LETTERATURA PASTORALE
Genere comprendente i componimenti, per lo più
in versi, che rappresentano in modo idealizzato
la vita agreste; l'aggettivo «pastorale»
equivale a quello, altrettanto largamente usato,
di «bucolico».
DALL'ETÀ ANTICA AL MEDIOEVO
Lo spunto narrativo è costituito spesso da una
semplice vicenda d'amore tra un pastore e una
pastorella sullo sfondo della regione greca
dell'Arcadia; il genere in effetti fiori in
Grecia, traendo forse origine dai canti amebei
dei pastori siciliani (gare poetiche, a canto
alternato, su un argomento scelto da chi apriva
la contesa); e in Grecia è antichissimo il
connubio pastore-poesia: ne sono un riflesso,
nella mitologia, le figure di Pan, di Polifemo,
dei satiri, di Anfione e Zeto, che fondono in sé
i tratti del pastore e del musico; lo stesso
Ermes, inventore della lira, è divinità agreste
arcadica. Influssi della tradizione pastorale
sono presenti nell'epopea omerica, nel teatro
attico, nel dramma satiresco e in certe parti
della commedia antica.
La l.p. si elevò a forma d'arte in età
ellenistica, con gli idilli dialogati di
Teocrito (sec. m a.C.), di Bione (sec. n a.C.),
di Mosco (sec. n a.C.). Alla poesia di Teocrito
si ispirò esplicitamente Virgilio per le sue
Bucoliche, introducendo però nel genere un
elemento nuovo, l'allegoria, finzione retorica
che consentiva di immettere motivi di attualità
nel mondo fittizio dell'idillio e che sarebbe
stata mantenuta in tutte le imitazioni
virgiliane: da quelle degli antichi (Calpumio,
Settimio Sereno, Nemesiano, Sidonio Apollinare,
Teodulo) a quelle medievali (le Egloghe scritte
da Dante in risposta a Giovanni del Virgilio, il
Bucolicum carmen di Petrarca, quello di
Boccaccio). Contro queste imitazioni si
pronuncerà, alla fine del sec. XIV, C. Salutati,
considerandole un genere oscuro, viziato dalla
mescolanza di elementi pagani e cristiani. Allo
schema dell'egloga virgiliana si possono far
risalire anche alcuni componimenti medievali di
più diretta ispirazione popolare, come i
contrasti italiani, le pastourelles francesi, le
serranillas castigliane, che, con la loro forma
dialogica accentuata, costituirono un
antecedente del dramma p., il cui prototipo
viene additato nel
Jeu de Robin et de Marion
(1285 ca) di Adam de la Halle: qui prevale
l'elemento lirico su quello drammatico e
l'azione scenica è arricchita con giochi di
pastori, balli e canti, ma manca la componente
mitologica propria delle successive opere
pastorali.
ARTICOLAZIONI UMANISTICHE E
RINASCIMENTALLI
In Italia la tradizione aulica dell'egloga
dialogata, coltivata lungo tutto il Quattrocento
specialmente alla corte estense di Ferrara,
prima in latino (T.V. Strozzi), poi in volgare (M.M.
Boiardo), sfociò più tardi in forme diverse di
spettacolo p.: le egloghe rappresentative di B.
Taccone, G. Sanvitale, Serafino Aquilano, G. del
Carretto, B. Bellincioni (la cui Ecloga overo
Pasturale è dell'ultimo scorcio del sec. XV), o
le favole mitologiche di Poliziano (Fabula di
Orfeo, 1480) e di Niccolò da Correggio
(Cefalo,1487). Con la Tirsi (1506) di B.
Castiglione siamo già al dramma p. vero e
proprio, che si sviluppò nel sec. XVI come
tipico spettacolo di corte, culminando, dopo gli
esperimenti di G.B. Giraldi Cinzio e di A.
Beccari, nell'Aminta (1573) di Tasso e in Il
pastor fido (1590) di B. Guarirti; tra la fine
del sec. XVI e l'inizio del XVII il dramma p. si
fuse con il melodramma, non senza aver dato
altre opere notevoli modellate sul
Pastor fido,
come la Fida ninfa (1598) di F. Contarini, il
Clorindo (1604) di G. Malmignati, l'Alcippo
(1604) di G. Chiabrera e, più celebre di tutte,
la Filli di Sciro (1607) di G. Bonarelli.
Contemporaneamente, quasi in funzione di parodia
del mondo idillico-bucolico, si erano andate
sviluppando le farse rusticali, ricche di
elementi realistici, comici e popolareschi, i
cui precedenti letterari vanno individuati nella
Nencia da Barberino di Lorenzo de' Medici e
nella Beca da Dicomano di L. Pulci. Tra gli
esempi di teatro rusticale cinquecentesco, si
ricordano la Favola pastorale in lingua
villanesca (1513) di B. Cavassico, la Pastoral
(1521) di Ruzante (in dialetto pavano), le
rappresentazioni della senese Congrega de' Rozzi,
le napoletane »farse cavaiole». Sul versante
opposto della tradizione aulica, il genere p.
aveva intanto trovato un altro sicuro approdo
nella forma del romanzo: modello imitatissimo fu
l'Arcadia di I. Sannazaro (composta tra il 1480
e il 1485), che aveva tuttavia un autorevole
precedente nel Ninfale d'Ameto di Boccaccio. A
Sannazaro si deve anche l'invenzione dell'egloga
piscatoria, che al mondo dei pastori sostituiva
quello dei pescatori.
SVILUPPO E TRAMONTO DEL GENERE
PASTORALE
Sull'esempio degli autori italiani, la l.p. fu
largamente coltivata durante i secc. XVI e XVII
in tutti i paesi d'Europa. Il genere più
propriamente lirico-bucolico ebbe i suoi
maggiori interpreti negli spagnoli J. Boscàn
Ahnogaver e Garcilaso de la Vega, nei francesi
C. Marot, P. de Ronsard, J. Du Bellay, R.
Belleau, nell'inglese E. Spenser. La fortuna
straordinaria del romanzo di Sannazaro è
attestata dalle numerose opere nate sulla sua
scia: in Portogallo I sette libri della Diana
(1558-59) di J. de Montemayor; in Inghilterra
l'Arcadia (1590) di Ph. Sidney e la Rosalinda
(1590) di Th. Lodge; in Francia l'Astrea (stampata
tra il 1607 e il 1627) di H. d'Urfé; in Germania
la Ninfa Ercinia (1630) di M. Opitz, un'opera
tra classicheggiante e barocca. Di Guarini si
entusiasmò anche H. de Beuil signore di Racan,
che nel 1619 presentò a Parigi la p. drammatica
Artenice, poi intitolata Le pastorali. Per il
teatro, il modello più seguito fu II pastor fido
di Guarini: tradotto in castigliano, in francese
e in tedesco, penetrò in Inghilterra attraverso
un'opera di G.F. Hàndel in tre versioni
(1712-34), che riscosse grandissimo successo a
Londra. Il genere p. che negli altri paesi, come
si è detto, continuò ad avere fortuna per tutto
il sec. XVII, fu invece trascurato dalla poesia
barocca italiana: le Egloghe boscherecce (1620)
di Marino e le sue rime raccolte sotto il titolo
La sampogna (1620) si inseriscono nella
tradizione elegiaca più che in quella bucolica.
Quanto all'Arcadia, riassumendo nel mondo p. il
simbolo stesso della poesia, segnò a un tempo il
trionfo e la fine di un genere letterario che
aveva avuto norme precise e differenziate da
quelle degli altri generi. La pastorelleria,
oltre a costituire il rituale dell'accademia,
invase tutti i campi della letteratura, ma per
lo più come finzione retorica scissa dai
contenuti della poesia. Da questo momento si può
parlare soltanto di motivi bucolici, variamente
atteggiati secondo l'ispirazione propria
dell'autore e secondo l'ambiente culturale in
cui egli si è formato: bucolicismo
arcadico-rococò o arcadico-neoclassico (influenzato
dalle Pastorali di A. Pope, 1709) in P. Rolli e
in I. Vittorelli, arcadico-illuministico in G.
Meli, preromantico in A. de' Giorgi Bertola e I.
Pindemonte, che riecheggiano la musicalità
tenera e sentimentale di J. Thompson e S.
Gessner.
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