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FRANCESCO PETRARCA

(Arezzo 1304 - Arquà 1374)

Al seguito del padre, esiliato da Firenze insieme a Dante, la famiglia si stabilì presso Avignone, dove Francesco iniziò gli studi e si dedicò all'approfondimento dei classici latini, in particolare di Cicerone, Virgilio e Tito Livio. Nel 1327, nella chiesa di S. Chiara in Avignone, incontrò Laura, la donna che amò per tutta la vita e che fu l'unica sua grande ispiratrice. Nel 1347 fu a Roma, attratto dalle imprese di Cola di Rienzo, che però lo delusero. Nel 1348 giunse a Verona come ambasciatore di papa Clemente VI; in seguito andò a Firenze, dove conobbe G. Boccaccio, e nel 1351 tornò ad Avignone; P. tollerava per sempre meno l'ambiente corrotto della città, e in lui cresceva sempre più l'amore per l'Italia: prese dunque dimora a Milano, ospite dei Visconti. Per sfuggire alla peste, nel 1361 si trasferì a Padova, quindi a Venezia, ospite fino al 1368 della repubblica e fissando poi definitivamente la sua dimora sui Colli Euganei, dove morì. P. affidava la sua immagine di scrittore ai testi latini in versi e in prosa e il suo amore per i classici tradisce il lettore ancora imbevuto di cristianesimo e di Medioevo, ma innegabile è il gusto con il quale egli distingue il latino classico da quello cristiano. L'Umanesimo di P. si basa in misura maggiore sull'attività letteraria e filologica: egli si impegnò polemicamente nel rifiuto della cultura scolastica e aristotelica, soprattutto in base al pensiero di sant'Agostino. Frutto di questo mondo nuovo e approfondito sono il poema Africa, Sugli uomini illustri (De viris illustribus, opera storico-erudita iniziata nel 1338 e rimasta incompiuta), Libri delle cose memorabili (Rerum memorandarum libri, opera anch'essa incompiuta), Bucolicum carmen (1446-48, raccolta di 12 egloghe a imitazione delle Bucoliche di Virgilio). Sarebbe per un errore considerare P. solo umanistico e libero dalla tradizione medievale, e questo fluttuare di motivi interni testimoniato da alcuni trattati morali: Sulla vita solitaria (De vita solitaria, 1346-66), una lode della solitudine; Sulla quiete della vita religiosa (De otio religioso, 1347-57), che esalta la vita solitaria dei monaci; Sui rimedi ai due tipi di fortuna (De remediis utriusque fortunae), trattato finito nel 1366. Frammenti di cose volgari (Rerum vulgarium fragmenta) la raccolta di rime di P., più diffusa sotto i titoli di Canzoniere, di Rime o di Rime sparse, è il capolavoro del poeta. Scritte lungo tutto l'arco della sua vita, queste rime sono in massima parte per amore di Laura, ma contengono anche due canzoni civili (Italia mia e Spirto gentil). Il processo di elaborazione del Canzoniere fu piuttosto complesso, tanto che P. ne apprestò ben 9 redazioni; l'ultima stesura, sistemata tra il 1373 e il 1374, consta di 366 rime: è tutta l'opera come un diario d'amore, di malinconia, di rimpianto, e si chiude con la canzone alla Vergine, col pentimento religioso. Il desiderio della bellezza terrena si scontra, soprattutto nella seconda parte, con il senso di caducità e vanità del mondo, con il suo essere effimero. Il tentativo di P. di volgere il suo sentimento d'amore nel sentimento dell'Eterno, in cui unica realtà Dio, è rappresentato dai Trionfi (Triumphi, 1356-74), poemetto allegorico in cui si condannano gli ideali terreni e si esalta il trionfo dell'eternità.


LE OPERE DI PETRARCA

La ricerca degli antichi

PHILOLOGIA PHILOSTRATI

Philologia Philostrati è il titolo di una commedia composta in un periodo imprecisato del periodo avignonese (1326-36) e poi andata perduta, probabilmente distrutta dallo stesso Petrarca: se ne conserva solo un'autocitazione, "La maggior parte degli uomini muore nell'attesa" (1) (Familiares II 7), battuta pronunciata da un personaggio di nome Tranquillino. Nell'impossibilità di giudicarne il contenuto, possiamo solo ipotizzare che si trattasse di un precoce (e prematuro) tentativo di emulare un modello classico: in questo caso Terenzio.

Vari amici di Petrarca (fra cui Barbato da Sulmona e Francesco Nelli) gli chiesero di poterla leggere, e anche Giovanni Boccaccio nella Vita Petracchi mostra di conoscerne l'esistenza; ma Petrarca non volle divulgare questo acerbo prodotto della sua officina letteraria.

(1) "Maior pars hominum expectando moritur".


DE VIRIS ILLUSTRIBUS

Il De viris illustribus è una serie di biografie, prevalentemente brevi, di personaggi illustri del mondo antico. Una redazione definibile come 'romana' comprende ventidue biografie, da Romolo a Catone il Censore (ma i personaggi sono ventitrè, essendo trattati insieme Claudio Nerone e Livio Salinatore); da una frase del Secretum sappiamo però che il progetto originario doveva arrivare fino all'imperatore Tito, e del resto la vita di Catone si interrompe prima della sua naturale conclusione. Una redazione definibile come 'universale' comprende altre dodici biografie, da Adamo a Ercole, introdotte da un proemio; anche la vita di Ercole è incompiuta.
Il De viris illustribus consta dunque di due parti giustapposte, nessuna delle quali portata a termine, concepite in tempi distinti e ideologicamente diverse. Il De viris 'romano' nacque a Valchiusa fra 1338 e 1339 come riscrittura in forma biografica della materia degli Ab Urbe condita libri di Tito Livio; il suo primo nucleo è forse costituito dalla vita di Scipione l'Africano, che è una sorta di versione narrativa delle vicende versificate nell'Africa e che dovette accompagnare i primi passi della scrittura del poema, per poi essere progressivamente ampliata e acquisire una certa autonomia all'interno del De viris. Insieme all'Africa, il De viris 'romano' rappresenta la produzione più pienamente classicista di Petrarca, che grazie ad essa fu insignito dell'incoronazione poetica nel 1341; dell'Africa condivise anche la sorte di essere negletto dopo il 1343 e ad essa viene accomunato dalla condanna di Agostino nel Secretum ("Lascia cadere i pesanti fardelli della storia: le imprese dei romani sono state già rese abbastanza illustri dalla loro stessa fama e dall'ingegno altrui" (1) ).
Il De viris 'universale' venne composto di getto, durante un unico momento ispirativo collocabile nel 1351 o poco dopo. Con esso muta radicalmente il panorama storiografico: punto di riferimento non è più Tito Livio ma il De civitate Dei agostiniano, che inserisce la storia del mondo intero nel piano di salvezza voluto da Dio. Petrarca abbandonava in tal modo una nozione di classicismo un po' ristretta per rileggere con maggior consapevolezza la storia extraromana. E' stato recentemente ipotizzato che anche l'inserzione nel De viris 'romano' delle biografie di tre personaggi stranieri (Alessandro Magno, Pirro, Annibale) si sia verificata in questo periodo (2) .
In un'ultima fase, verso il 1370, il De viris illustribus si collegò a un'opera iconografica di carattere analogo: Francesco I da Carrara chiese infatti a Petrarca di completare la serie delle biografie, adattandole ai ritratti di trentasei personaggi con i quali intendeva decorare una sala del suo palazzo a Padova. Il rifacimento (nel corso del quale il proemio del De viris 'universale' venne ripreso e trasformato in una dedica al signore di Padova) fu però compiuto solo in piccola parte: lo completò Lombardo della Seta dopo la morte di Petrarca, fra 1379 e 1380.
Non sembra che il De viris illustribus sia stato diffuso durante la vita dell'autore, anche se mostrano di averne avuto qualche conoscenza Giovanni Boccaccio (che lo nomina nel De mulieribus claris) e, in Boemia, Carlo IV imperatore e Jan ze Středa. Ne circolò per tempo (entro la fine del Trecento) un volgarizzamento dovuto a Donato Albanzani.
Forse nato negli anni Sessanta come parte del De viris illustribus, ma ben presto accresciutosi fino a diventare opera a sè stante è il De gestis Cesaris, biografia di Giulio Cesare basata principalmente sulle sue opere De bello Gallico e De bello civili.

(1) "Abice ingentes historiarum sarcinas: satis romane res geste et suapte fama et aliorum ingeniis illustrate sunt".
(2) Enrico Fenzi, Alessandro nel "De viris", in Saggi petrarcheschi, Fiesole (FI), Cadmo, 2003, pp. 447-68.

AFRICA

L'Africa è un poema epico in esametri, in nove libri (ma con parti incompiute), sulle vicende conclusive della seconda guerra punica. Nei primi due libri, imitazione del Somnium Scipionis ciceroniano, a Scipione appaiono in sogno padre e zio (morti combattendo i Cartaginesi) che gli preannunciano le future glorie romane; in seguito Scipione cerca di ottenere l'appoggio del re dei Numidi Siface contro Annibale. Dopo una grossa lacuna, il libro V vede la sfortunata storia d'amore di Massinissa (alleato di Scipione) per Sofonisba (moglie dello sconfitto Siface): per volere di Scipione i due sono costretti a separarsi, e lo stesso Massinissa procura alla donna un veleno per non farla cadere in mano ai Romani. Annibale torna dall'Italia, è sconfitto a Zama e fugge; Cartagine si arrende a Scipione, che alla fine rientra a Roma e celebra il suo trionfo.
La materia del poema deriva da Tito Livio, della cui terza deca rappresenta una sorta di messa in versi; l'ispirazione epica è invece virgiliana, come rivela la parentesi del libro V che corrisponde a quella, di esito parimenti tragico, dell'amore fra Enea e Didone nel libro IV dell'Eneide. Sembra certo che Petrarca non conobbe i Punica di Silio Italico, storia versificata della seconda guerra punica.
Stando alla Posteritati, la stesura dell'Africa ebbe inizio a Valchiusa nel 1338 o 1339 e venne proseguita fino a un certo stadio: forse il libro IV, dove cade la citata lacuna. La notizia che il giovane autore stava facendo rivivere l'epica classica ebbe immediata risonanza nei circoli letterari e (insieme ai buoni uffici dei Colonna) nel 1341 procurò a Petrarca l'incoronazione poetica; al re Roberto d'Angiò, che lo aveva esaminato prima della cerimonia, Petrarca volle dedicare il poema. Sempre secondo la Posteritati l'elaborazione riprese poco dopo, prima a Selvapiana e poi a Parma; ma il ritorno in Provenza nel 1342 e la morte di Roberto d'Angiò poco dopo segnarono una stasi che doveva diventare definitiva. L'ultimo deciso tentativo di portare a termine l'Africa ebbe luogo nel soggiorno provenzale del 1351-53; ma nelle testimonianze di quegli anni Petrarca, ormai rivolto a un tipo diverso di letteratura, si mostra diviso tra il desiderio di completare l'opera iniziata e il senso della vanità dell'impresa: è eloquente il finale del Secretum, dove all'esortazione di Agostino ("Abbandona l'Africa, lasciala ai suoi possessori: non aggiungerai gloria nè al tuo Scipione nè a te" (1) ) Francesco non sa dare ancora una risposta definitiva.
Una storia a parte è quella della diffusione dell'Africa durante la vita dell'autore: sebbene Petrarca si rifiutasse sempre di divulgarla, opponendo un rifiuto a richieste insistenti e anche autorevoli (fra cui quelle di Giovanni Boccaccio, che comunque potè visionare il poema a casa dell'amico), in due occasioni permise trascrizioni parziali. Dapprima, intorno al 1339-40, Pierre Bersuire trasse copia di un brano del libro III che descriveva le divinità pagane e che poi utilizzò per il suo Reductorium morale; in seguito, nel 1343, Barbato da Sulmona lesse e trascrisse un passo del libro VI, il soliloquio di Magone (fratello di Annibale) nell'imminenza della morte, che da allora ebbe una circolazione incontrollata. Essendogli giunta notizia di alcune critiche di convenienza stilistica che erano state mosse al brano, nel 1363 Petrarca rispose con una lettera a Boccaccio (Seniles II 1). Nella sua integrità l'Africa fu dunque pubblicata postuma.

(1) "Dimitte Africam, eamque possessoribus suis linque; nec Scipioni tuo nec tibi gloriam cumulabis".



Le opere morali

RERUM MEMORANDARUM LIBRI

I Rerum memorandarum libri sono una raccolta di aneddoti relativi a personaggi illustri del passato e del presente, suddivisi sulla base delle quattro virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Di questo vasto progetto iniziale, però, Petrarca realizzò solo una minima parte (quattro libri e un frammento), che non giunge a completare nemmeno l'esame della prima virtù.
L'opera presenta una concezione di storia parcellizzata e ridotta a catalogo di exempla morali, il cui precedente diretto sono i Factorum et dictorum memorabilium libri di Valerio Massimo: di essi Petrarca ricalca sia il titolo sia la griglia classificatoria degli aneddoti, distinti fra romani e stranieri, con l'aggiunta di una categoria di moderni (nella quale trovano posto personaggi quali Roberto d'Angiò, papa Clemente VI, Dante Alighieri) ma con l'esclusione assoluta di episodi tratti dalla storia sacra. La medesima tripartizione dei Rerum memorandarum libri viene riprodotta nel Trionfo della Fama.
L'elaborazione dei Rerum memorandarum libri ebbe inizio tra Valchiusa e Avignone nel 1343 e proseguì nel successivo soggiorno italiano; si interruppe bruscamente nel 1345, quando Petrarca dovette fuggire da Parma assediata lasciando ivi il manoscritto dell'opera: nuovi interessi letterari lo distolsero da essa in modo definitivo. I Rerum memorandarum libri ebbero dunque una diffusione esclusivamente postuma.


DE VITA SOLITARIA

Il De vita solitaria è un trattato in due libri in lode della solitudine. Il libro I mette a confronto la giornata tipo dell'uomo occupato e di quello solitario, precisando che l'esistenza del secondo non trascorre nell'inoperosità ma si divide tra le buone letture, le attività devozionali e la conversazione con gli amici. Il libro II è una raccolta di esempi di personaggi illustri che nella vita o negli scritti o almeno nelle aspirazioni mostrarono di compiacersi della solitudine.
Sebbene la genesi lontana del De vita solitaria vada individuata nel desiderio di fornire un'apologia della propria scelta di vivere a Valchiusa, per testimonianza dello stesso Petrarca sappiamo che esso fu steso in una prima versione nel 1346 e dedicato a Philippe de Cabassoles. La sua storia redazionale si protrasse però per oltre due decenni e coinvolse varie persone: fra gli altri Giovanni Boccaccio, che nel 1361, trovandosi a Ravenna, venne incaricato di fornire notizie su san Pier Damiani, e Moggio Moggi, che nel 1362 trascrisse in bella copia un esemplare dell'opera. Nel frattempo si era diffusa notizia della sua esistenza, quale per esempio mostrò di avere l'imperatore Carlo IV nel suo incontro del 1354 con Petrarca; ma solo nel 1366 Philippe de Cabassoles ricevette la copia di dedica. Ancora successiva, tuttavia, è l'inserzione di un capitolo dedicato a san Romualdo.
Il De vita solitaria rappresenta una svolta netta rispetto alle opere messe in cantiere da Petrarca fino alla metà degli anni Quaranta: alla produzione di rigorosa impronta classicista (Africa, De viris illustribus, in parte Rerum memorandarum libri) subentra un trattato morale che esibisce una vasta cultura biblica e patristica e che costituisce un vero e proprio manifesto della concezione petrarchesca della vita. Esso generalizza l'esperienza valchiusana dell'autore e propone una figura ideale del saggio, lontano dalle beghe cittadine e intento a coltivare la propria crescita interiore.


DE OTIO RELIGIOSO

Il De otio religioso è un trattato in due libri in lode della vita monastica. E' concepito sul modello di un'omelia, con la citazione iniziale di un versetto biblico ("Sostate e guardate" (1) , Salmi 45, 11) le cui implicazioni vengono poi lungamente sviluppate. L'argomento e la struttura sono affini a quelli del De vita solitaria, e anche la genesi delle due opere è contigua: il De otio religioso venne iniziato nel 1347, dopo la visita di Petrarca al fratello Gherardo, ed è dedicato ai monaci della certosa di Montrieux. Anch'esso attraversò tuttavia vicende testuali complesse e ancora non del tutto chiarite (le interpolazioni databili arrivano fino al 1357), e sembra che l'autore non ne abbia mai curato la pubblicazione. Meno riuscito del trattato gemello, probabilmente per la non piena riconducibilità della vita monastica all'ideale del saggio propugnato da Petrarca, esso si caratterizza per il tentativo di accostare la filosofia pagana a quella cristiana e di mostrare la prima come prefigurazione della seconda.

PSALMI PENITENTIALES

I Psalmi penitentiales sono sette preghiere in prosa ritmata, che esprimono contrizione per i peccati commessi. La loro stesura si colloca probabilmente nel 1347/48, e in una lettera di circa venti anni dopo Petrarca dichiara di averli composti tutti nel giro di un solo giorno (Seniles X 1). Essa accompagnava l'invio dell'opera a Sagremor de Pommiers, corriere francese al servizio dei Visconti, che, da poco entrato nell'ordine cistercense, ne aveva fatto richiesta all'autore. L'episodio rivela le finalità apertamente devozionali assegnate ai Psalmi penitentiales, con i quali Petrarca si proponeva di imitare il modello dei Salmi biblici.

SECRETUM

Il Secretum (il titolo completo è De secreto conflictu curarum mearum) è un dialogo in un proemio e tre libri. Nel proemio la Verità appare in visione a Francesco e si offre di guarirne i mali spirituali, chiamando in soccorso sant'Agostino. Nel libro I Agostino esorta l'allievo a meditare in continuazione sulla morte incombente. Nel libro II lo esamina intorno ai peccati capitali, con speciale attenzione alla malattia della volontà chiamata accidia. Nel libro III (il più esteso) gli mostra che l'amore per Laura e l'aspirazione alla gloria, che egli considera i pregi più grandi della sua anima, sono invece le due catene che la legano a terra impedendole di sollevarsi al cielo: per guarire dalla prima deve lasciare Avignone e non tornarvi mai più; per guarire dalla seconda deve interrompere la stesura di Africa e De viris illustribus e dedicarsi a una letteratura moralmente impegnata e non sulla celebrazione di fatti passati. Francesco sembra accettare entrambi i consigli, ma di fatto domanda una proroga alla loro esecuzione.
Modello formale del Secretum è il dialogo filosofico di ascendenza platonica, che Petrarca vedeva praticato soprattutto da Cicerone; modello ideologico sono le Confessiones agostiniane, che gli fornivano l'esempio di una spietata analisi interiore da parte di un convertito che aveva attraversato una lunga fase di traviamento. Il Secretum è dunque il documento più significativo dell'agostinismo petrarchesco e sotto tale aspetto si pone sulla scia della lettera del Mont Ventoux (Familiares IV 1); tuttavia l'Agostino messo in scena da Petrarca non è esattamente sovrapponibile a quello storico, rispetto al quale mostra evidenti venature stoicizzanti (quali l'identificazione del sommo bene nella pratica della virtù, che è premio a sè stessa, e l'idea dell'imperturbabilità del saggio di fronte alle vicende tristi e liete della vita).
L'azione del dialogo è collocabile, in base a dati interni, fra 1342 e 1343, e per molto tempo si è creduto che anche la sua composizione risalisse a questi anni: esso sarebbe il diario in presa diretta di una crisi affrontata da Petrarca alle soglie del quarantesimo anno, dietro sollecitazione di due eventi di segno opposto quali la monacazione del fratello Gherardo e la nascita della figlia naturale Francesca. Una più attenta considerazione del suo contenuto e delle testimonianze extratestuali ha invece permesso di abbassare la datazione di alcuni anni (1) : probabilmente il Secretum attraversò tre stesure (1347, 1349, 1353) e forse una revisione nel 1358, dopo la quale l'autore cessò di occuparsene. In varie epoche durante la vita di Petrarca mostrarono di averne qualche vaga notizia Giovanni Boccaccio, Francesco Nelli e Barbato da Sulmona; tuttavia esso fu pubblicato postumo.

(1) Francisco Rico, Vida u obra de Petrarca, I Lectura del "Secretum", Padova, Antenore, 1974.


DE REMEDIIS UTRIUSQUE FORTUNE

Il De remediis utriusque fortune è un trattato morale in due libri, ciascuno introdotto da una prefazione e comprendente oltre cento capitoli. Ogni capitolo consiste in un dialogo fra la Ragione da una parte, la Gioia e la Speranza (nel libro I) o il Dolore e il Timore (nel libro II) dall'altra e tratta un aspetto specifico della vita quotidiana. L'andamento di ogni dialogo è fisso: la Ragione interviene a equilibrare con i suoi argomenti gli eccessi ottimistici o pessimistici ai quali l'anima è spinta dalle quattro passioni (codificate dal pensiero stoico), che ripetono ostinatamente un unico concetto dall'inizio alla fine.
Il De remediis sviluppa le premesse filosofiche del Secretum, accentuandone gli aspetti stoicizzanti. Il suo precedente dichiarato è un trattatello erroneamente attribuito a Seneca, il De remediis fortuitorum, dal quale dipendono il titolo e lo schema ragionativo.
La composizione del De remediis ebbe inizio probabilmente nel 1354 o poco prima, e Petrarca vi dovette lavorare intensamente per alcuni anni. Da una lettera a Guido Sette del 1360 (Familiares XXIII 12) esso risulta concluso, e poco dopo Jan ze Středa ne richiese una copia; tuttavia Petrarca vi inserì ancora alcune aggiunte, e solo nel 1366, dopo un annuncio in anteprima a Donato Albanzani (Seniles V 4), l'opera ricevette l'ultima mano. Di poco posteriore è la menzione che ne fece Giovanni Boccaccio nelle Genealogie deorum gentilium quale novità assoluta.



Le raccolte epistolari

RERUM FAMILIARIUM LIBRI

I Rerum familiarium libri sono una raccolta epistolare in ventiquattro libri, con la quale Petrarca volle dare una scelta consistente (350 lettere) della propria corrispondenza in prosa. Essi non comprendono tutte le missive petrarchesche: alcune (un centinaio scarso), rimaste escluse, ci sono pervenute solo attraverso la tradizione estravagante e altre, in numero imprecisabile, sono andate perdute.
E' opinione corrente che Petrarca abbia concepito la sua raccolta dopo la scoperta della maggior parte dell'epistolario ciceroniano fatta a Verona nel 1345: il debito, del resto, viene dichiarato in sede proemiale. Di fatto, però, il modello di riferimento delle Familiares sembra essere piuttosto Seneca, con le sue epistole a Lucilio prive di valore comunicativo immediato e simili piuttosto a trattatelli monografici. Diverge da entrambi gli autori classici la scelta petrarchesca di rivolgersi a una pluralità di destinatari, che gli consente di mostrare l'ampiezza delle sue conoscenze.
Le Familiares coprono un arco di tempo che va approssimativamente dagli anni bolognesi di Petrarca fino alla morte del dedicatario Socrate (1361). Esse, tuttavia, non seguono un ordine strettamente cronologico: la loro collocazione obbedisce a esigenze artistiche più che documentarie, e in particolare la disposizione interna ai singoli libri appare studiata. Inoltre varie lettere hanno un carattere fittizio, cioè sono state riscritte in tempi successivi alla prima stesura o anche composte interamente ex novo: è il caso di molte delle lettere dei primi libri (segnatamente quelle a Tommaso Caloiro), che mirano a coprire i vuoti dell'epistolario giovanile di Petrarca, ma anche di altri episodi sparsi (come la lettera del Mont Ventoux). Il carattere fittizio della raccolta è rivelato dal libro XXIV, contenente epistole a illustri scrittori antichi: Cicerone, Seneca, Varrone, Quintiliano, Tito Livio, Asinio Pollione, Orazio, Virgilio, Omero. Esse materializzano il colloquio con i classici vagheggiato da Petrarca, ponendolo implicitamente sul loro stesso piano e in diretta continuità con la loro opera.
La lettera introduttiva delle Familiares venne scritta all'inizio del 1350; il lavoro di cernita e trascrizione andò avanti per anni e si avvalse della collaborazione di alcuni copisti (tra cui, forse, Moggio Moggi). La raccolta, inizialmente prevista in dodici libri, andò progressivamente estendendosi fino a raggiungere le dimensioni attuali; solo nel 1366 Giovanni Malpaghini ne portò a termine la confezione.


EPYSTOLE

Le Epystole (impropriamente conosciute con il titolo di Metrice) sono una raccolta di 66 lettere in esametri divise in tre libri. Analogamente alle Familiares, anche esse non comprendono tutta la produzione epistolare petrarchesca in versi: ne rimasero escluse alcune lettere non corrispondenti ai criteri adottati, perchè scritte in distici elegiaci o in esametri rimati. Petrarca volle attenersi rigorosamente al modello delle Epistulae di Orazio, che sono il modello formale dell'opera.
Alla formazione delle Epystole concorsero pezzi composti in un lungo periodo: la più antica di esse è quella dedicata alla memoria della madre, morta prima del 1320 (I 7), la più recente si congratula con Zanobi da Strada per la sua laurea poetica del 1355 (III 8). Anche le loro caratteristiche sono piuttosto diversificate: ci sono brevi biglietti, comunicazioni personali, ma anche le impegnate orazioni rivolte ai papi Benedetto XII e Clemente VI (I 2 e 5; II 5), l'autoanalisi interiore (I 14, a sé stesso), la poesia patriottica (III 24, all'Italia).
Petrarca concepì le Epystole insieme alle Familiares come sistemazione organica della propria sparsa corrispondenza, quindi tra la fine degli anni Quaranta e l'inizio dei Cinquanta. La lettera proemiale, contenente la dedica a Barbato da Sulmona, venne stesa a Mantova nel 1350 ma raggiunse il destinatario solo sette anni dopo; la raccolta completa gli fu invece spedita nel 1364 e non è sicuro che abbia fatto in tempo ad arrivargli prima della morte. In seguito, comunque, Petrarca operò ulteriori interventi sul testo.


SINE NOMINE LIBER

Il Sine nomine liber è una raccolta di diciannove lettere, introdotte da una prefazione, nata da una costola delle Familiares. Esse contengono infatti giudizi particolarmente critici sulla curia papale, e Petrarca ritenne opportuno stralciarle dalla raccolta maggiore e occultarne i nomi dei destinatari (fra i quali spicca Francesco Nelli) per motivi di riservatezza. La separazione ebbe luogo nei primi tempi della selezione delle Familiares, visto che già nel 1352 Petrarca diede notizia della raccoltina in via di formazione a Philippe de Cabassoles; essa andò accrescendosi soprattutto di pezzi composti nell'ultimo soggiorno avignonese e venne completata verso la fine degli anni Cinquanta o poco dopo. Non sono noti i canali della sua diffusione, che dovette comunque restare limitata a pochi intimi di Petrarca.

POSTERITATI

La lettera ai posteri doveva costituire un'autopresentazione di Petrarca a beneficio dei suoi lettori dei secoli futuri. Concepita come una biografia di stampo classico, quali quelle del De viris illustribus, e forse influenzata dalla Vita Petracchi di Giovanni Boccaccio, fornisce un ritratto fisico e morale dell'autore, una descrizione dei suoi studi e un resoconto dei suoi spostamenti; tuttavia contiene una grossa lacuna relativa agli anni 1343-48 e si interrompe al 1351, con l'assassinio di Iacopo II da Carrara e il ritorno di Petrarca in Provenza.
La Posteritati venne stesa probabilmente nel 1350-51, ma contiene inserzioni relative a fatti del 1370-72. Le sue vicende redazionali non sono molto chiare: fra l'altro è incerto se essa debba identificarsi con uno scritto apologetico che Petrarca avrebbe composto nei primi tempi del suo soggiorno a Milano. Dalla testimonianza della tradizione manoscritta apprendiamo che era destinata a formare da sola il XVIII e ultimo libro delle Seniles, suggellando l'intero epistolario petrarchesco.


RERUM SENILIUM LIBRI

I Rerum senilium libri sono una raccolta epistolare in diciassette libri concepita come continuazione delle Familiares, interrotte dopo la morte del dedicatario Socrate nel 1361; tuttavia comprendono anche lettere anteriori a questa data, come del resto le Familiares comprendono anche lettere posteriori. La nuova raccolta è dedicata a Francesco Nelli (ribattezzato Simonide e morto nel 1363) e copre la corrispondenza petrarchesca fino agli ultimi giorni. Le caratteristiche delle Seniles sono in gran parte deducibili da quelle delle Familiares; una loro peculiarità è la presenza di lettere di insolita lunghezza, quali la VII 1 a papa Urbano V e la XIV 1 a Francesco I da Carrara. L'ultimo libro è interamente occupato da lettere a Giovanni Boccaccio concernenti la traduzione della novella di Griselda.
Petrarca non riuscì a dare l'ultima mano alle Seniles, che ricevettero dunque una sistemazione postuma. La tradizione manoscritta attesta la sua intenzione di porre al loro termine l'epistola Posteritati, quale pendant delle lettere agli scrittori antichi che chiudono le Familiares e quale suggello dell'intero epistolario.



Le invettive

INVECTIVE CONTRA MEDICUM

Le Invective contra medicum sono uno scritto polemico contro un medico della curia papale (il cui nome Petrarca tace, come sempre fa con i suoi avversari, ed è rimasto ignoto). Esse non si limitano ad attaccare le pretese dei medici contemporanei di equiparare la loro professione a un'arte liberale, ma affermano la preminenza della poesia su tutte le altre attività dello spirito. La loro causa occasionale fu una malattia che afflisse Clemente VI nel 1352 e una lettera che Petrarca gli indirizzò per l'occasione (Familiares V 19) consigliandolo di non rivolgersi a molti medici, i cui pareri sarebbero entrati in contrasto fra loro, e di affidarsi a uno solo. Uno dei medici papali, piccato, attaccò Petrarca a due riprese e Petrarca rispose dapprima con il libro I e poi con gli altri tre libri delle Invective (composti probabilmente l'uno ad Avignone e gli altri a Valchiusa). L'opera ebbe inizialmente una diffusione limitata agli ambienti curiali; nel 1357 Petrarca ne inviò una copia a Giovanni Boccaccio e in seguito questi la trasmise a Barbato da Sulmona.
Le Invective rappresentano il momento più significativo della polemica petrarchesca contro i medici del suo tempo, all'interno della quale va ricordata anche una lettera a Boccaccio (Seniles V 3), che li raffigura apertamente come ciarlatani, e due a Giovanni Dondi (Seniles XII 1 e 2), ferme nell'argomentazione ma leggere nel tono.


INVECTIVA CONTRA QUENDAM MAGNI STATUS HOMINEM SED NULLIUS SCIENTIE AUT VIRTUTIS

La Invectiva contra quendam magni status hominem sed nullius scientie aut virtutis è uno scritto polemico contro il cardinale francese Jean de Caraman (mai nominato), che aveva rinfacciato a Petrarca di essere andato a vivere presso i tiranni Visconti. La risposta consistette nell'esposizione della dottrina del male minore: i Visconti si comportano come gli altri principi, quasi tutti sono soggetti a qualcuno, ciò che importa è mantenere la propria libertà interiore. Composta nel 1355, la Invectiva si inserisce nell'attività autoapologetica che Petrarca si vide costretto a svolgere per giustificare il suo soggiorno a Milano.

DE SUI IPSIUS ET MULTORUM IGNORANTIA

Il De sui ipsius et multorum ignorantia è uno scritto polemico contro quattro giovani aristotelici (mai nominati, e noti da testimonianze indirette: Leonardo Dandolo, Zaccaria Contarini, Tommaso Talenti, Guido da Bagnolo) che frequentavano Petrarca durante la sua permanenza a Venezia e che avevano rivolto critiche alla sua cultura, donde il titolo sarcastico dell'opera. Il De ignorantia venne elaborato nel corso del 1367, ma notevolmente ampliato in seguito: la redazione definitiva fu inviata al dedicatario Donato Albanzani all'inizio del 1371. Anche uno dei suoi primi conoscitori, Giovanni Boccaccio, nel 1369 aveva composto un'apologia in difesa di Petrarca, che per questo ringraziò l'amico (Seniles XV 8).
Il nucleo argomentativo del De ignorantia consiste nell'attacco al naturalismo razionalista di Aristotele e all'acritico principio di autorità praticato dai suoi seguaci moderni: a questi atteggiamenti Petrarca contrappone rispettivamente la filosofia morale, fonte della crescita interiore dell'uomo, e la fede cristiana, unica garanzia di verità.


INVECTIVA CONTRA EUM QUI MALEDIXIT ITALIE

La Invectiva contra eum qui maledixit Italie è uno scritto polemico contro il teologo Jean de Hesdin (mai nominato), che aveva risposto alla sfida lanciata da Petrarca in una lettera a papa Urbano V (Seniles IX 1), da poco tornato a Roma, affinchè un campione del partito filofrancese controbattesse le sue argomentazioni in favore dell'Italia e contro la Francia. Il legato papale Uguccione da Thiene portò l'operetta di Jean de Hesdin a Padova all'inizio del 1373 e la fece leggere a Petrarca, il quale compose la sua Invectiva in pochi mesi. Le argomentazioni hanno un carattere prevalentemente storico e culturale: l'impero romano ha raggiunto una grandezza quale la Francia, sua ex provincia barbara, non potrà mai ottenere; la letteratura francese resta molto al di sotto di quella latina.


Altre opere latine

BUCOLICUM CARMEN

Il Bucolicum carmen è una raccolta di dodici egloghe, poesie di ambientazione pastorale in forma di dialogo fra personaggi allegorici. Nell'egloga I Monico (il fratello Gherardo) esorta Silvio (Petrarca) a dedicarsi alla poesia di argomento sacro. La II è un compianto sulla morte di Roberto d'Angiò e sulla rovina del regno di Napoli. Nella III Dafne (Laura), dopo lunghe preghiere, incorona di alloro Stupeo (Petrarca). Nella IV Tirreno rifiuta di cedere a Gallo l'arpa donatagli da Dedalo. Le V, VI e VII celebrano le imprese di Cola di Rienzo e redarguiscono le turpitudini della curia papale. Nella VIII Amiclade (Petrarca) lascia il servizio di Ganimede (il cardinale Giovanni Colonna) per offrire il suo canto a Gillia (Azzo da Correggio). Le IX, X e XI lamentano le devastazioni provocate dalla peste nera, e in particolare la morte di Laura. La XII descrive lo scontro fra Pan e Artico (i re di Francia e di Inghilterra).
Il Bucolicum carmen venne iniziato nel 1346 e una prima stesura fu condotta a termine entro il 1349; ma Petrarca la arricchì di varie inserzioni fino al 1357, quando ne esemplò di suo pugno una copia conservata presso la Biblioteca Vaticana. Nel 1359 concesse all'ospite Giovanni Boccaccio, in visita a Milano, di trascriverla per sé a patto di non renderla nota; seguirono altri interventi testuali fino all'invio di un esemplare a Jan ze Středa nel 1361, che segnò l'inizio della divulgazione ufficiale dell'opera. Un nuovo, consistente ampliamento interessò l'egloga X nel 1364 e riguardò l'elenco dei contadini che Silvano aveva consultato per coltivare il suo alloro (ossia, fuor di metafora, dei poeti antichi che Petrarca aveva studiato per poter celebrare degnamente Laura): quelle che Petrarca chiama "grandi giunte" (1) furono da lui inviate ai possessori di una copia dell'opera, fra i quali Donato Albanzani, Boccaccio e Moggio Moggi. Nel frattempo egli aveva dovuto rispondere ad alcune critiche di ordine stilistico che erano state mosse ad essa e all'Africa (Seniles II 1); ma dopo il 1366 non risulta che si sia più occupato del Bucolicum carmen.
Evidentemente ispirato alle Bucoliche virgiliane, il Bucolicum carmen ne accentua l'aspetto allegorico (come aveva fatto Dante Alighieri in un esperimento isolato, e come di lì a poco avrebbe fatto Boccaccio nel suo Buccolicum carmen) fino a rendere necessaria per il lettore la chiave interpretativa: di tre egloghe la fornì Petrarca stesso (della I a Gherardo, della II a Barbato da Sulmona, della V a Cola di Rienzo), ma altri punti restano oscuri (si discute tuttora sul significato della IV). Non a caso Jan ze Steda chiese lumi all'autore sul senso complessivo dell'opera, e non a caso già prima della morte di Petrarca essa era diventata oggetto di insegnamento universitario.

(1) "additationes magnas".


ITINERARIUM

L'Itinerarium (il titolo completo è Itinerarium ad sepulcrum Domini nostri Yesu Christi nella redazione originale, Itinerarium breve de Ianua usque ad Ierusalem et Terram Sanctam in una redazione rivista) è un manuale ad uso dei pellegrini diretti a Gerusalemme: descrive le località attraversate dal percorso lungo la costa tirrenica (delle quali Petrarca aveva conoscenza diretta) e poi nel Mediterraneo orientale (per le quali si serve di fonti letterarie). Venne composto nel 1358 per il cortigiano visconteo Giovanni Mandelli, che desiderava averne l'autore come compagno di viaggio; Petrarca rifiutò l'invito, ma in cambio dedicò al Mandelli l'operetta. Giovanni Boccaccio se ne trascrisse una copia nel corso della visita all'amico a Milano nel 1359.

TESTAMENTO

Petrarca stese il suo testamento a Padova il 4 aprile 1370, nell'imminenza di un viaggio a Roma che però dovette interrompere a Ferrara a causa di una sincope. In esso, dopo aver affidato l'anima a Dio, Petrarca dà disposizioni per la propria sepoltura nei vari luoghi in cui la morte potrebbe coglierlo, per una donazione alla chiesa padovana e per la distribuzione di elemosine. Passa quindi alla sorte dei suoi beni: erede universale viene nominato il genero Francescuolo da Brossano, mentre fra i beneficiari di lasciti personali vengono ricordati Francesco I da Carrara, Donato Albanzani, Lombardo della Seta, Giovanni Boccaccio, Giovanni Dondi e il fratello Gherardo. Due clausole riguardano la casa di Valchiusa e quella di Padova.

NOVELLA DI GRISELDA

L'ultima novella del Decameron di Giovanni Boccaccio racconta la storia di una ragazza del popolo, Griselda, che il marchese Gualtieri di Saluzzo prende in moglie e sottopone a prove sempre più crudeli onde saggiarne la docilità: prima le sottrae i figli facendole credere di volerli uccidere, poi la ripudia, infine la richiama a corte per farle fare da cameriera a una nuova moglie (che in realtà è la figlia). Griselda, dopo aver subito tutto senza mai ribellarsi, viene riaccolta nella casa del marito e onorata secondo il suo merito.
Quando, all'inizio del 1373, Petrarca ricevette da Boccaccio una copia del Decameron, apprezzò la novella di Griselda (della quale conosceva già la vicenda, avendola sentita raccontare molti anni prima) al punto da volerla riscrivere liberamente in latino. La traduzione, intitolata De insigni obedientia et fide uxoria e inviata all'amico in contraccambio (Seniles XVII 3), ammorbidisce le asprezze del racconto boccacciano e rende Griselda ancora più esplicitamente un exemplum morale degno di figurare in un testo agiografico. Tuttavia l'operazione petrarchesca ha un senso ambiguo: da una parte è un omaggio alle capacità narrative di Boccaccio; dall'altra, volgendone in latino solo una parte ritenuta degna di essere sottratta alla fruizione del popolo, ne squalifica dalle fondamenta l'opera in volgare.
La versione petrarchesca della novella di Griselda, proprio in quanto composta in latino, ebbe una diffusione enorme a livello europeo, soppiantando l'originale. Una delle precoci testimonianze della sua fortuna è la traduzione inglese compiuta da Geoffrey Chaucer nei Canterbury Tales, che afferma di averla appresa a Padova dallo stesso Petrarca: circostanza improbabile, ma che dimostra la funzione intermediaria svolta dall'autore italiano sul piano internazionale. Inoltre il suo esempio fece scuola anche per la successiva narrativa umanistica, che predilesse la novella isolata a preferenza della raccolta di novelle.



La poesia in volgare

CANZONIERE 1: CONTENUTO E STRUTTURA

Il Canzoniere (titolo che ha soppiantato nell'uso comune quello ben più significativo voluto dall'autore, Rerum vulgarium fragmenta) è una raccolta organica di testi lirici in volgare. Nella redazione definitiva esso comprende 366 poesie, divise in due parti (1-263, 264-366).
Il Canzoniere racconta le alterne vicende di un amore non ricambiato per una donna di nome Laura. Dopo aver invocato nel sonetto 1 la compassione dei lettori per la propria passione giovanile (che quindi è interamente vista a posteriori), il narratore passa a illustrare le circostanze dell'innamoramento (sonetti 2 e 3), il nome e il luogo di nascita della donna (sonetti 4 e 5). Superata la parte proemiale, la narrazione entra nel vivo mettendo in scena la figura dell'innamorato in balia dei propri istinti sensuali (sonetto 6) e prosegue descrivendo gli alti e bassi dei suoi rapporti con Laura, fra speranze e successive ricadute nella disperazione. In questa prima sezione è notevole per impegno la canzone 23, che rievoca le fasi iniziali dell'amore per Laura attraverso vari travestimenti mitologici tratti dalle Metamorfosi ovidiane; lentamente, però, si fa strada l'idea che la donna non sia solo un oggetto di concupimento ma possa svolgere un ruolo salvifico per l'anima del narratore (canzone 29) e che la passione per lei sia moralmente condannabile (sonetto 62). In realtà Petrarca si chiude in un vicolo cieco: la frustrazione del desiderio torna a onore della virtù di Laura, mentre l'esaudimento delle richieste dell'innamorato non è concepibile nella tradizionale visione dell'amore cortese. Una svolta si realizza dopo che la canzone 70 ha ripercorso, attraverso citazioni di incipit memorabili, la linea maestra della poesia amorosa in volgare (il provenzale Arnaut Daniel, Guido Cavalcanti, Dante Alighieri, Cino da Pistoia e lo stesso Petrarca): le canzoni 71, 72 e 73, in lode degli occhi di Laura, mostrano in atto la sublimazione del desiderio e celebrano l'elevazione spirituale che la donna ispira, accogliendo un'ottica stilnovista. Ma la svolta non è definitiva: il narratore conosce presto una ricaduta e riprende i suoi ondeggiamenti fra rimpianti per il tempo perduto, rinnovate speranze di infrangere la durezza di Laura, lodi estatiche della sua bellezza, sensi di colpa e tentativi di sottrarsi al giogo amoroso. La svolta definitiva, preparata da una serie di premonizioni, ha luogo subito dopo l'inizio della seconda parte del Canzoniere, quando il sonetto 267 annuncia la morte di Laura. Ai toni luttuosi subentrano presto meditazioni sempre più insistite sulla vanità delle cose, fino all'esplicita sconfessione della canzone 366: l'amore per Laura ha avuto un carattere intrinsecamente negativo, ha traviato il narratore dalla strada della virtù; ma ora egli è deciso a consacrare alla Vergine Maria tutte le sue opere future.
Da un punto di vista di storia dei generi l'elemento più innovativo del Canzoniere consiste nel disporre le poesie entro una struttura narrativa. La storia dell'amore per Laura ha inizio in un giorno preciso, il 6 aprile 1327 (data dichiarata nel sonetto 211); viene scandita da vari testi di anniversario che commemorano il giorno dell'innamoramento; viene segnata dalla morte della donna, occorsa il 6 aprile 1348 (data dichiarata nel sonetto 336). All'interno di questa struttura è ricostruibile una fitta trama di episodi, a volte non circoscrivibili cronologicamente, a volte collegati agli spostamenti di Petrarca (è il caso dei sonetti sulla traversata delle Ardenne) o ai suoi corrispondenti (quali Sennuccio del Bene). Il Canzoniere non si esaurisce nel tema amoroso ma contiene anche testi occasionali (quali quelli indirizzati a vari membri della famiglia Colonna e al loro parente Orso dell'Anguillara), destinati a suggerire un'esperienza umana sfaccettata: fra di essi spiccano per importanza tre grandi canzoni politiche (la 28, incitamento alla crociata; la 53, auspicio per la restaurazione della potenza di Roma; la 128, contro l'uso di truppe mercenarie da parte dei signori italiani) e i sonetti contro la curia papale di Avignone. Tutto ciò dà al lettore l'idea di una progressione narrativa pur nella inevitabile riproposta delle medesime situazioni: cosicchè con il Canzoniere la dimensione temporale fa il suo ingresso nel genere lirico.
Il numero delle poesie del Canzoniere, 366, allude probabilmente al numero dei giorni di un anno: al di là delle varie forme di struttura calendariale che sono state ipotizzate al riguardo, sembra innegabile la volontà petrarchesca di rendere la sua raccolta lirica una sorta di breviario laico.

CANZONIERE 2: LINGUA, STILE, METRICA

La lingua poetica petrarchesca si attiene a un tono nobilmente generico: rispetto alla poesia del Duecento, di norma essa esclude sia gli estremi più crudi ed espressivi sia la banale formularità. Ha un andamento gradevolmente monotono e prevedibile e predilige l'icasticità rispetto alla ricchezza lessicale. Queste sue caratteristiche l'hanno fatta diventare uno strumento estremamente duttile e maneggevole, tale da potersi adattare ai contesti più svariati, e allo stesso tempo ne hanno fatto apprezzare l'elevatezza: Petrarca "si è chiuso in un giro di inevitabili oggetti eterni sottratti alla mutabilità della storia" (1) . La forte concentrazione intellettuale, talvolta al limite della cerebralità, ha reso la sua lingua particolarmente gradita al gusto del Cinque e Seicento.
La preferenza petrarchesca per le strutture binarie (antitesi, dittologie: queste ultime specialmente in fine di verso) e per le enumerazioni si sposa a una concezione del verso, e più in generale della strofa, quale organismo chiuso e predefinito: Petrarca mostra di considerare la scrittura poetica come un problema di distribuzione di materiali, non come una costruzione dal nulla, e anche per questo si trova in difficoltà nel gestire un metro aperto quale la terzina dei Trionfi. Un tipico sonetto petrarchesco consta di uno o più elenchi sapientemente costruiti (con anafore, allitterazioni e altri artifici retorici) ed è suggellato da una conclusione che placa la tensione stilistica: a questa tipologia si possono ricondurre per esempio il 162, con una serie di elementi naturali, e il 213, con le singole bellezze di Laura.
Il Canzoniere comprende diverse forme metriche alternate fra loro: 317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate e 4 madrigali. Petrarca dunque rifiuta sia la frequentazione di un unico metro (ossia, in sostanza, il modello duecentesco della corona di sonetti) sia la disposizione dei testi su base metrica, affidando alla loro mescolanza il compito di suggerire una varietà formale oltre che contenutistica. Meritano di essere rilevate, perchè sono scelte che avranno conseguenze nella poesia dei secoli successivi, l'emancipazione della sestina quale forma autonoma di canzone e la promozione del neonato madrigale a genere della lirica alta; viceversa, la ballata conosce una svalutazione rispetto alla pratica duecentesca. Sono importanti anche le esclusioni: nessuno dei sonetti caudati composti da Petrarca entra a far parte del Canzoniere.

(1) Gianfranco Contini, Preliminari sulla lingua del Petrarca (1951), in Varianti e altra linguistica. Una raccolta di saggi (1938-1968), Torino, Einaudi, 1970, p. 177.

CANZONIERE 3: LAURA

"In gioventù soffrii di un amore tremendo, ma irripetibile e onesto; e più a lungo ancora avrei sofferto se una morte acerba ma benigna non avesse completamente spenta una fiamma ormai languente" (1) (Posteritati). Le scarne vicende di questo amore si trovano elencate in un'annotazione che Petrarca vergò di suo pugno nel Virgilio Ambrosiano, in modo da averla sempre davanti agli occhi: vide per la prima volta Laura la mattina del 6 aprile 1327, nella chiesa di S. Chiara ad Avignone, e la donna morì la mattina del 6 aprile 1348, sempre ad Avignone. Le due date trovano riscontro separatamente in due sonetti del Canzoniere e congiuntamente in una terzina del Trionfo della Morte (I 133-35 "L'ora prima era, il dì sesto d'aprile, / che già mi strinse, ed or, lasso, mi sciolse. / Come Fortuna va cangiando stile!"); anche in assenza di altre notizie, è certo che la morte fu dovuta alla peste che imperversava. Questo è pressochè tutto ciò che sappiamo di Laura, essendo il resto avvolto nell'incertezza: la sua famiglia di origine, il villaggio del contado avignonese nel quale sarebbe nata, il nome del marito sono stati oggetto di varie proposte di identificazione, quando non di costruzioni leggendarie, a partire dalle poche allusioni disseminate da Petrarca. Spicca per notorietà la congettura dell'abate de Sade, secondo cui Laura sarebbe nata de Noves e avrebbe sposato il nobile provenzale Ugo de Sade.
In verità Laura ha una vita esclusivamente letteraria, e per di più solo all'interno di una parte quantitativamente piccola dell'opera petrarchesca: occupa la scena da protagonista nel Canzoniere, in quattro dei sei Trionfi e nel libro III del Secretum; compare sotto spoglie allegoriche in alcune egloghe del Bucolicum carmen; si accenna a lei nel citato brano della Posteritati e in poche altre lettere. La sproporzione fra questa sua presenza appartata e l'importanza che avrebbe avuto nella vita di Petrarca ha fatto sì che già durante la vita del poeta si sia formata l'opinione che Laura fosse un personaggio fittizio; anzi, le implicazione metaforiche insite nel suo nome, e ampiamente sviluppate da Petrarca sulla falsariga del mito di Apollo e Dafne (esposto nelle Metamorfosi ovidiane), hanno suggerito che in Laura egli avesse semplicemente voluto raffigurare l'alloro (in latino laurus, parola di genere femminile) quale simbolo della poesia. Contro questa interpretazione, avallata da Giovanni Boccaccio nella Vita Petracchi, Petrarca si pronunciò in una lettera a Giacomo Colonna (Familiares II 9), ribadendo con fermezza il carattere reale del suo amore per Laura, e nel Secretum, ribaltando i termini della questione: Agostino accusa Francesco di aver voluto ottenere l'incoronazione poetica per amore di Laura, non viceversa. Peraltro anche recentemente, prendendo spunto da alcune incongruenze cronologiche, si è cercato di dimostrare che Laura sia stata creata all'interno di un gioco letterario elaborato da Petrarca insieme a Sennuccio del Bene (2) .

(1) "Amore acerrimo sed unico et honesto in adolescentia laboravi, et diutius laborassem nisi iam tepescentem ignem mors acerba sed utilis extinxisset".
(2) Giuseppe Billanovich, L'altro stil nuovo. Da Dante teologo a Petrarca filologo, "Studi petrarcheschi", n. s., XI (1994), pp. 1-98.

CANZONIERE 4: STORIA REDAZIONALE

Nessun testo petrarchesco in volgare è sicuramente anteriore agli anni Trenta. La più antica poesia datata è il sonetto Più volte il dì mi fo vermiglio et fosco, trascritto nel codice degli abbozzi il 4 novembre 1336 ma rimasto escluso dal Canzoniere; tuttavia ne preesistevano altre, come la canzone 28 (riferita ai preparativi di una crociata svolti nel 1333). Dalle postille del codice degli abbozzi sappiamo che fra 1336 e 1338 Petrarca procedette a una trascrizione in bella copia di alcuni testi e che nel 1342 diede mano a una prima forma organica delle sue rime, inaugurata probabilmente dal sonetto 34; ignoriamo la consistenza numerica di questa forma, ma possiamo supporre che la recente incoronazione poetica abbia suggerito di incentrarla sul mito dafneo.
Un nuovo progetto di raccolta cominciò ad essere realizzato dopo il 1348, in parallelo con la sistemazione di Familiares ed Epystole (tutte opere formate da materiali in precedenza dispersi); al 1350 risale il sonetto 1, dalla chiara funzione proemiale. Tra 1357 e 1358 una copia di questa nuova raccolta venne mandata ad Azzo da Correggio (donde il nome di forma Correggio). Pur in assenza di testimoni manoscritti si ipotizza che essa sia stata la matrice di tutte le successive redazioni dell'opera, nate da progressivi accrescimenti di questo nucleo originario: probabilmente era già divisa in due parti, la prima delle quali chiusa dalla sestina 142, la seconda aperta dalla canzone 264 (come sempre in futuro) e chiusa dal sonetto 292.
La forma Chigi, terminata nel 1362/63, prende nome da un manoscritto di pugno di Giovanni Boccaccio oggi conservato nella Biblioteca Vaticana, che ne è il testimone principale. La prima parte si chiudeva con il sonetto 189, la seconda con il 304.
Tra 1366 e 1367 Petrarca affidò a Giovanni Malpaghini la trascrizione di una nuova forma della raccolta, inaugurando il codice destinato a diventare l'autografo del Canzoniere. La prima parte della forma di Giovanni si chiudeva con il sonetto 190, la seconda con il 318.
Dal 1367 in poi Petrarca trascrisse personalmente le poesie che via andava aggiungendo al Canzoniere, ricavandone talvolta una versione provvisoria. Una di tali versioni, dedicata a Pandolfo Malatesta nel 1373, ha importanza per la lettera di dedica che la accompagnava e che contiene uno dei più circostanziati giudizi petrarcheschi sulla propria produzione in volgare.
L'elaborazione del Canzoniere impegnò Petrarca fino alle soglie della morte. L'ultimo intervento fu una ridislocazione degli ultimi trentuno testi, che nell'autografo furono contraddistinti da piccoli numeri con l'ordine definitivo.

TRIONFI

I Trionfi (latinamente intitolati Triumphi) sono un poema narrativo-allegorico in terzine diviso in sei parti. Nel Trionfo di Amore (Triumphus Cupidinis) il narratore ha una visione di Amore nella foggia di un condottiero vittorioso dell'antica Roma, con una folla di amanti celebri disposti intorno al carro trionfale; inizia poi ad ascoltare gli ammaestramenti di un personaggio innominato, ma appare Laura, della quale si innamora: così si aggrega al corteo, che giunge all'isola di Cipro. Nel Trionfo della Pudicizia (Triumphus Pudicitie) Amore cerca di sottomettere anche Laura, ma ne viene sconfitto; quindi ella va a Roma per offrire le sue spoglie al tempio della Pudicizia, guidando un corteo di donne caste. Nel Trionfo della Morte (Triumphus Mortis) si fa avanti la Morte ad annunciare a Laura la sua prossima fine, che ha luogo in concomitanza con le stragi provocate dalla peste del 1348; la notte successiva Laura appare in sogno al narratore, lo esorta a non temere la morte e lo assicura di averlo sempre amato. Nel Trionfo della Fama (Triumphus Fame) la Fama conduce con sè un corteo di personaggi celebri per le azioni (divisi in romani, stranieri e moderni, in modo analogo ai Rerum memorandarum libri) o per le opere di ingegno, ai quali è assicurata la sopravvivenza oltre la morte. Nel Trionfo del Tempo (Triumphus Temporis) il Sole si indigna di non riuscire a spegnere la fama degli uomini e accelera il suo corso, per sommergere ogni cosa nell'oblio. Nel Trionfo dell'Eternità (Triumphus Eternitatis) il narratore si chiede che cosa dunque rimane e si rende conto che bisogna affidarsi a Dio, l'unico in grado di assicurare stabilità: nel vagheggiato mondo ultraterreno anche Laura riavrà la sua bellezza, coronando le aspirazioni dell'intera umanità.
I Trionfi rappresentano il più ambizioso tentativo di avvicinare il modello della Commedia dantesca mai compiuto da Petrarca: da essa riprendono il metro della terzina a rime incatenate (una scelta non scontata per l'epoca), la struttura generale della visione e del viaggio nonchè alcuni personaggi peculiari (Paolo e Francesca, Piccarda Donati). Tuttavia l'inabilità petrarchesca a gestire le convenzioni di un poema narrativo si misura dall'incertezza con cui viene delineato il personaggio della guida (che vorrebbe emulare il Virgilio dantesco, ma resta una presenza evanescente), dalla vaghezza delle coordinate spazio-temporali e più in generale dalla convivenza irrisolta fra gli elementi di autobiografia personale e di storia universale. Alle prese con un genere a lui poco congeniale, Petrarca si rifugia nel terreno che gli è più noto: le enumerazioni erudite (specialmente nel primo, secondo e quarto trionfo) e le effusioni liriche (specialmente nel terzo); per approdare infine alle potenti fantasie cosmologiche degli ultimi due trionfi.
I Trionfi furono iniziati probabilmente verso la metà degli anni Cinquanta e conobbero una lunga stesura: le testimonianze datate vanno dal 1357 al 1374. Ciononostante non ricevettero l'ultima mano e non furono divulgati, neanche parzialmente, durante la vita di Petrarca. Poco dopo la sua morte, prima Giovanni Boccaccio e poi Giovanni Dondi chiesero notizie della loro sorte rispettivamente a Francescuolo da Brossano e a Lombardo della Seta, che erano rimasti custodi delle carte petrarchesche e che dovettero curare la prima diffusione del poema.



Manoscritti illustri

CODICE DEGLI ABBOZZI

"Codice degli abbozzi" è il nome convenzionale con cui si designa il codice Vaticano latino 3196, comprendente venti carte (in origine sciolte, rilegate insieme secoli dopo la morte di Petrarca) e contenente materiali petrarcheschi integralmente autografi: cinquantasette poesie (o parti di esse) confluite nel Canzoniere, dodici poesie (o parti di esse) rimaste escluse, quattro poesie di altri autori indirizzate a Petrarca, due capitoli (uno non intero) dei Trionfi, un frammento di lettera in latino (Familiares XVI 6). Si tratta di testi composti in vari periodi (dal 1336 al 1374) e portati a diversi gradi di elaborazione: alcuni sono veri e propri abbozzi, altri sono pronti per la trascrizione in bella copia. Trattandosi di carte private, esse non vennero incluse nel lascito della biblioteca petrarchesca a Francesco I da Carrara e rimasero al genero di Petrarca, Francescuolo da Brossano.

AUTOGRAFO DEL CANZONIERE

Il codice Vaticano latino 3195 contiene la versione definitiva del Canzoniere secondo la volontà di Petrarca, e in particolare attesta l'autenticità del titolo Rerum vulgarium fragmenta e la correttezza della linea di discrimine fra le due parti della raccolta prima della canzone 264: dopo che il suo carattere di autografo (parziale) venne riconosciuto, a fine Ottocento, esso è la base di ogni edizione dell'opera. Inizialmente, fra 1366 e 1367, esso servì all'allestimento della forma di Giovanni, così detta perchè esemplata dal copista Giovanni Malpaghini; in seguito Petrarca lo mantenne come testo di riferimento del Canzoniere, continuando a trascrivere di suo pugno le poesie che via via aggiungeva ed estraendone le varie redazioni provvisorie.

Il petrarchismo nella lirica italiana del Cinquecento

 

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