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NEOREALISMO
Tendenza precipua dell'arte figurativa, del
cinema e della letteratura italiana tra il 1930
e il 1955 circa. Il termine Neorealismo,
limitatamente all'ambito letterario, è usato per
la prima volta dal critico Bocelli nel 1931,
all'indomani della pubblicazione de Gli
Indifferenti (1929) di Moravia e di Gente in
Aspromonte (1930) di Alvaro. In tali opere, per
la prima volta dopo la stagione del realismo
ottocentesco, l'attenzione si concentrava sul
tentativo di restituire la realtà per quello che
era, senza filtri. Fu però la tragedia della
guerra, con l'Italia divisa, le distruzioni, la
miseria, a dar vita alla vera e propria stagione
del Neorealismo. L'esperienza dell'invasione
tedesca e soprattutto della Resistenza convinse
molti intellettuali, spesso indipendentemente
l'uno dall'altro, a farsi paladini delle
rivendicazioni delle masse e a concepire
l'attività artistica come nuda cronaca di fatti.
Dunque, il Neorealismo non va visto come un
movimento unitario, con un proprio manifesto e
un proprio pensiero estetico, ma come una spinta
alla solidarietà, un tentativo di cogliere i
mutamenti radicali della società: vi ritroviamo
personalità diverse e a volte distanti, per
formazione, gusto, soluzioni espressive, che
spesso furono neorealiste soltanto per una breve
stagione.
In campo letterario, possiamo annoverare tra le
opere più significative del Neorealismo l'elegia
familiare e le cronache fiorentine di Pratolini,
l'indagine sulla crisi della società borghese
condotta da Moravia (La romana, La ciociara), il
meridionalismo di Carlo Levi (Cristo si è
fermato a Eboli, 1945), le prime opere di
Fenoglio (I ventitrè giorni della città di Alba,
1952; La malora, 1954; La paga del sabato
pubblicato nel 1969), i romanzi e i racconti di
Cassola sulla Resistenza (Fausto e Anna 1952, Il
taglio del bosco 1954, La ragazza di Bube 1960),
l'Agnese va a morire (1949) di Viganò e Le terre
del Sacramento (1950) di Jovine. Tra gli
anticipatori della stagione post bellica,
Fontamara (pubblicato nel 1933 in tedesco) di
Silone, il Capofabbrica (1935) di Bilenchi, Un
uomo provvisorio (1934) del già citato Jovine,
il Don Giovanni in Sicilia (1941) di Brancati,
Lavorare stanca (1936) e Paesi tuoi (1941) di
Pavese.
Anche per quanto riguarda il cinema, la poetica
del Neorealismo nasce dalla constatazione della
caduta di ogni confine tra realtà e sua
rappresentazione, dal grido di dolore che si
alzava dalle macerie del recentissimo conflitto
ma anche dalla speranza della ricostruzione. Nel
1945 il cinema italiano coglie un prepotente
desiderio di vedere e analizzare l'Italia per
quello che era: un Paese distrutto, dilaniato
dalla guerra civile, ma pervaso da un nuovo
spirito, da una nuova voglia di democrazia e
giustizia. I registi si sentono autorizzati a
vedere e a raccontare non solo in quanto artisti
ma anche e soprattutto perché portavoci di
un'intera società, in nome di un "Io" collettivo.
Lo cogliamo bene negli scritti di Zavattini, uno
dei padri del Neorealismo, che mostra come la
forza degli eventi abbia consentito una analisi
più penetrante del reale e abbia permesso di
mettere a fuoco tutti i piani del visibile, dal
dettaglio all'infinito.
Si è soliti considerare Roma città aperta di
Rossellini (1945) il punto di partenza del
cinema neorealista, di quella che sarebbe stata
chiamata la "scuola italiana". Insieme a questa
pellicola, film come Paisà (1947) anch'esso
diretto da Rossellini, I bambini ci guardano
(1943), Sciuscià (1946), Ladri di biciclette
(1948), Miracolo a Milano (1952) e Umberto D
(1952) tutti di De Sica (con la sceneggiatura di
Zavattini), La terra trema (1947) di Visconti e
altri firmati da De Santis, Zampa, Lattuada,
contribuirono, sebbene in forme e esiti assai
diversi, a definire un nuovo cinema: si cercava
il vero, si abbandonavano gli studi di posa per
le strade e i vicoli dei quartieri popolari.
Sebbene il Neorealismo abbia rappresentato una
radicale novità nel panorama del cinema italiano,
però, non bisogna dimenticare che già durante il
Fascismo alcuni registi si erano richiamati al
regionale, al paesano, al realistico. Quindi non
solo film quali La nave bianca (1941), L'uomo
della croce (1943) di Rossellini e Ossessione
(1943) di Visconti possono essere considerati
anticipatori dello stile e della poetica
neorealista, ma anche alcune opere di Blasetti e
Camerini, registi di primo piano del Fascismo.
La scelta di girare in ambienti veri e non
ricostruiti in studio ebbe notevoli conseguenze
sullo stile cinematografico. La volontà di
restituire il vero comportò, ad esempio, un uso
meno marcato del montaggio nel tentativo di dar
vita a un tempo filmico più aderente al reale.
Anche se non si dimentica la lezione dei
classici; basti pensare a Roma città aperta e
alla scena in cui il prete - interpretato da
Aldo Febrizi - nasconde le armi mentre stanno
arrivando i fascisti, realizzata con un
montaggio alternato che rappresenta una delle
forme di drammatizzazione più tipiche del
découpage classico. Sul piano narrativo, i nessi
causali si allentano e compaiono eventi casuali,
come nel famoso incontro del protagonista di
Ladri di biciclette con un gruppo di preti, che
non ha nessuna funzionalità nello sviluppo della
narrazione. Ancora più radicale è, da questo
punto di vista, Paisà, costruito su cinque
diversi episodi nei quali spesso non vengono
sviluppate a pieno le conseguenze degli
avvenimenti precedentemente narrati. Uno dei
punti di maggior forza poi, è la scoperta dello
spazio urbano entro cui si muovono i personaggi:
periferie, quartieri popolari, mercati rionali.
Infine, altra novità è quella di porre al centro
della scena personaggi marginali ai quali, forse
per la prima volta, viene data voce e dignità.
Da qui la dilatazione lessicale, lo
scardinamento dell'uso della grammatica e della
sintassi, la scoperta dell'infinita varietà del
patrimonio dialettale (oltre a forme di
bilinguismo o di diglossia tra americani e
italiani o tedeschi e italiani) operata dal
cinema neorealista.
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