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1. |
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La letteratura del monachesimo |
La pace
costantiniana poneva fine definitivamente alle
persecuzioni della « Ecclesia » cristiana e
faceva sí che essa si inserisse ormai nel
meccanismo dell'impero, costituendone anzi uno
dei più importanti ingranaggi. Il mondo
bizantino graviterà in tutto l'arco della sua
esistenza intorno a due poli essenziali: la «Basileia
» e la «Ecclesia ». Ma l'« Ecclesia », a causa
di questo suo inserimento nella vita del
secolo, correva sempre più il rischio di
mondanizzarsi. Un uomo come
Eusebio di Cesarea
costituisce l'esempio piú vistoso del vescovo
di corte che, affascinato dal favore imperiale,
vede nell'impero cristiano la realizzazione
della « Città di Dio » in questa terra,
trascurando il fine escatologico del primo
cristianesimo. Le conversioni superficiali o
interessate, specialmente nelle classi piú
elevate, immettevano nel corpo cristiano un
rilassamento della tensione spirituale che era
stata propria dell'età del martirio. Esso era
stato allora l'attingimento della grazia
suprema, il grado più alto di perfezione che
un'anima cristiana potesse raggiungere. Nelle
nuove condizioni, in cui il martirio « rosso »
non si poteva piú conseguire, solo la fuga dal
mondo e le conseguenti mortificazioni e
rinunce potevan costituire l'equivalente del
martirio: un martirio « bianco » fatto di
solitudine, di ascesi, di contemplazione; un
martirio raggiunto mediante la lotta continua
contro il male che si manifesta, nel mondo
esterno e all'interno dell'uomo stesso, nelle
passioni. Concezione intuitivamente dualistica
delle forze che operano nell'universo, che dà
alla vita cristiana un senso agonistico,
dialettico.
Si son ricercati gli antecedenti del
monachesimo cristiano, quale si manifesta nell'anacoretismo egiziano del IV secolo,
negli ebrei solitari di Qumràn, nelle comunità
ascetiche giudaico-alessandrine dei «
terapeuti » descritte da Filone e, persino,
nei preti-asceti di Serapide, chiamati «
êáôï÷ïé ». Ma il fenomeno, che si esalta
appunto con « la pace cristiana », sembra
seguire un'esigenza, diffusa in ritiest'età
anche nel mondo pagano, che suol designarsi
col termine inglese di « otherworldliness »,
esigenza che trova espressione nelle tendenze
anarchiche e asociali di opposizione al «
sistema » e alla cultura delle classi
dominanti di sette estremiste quali quelle dei
circumcellioni, degli encratiti, dei
girovaghi, dei montanisti, le quali presentano
singolari analogie con certi movimenti di «
contestazione globale » recenti. Ma il
monachesimo cristiano, pur nell'ambito di
queste tendenze di isolamento e di ascetismo,
dà specialmente risalto a una particolare fede
soteriologica, immettendosi nella tradizione
del martirio, quale imitazione della passione
del Cristo (« imitatio Christi ») e
rifacendosi alle forme piú semplici e più
spirituali del cristianesimo primitivo, contro
l'integrazione della Chiesa ufficiale nella
classe dominante.
Il monachesimo entrava nella storia con
sant'Antonio, un contadino egiziano,
illetterato, che si opponeva all'orgoglio
culturale deí nuovi convertiti, i quali
portavano nel cristianesimo la tradizione
aristocratica dei maestri dell'ellenismo. Egli
diede al monachesimo quell'impronta del
primato dei semplici, che è uno degli aspetti
essenziali del « kerygma » evangelico. E
quest'impronta popolare, permeata di
antiellenismo, resterà una delle
caratteristiche — più o meno evidente a
seconda del tempo — del
monachesimo orientale.
Lavoro manuale e, soprattutto, vigilia e
preghiera saranno la divisa del monachesimo.
L'unica iniziale forma di cultura era la
recitazione dei Salmi e della Sacra Scrittura,
appresi a memoria. Dalla preghiera si passava
alla contemplazione che portava all'esperienza
mistica, e mediante l'ascesi si raggiungeva la
santità.
Il monachesimo lungo il IV secolo si diffuse
nell'intero mondo cristiano, dando ad esso una
nuova dimensione di santità; e nello stesso
tempo si istituzionalizzava. Accanto
all'anacoreta solitario, si aggruppavano
discepoli che si costruivano ciascuno una
cella non lontana da quella del maestro, in
cui si lavorava e si meditava da soli; ma ci
si riuniva per la preghiera.
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2. |
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Il
monacheismo Pacomiano |
Contemporaneamente al monachesimo anacoretico,
che presentava vari inconvenienti, primo
l'eccessivo individualismo, l'Egitto dava vita
ad un'altra forma di monachesimo che metteva
l'accento sull'ascetismo associato, sulla vita
comune organizzata: il cenobitismo («
êïéíïò âéïò
»). Di esso il fondatore fu san Pacomio, che
dopo un'ascesi solitaria settennale, fondava
in un villaggio abbandonato dell'alto Egitto,
a Tabennisi, sulla riva destra del Nilo,
intorno al 320, la sua prima comunità. Piú
tardi egli fondò altri conventi maschili e
femminili. Mori di peste nel maggio del 346.
Il cenobio pacomiano era un'organizzazione
perfettamente funzionale per una comunità:
oltre la cappella, comprendeva tutti i servizi
necessari: forno, cucina, infermeria ecc. I
monaci ubbidivano a un superiore che aveva la
direzione spirituale della comunità. Una
regola articolata in 192 paragrafi scandiva il
ritmo della comunità in tutti í suoi
particolari. Molte prescrizioni si riferivano
al lavoro manuale, che veniva considerato un
servizio divino. L'agricoltura costituiva la
principale occupazione e il diffondersi
dell'istituzione pacomiana diventava di
notevole importanza anche dal punto di vista
economico e sociale: i monaci, diventati
migliaia, davano un apporto non trascurabile
alla mano d'opera agricola egiziana e
assicuravano non soltanto quanto era
necessario a una vita autarchica della
comunità, ma anche le risorse necessarie
all'attività caritativa del monastero. Ma la
comunità aveva anche sarti, fabbri,
carpentieri, calzolai, giardinieri,
cammellieri ecc., e anche dei copisti.
Reclutati dalle classi sociali più basse —
soprattutto tra i fellah della regione del
Nilo — i monaci durante il noviziato dovevano
apprendere a leggere e a scrivere. Si formava
cosí una cultura monastica, diversa da quella
aristocratica permeata di ellenismo, che, fin
dal IV secolo, cominciò a dare un tipo di
letteratura del tutto nuovo e diverso da
quello tradizionale corrente sul solco
dell'eredità greca e che lungo tutto lo
svolgimento della storia bizantina avrà una
sua particolare individualità anche dal punto
di vista linguistico (è legata alla lingua
dell'uso) contro quella classicistica delle
classi alte e della burorazia della corte.
Regole monastiche, trattati ascetici, raccolte
di aneddoti intorno ai padri del deserto,
scritti agiografici ed edificanti e, piú tardi,
croniche e inni sacri costituiscono la
letteratura monastica, che in certi periodi
della storia di Bizanzio sarà quasi la sola
esistente.
Della primitiva letteratura del monachesimo
sono particolarmente da ricordarsi alcune
opere, alle quali noi dobbiamo le nostre
conoscenze storiche sull'origine e sulla
propagazione dell'istituzione, le biografie
dei suoi fondatori, nonché le prime
espressioni della spiritualità che del
monachesimo fu a fondamento.
Della Vita di Antonio di Atanasio abbiamo già parlato. Anche del fondatore del
cenobitismo, Pacomio, possediamo una biografia
in varie redazioni nelle lingue colata, araba,
siriaca, greca e latina, di disegnale valore.
La migliore delle redazioni greche sembra
offrire anche una versione migliore di tutte
le altre. Ma è evidente che la pluralità di
redazioni riflette una pluralità di racconti
biografici che certamente circolavano
oralmente negli ambienti monastici, prima di
essere consegnati alla scrittura. Appunto da
questi racconti biografici orali sembra
dipendere la primitiva forma della Vita, che
fu certamente redatta in greco (Halkin),
anche se non coincide con la migliore
redazione greca a noi pervenuta (Vita prima),
Dalla greca dipendono le altre redazioni sia
greche sia in altre lingue. La Vita di Pacomio,
come tutte le vite di santi monaci, consiste
soprattutto in un gran numero di racconti
edificanti, di insegnamenti spirituali e di
aneddoti. Abbonda il soprannaturale: le
illusioni demoniache, le visioni, i miracoli;
ma accanto v'è una sorprendente ricchezza
d'informazioni, un gran numero di notizie
storiche precise che riguardano l'archeologia,
gli usi monastici ed ecclesiastici, il
folclore, tali da illuminare il lettore sul
piccolo mondo in cui la biografia nacque e sul
quale doveva esercitare la sua azione
edificante.
Parimenti la Regola di Pacomio ci è giunta in
un gran numero di redazioni. Dettata, secondo
la tradizione registrata da Palladio e da san
Gerolamo, a Pacomio da un angelo, è piú
probabile che sia il frutto dí una
compilazione di precetti forniti
dall'esperienza pratica e da istruzioni date
ai monaci dai vari superiori, codificati
posteriormente: di ciò son prova un certo
disordine nelle varie prescrizioni e le
frequenti ripetizioni. Nata originariamente in
copto, fu presto tradotta in greco. Nel 404
Gerolamo la tradusse in latino, facendo sí che
si diffondesse anche nel mondo occidentale e
vi esercitasse una grande influenza.
La regola
di san Benedetto da Norcia (VI secolo) dipende
in molti punti da quella di Pacomio.
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3. |
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Evagrio
Pontico |
Ma anche nel deserto d'Egitto doveva penetrare
l'ellenismo dando ai monaci una dottrina
spirituale organica che trasponeva nei termini
della filosofia pagana l'esperienza dei grandi
solitari. Cosi, anche la vita dei refrattari
sociali, che reagivano alla vita organizzata
degli strati più alti della società permeati
di cultura ellenica, trovava intellettuali che
su di essa esercitavano la loro prestigiosa
dottrina. Chi riusci ad operare questa
singolare trasposizione fu una complessa
personalità che, abbandonando il clero
secolare, nell'ultimo periodo della sua vita,
andò a rifugiarsi nel deserto e là fini i suoi
giorni: Evagrio
Delle vicende della sua vita ci dà notizie
quasi esclusivamente Palladio, l'autore della
Storia Lausiaca (38), che era stato suo
discepolo e che scrisse la sua opera circa un
ventennio dopo la morte del maestro, intorno
al 420.
Nato verso il 345 a Ibora, nel Pomo, era stato
« lettore » del grande Basilio, a Cesarea, e
poi diacono di Gregorio di Nazianzo; al
seguito di quest'ultimo, nel 380 era andato a
Costantinopoli, dove aveva ottenuto grande
successo come predicatore ed era rimasto anche
dopo che Gregorio si dimise dal soglio
patriarcale. Ma nel 382 lasciava la capitale
per cercare la salute della sua anima inquieta
tra i monaci del deserto egiziano. E tra di
essi visse in vari luoghi fino al 399,
guadagnandosi la vita lavorando come copista e
rifiutando persino l'episcopato.
Nel deserto Evagrio venne a contatto con due
tra i piú famosi esponenti della vita
monastica egiziana, Macario detto
l'Alessandrino e l'altro Macario detto
l'Egiziano, e da essi fu iniziato alla
saggezza pratica che si tramandava nella vita
monastica. Tale esperienza si aggiungeva e si
fondeva con l'insegnamento di filosofia e di
scienze sacre che Evagrio aveva ricevuto dai
Padri Cappadocí, sicché egli fu il primo a
portare tra i monaci la conoscenza della
cultura piú alta e a metterla a servizio del
mondo monastico: la sua importanza storica
consiste appunto nell'avere organizzato in un
sistema dottrinale la pratica ascetica dei
monaci e nell'avere creato il vocabolario
tecnico della mistica cristiana sulla
terminologia della filosofia.
Grande è inoltre la sua importanza letteraria
nella creazione delle forme. Egli dava ai
cristiani la letteratura gnomica, presentando
il suo insegnamento sotto forma di sentenze e
capitoli, come già avevan fatto
particolarmente gli stoici, e iniziava la
serie delle « centurie » un genere che troverà
fortuna e seguaci in tutta la letteratura
bizantina.
Molti furono gli scritti di Evagrio, secondo
la testimonianza di Palladio: una lista ce ne
vien data dalla Storia Ecclesiastica di
Socrate (4, 23) e un'altra da Gennadio di
Marsiglia (De viris illustr. 11), che alla fine del V
secolo lo tradusse in
latino. Ma già nel 414, come apprendiamo da
una lettera di san Gerolamo (133), alcune
delle opere di Evagrio venivano lette in
Occidente nella traduzione latina di Rufino di
Aquileia.
Ma Evagrio, insieme con un gruppo di monaci
intellettuali (pochissimi tra i tanti
contadini egiziani analfabeti), aveva seguito
il pensiero di Origene e ne aveva sviluppato
le tendenze più discutibili. Veniva quindi
coinvolto nella condanna di cui fu oggetto
l'origenismo nel quinto concilio ecumenico del
553 e nei tre successivi del 680, 787, 869.
Per questo motivo una parte importante dei
suoi scritti, soprattutto quelli incriminati,
sono scomparsi dalla tradizione greca. Si sono
invece conservate traduzioni siriache, armene,
arabe ed etiopiche. Nel testo originale greco
si sono conservati particolarmente i trattati
ascetici, che avevano dato una forma scritta e
sistematica alla tradizione monastica egiziana,
divenuta poi norma per tutto il monachesimo
orientale. Alcune opere poi si son conservate
nella tradizione greca sotto altro nome,
sicché il lavoro di recupero dell'eredità
evagriana è estremamente difficile e non è
stato ancora del tutto compiuto.
Presentiamo qui solo le opere più importanti.
L'opera piú caratteristica di Evagrio è
l'Antirrhetikós, che Gennadio indica con
titolo: Adversus octo principalium vitiorurn
suggestiones: una specie di manuale di tattica
del monaco per la sua lotta incessante contro
le tentazioni dei demoni degli otto vizi
capitali, gola, lussuria, avarizia, invidia,
ira, accidia, vanità, orgoglio. L'opera
comprende otto parti, corrispondenti al numero
e all'ordine dei
vizi capitali. Ad imitazione
dí Gesú, che affrontò le tentazioni
pronunziando citazioni della Scrittura,
Evagrio in ciascuna parte riunisce i testi
biblici che si riferiscono al vizio
corrispondente, disposti secondo l'ordine dei
libri della Scrittura dalla Genesi
all'Apocalissi: sono in tutto 487 citazioni.
Il monaco con questo metodo di lotta può
trionfare degli assalti dei demoni e
raggiungere il dominio delle passioni,
l'impassibilità, che porta poi alla « gnosi »,
cioè alla contemplazione e all'esperienza
mistica, che è l'obiettivo ultimo della vita
monastica. Evagrio personifica i vizi capitali
nei demoni corrispondenti ed esamina
psicologicamente la meccanica delle tentazioni.
I demoni più pericolosi per il monaco sono
quelli dell'accidia', della noia, che
s'insinua nella monotonia della vita dei
veterani, e quello della lussuria che
travaglia con visioni adescanti soprattutto i
giovani. Degli assalti demoniaci il monaco
trionferà con la recitazione dei passi della
Bibbia.
Evagrio attinge la sua demonologia alla
tradizione dei monaci del deserto, che la
derivano da credenze popolari. Egli, anche se
non ne è l'inventore, offre la prima
testimonianza letteraria della dottrina degli
otto vizi capitali, che posteriormente la
tradizione ridurrà a sette.
Il testo greco dell'Antirrhetikós è andato
perduto, ma sono state conservate le
traduzioni siriaca ed armena. A quest'opera si
ispirò
Giovanni Cassiano che, nei primi
decenni del V secolo, diffuse il monachesimo
nell'Occidente (Marsiglia) e con esso la
dottrina di Evagrio.
Una « summa » del suo insegnamento ai monaci
sembra che Evagrio abbia voluto lasciare negli
scritti che formano una specie di trilogia,
secondo l'affermazione dell'autore stesso
contenuta nel prologo del Trattato pratico,
che costituisce la prima parte della trilogia;
le altre due sono la Gnostico e i Capitoli
gnostici.
Il Trattato pratico è
costituito da una serie di cento brevi «
capitoli » o sentenze (« centuria »), messi
insieme senza un apparente filo logico. In
essi viene indicata
la via attraverso la quale il monaco, ancora
nella fase « pratica », giunge al superamento
delle passioni e attinge l'impassibilità. Il trattato ci è giunto intero nel
testo greco.
Lo Gnostico è la continuazione dello scritto
precedente: sono cinquanta massime rivolte ai
monaci che han già raggiunto l'impassibilità,
godono della vita contemplativa e possono
insegnare agli altri. Ci sono conservate solo
traduzioni siriache e armene.
I Capitoli gnostici sono una raccolta di sei «
centurie »; ciascuna però comprende soltanto
novanta sentenze. È l'opera dogmatica piú
importante di Evagrio: in essa sono
particolarmente sostenute le grandi tesi
origeniste eterodosse, che poi furono
condannate nel concilio del 553: la
preesistenza delle anime allo stato di
intelletti puri e la loro caduta precosmica
con la conseguente unione a corpi di qualità
differenti, secondo il grado della caduta. Da
tale unione derivano esseri differenziati,
come gli angeli, gli uomini e i demoni, la
cui salvezza avviene mediante la scienza e
attraverso il passaggio in corpi e mondi
diversi, fino alla reintegrazione di tutti
nella condizione angelica, nei « settimo
giorno », nel regno di Cristo, che è concepito
come un intelletto eguale agli altri, ma non
caduto. Infine nell' « ottavo giorno », vi sarà
l'abolizione di ogni corpo e di ogni materia e
tutti gl'intelletti, eguali al Cristo,
torneranno all'unione con Dio, concepito come
Trinità e come Unità.
Anche dei Capitoli il testo greco è perduto,
ad eccezione di alcune sentenze riportate da
altri autori o raccolte in florilegi. Delle
due versioni siriache conservate, una è
riveduta in maniera da mascherare le posizioni
origeniane: da essa discende la versione
armena; l'altra invece rispecchia il testo
autentico ed è perciò di grande importanza.
La trilogia evagriana segna le tappe
dell'ascesi monastica, che va dal superamento
delle passioni alla contemplazione mistica e
all'unione con Dio. Per essa che era destinata
ai monaci, nella massima parte incolti,
Evagrio adottava la forma delle sentenze e dei
brevi capitoli, evitando le lunghe discussioni
e il discorso continuato. Tale forma aveva
evidentemente di mira l'apprendimento
mnemonico dí formule sostanziali e concise.
Evagrio, sulle orme di
Origene, si dedicò
anche all'esegesi biblica, ma i suoi
commentari non si sono conservati né nella
tradizione greca né in quella orientale;
frammenti notevoli si ritrovano nelle « catene
», specialmente del Commentario ai Salmi: da
essi appare che egli, utilizzando le risorse
allegoriche, abbia tentato di dare un
fondamento scritturistico alla sua dottrina.
Nella versione siriaca, e parzialmente in
armeno, ci è pervenuta una raccolta di
sessantaquattro lettere, le piú brevi e senza
indicazione di destinatario; particolarmente
notevole è una tra le piú lunghe, diretta a
Melania (come riferisce anche Gerolamo nell'ep.
133), che costituisce una sintesi di tutto il
pensiero evagriano. L'epistolario di Basilio
ne contiene una in greco (Ep. 8), che, ín
polemica con gli ariani, espone il dogma della
Trinità.
Grande fu l'influenza di Evagrio sulla
successiva evoluzione della spiritualità
bizantina: egli forni la prima sistemazione
dottrinale a quella grande corrente clic
percorse tutto il medioevo greco, la quale
ispirò il partito monastico e popolare degli «
spirituali », di coloro che mettevano
l'accento sulla trascendenza della Chiesa e
sul carattere escatologico del Regno di Dio,
opponendosi spesso ed energicamente ai poteri
dello Stato, quand'esso voleva ingerirsi ín
questioni ecclesiastiche, ealla cultura
profana legata alla cultura ellenica.
Da Evagrio in grado diverso deriveranno la
loro dottrina Giovanni Climaco e Massimo
Confessore, Niceta Stetato e gli Esicasti. La
grande scuola del misticismo evagriano si
estende dal IV al XV secolo ed ha alimentato
il rinnovamento ortodosso dei secoli XIX e XX.
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4. |
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Opere
minori
«APOFTEGMI », «
STORIA DEI MONACI D'EGITTO », PALLADIO
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Al più semplice spirito del monachesimo
pratico si ispirano gli Apoftegmi dei padri,
una raccolta anonima di massime spirituali
attribuite ai più celebri padri del deserto e
di aneddoti sulle loro vírtú e sui loro
miracoli. Gli Apoftegmi sono una miniera di
preziose notizie per la storia del monachesimo
primitivo, di cui offrono un quadro pittoresco
e suggestivo, come anche delle origini della
spiritualità monastica. La raccolta, compilata
quasi certamente alla fine del V 'secolo,
attinge alla tradizione orale espressa
originariamente in copto. Probabilmente nel VI
secolo le sentenze e gli aneddoti furono
disposti secondo l'ordine alfabetico dei nomi
dei padri: da Antonio a Hor. Una
sistemazione diversa della stessa materia
aveva il libro che descrive Fozio (Bibl., cod.
198), in cui gli aneddoti eran distribuiti in
ventidue capitoli, secondo le virtú di cui
erano esempio. Dell'opera ci son giunte anche
redazioni latine, copte, armene e siriache. Ad
essa si ispirò piú tardi Giovanni Mosco.
Completano il quadro del primitivo monachesimo
due opere che presentano interessanti
relazioni di visitatori, i quali esposero i
loro incontri con i grandi solitari del
deserto.
La Storia dei monaci di Egitto, composta verso
il 400, racconta un viaggio fatto tra i monaci
nel 394-95, mettendo in evidenza le figure più
notevoli e caratteristiche del monachesimo,
con un gusto popolare che facilmente si
abbandona al pittoresco e al meraviglioso.
L'opera, scritta originariamente in greco, fu
tradotta liberamente e con rimaneggiamenti
anche in latino da Rufino di Aquileia negli
anni fra il 402 e il 406.
La Storia Lausiaca è la più
importante opera dí Palladio (363/64 - 431
circa), il quale fu vescovo di Helenopolis in
Bitinia (verso il 400) e si recò a Roma, nel
405, per prendere le difese di Giovanni
Crisostorno. Egli nella sua giovinezza aveva
passato parecchi anni (328-99) fra i monaci
d'Egitto e di Palestina ed era stato discepolo
di Evagrio, che esercitò su di lui grande
influenza. Più tardi, nel 419-20, Pallandio
compose la Storia Lausiaca che dedicò al
ciambellano di corte di Teodosio II, Lauso, d'onde
il titolo. Essa descrive la vita monastica
dell'Egitto, della Palestina, della Siria e
dell'Asia Minore, fondendo insieme i ricordi
personali dell'autore con le notizie raccolte
durante il suo soggiorno tra i monaci e
mettendo in particolare evidenza le figure piú
caratteristiche, in una serie di biografie che
tendevano all'edificazione del lettore.
Palladio, come tutti i suoi contemporanei e
gli agiografi in genere, indulge al
meraviglioso e al soprannaturale, e un gran
numero di notizie sono certo leggendarie.
Tuttavia egli cerca di essere obiettivo e non
passa sotto silenzio eccessi di ascetismo o
apostasie e debolezze dei suoi eroi, per cui
la sua opera costituisce una delle fonti più
importanti per la storia del primo monachesimo
(preziose le notizie sulla provenienza sociale
dei monaci e sui lavori cui essi si dedicavano).
Educato, nella sua giovinezza, alla cultura
classica, è probabile che abbia utilizzato
come modelli non soltanto la Vita di Antonio
di Atanasio, ma anche opere della letteratura
biografica ellenistica che tracciavano il
ritratto del filosofo, mettendo in evidenza le
sue virai e narrandone le azioni straordinarie.
La Storia Lausiaca, come avviene quasi sempre
per opere dí tal genere a tradizione
popolareggiante, è giunta a noi in diverse
redazioni greche che presentano nel testo
notevoli differenze; e divergenze rispetto al
testo greco offre la versione siriaca compiuta
già nel V secolo. Traduzioni vi sono anche in
latino e in altre lingue orientali.
Verso il 408, Palladio compose un Dialogo
sulla vita di
Giovanni Crisostomo, che
costituisce la fonte biografica più importante
per gli ultimi anni del grande patriarca. Sul
modello del Fedone platonico, Palladio scrisse
l'apologia di Giovanni contro le accuse
mossegli dal patriarca di Alessandria, Teofilo.