la prova che per i due altri tomi si sperava di poter fare più in fretta, in modo da mandarli fuori tutti e tre nell’anno successivo. Ma le cose andarono assai diversamente: il secondo, infatti, con i capitoli XII-XXIV, sarebbe stato consegnato al tipografo solo nel maggio del ’25 e terminato di stampare verso i primi di ottobre; il terzo non sarebbe stato finito che l’11 giugno 1827, benché il frontespizio porti la data dell’anno prima.
In questo tormentoso lavoro il Manzoni, ormai tutto calato nella sua idea linguistica, ricorreva di frequente, come intermediari tra il francese e il milanese (le due lingue che conosceva meglio) e il toscano, al Grand Dictionnaire dell’Alberti de Villeneuve e al Vocabolario milanese (1a ed. 1814) di Francesco Cherubini. I rapporti con la tipografia, specie nei mesi dei lunghi soggiorni a Brusuglio, e l’ardua correzione delle bozze gli erano agevolati dalla collaborazione appassionata del Grossi, del Rossari, del Cattaneo, ai quali inviava spesso biglietti scritti con quello humour che gli amici gli conoscevano soprattutto nella conversazione, o per ottenere libri da consultare, o per spedirli a introdurre sui fogli già in stampa qualche ultima correzione. L’edizione, tirata in mille esemplari, ebbe subito un successo di vendite imprevisto, e subito vennero finite anche le stampe fatte dagli altri stampatori, in Italia e all’estero, senza che al Manzoni ne venisse alcun profitto economico perché allora non vigeva nessuna legge sul diritto d’autore.

Il viaggio in Toscana

Finalmente, terminata la stampa dei Promessi Sposi il Manzoni era libero di intraprendere quel viaggio in Toscana che aveva dovuto dilazionare di anno in anno. La partenza dell’intera famiglia (tredici persone, compresi i domestici, sistemate in due carrozze) avvenne il 16 luglio. Itinerario: Pavia, Genova (dove si trattennero sino al 7 agosto, facendovi i bagni), Sestri, Massa, Pietrasanta, Lucca, Pisa, Livorno (dove giunsero il 10 e vi si trattennero sino al 25), di nuovo Pisa e infine (29 agosto) Firenze. Qui il Manzoni, che aveva innanzi tutto come scopo un’indagine linguistica in loco, già con l’idea, principalmente, di provvedere alla “revisione” della sua “tiritera”, trovò soprattutto in Giambattista Piccolini e in Gaetano Cioni i pazienti, colti e premurosi informatori che gli servivano, uomini che, come scriveva al Grossi il 17 settembre, riunivano “in sommo grado la scienza e la compiacenza”. Punto di ritrovo era soprattutto il Gabinetto scientifico-letterario del Vieusseux, al quale Manzoni era già stato presentato per lettera dal Tommaseo con un ritratto efficace: e qui egli ebbe modo di conoscere il Leopardi, il Giordani, e anche Gino Capponi, che avrebbe avuto sempre carissimo. Accoglienze particolari ebbe anche dal granduca di Toscana Leopoldo II, che in più occasioni gli dimostrò ammirazione e amicizia. Il soggiorno a Firenze (dove il Manzoni e i suoi abitarono, dopo i primi giorni, nell’albergo delle Quattro Nazioni, presso il ponte di Santa Trinita) durò fino al 1° ottobre. Partendo egli lasciava agli amici toscani il compito di rivedere linguisticamente il suo romanzo e di appuntare ai margini del Vocabolario milanese del Cherubini le corrispondenti voci dell’uso vivo dei fiorentini colti. L’idea astratta di lingua toscana, infatti, aveva lasciato il posto, davanti alla varietà linguistica che egli aveva riscontrato direttamente dall’una all’altra città di quella regione, all’idea di lingua fiorentina: punto fermo, univoco, in cui far risiedere quell’unità linguistica che era tutt’uno con l’“assoluto” cui aspirava il rigore della sua coscienza morale e della sua mente.

Dalla Lettera al Cousin al Sentir messa

Dopo il 1823 la poesia manzoniana tace: uniche eccezioni, votate però anch’esse a rimanere in tronco, i versi del Natale del 1833 (scritti due anni dopo nel ricordo dell’adorata Enrichetta) e l’inno degli Ognissanti (del ’47) che avrebbe dovuto portare a una mezza dozzina la serie iniziata con la Resurrezione. Ma se la vena poetica era ormai esaurita la mente del Manzoni, anche dopo la pubblicazione dei Promessi Sposi continuava la sua splendida attività. Del ’29-’30 è la confutazione del sistema filosofico dell’amico Victor Cousin che oltre a dedicargli a stampa il secondo volume della traduzione delle Opere di Platone, gli aveva inviato in omaggio il suo Cours de l’histoire de la philosophie. Scritta in francese in forma di lettera, benché rimasta incompiuta è una delle più lucide prove dell’intelletto manzoniano. Del ’28-’29 è il primo concepimento, come lettera al Goethe in risposta alle sue riserve sulle divagazioni storiche dei Promessi Sposi (più tardi steso come discorso a sé da inserire nelle Opere Varie) dello scritto Del romanzo storico che rappresenta la liquidazione teorica di quel “genere”, misto di storia e di finzione, nell’esigenza di una fedeltà assoluta alla verità. Né meno importante è la riflessione sul problema istituzionale-politico della lingua italiana, che occuperà il Manzoni per tutta la vita, e che trova ora unaggancio nelle censure linguistiche espresse sul Marco Visconti da Michele Ponza in L’Annotatore piemontese del luglio 1835.

La storia della colonna infame

Scritta come un capitolo (il V della parte IV) del Fermo e Lucia, dove avrebbe dovuto illustrare, dopo gli esempi tolti al Ripamonti dell’“iniquo furore” della folla contro gli untori, le “carneficine più lente, più studiate, più inique” dei ministri della Giustizia, la Storia della colonna infame ne fu poi staccata, perchè esorbitante dal racconto principale, e destinata a formare un’“appendice” del romanzo. Ma i tempi stretti in cui venne a trovarsi nell’estate del ’27, per concludere la stampa già tanto protratta dei Promessi Sposi, gli impedirono di dar fuori anche la Colonna infame, sicchè alla fine del cap. XXXII dichiarava ai lettori di rimandarla a “un altro scritto”: espressione che doveva favorire l’attesa, poi andata delusa, di un secondo romanzo storico. Intanto aveva provveduto a correggere la copia che aveva fatto trarre dalle carte del Fermo e dalla loro rielaborazione autonoma, e si potrebbe supporre persino che intorno al ’28 pensasse di stampare lo scritto sul processo agli untori in un volumetto a sé. Ma, quali fossero le ragioni – principale la necessità di nuove letture e di nuove ricerche – non se ne fece nulla, e la Storia della Colonna infame sarebbe apparsa soltanto come appendice (secondo progetto) della nuova edizione dei Promessi Sposi, lavorandovi il Manzoni fino agli ultimi mesi del ’42.
Oltre al De Peste del Ripamonti, fonte principale dell’informazione manzoniana fu il verbale del processo: non l’originale, perduto, ma l’estratto che ne dà una rara edizione secentesca della parte defensionale dell’avvocato del Padilla, come pure una copia manoscritta (di cui il Manzoni venne a conoscenza più tardi) già appartenuta al Verri e che fu da lui postillata nei margini. Sia della stampa secentesca, sia del manoscritto Verri il Manzoni fece fare una trascrizione accurata per suo uso (in tre volumi legati in pelle). Una terza copia, settecentesca, non del tutto conforme ai documenti precedenti, dovette venirgli alle mani successivamente e anche di essa si servì per il lavoro della nuova stesura della Storia.

I Promessi Sposi. L'edizione definitiva del 1840

La seconda edizione “corretta e riveduta”, che il Manzoni prevedeva prossima già nel settembre del ’27 diventò un progetto concreto solo verso la fine del ’39. Dopo le mille copie della stampa Ferrario, egli calcolava che ne fossero uscite, a quell’epoca, un’altra quarantina di edizioni, per circa sessantamila copie, e volendo proteggere la propria opera, non ancora tutelata dalle leggi, si propose di dar fuori un’edizione a dispense arricchita da illustrazioni non facili da contraffare: suo modello le edizioni illustrate francesi del Don Chisciotte, del Gulliver e del Lafontaine. Per le vignette con le quali voleva rendere più vendibile, rispetto alla concorrenza, la sua edizione, il Manzoni pensò dapprima all’Hayez che però dopo alcune prove declinò l’invito; si accordò infine con il piemontese Francesco Gonin, pioniere della litografia in Italia, al quale si aggiunsero, ma solo per pochi disegni, Luigi Bisi, Paolo e Luigi Riccardi, Giuseppe Sogni, Federico Moja e Massimo d’Azeglio. L’intaglio dei legni fu assunto dal milanese Luigi Sacchi che si valse per il grosso impegno dell’opera di alcuni xilografi fatti venire appositamente da Parigi. Il contratto dell’edizione, steso dal Grossi, fu stretto con gli stampatori Guglielmini e Redaelli il 13 giugno 1840; fungeva da consulente tecnico Vincenzo Ferrario, cui il Manzoni era rimasto legatissimo anche dopo che egli aveva cessato la sua attività di editore. Il Manzoni passò in tipografia un esemplare dell’edizione del ’27 (che donò più tardi al figlio Pietro) tutto corretto nei margini tenendo conto delle osservazioni di cui aveva potuto far tesoro fin dal suo viaggio in Toscana e dei consigli dei suoi consulenti fiorentini. Altre correzioni, e numerosissime, avrebbe introdotto sia sulle bozze, sia sui primi fogli a stampa, così da crearsi fogli diversi della stessa tiratura (tutte le dispense che hanno subito questi interventi eccezionali sono state poi riunite dall’autore nei cinque volumi del cosiddetto “tesoro manzoniano”). La prima dispensa uscì nel novembre 1840, l’ultima (la centottantesima) nel novembre del ’42, venendo a formare un volume di 864 pagine. L’edizione fu in diecimila esemplari: tiratura altissima per quell’epoca. Ma la fiducia nelle illustrazioni come ostacolo alla concorrenza doveva rivelarsi eccessiva: già dopo la pubblicazione del manifesto, uno stampatore di Napoli, Gaetano Nobili, annunciava la propria edizione, parallela a quella dell’autore ed egualmente ornata con le vignette originali che nuovi sistemi meccanici rendevano facilmente riproducibili. Altrettanto minacciavano altri editori che, dopo aver sottoscritto un numero di copie rilevante, confermavano ordinazioni molto inferiori. L’impresa del Manzoni che sostenne tutte le spese, doveva perciò risolversi per lui in una grave perdita finanziaria.

Le opere varie (1845-1855)

Constatato l’insuccesso dell’edizione illustrata (cui non mancò neppure lo strascico di fastidiose vertenze con il Guglielmini, liquidate dal figlio Pietro), il Manzoni si indusse ad affidare al Redaelli, che si era diviso dal suo antico socio, la vendita delle molte copie rimaste in magazzino. Col Redaelli stringeva quindi (1844) un accordo nuovo per la stampa delle sue Opere: tutto quanto, in prosa e in versi, riconosceva come suo dopo il romanzo. L’edizione, prevista in otto dispense, non era concepita come una semplice ristampa di cose già uscite: molti testi sarebbero stati rifatti ampiamente, come il Discorso sui Longobardi (con la estesa Appendice al cap. IV che avrebbe preso tutto il terzo fascicolo), e come la Morale Cattolica, altri sarebbero stati editi la prima volta, come lo scritto Del romanzo storico, o addirittura scritti nei dieci anni successivi all’uscita del primo fascicolo, come la Lettera al Carena (del ’46) e il dialogo Dell’Invenzione (del ’49). Ne venne che gli otto fascicoli uscirono nell’arco di dieci anni (1845-1855). Il loro contenuto, nel volume che ne risultò di 864 pagine, è il seguente: I Adelchi; II-III Discorso sui Longobardi; IV Il Carmagnola; V Lettre à Mr Chauvet; IV Del romanzo storico; VII La Morale Cattolica, con la notevole Aggiunta al cap. III, Del sistema che fonda la morale sull’utilità; VIII Poesie.
Le dispense furono arricchite di xilografie, anche se non numerose: alcune (per le tragedie) su disegni del Focosi, altre (per gli Inni sacri e il Cinque maggio) del Riccardi.
Nel 1860 il Manzoni fece stampare un nuovo fascicolo dal titolo Pochi versi, con il Marzo 1821 e il Proclama di Rimini, illustrato con disegni di Salvatore Mazza, incisi dal Salvioni. La dispensa fu aggiunta in alcuni esemplari all’edizione delle Opere Varie, con un nuovo indice del volume.

Il 1848 e l'amicizia col Rosmini

Durante le Cinque giornate del ’48, quando il figlio Filippo partecipò all’insurrezione e, arrestato, fu deportato a Kufstein, il Manzoni, come si è detto, concesse che si stampassero i suoi versi Marzo 1821 e Il Proclama di Rimini in un opuscolo il cui ricavo andasse a favore dei “profughi veneti per la causa nazionale”. Al ritorno degli Austriaci di Radetzky, credette prudente lasciare Milano per la sponda piemontese del Lago Maggiore. Fu allora ospite, per oltre due anni, insieme con la moglie Teresa Borri, vedova Stampa, che aveva sposato il 2 gennaio 1837, del figliastro Stefano Stampa, il quale aveva una bella casa sul lago, a Lesa. Il lungo soggiorno gli consentì di approfondire l’amicizia con il Rosmini, conosciuto a Milano nel ’26 tramite il Tommaseo. Manzoni e Rosmini, in quei due anni e anche nelle estati dei successivi fino alla morte del grande filosofo (1855), presero l’abitudine di frequentarsi quasi quotidianamente. Fu questa, dopo l’antica col Fauriel, la più grande amicizia del Manzoni. Dalla familiarità col pensiero rosminiano doveva nascere nel ’49 il dialogo dell’Invenzione.

Gli scritti sulla lingua

Del problema della lingua il Manzoni, come si è visto, dovette occuparsi innanzi tutto nel suo lavoro concreto di scrittore, come problema connesso allesoluzioni della propria realizzazione stilistica. Ma già nella pausa tra il Fermo e Lucia e la seconda redazione del romanzo aveva iniziato a porselo anche su un piano teorico, né mai più se ne staccò, convinto che il suo maggiore contributo alla causa dell’unità politica potesse darlo per quella via, come già con la sua opera di poeta e narratore, tanto il problema linguistico è tutt’uno col problema politico sociale.
Gli scritti linguistici del Manzoni sono rappresentati soprattutto dalle principali stesure del libro Della lingua italiana: un’opera avviata intorno al 1830, ripresa e rielaborata per oltre un trentennio e mai condotta a termine.
Accanto a questa lunga e tormentata meditazione teorica si collocano altri scritti, nati da un’occasione precisa, e rivolti a puntualizzare le soluzioni pratiche del problema linguistico nazionale: il Sentir Messa, rimasto inedito fino al 1923; la lettera al Carena, stampata nelle Opere varie; gli scritti legati all’incarico governativo di Presidente della Commissione per l’unificazione linguistica della nazione; e infine la lettera al Casanova.

Gli ultimi anni e gli interessi politici

Con decreto del 9 agosto 1859, firmato da Vittorio Emanuele II veniva assegnata al Manzoni l’annua pensione vitalizia di lire dodicimila “a titolo di ricompensa nazionale”. Su proposta del ministro dell’Interno Camillo Benso di Cavour, veniva poi decretata (29 febbraio 1860) la sua nomina a senatore del Regno d’Italia.
La conoscenza particolarissima che il Manzoni possedeva degli avvenimenti che portarono alla rivoluzione francese del 1789, e la meditazione di quelli italiani, ai quali aveva assistito negli anni 1848-49, gli suggerirono uno studio comparativo fra le due diversissime rivoluzioni cui attese nell’ultimo periodo della sua vita. L’ampiezza del disegno e l’età stessa imposero al lavoro un andamento lentissimo. Sulla fine del 1872 gli giunse la richiesta d’un suo autografo per il Museo del Risorgimento di Torino, da parte del Comitato per la raccolta d’autografi di uomini illustri che cooperarono all’indipendenza nazionale. Pensò allora di corrispondere all’invito promettendo l’invio di un saggio Dell’indipendenza d’Italia, in parte ricavato dal progettato e non compiuto Saggio comparativo. Ma anche questo lavoro, che fu il suo ultimo, rimase incompiuto.
La morte sopraggiunse il 22 maggio 1873. Nel primo anniversario nella Chiesa di S. Marco fu eseguita la Messa da requiem composta in suo onore da Giuseppe Verdi.

Le biblioteche di Manzoni

Sono poco più di cinquemila i volumi che sopravvivono delle biblioteche di Manzoni, già in vita dello scrittore divisi tra la casa di via Morone e la villa di Brusuglio. Nel testamento (13 agosto 1867) i libri – “tutti quei libri che possono essere di suo gradimento, e segnatamente quelli che portino postille o annotazioni di mia mano” –, insieme con gli autografi che Manzoni aveva voluto conservare, erano destinati a passare in proprietà al figlio Pietro. Morendo quest’ultimo poche settimane prima del padre, la destinazione testamentaria non fu mutata; si convenne così che la biblioteca andasse divisa fra i quattro figli di Pietro. Tre di loro cedettero quindi le loro parti a Pietro Brambilla, il marito della loro sorella Vittoria. Nel 1886 la raccolta venne dal Brambilla destinata alla Biblioteca Braidense, con l’obbligo che nella biblioteca fosse “consacrato alla memoria di Alessandro Manzoni un apposito locale ove co’ suoi manoscritti si raccogliesse tutto quanto può illustrarne la vita, il pensiero e i tempi”.
Alla Sala Manzoniana della Braidense – che ha trattenuto la quasi totalità dei manoscritti e dei volumi postillati, poco più di cinquecento –, dal 1937 si è affiancato nella custodia dei libri di Manzoni l’allora istituito Centro Nazionale Studi Manzoniani, che nello studio al piano terreno della casa di via Morone ospita circa tremila volumi: primeggiano nella raccolta i testi di lingua, i vocabolari (numerosi i dialettali), le opere storiografiche, i moralisti francesi.
Poco più di millecinquecento sono i volumi rimasti a Brusuglio, in un ambiente architettonicamente gemello dello studio milanese. Numerosi sono i fondi che vi si possono distinguere, nei quali confluiscono anche volumi preesistenti (specie opere di agricoltura e di botanica, appartenute al precedente proprietario Carlo Imbonati). Si possono elencare, tra le collezioni più notevoli, la Biblioteca classica latina del Lemaire, la raccolta milanese dei “Classici italiani”, tutto Sant’Ambrogio e Sant’Agostino (Parigi, 1676 e 1689), le opere complete di Bossuet e di Massillon (Parigi, 1734), di Buffon (ivi, 1774-77), di Goldoni (Venezia, 1792).
I libri che recano nella costola un cartellino bianco sono quelli postillati dal Manzoni o portanti comunque i segni della lettura fattane. Circostanza non trascurabile è che molte opere che si trovano a Brusuglio si trovino egualmente al Morone. Il possesso di un doppio esemplare, uno per l’uso urbano e l’altro per l’uso rustico, è bene un’altra prova della larghezza con cui si trattava il Manzoni.

ALESSANDRO MANZONI - I PROMESSI SPOSI
 

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