Il mondo come labirinto : maniera e mania nell'arte europea, dal 1520 al 1650 e nel mondo di oggi



James Joyce e Dedalo

Nel manierismo del nostro tempo, il « romanzo fiume» diventa «romanzo di idee». Con ciò acquista nuova profondità, e riesce di uno splendore formale che i suoi embrioni preziosi (tranne Cervantes) del Cinquecento e del Seicento avevano raramente raggiunto. Con James Joyce, il romanzo manieristico è portato alle ultime ed estreme conseguenze. È diventato il romanzo d’avventure intellettuale, la « trasformazione dell’immagine interna » in « immagine esterna», un’opera di ingegneria dedalica, il modello della follia metodica.

Nel Dedalus (1916) Joyce dà al personaggio principale il nome « Dedalus ». E questi invoca il suo antico omonimo: «Vecchio antenato, vecchio artigiano, assistimi ora e sempre. » Dedalus è l’artefice leggendario della preistoria. Diventa il simbolo dell’artista fabbro. I misteri orientali si rinnovano. Bloom, il protagonista dell’Ulysses, è « un ebreo greco o un greco ebreo, gli estremi si toccano ».Tutti sono liberati per opera di una donna... Arianna.

Questo romanzo di J. Joyce è, anche sotto l’aspetto compositivo, « costruito » secondo i principi di una labirintica ambage. La tematica segue il complesso dei simboli che sono noti dal mito di Teseo-Arianna-Dedalo. Il labirinto diventa la metafora dell’« esistenza » umana, il simbolo del subconscio. Trovarne l’uscita vuol dire la salvazione. Ma il labirinto è un « corridoio » senza fine. La sua forza oscura è più forte della speranza dei più. Dublino, la città, la vita, l’uomo, tutto è labirinto. Ci si perde, quando si crede di aver trovato il centro o l’uscita. Ma nel centro e in agguato il Minotauro. Che accade, quando si giunge in quel fondo aggrovigliato? Gli inferni di Omero, Virgilio, Dante, Rabelais, Grimmelshausen, Goethe, Kafka, Sartre sembrano innocui in confronto all’inferno labirintico di Dedalo. In esso si patisce l’essere senza scampo, la pena dell’essere se stesso, poiché - ogni possibile e comunque irreperibile uscita è murata. James Joyce descrive l’orrore: « Ogni lordura del mondo, ogni letame, ogni pantano si raccoglie colà

[nel labirinto] come in una fumante cloaca. ». « Là dentro ogni dannato è l’inferno di se stesso. » Tutti i sensi sono tormentati e soprattutto la mente, che è condannata all’eterna consapevolezza di essere senza scampo. Soltanto con l’astuzia, con l’invenzione ingegnosa, si potrebbe fuggire dal labirinto, come tentò Dedalo con il figlio Icaro.

Come ribelle, qui la potenza dell’intelletto inventore si oppone al fato della dannazione; già Faust lo tentò. Ma il Faust di Goethe trova una «via d’uscita»: alla fine della seconda parte, Faust diventa la figura mitizzata dell’« ingegnere». Si sottrae al dubbio dell’inferno. La solidarietà sociale è il senso supremo della vita: prosciugare paludi, « su libero suolo con libera gente stare». È questo il presupposto della salvazione di Faust, del suo mitico volo liberatore, mentre le creature di Joyce, nell’«Inferno » perversamente persistono. Goethe abbraccia, come Dante e Shakespeare e Bach, tutte le sfere:



Und hat an ihm Liebe gar

Von oben teilgenornmen,

Begegnet ibm die selige Schar

Mit hetzlichem Wilkommen)



(Se mai di lui l’Amore ,/ dall’alto si curò, /

l’accoglie la beata schiera con gaudio: benvenuto.)



Tratto da:

Gustav René Hocke

Il manierismo nella letteratura

Garzanti, Milano 1975