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FRANCESCO PETRARCA
(Arezzo 1304 - Arquà 1374)
Al seguito del padre, esiliato da Firenze
insieme a Dante, la famiglia si stabilì presso
Avignone, dove Francesco iniziò gli studi e si
dedicò all'approfondimento dei classici latini,
in particolare di Cicerone, Virgilio e Tito
Livio. Nel 1327, nella chiesa di S. Chiara in
Avignone, incontrò Laura, la donna che amò per
tutta la vita e che fu l'unica sua grande
ispiratrice. Nel 1347 fu a Roma, attratto dalle
imprese di
Cola di Rienzo, che però lo delusero.
Nel 1348 giunse a Verona come ambasciatore di
papa Clemente VI; in seguito andò a Firenze,
dove conobbe G. Boccaccio, e nel 1351 tornò ad
Avignone; P. tollerava per sempre meno
l'ambiente corrotto della città, e in lui
cresceva sempre più l'amore per l'Italia: prese
dunque dimora a Milano, ospite dei Visconti. Per
sfuggire alla peste, nel 1361 si trasferì a
Padova, quindi a Venezia, ospite fino al 1368
della repubblica e fissando poi definitivamente
la sua dimora sui Colli Euganei, dove morì. P.
affidava la sua immagine di scrittore ai testi
latini in versi e in prosa e il suo amore per i
classici tradisce il lettore ancora imbevuto di
cristianesimo e di Medioevo, ma innegabile è il
gusto con il quale egli distingue il latino
classico da quello cristiano. L'Umanesimo di P.
si basa in misura maggiore sull'attività
letteraria e filologica: egli si impegnò
polemicamente nel rifiuto della cultura
scolastica e aristotelica, soprattutto in base
al pensiero di sant'Agostino. Frutto di questo
mondo nuovo e approfondito sono il poema Africa,
Sugli uomini illustri (De viris illustribus,
opera storico-erudita iniziata nel 1338 e
rimasta incompiuta), Libri delle cose memorabili
(Rerum memorandarum libri, opera anch'essa
incompiuta), Bucolicum carmen (1446-48, raccolta
di 12 egloghe a imitazione delle Bucoliche di
Virgilio). Sarebbe per un errore considerare P.
solo umanistico e libero dalla tradizione
medievale, e questo fluttuare di motivi interni
testimoniato da alcuni trattati morali: Sulla
vita solitaria (De vita solitaria, 1346-66), una
lode della solitudine; Sulla quiete della vita
religiosa (De otio religioso, 1347-57), che
esalta la vita solitaria dei monaci; Sui rimedi
ai due tipi di fortuna (De remediis utriusque
fortunae), trattato finito nel 1366. Frammenti
di cose volgari (Rerum vulgarium fragmenta) la
raccolta di rime di P., più diffusa sotto i
titoli di Canzoniere, di Rime o di Rime sparse,
è il capolavoro del poeta. Scritte lungo tutto
l'arco della sua vita, queste rime sono in
massima parte per amore di Laura, ma contengono
anche due canzoni civili (Italia mia e Spirto
gentil). Il processo di elaborazione del
Canzoniere fu piuttosto complesso, tanto che P.
ne apprestò ben 9 redazioni; l'ultima stesura,
sistemata tra il 1373 e il 1374, consta di 366
rime: è tutta l'opera come un diario d'amore, di
malinconia, di rimpianto, e si chiude con la
canzone alla Vergine, col pentimento religioso.
Il desiderio della bellezza terrena si scontra,
soprattutto nella seconda parte, con il senso di
caducità e vanità del mondo, con il suo essere
effimero. Il tentativo di P. di volgere il suo
sentimento d'amore nel sentimento dell'Eterno,
in cui unica realtà Dio, è rappresentato dai
Trionfi (Triumphi, 1356-74), poemetto allegorico
in cui si condannano gli ideali terreni e si
esalta il trionfo dell'eternità.
LE OPERE DI PETRARCA
La ricerca degli antichi
PHILOLOGIA
PHILOSTRATI
Philologia Philostrati è il titolo di una
commedia composta in un periodo imprecisato del
periodo avignonese (1326-36) e poi andata
perduta, probabilmente distrutta dallo stesso
Petrarca: se ne conserva solo un'autocitazione,
"La maggior parte degli uomini muore
nell'attesa" (1) (Familiares II 7), battuta
pronunciata da un personaggio di nome
Tranquillino. Nell'impossibilità di giudicarne
il contenuto, possiamo solo ipotizzare che si
trattasse di un precoce (e prematuro) tentativo
di emulare un modello classico: in questo caso
Terenzio.
Vari amici di Petrarca (fra cui Barbato da
Sulmona e Francesco Nelli) gli chiesero di
poterla leggere, e anche Giovanni Boccaccio
nella Vita Petracchi mostra di conoscerne
l'esistenza; ma Petrarca non volle divulgare
questo acerbo prodotto della sua officina
letteraria.
(1) "Maior pars hominum expectando moritur".
DE
VIRIS ILLUSTRIBUS
Il De viris
illustribus è una serie di biografie,
prevalentemente brevi, di personaggi illustri
del mondo antico. Una redazione definibile come
'romana' comprende ventidue biografie, da Romolo
a Catone il Censore (ma i personaggi sono
ventitrè, essendo trattati insieme Claudio
Nerone e Livio Salinatore); da una frase del
Secretum sappiamo però che il progetto
originario doveva arrivare fino all'imperatore
Tito, e del resto la vita di Catone si
interrompe prima della sua naturale conclusione.
Una redazione definibile come 'universale'
comprende altre dodici biografie, da Adamo a
Ercole, introdotte da un proemio; anche la vita
di Ercole è incompiuta.
Il De viris illustribus consta dunque di due
parti giustapposte, nessuna delle quali portata
a termine, concepite in tempi distinti e
ideologicamente diverse. Il De viris 'romano'
nacque a Valchiusa fra 1338 e 1339 come
riscrittura in forma biografica della materia
degli
Ab Urbe condita libri di Tito Livio; il
suo primo nucleo è forse costituito dalla vita
di Scipione l'Africano, che è una sorta di
versione narrativa delle vicende versificate
nell'Africa e che dovette accompagnare i primi
passi della scrittura del poema, per poi essere
progressivamente ampliata e acquisire una certa
autonomia all'interno del De viris. Insieme
all'Africa, il De viris 'romano' rappresenta la
produzione più pienamente classicista di
Petrarca, che grazie ad essa fu insignito
dell'incoronazione poetica nel 1341; dell'Africa
condivise anche la sorte di essere negletto dopo
il 1343 e ad essa viene accomunato dalla
condanna di Agostino nel Secretum ("Lascia
cadere i pesanti fardelli della storia: le
imprese dei romani sono state già rese
abbastanza illustri dalla loro stessa fama e
dall'ingegno altrui" (1) ).
Il De viris 'universale' venne composto di
getto, durante un unico momento ispirativo
collocabile nel 1351 o poco dopo. Con esso muta
radicalmente il panorama storiografico: punto di
riferimento non è più Tito Livio ma il De
civitate Dei agostiniano, che inserisce la
storia del mondo intero nel piano di salvezza
voluto da Dio. Petrarca abbandonava in tal modo
una nozione di classicismo un po' ristretta per
rileggere con maggior consapevolezza la storia
extraromana. E' stato recentemente ipotizzato
che anche l'inserzione nel De viris 'romano'
delle biografie di tre personaggi stranieri
(Alessandro Magno, Pirro, Annibale) si sia
verificata in questo periodo (2) .
In un'ultima fase, verso il 1370, il De viris
illustribus si collegò a un'opera iconografica
di carattere analogo: Francesco I da Carrara
chiese infatti a Petrarca di completare la serie
delle biografie, adattandole ai ritratti di
trentasei personaggi con i quali intendeva
decorare una sala del suo palazzo a Padova. Il
rifacimento (nel corso del quale il proemio del
De viris 'universale' venne ripreso e
trasformato in una dedica al signore di Padova)
fu però compiuto solo in piccola parte: lo
completò Lombardo della Seta dopo la morte di
Petrarca, fra 1379 e 1380.
Non sembra che il De viris illustribus sia stato
diffuso durante la vita dell'autore, anche se
mostrano di averne avuto qualche conoscenza
Giovanni Boccaccio (che lo nomina nel De
mulieribus claris) e, in Boemia, Carlo IV
imperatore e Jan ze Středa. Ne circolò per tempo
(entro la fine del Trecento) un volgarizzamento
dovuto a Donato Albanzani.
Forse nato negli anni Sessanta come parte del De
viris illustribus, ma ben presto accresciutosi
fino a diventare opera a sè stante è il De
gestis Cesaris, biografia di Giulio Cesare
basata principalmente sulle sue opere De bello
Gallico e De bello civili.
(1) "Abice ingentes historiarum sarcinas: satis
romane res geste et suapte fama et aliorum
ingeniis illustrate sunt".
(2) Enrico Fenzi, Alessandro nel "De viris", in
Saggi petrarcheschi, Fiesole (FI), Cadmo, 2003,
pp. 447-68.
AFRICA
L'Africa è un poema epico in esametri, in nove
libri (ma con parti incompiute), sulle vicende
conclusive della seconda guerra punica. Nei
primi due libri, imitazione del Somnium
Scipionis ciceroniano, a Scipione appaiono in
sogno padre e zio (morti combattendo i
Cartaginesi) che gli preannunciano le future
glorie romane; in seguito Scipione cerca di
ottenere l'appoggio del re dei Numidi Siface
contro Annibale. Dopo una grossa lacuna, il
libro V vede la sfortunata storia d'amore di
Massinissa (alleato di Scipione) per Sofonisba
(moglie dello sconfitto Siface): per volere di
Scipione i due sono costretti a separarsi, e lo
stesso Massinissa procura alla donna un veleno
per non farla cadere in mano ai Romani. Annibale
torna dall'Italia, è sconfitto a Zama e fugge;
Cartagine si arrende a Scipione, che alla fine
rientra a Roma e celebra il suo trionfo.
La materia del poema deriva da
Tito Livio, della
cui terza deca rappresenta una sorta di messa in
versi; l'ispirazione epica è invece virgiliana,
come rivela la parentesi del libro V che
corrisponde a quella, di esito parimenti
tragico, dell'amore fra Enea e Didone nel libro
IV dell'Eneide. Sembra certo che Petrarca non
conobbe i Punica di Silio Italico, storia
versificata della seconda guerra punica.
Stando alla Posteritati, la stesura dell'Africa
ebbe inizio a Valchiusa nel 1338 o 1339 e venne
proseguita fino a un certo stadio: forse il
libro IV, dove cade la citata lacuna. La notizia
che il giovane autore stava facendo rivivere
l'epica classica ebbe immediata risonanza nei
circoli letterari e (insieme ai buoni uffici dei
Colonna) nel 1341 procurò a Petrarca
l'incoronazione poetica; al re Roberto d'Angiò,
che lo aveva esaminato prima della cerimonia,
Petrarca volle dedicare il poema. Sempre secondo
la Posteritati l'elaborazione riprese poco dopo,
prima a Selvapiana e poi a Parma; ma il ritorno
in Provenza nel 1342 e la morte di Roberto
d'Angiò poco dopo segnarono una stasi che doveva
diventare definitiva. L'ultimo deciso tentativo
di portare a termine l'Africa ebbe luogo nel
soggiorno provenzale del 1351-53; ma nelle
testimonianze di quegli anni Petrarca, ormai
rivolto a un tipo diverso di letteratura, si
mostra diviso tra il desiderio di completare
l'opera iniziata e il senso della vanità
dell'impresa: è eloquente il finale del
Secretum, dove all'esortazione di Agostino
("Abbandona l'Africa, lasciala ai suoi
possessori: non aggiungerai gloria nè al tuo
Scipione nè a te" (1) ) Francesco non sa dare
ancora una risposta definitiva.
Una storia a parte è quella della diffusione
dell'Africa durante la vita dell'autore: sebbene
Petrarca si rifiutasse sempre di divulgarla,
opponendo un rifiuto a richieste insistenti e
anche autorevoli (fra cui quelle di Giovanni
Boccaccio, che comunque potè visionare il poema
a casa dell'amico), in due occasioni permise
trascrizioni parziali. Dapprima, intorno al
1339-40, Pierre Bersuire trasse copia di un
brano del libro III che descriveva le divinità
pagane e che poi utilizzò per il suo Reductorium
morale; in seguito, nel 1343, Barbato da Sulmona
lesse e trascrisse un passo del libro VI, il
soliloquio di Magone (fratello di Annibale)
nell'imminenza della morte, che da allora ebbe
una circolazione incontrollata. Essendogli
giunta notizia di alcune critiche di convenienza
stilistica che erano state mosse al brano, nel
1363 Petrarca rispose con una lettera a
Boccaccio (Seniles II 1). Nella sua integrità
l'Africa fu dunque pubblicata postuma.
(1) "Dimitte Africam, eamque possessoribus suis
linque; nec Scipioni tuo nec tibi gloriam
cumulabis".
Le opere morali
RERUM MEMORANDARUM LIBRI
I Rerum memorandarum libri
sono una raccolta di aneddoti relativi a
personaggi illustri del passato e del presente,
suddivisi sulla base delle quattro virtù
cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e
temperanza. Di questo vasto progetto iniziale,
però, Petrarca realizzò solo una minima parte
(quattro libri e un frammento), che non giunge a
completare nemmeno l'esame della prima virtù.
L'opera presenta una concezione di storia
parcellizzata e ridotta a catalogo di exempla
morali, il cui precedente diretto sono i
Factorum et dictorum memorabilium libri di
Valerio Massimo: di essi Petrarca ricalca sia il
titolo sia la griglia classificatoria degli
aneddoti, distinti fra romani e stranieri, con
l'aggiunta di una categoria di moderni (nella
quale trovano posto personaggi quali Roberto
d'Angiò, papa Clemente VI, Dante Alighieri) ma
con l'esclusione assoluta di episodi tratti
dalla storia sacra. La medesima tripartizione
dei Rerum memorandarum libri viene riprodotta
nel Trionfo della Fama.
L'elaborazione dei Rerum memorandarum libri ebbe
inizio tra Valchiusa e Avignone nel 1343 e
proseguì nel successivo soggiorno italiano; si
interruppe bruscamente nel 1345, quando Petrarca
dovette fuggire da Parma assediata lasciando ivi
il manoscritto dell'opera: nuovi interessi
letterari lo distolsero da essa in modo
definitivo. I Rerum memorandarum libri ebbero
dunque una diffusione esclusivamente postuma.
DE VITA SOLITARIA
Il De vita solitaria è un
trattato in due libri in lode della solitudine.
Il libro I mette a confronto la giornata tipo
dell'uomo occupato e di quello solitario,
precisando che l'esistenza del secondo non
trascorre nell'inoperosità ma si divide tra le
buone letture, le attività devozionali e la
conversazione con gli amici. Il libro II è una
raccolta di esempi di personaggi illustri che
nella vita o negli scritti o almeno nelle
aspirazioni mostrarono di compiacersi della
solitudine.
Sebbene la genesi lontana del De vita solitaria
vada individuata nel desiderio di fornire
un'apologia della propria scelta di vivere a
Valchiusa, per testimonianza dello stesso
Petrarca sappiamo che esso fu steso in una prima
versione nel 1346 e dedicato a Philippe de
Cabassoles. La sua storia redazionale si
protrasse però per oltre due decenni e coinvolse
varie persone: fra gli altri Giovanni Boccaccio,
che nel 1361, trovandosi a Ravenna, venne
incaricato di fornire notizie su san Pier
Damiani, e Moggio Moggi, che nel 1362 trascrisse
in bella copia un esemplare dell'opera. Nel
frattempo si era diffusa notizia della sua
esistenza, quale per esempio mostrò di avere
l'imperatore Carlo IV nel suo incontro del 1354
con Petrarca; ma solo nel 1366 Philippe de
Cabassoles ricevette la copia di dedica. Ancora
successiva, tuttavia, è l'inserzione di un
capitolo dedicato a san Romualdo.
Il De vita solitaria rappresenta una svolta
netta rispetto alle opere messe in cantiere da
Petrarca fino alla metà degli anni Quaranta:
alla produzione di rigorosa impronta classicista
(Africa, De viris illustribus, in parte Rerum
memorandarum libri) subentra un trattato morale
che esibisce una vasta cultura biblica e
patristica e che costituisce un vero e proprio
manifesto della concezione petrarchesca della
vita. Esso generalizza l'esperienza valchiusana
dell'autore e propone una figura ideale del
saggio, lontano dalle beghe cittadine e intento
a coltivare la propria crescita interiore.
DE
OTIO RELIGIOSO
Il De otio religioso è un
trattato in due libri in lode della vita
monastica. E' concepito sul modello di
un'omelia, con la citazione iniziale di un
versetto biblico ("Sostate e guardate" (1) ,
Salmi 45, 11) le cui implicazioni vengono poi
lungamente sviluppate. L'argomento e la
struttura sono affini a quelli del De vita
solitaria, e anche la genesi delle due opere è
contigua: il De otio religioso venne iniziato
nel 1347, dopo la visita di Petrarca al fratello
Gherardo, ed è dedicato ai monaci della certosa
di Montrieux. Anch'esso attraversò tuttavia
vicende testuali complesse e ancora non del
tutto chiarite (le interpolazioni databili
arrivano fino al 1357), e sembra che l'autore
non ne abbia mai curato la pubblicazione. Meno
riuscito del trattato gemello, probabilmente per
la non piena riconducibilità della vita
monastica all'ideale del saggio propugnato da
Petrarca, esso si caratterizza per il tentativo
di accostare la filosofia pagana a quella
cristiana e di mostrare la prima come
prefigurazione della seconda.
PSALMI PENITENTIALES
I Psalmi penitentiales
sono sette preghiere in prosa ritmata, che
esprimono contrizione per i peccati commessi. La
loro stesura si colloca probabilmente nel
1347/48, e in una lettera di circa venti anni
dopo Petrarca dichiara di averli composti tutti
nel giro di un solo giorno (Seniles X 1). Essa
accompagnava l'invio dell'opera a Sagremor de
Pommiers, corriere francese al servizio dei
Visconti, che, da poco entrato nell'ordine
cistercense, ne aveva fatto richiesta
all'autore. L'episodio rivela le finalità
apertamente devozionali assegnate ai Psalmi
penitentiales, con i quali Petrarca si proponeva
di imitare il modello dei Salmi biblici.
SECRETUM
Il Secretum (il titolo
completo è De secreto conflictu curarum mearum)
è un dialogo in un proemio e tre libri. Nel
proemio la Verità appare in visione a Francesco
e si offre di guarirne i mali spirituali,
chiamando in soccorso sant'Agostino. Nel libro I
Agostino esorta l'allievo a meditare in
continuazione sulla morte incombente. Nel libro
II lo esamina intorno ai peccati capitali, con
speciale attenzione alla malattia della volontà
chiamata accidia. Nel libro III (il più esteso)
gli mostra che l'amore per Laura e l'aspirazione
alla gloria, che egli considera i pregi più
grandi della sua anima, sono invece le due
catene che la legano a terra impedendole di
sollevarsi al cielo: per guarire dalla prima
deve lasciare Avignone e non tornarvi mai più;
per guarire dalla seconda deve interrompere la
stesura di Africa e De viris illustribus e
dedicarsi a una letteratura moralmente impegnata
e non sulla celebrazione di fatti passati.
Francesco sembra accettare entrambi i consigli,
ma di fatto domanda una proroga alla loro
esecuzione.
Modello formale del Secretum è il dialogo
filosofico di ascendenza platonica, che Petrarca
vedeva praticato soprattutto da Cicerone;
modello ideologico sono le Confessiones
agostiniane, che gli fornivano l'esempio di una
spietata analisi interiore da parte di un
convertito che aveva attraversato una lunga fase
di traviamento. Il Secretum è dunque il
documento più significativo dell'agostinismo
petrarchesco e sotto tale aspetto si pone sulla
scia della lettera del Mont Ventoux (Familiares
IV 1); tuttavia l'Agostino messo in scena da
Petrarca non è esattamente sovrapponibile a
quello storico, rispetto al quale mostra
evidenti venature stoicizzanti (quali
l'identificazione del sommo bene nella pratica
della virtù, che è premio a sè stessa, e l'idea
dell'imperturbabilità del saggio di fronte alle
vicende tristi e liete della vita).
L'azione del dialogo è collocabile, in base a
dati interni, fra 1342 e 1343, e per molto tempo
si è creduto che anche la sua composizione
risalisse a questi anni: esso sarebbe il diario
in presa diretta di una crisi affrontata da
Petrarca alle soglie del quarantesimo anno,
dietro sollecitazione di due eventi di segno
opposto quali la monacazione del fratello
Gherardo e la nascita della figlia naturale
Francesca. Una più attenta considerazione del
suo contenuto e delle testimonianze
extratestuali ha invece permesso di abbassare la
datazione di alcuni anni (1) : probabilmente il
Secretum attraversò tre stesure (1347, 1349,
1353) e forse una revisione nel 1358, dopo la
quale l'autore cessò di occuparsene. In varie
epoche durante la vita di Petrarca mostrarono di
averne qualche vaga notizia Giovanni Boccaccio,
Francesco Nelli e Barbato da Sulmona; tuttavia
esso fu pubblicato postumo.
(1) Francisco Rico, Vida u obra de Petrarca, I
Lectura del "Secretum", Padova, Antenore, 1974.
DE REMEDIIS UTRIUSQUE FORTUNE
Il De remediis utriusque
fortune è un trattato morale in due libri,
ciascuno introdotto da una prefazione e
comprendente oltre cento capitoli. Ogni capitolo
consiste in un dialogo fra la Ragione da una
parte, la Gioia e la Speranza (nel libro I) o il
Dolore e il Timore (nel libro II) dall'altra e
tratta un aspetto specifico della vita
quotidiana. L'andamento di ogni dialogo è fisso:
la Ragione interviene a equilibrare con i suoi
argomenti gli eccessi ottimistici o pessimistici
ai quali l'anima è spinta dalle quattro passioni
(codificate dal pensiero stoico), che ripetono
ostinatamente un unico concetto dall'inizio alla
fine.
Il De remediis sviluppa le premesse filosofiche
del Secretum, accentuandone gli aspetti
stoicizzanti. Il suo precedente dichiarato è un
trattatello erroneamente attribuito a Seneca, il
De remediis fortuitorum, dal quale dipendono il
titolo e lo schema ragionativo.
La composizione del De remediis ebbe inizio
probabilmente nel 1354 o poco prima, e Petrarca
vi dovette lavorare intensamente per alcuni
anni. Da una lettera a Guido Sette del 1360
(Familiares XXIII 12) esso risulta concluso, e
poco dopo Jan ze Středa ne richiese una copia;
tuttavia Petrarca vi inserì ancora alcune
aggiunte, e solo nel 1366, dopo un annuncio in
anteprima a Donato Albanzani (Seniles V 4),
l'opera ricevette l'ultima mano. Di poco
posteriore è la menzione che ne fece Giovanni
Boccaccio nelle Genealogie deorum gentilium
quale novità assoluta.
Le raccolte epistolari
RERUM FAMILIARIUM LIBRI
I Rerum familiarium libri
sono una raccolta epistolare in ventiquattro
libri, con la quale Petrarca volle dare una
scelta consistente (350 lettere) della propria
corrispondenza in prosa. Essi non comprendono
tutte le missive petrarchesche: alcune (un
centinaio scarso), rimaste escluse, ci sono
pervenute solo attraverso la tradizione
estravagante e altre, in numero imprecisabile,
sono andate perdute.
E' opinione corrente che Petrarca abbia
concepito la sua raccolta dopo la scoperta della
maggior parte dell'epistolario ciceroniano fatta
a Verona nel 1345: il debito, del resto, viene
dichiarato in sede proemiale. Di fatto, però, il
modello di riferimento delle Familiares sembra
essere piuttosto Seneca, con le sue epistole a
Lucilio prive di valore comunicativo immediato e
simili piuttosto a trattatelli monografici.
Diverge da entrambi gli autori classici la
scelta petrarchesca di rivolgersi a una
pluralità di destinatari, che gli consente di
mostrare l'ampiezza delle sue conoscenze.
Le Familiares coprono un arco di tempo che va
approssimativamente dagli anni bolognesi di
Petrarca fino alla morte del dedicatario Socrate
(1361). Esse, tuttavia, non seguono un ordine
strettamente cronologico: la loro collocazione
obbedisce a esigenze artistiche più che
documentarie, e in particolare la disposizione
interna ai singoli libri appare studiata.
Inoltre varie lettere hanno un carattere
fittizio, cioè sono state riscritte in tempi
successivi alla prima stesura o anche composte
interamente ex novo: è il caso di molte delle
lettere dei primi libri (segnatamente quelle a
Tommaso Caloiro), che mirano a coprire i vuoti
dell'epistolario giovanile di Petrarca, ma anche
di altri episodi sparsi (come la lettera del
Mont Ventoux). Il carattere fittizio della
raccolta è rivelato dal libro XXIV, contenente
epistole a illustri scrittori antichi: Cicerone,
Seneca, Varrone, Quintiliano, Tito Livio, Asinio
Pollione, Orazio, Virgilio, Omero. Esse
materializzano il colloquio con i classici
vagheggiato da Petrarca, ponendolo
implicitamente sul loro stesso piano e in
diretta continuità con la loro opera.
La lettera introduttiva delle Familiares venne
scritta all'inizio del 1350; il lavoro di
cernita e trascrizione andò avanti per anni e si
avvalse della collaborazione di alcuni copisti
(tra cui, forse, Moggio Moggi). La raccolta,
inizialmente prevista in dodici libri, andò
progressivamente estendendosi fino a raggiungere
le dimensioni attuali; solo nel 1366 Giovanni
Malpaghini ne portò a termine la confezione.
EPYSTOLE
Le Epystole
(impropriamente conosciute con il titolo di
Metrice) sono una raccolta di 66 lettere in
esametri divise in tre libri. Analogamente alle
Familiares, anche esse non comprendono tutta la
produzione epistolare petrarchesca in versi: ne
rimasero escluse alcune lettere non
corrispondenti ai criteri adottati, perchè
scritte in distici elegiaci o in esametri
rimati. Petrarca volle attenersi rigorosamente
al modello delle Epistulae di Orazio, che sono
il modello formale dell'opera.
Alla formazione delle Epystole concorsero pezzi
composti in un lungo periodo: la più antica di
esse è quella dedicata alla memoria della madre,
morta prima del 1320 (I 7), la più recente si
congratula con Zanobi da Strada per la sua
laurea poetica del 1355 (III 8). Anche le loro
caratteristiche sono piuttosto diversificate: ci
sono brevi biglietti, comunicazioni personali,
ma anche le impegnate orazioni rivolte ai papi
Benedetto XII e Clemente VI (I 2 e 5; II 5),
l'autoanalisi interiore (I 14, a sé stesso), la
poesia patriottica (III 24, all'Italia).
Petrarca concepì le Epystole insieme alle
Familiares come sistemazione organica della
propria sparsa corrispondenza, quindi tra la
fine degli anni Quaranta e l'inizio dei
Cinquanta. La lettera proemiale, contenente la
dedica a Barbato da Sulmona, venne stesa a
Mantova nel 1350 ma raggiunse il destinatario
solo sette anni dopo; la raccolta completa gli
fu invece spedita nel 1364 e non è sicuro che
abbia fatto in tempo ad arrivargli prima della
morte. In seguito, comunque, Petrarca operò
ulteriori interventi sul testo.
SINE NOMINE LIBER
Il Sine nomine liber è una
raccolta di diciannove lettere, introdotte da
una prefazione, nata da una costola delle
Familiares. Esse contengono infatti giudizi
particolarmente critici sulla curia papale, e
Petrarca ritenne opportuno stralciarle dalla
raccolta maggiore e occultarne i nomi dei
destinatari (fra i quali spicca Francesco Nelli)
per motivi di riservatezza. La separazione ebbe
luogo nei primi tempi della selezione delle
Familiares, visto che già nel 1352 Petrarca
diede notizia della raccoltina in via di
formazione a Philippe de Cabassoles; essa andò
accrescendosi soprattutto di pezzi composti
nell'ultimo soggiorno avignonese e venne
completata verso la fine degli anni Cinquanta o
poco dopo. Non sono noti i canali della sua
diffusione, che dovette comunque restare
limitata a pochi intimi di Petrarca.
POSTERITATI
La lettera ai posteri
doveva costituire un'autopresentazione di
Petrarca a beneficio dei suoi lettori dei secoli
futuri. Concepita come una biografia di stampo
classico, quali quelle del De viris illustribus,
e forse influenzata dalla Vita Petracchi di
Giovanni Boccaccio, fornisce un ritratto fisico
e morale dell'autore, una descrizione dei suoi
studi e un resoconto dei suoi spostamenti;
tuttavia contiene una grossa lacuna relativa
agli anni 1343-48 e si interrompe al 1351, con
l'assassinio di Iacopo II da Carrara e il
ritorno di Petrarca in Provenza.
La Posteritati venne stesa probabilmente nel
1350-51, ma contiene inserzioni relative a fatti
del 1370-72. Le sue vicende redazionali non sono
molto chiare: fra l'altro è incerto se essa
debba identificarsi con uno scritto apologetico
che Petrarca avrebbe composto nei primi tempi
del suo soggiorno a Milano. Dalla testimonianza
della tradizione manoscritta apprendiamo che era
destinata a formare da sola il XVIII e ultimo
libro delle Seniles, suggellando l'intero
epistolario petrarchesco.
RERUM SENILIUM LIBRI
I Rerum senilium libri
sono una raccolta epistolare in diciassette
libri concepita come continuazione delle
Familiares, interrotte dopo la morte del
dedicatario Socrate nel 1361; tuttavia
comprendono anche lettere anteriori a questa
data, come del resto le Familiares comprendono
anche lettere posteriori. La nuova raccolta è
dedicata a Francesco Nelli (ribattezzato
Simonide e morto nel 1363) e copre la
corrispondenza petrarchesca fino agli ultimi
giorni. Le caratteristiche delle Seniles sono in
gran parte deducibili da quelle delle
Familiares; una loro peculiarità è la presenza
di lettere di insolita lunghezza, quali la VII 1
a papa Urbano V e la XIV 1 a Francesco I da
Carrara. L'ultimo libro è interamente occupato
da lettere a Giovanni Boccaccio concernenti la
traduzione della novella di Griselda.
Petrarca non riuscì a dare l'ultima mano alle
Seniles, che ricevettero dunque una sistemazione
postuma. La tradizione manoscritta attesta la
sua intenzione di porre al loro termine
l'epistola Posteritati, quale pendant delle
lettere agli scrittori antichi che chiudono le
Familiares e quale suggello dell'intero
epistolario.
Le invettive
INVECTIVE CONTRA MEDICUM
Le Invective contra
medicum sono uno scritto polemico contro un
medico della curia papale (il cui nome Petrarca
tace, come sempre fa con i suoi avversari, ed è
rimasto ignoto). Esse non si limitano ad
attaccare le pretese dei medici contemporanei di
equiparare la loro professione a un'arte
liberale, ma affermano la preminenza della
poesia su tutte le altre attività dello spirito.
La loro causa occasionale fu una malattia che
afflisse Clemente VI nel 1352 e una lettera che
Petrarca gli indirizzò per l'occasione
(Familiares V 19) consigliandolo di non
rivolgersi a molti medici, i cui pareri
sarebbero entrati in contrasto fra loro, e di
affidarsi a uno solo. Uno dei medici papali,
piccato, attaccò Petrarca a due riprese e
Petrarca rispose dapprima con il libro I e poi
con gli altri tre libri delle Invective
(composti probabilmente l'uno ad Avignone e gli
altri a Valchiusa). L'opera ebbe inizialmente
una diffusione limitata agli ambienti curiali;
nel 1357 Petrarca ne inviò una copia a Giovanni
Boccaccio e in seguito questi la trasmise a
Barbato da Sulmona.
Le Invective rappresentano il momento più
significativo della polemica petrarchesca contro
i medici del suo tempo, all'interno della quale
va ricordata anche una lettera a Boccaccio
(Seniles V 3), che li raffigura apertamente come
ciarlatani, e due a Giovanni Dondi (Seniles XII
1 e 2), ferme nell'argomentazione ma leggere nel
tono.
INVECTIVA CONTRA QUENDAM MAGNI
STATUS HOMINEM SED NULLIUS SCIENTIE AUT VIRTUTIS
La Invectiva contra
quendam magni status hominem sed nullius
scientie aut virtutis è uno scritto polemico
contro il cardinale francese Jean de Caraman
(mai nominato), che aveva rinfacciato a Petrarca
di essere andato a vivere presso i tiranni
Visconti. La risposta consistette
nell'esposizione della dottrina del male minore:
i Visconti si comportano come gli altri
principi, quasi tutti sono soggetti a qualcuno,
ciò che importa è mantenere la propria libertà
interiore. Composta nel 1355, la Invectiva si
inserisce nell'attività autoapologetica che
Petrarca si vide costretto a svolgere per
giustificare il suo soggiorno a Milano.
DE SUI IPSIUS ET MULTORUM
IGNORANTIA
Il De sui ipsius et
multorum ignorantia è uno scritto polemico
contro quattro giovani aristotelici (mai
nominati, e noti da testimonianze indirette:
Leonardo Dandolo, Zaccaria Contarini, Tommaso
Talenti, Guido da Bagnolo) che frequentavano
Petrarca durante la sua permanenza a Venezia e
che avevano rivolto critiche alla sua cultura,
donde il titolo sarcastico dell'opera. Il De
ignorantia venne elaborato nel corso del 1367,
ma notevolmente ampliato in seguito: la
redazione definitiva fu inviata al dedicatario
Donato Albanzani all'inizio del 1371. Anche uno
dei suoi primi conoscitori, Giovanni Boccaccio,
nel 1369 aveva composto un'apologia in difesa di
Petrarca, che per questo ringraziò l'amico
(Seniles XV 8).
Il nucleo argomentativo del De ignorantia
consiste nell'attacco al naturalismo
razionalista di Aristotele e all'acritico
principio di autorità praticato dai suoi seguaci
moderni: a questi atteggiamenti Petrarca
contrappone rispettivamente la filosofia morale,
fonte della crescita interiore dell'uomo, e la
fede cristiana, unica garanzia di verità.
INVECTIVA CONTRA EUM QUI
MALEDIXIT ITALIE
La Invectiva contra eum
qui maledixit Italie è uno scritto polemico
contro il teologo Jean de Hesdin (mai nominato),
che aveva risposto alla sfida lanciata da
Petrarca in una lettera a papa Urbano V (Seniles
IX 1), da poco tornato a Roma, affinchè un
campione del partito filofrancese controbattesse
le sue argomentazioni in favore dell'Italia e
contro la Francia. Il legato papale Uguccione da
Thiene portò l'operetta di Jean de Hesdin a
Padova all'inizio del 1373 e la fece leggere a
Petrarca, il quale compose la sua Invectiva in
pochi mesi. Le argomentazioni hanno un carattere
prevalentemente storico e culturale: l'impero
romano ha raggiunto una grandezza quale la
Francia, sua ex provincia barbara, non potrà mai
ottenere; la letteratura francese resta molto al
di sotto di quella latina.
Altre opere latine
BUCOLICUM CARMEN
Il Bucolicum carmen è una
raccolta di dodici egloghe, poesie di
ambientazione pastorale in forma di dialogo fra
personaggi allegorici. Nell'egloga I Monico (il
fratello Gherardo) esorta Silvio (Petrarca) a
dedicarsi alla poesia di argomento sacro. La II
è un compianto sulla morte di Roberto d'Angiò e
sulla rovina del regno di Napoli. Nella III
Dafne (Laura), dopo lunghe preghiere, incorona
di alloro Stupeo (Petrarca). Nella IV Tirreno
rifiuta di cedere a Gallo l'arpa donatagli da
Dedalo. Le V, VI e VII celebrano le imprese di
Cola di Rienzo e redarguiscono le turpitudini
della curia papale. Nella VIII Amiclade
(Petrarca) lascia il servizio di Ganimede (il
cardinale Giovanni Colonna) per offrire il suo
canto a Gillia (Azzo da Correggio). Le IX, X e
XI lamentano le devastazioni provocate dalla
peste nera, e in particolare la morte di Laura.
La XII descrive lo scontro fra Pan e Artico (i
re di Francia e di Inghilterra).
Il Bucolicum carmen venne iniziato nel 1346 e
una prima stesura fu condotta a termine entro il
1349; ma Petrarca la arricchì di varie
inserzioni fino al 1357, quando ne esemplò di
suo pugno una copia conservata presso la
Biblioteca Vaticana. Nel 1359 concesse
all'ospite Giovanni Boccaccio, in visita a
Milano, di trascriverla per sé a patto di non
renderla nota; seguirono altri interventi
testuali fino all'invio di un esemplare a Jan ze
Středa nel 1361, che segnò l'inizio della
divulgazione ufficiale dell'opera. Un nuovo,
consistente ampliamento interessò l'egloga X nel
1364 e riguardò l'elenco dei contadini che
Silvano aveva consultato per coltivare il suo
alloro (ossia, fuor di metafora, dei poeti
antichi che Petrarca aveva studiato per poter
celebrare degnamente Laura): quelle che Petrarca
chiama "grandi giunte" (1) furono da lui inviate
ai possessori di una copia dell'opera, fra i
quali Donato Albanzani, Boccaccio e Moggio
Moggi. Nel frattempo egli aveva dovuto
rispondere ad alcune critiche di ordine
stilistico che erano state mosse ad essa e
all'Africa (Seniles II 1); ma dopo il 1366 non
risulta che si sia più occupato del Bucolicum
carmen.
Evidentemente ispirato alle Bucoliche
virgiliane, il Bucolicum carmen ne accentua
l'aspetto allegorico (come aveva fatto Dante
Alighieri in un esperimento isolato, e come di
lì a poco avrebbe fatto Boccaccio nel suo
Buccolicum carmen) fino a rendere necessaria per
il lettore la chiave interpretativa: di tre
egloghe la fornì Petrarca stesso (della I a
Gherardo, della II a Barbato da Sulmona, della V
a Cola di Rienzo), ma altri punti restano oscuri
(si discute tuttora sul significato della IV).
Non a caso Jan ze Steda chiese lumi all'autore
sul senso complessivo dell'opera, e non a caso
già prima della morte di Petrarca essa era
diventata oggetto di insegnamento universitario.
(1) "additationes magnas".
ITINERARIUM
L'Itinerarium (il titolo
completo è Itinerarium ad sepulcrum Domini
nostri Yesu Christi nella redazione originale,
Itinerarium breve de Ianua usque ad Ierusalem et
Terram Sanctam in una redazione rivista) è un
manuale ad uso dei pellegrini diretti a
Gerusalemme: descrive le località attraversate
dal percorso lungo la costa tirrenica (delle
quali Petrarca aveva conoscenza diretta) e poi
nel Mediterraneo orientale (per le quali si
serve di fonti letterarie). Venne composto nel
1358 per il cortigiano visconteo Giovanni
Mandelli, che desiderava averne l'autore come
compagno di viaggio; Petrarca rifiutò l'invito,
ma in cambio dedicò al Mandelli l'operetta.
Giovanni Boccaccio se ne trascrisse una copia
nel corso della visita all'amico a Milano nel
1359.
TESTAMENTO
Petrarca stese il suo
testamento a Padova il 4 aprile 1370,
nell'imminenza di un viaggio a Roma che però
dovette interrompere a Ferrara a causa di una
sincope. In esso, dopo aver affidato l'anima a
Dio, Petrarca dà disposizioni per la propria
sepoltura nei vari luoghi in cui la morte
potrebbe coglierlo, per una donazione alla
chiesa padovana e per la distribuzione di
elemosine. Passa quindi alla sorte dei suoi
beni: erede universale viene nominato il genero
Francescuolo da Brossano, mentre fra i
beneficiari di lasciti personali vengono
ricordati Francesco I da Carrara, Donato
Albanzani, Lombardo della Seta, Giovanni
Boccaccio, Giovanni Dondi e il fratello
Gherardo. Due clausole riguardano la casa di
Valchiusa e quella di Padova.
NOVELLA DI GRISELDA
L'ultima novella del
Decameron di Giovanni Boccaccio racconta la
storia di una ragazza del popolo, Griselda, che
il marchese Gualtieri di Saluzzo prende in
moglie e sottopone a prove sempre più crudeli
onde saggiarne la docilità: prima le sottrae i
figli facendole credere di volerli uccidere, poi
la ripudia, infine la richiama a corte per farle
fare da cameriera a una nuova moglie (che in
realtà è la figlia). Griselda, dopo aver subito
tutto senza mai ribellarsi, viene riaccolta
nella casa del marito e onorata secondo il suo
merito.
Quando, all'inizio del 1373, Petrarca ricevette
da Boccaccio una copia del Decameron, apprezzò
la novella di Griselda (della quale conosceva
già la vicenda, avendola sentita raccontare
molti anni prima) al punto da volerla riscrivere
liberamente in latino. La traduzione, intitolata
De insigni obedientia et fide uxoria e inviata
all'amico in contraccambio (Seniles XVII 3),
ammorbidisce le asprezze del racconto
boccacciano e rende Griselda ancora più
esplicitamente un exemplum morale degno di
figurare in un testo agiografico. Tuttavia
l'operazione petrarchesca ha un senso ambiguo:
da una parte è un omaggio alle capacità
narrative di Boccaccio; dall'altra, volgendone
in latino solo una parte ritenuta degna di
essere sottratta alla fruizione del popolo, ne
squalifica dalle fondamenta l'opera in volgare.
La versione petrarchesca della novella di
Griselda, proprio in quanto composta in latino,
ebbe una diffusione enorme a livello europeo,
soppiantando l'originale. Una delle precoci
testimonianze della sua fortuna è la traduzione
inglese compiuta da Geoffrey Chaucer nei
Canterbury Tales, che afferma di averla appresa
a Padova dallo stesso Petrarca: circostanza
improbabile, ma che dimostra la funzione
intermediaria svolta dall'autore italiano sul
piano internazionale. Inoltre il suo esempio
fece scuola anche per la successiva narrativa
umanistica, che predilesse la novella isolata a
preferenza della raccolta di novelle.
La poesia in volgare
CANZONIERE 1: CONTENUTO E
STRUTTURA
Il Canzoniere (titolo che
ha soppiantato nell'uso comune quello ben più
significativo voluto dall'autore, Rerum
vulgarium fragmenta) è una raccolta organica di
testi lirici in volgare. Nella redazione
definitiva esso comprende 366 poesie, divise in
due parti (1-263, 264-366).
Il Canzoniere racconta le alterne vicende di un
amore non ricambiato per una donna di nome
Laura. Dopo aver invocato nel sonetto 1 la
compassione dei lettori per la propria passione
giovanile (che quindi è interamente vista a
posteriori), il narratore passa a illustrare le
circostanze dell'innamoramento (sonetti 2 e 3),
il nome e il luogo di nascita della donna
(sonetti 4 e 5). Superata la parte proemiale, la
narrazione entra nel vivo mettendo in scena la
figura dell'innamorato in balia dei propri
istinti sensuali (sonetto 6) e prosegue
descrivendo gli alti e bassi dei suoi rapporti
con Laura, fra speranze e successive ricadute
nella disperazione. In questa prima sezione è
notevole per impegno la canzone 23, che rievoca
le fasi iniziali dell'amore per Laura attraverso
vari travestimenti mitologici tratti dalle
Metamorfosi ovidiane; lentamente, però, si fa
strada l'idea che la donna non sia solo un
oggetto di concupimento ma possa svolgere un
ruolo salvifico per l'anima del narratore
(canzone 29) e che la passione per lei sia
moralmente condannabile (sonetto 62). In realtà
Petrarca si chiude in un vicolo cieco: la
frustrazione del desiderio torna a onore della
virtù di Laura, mentre l'esaudimento delle
richieste dell'innamorato non è concepibile
nella tradizionale visione dell'amore cortese.
Una svolta si realizza dopo che la canzone 70 ha
ripercorso, attraverso citazioni di incipit
memorabili, la linea maestra della poesia
amorosa in volgare (il provenzale Arnaut Daniel,
Guido Cavalcanti, Dante Alighieri, Cino da
Pistoia e lo stesso Petrarca): le canzoni 71, 72
e 73, in lode degli occhi di Laura, mostrano in
atto la sublimazione del desiderio e celebrano
l'elevazione spirituale che la donna ispira,
accogliendo un'ottica stilnovista. Ma la svolta
non è definitiva: il narratore conosce presto
una ricaduta e riprende i suoi ondeggiamenti fra
rimpianti per il tempo perduto, rinnovate
speranze di infrangere la durezza di Laura, lodi
estatiche della sua bellezza, sensi di colpa e
tentativi di sottrarsi al giogo amoroso. La
svolta definitiva, preparata da una serie di
premonizioni, ha luogo subito dopo l'inizio
della seconda parte del Canzoniere, quando il
sonetto 267 annuncia la morte di Laura. Ai toni
luttuosi subentrano presto meditazioni sempre
più insistite sulla vanità delle cose, fino
all'esplicita sconfessione della canzone 366:
l'amore per Laura ha avuto un carattere
intrinsecamente negativo, ha traviato il
narratore dalla strada della virtù; ma ora egli
è deciso a consacrare alla Vergine Maria tutte
le sue opere future.
Da un punto di vista di storia dei generi
l'elemento più innovativo del Canzoniere
consiste nel disporre le poesie entro una
struttura narrativa. La storia dell'amore per
Laura ha inizio in un giorno preciso, il 6
aprile 1327 (data dichiarata nel sonetto 211);
viene scandita da vari testi di anniversario che
commemorano il giorno dell'innamoramento; viene
segnata dalla morte della donna, occorsa il 6
aprile 1348 (data dichiarata nel sonetto 336).
All'interno di questa struttura è ricostruibile
una fitta trama di episodi, a volte non
circoscrivibili cronologicamente, a volte
collegati agli spostamenti di Petrarca (è il
caso dei sonetti sulla traversata delle Ardenne)
o ai suoi corrispondenti (quali Sennuccio del
Bene). Il Canzoniere non si esaurisce nel tema
amoroso ma contiene anche testi occasionali
(quali quelli indirizzati a vari membri della
famiglia Colonna e al loro parente Orso
dell'Anguillara), destinati a suggerire
un'esperienza umana sfaccettata: fra di essi
spiccano per importanza tre grandi canzoni
politiche (la 28, incitamento alla crociata; la
53, auspicio per la restaurazione della potenza
di Roma; la 128, contro l'uso di truppe
mercenarie da parte dei signori italiani) e i
sonetti contro la curia papale di Avignone.
Tutto ciò dà al lettore l'idea di una
progressione narrativa pur nella inevitabile
riproposta delle medesime situazioni: cosicchè
con il Canzoniere la dimensione temporale fa il
suo ingresso nel genere lirico.
Il numero delle poesie del Canzoniere, 366,
allude probabilmente al numero dei giorni di un
anno: al di là delle varie forme di struttura
calendariale che sono state ipotizzate al
riguardo, sembra innegabile la volontà
petrarchesca di rendere la sua raccolta lirica
una sorta di breviario laico.
CANZONIERE 2:
LINGUA, STILE, METRICA
La lingua poetica petrarchesca si attiene a un
tono nobilmente generico: rispetto alla poesia
del Duecento, di norma essa esclude sia gli
estremi più crudi ed espressivi sia la banale
formularità. Ha un andamento gradevolmente
monotono e prevedibile e predilige l'icasticità
rispetto alla ricchezza lessicale. Queste sue
caratteristiche l'hanno fatta diventare uno
strumento estremamente duttile e maneggevole,
tale da potersi adattare ai contesti più
svariati, e allo stesso tempo ne hanno fatto
apprezzare l'elevatezza: Petrarca "si è chiuso
in un giro di inevitabili oggetti eterni
sottratti alla mutabilità della storia" (1) . La
forte concentrazione intellettuale, talvolta al
limite della cerebralità, ha reso la sua lingua
particolarmente gradita al gusto del Cinque e
Seicento.
La preferenza petrarchesca per le strutture
binarie (antitesi, dittologie: queste ultime
specialmente in fine di verso) e per le
enumerazioni si sposa a una concezione del
verso, e più in generale della strofa, quale
organismo chiuso e predefinito: Petrarca mostra
di considerare la scrittura poetica come un
problema di distribuzione di materiali, non come
una costruzione dal nulla, e anche per questo si
trova in difficoltà nel gestire un metro aperto
quale la terzina dei Trionfi. Un tipico sonetto
petrarchesco consta di uno o più elenchi
sapientemente costruiti (con anafore,
allitterazioni e altri artifici retorici) ed è
suggellato da una conclusione che placa la
tensione stilistica: a questa tipologia si
possono ricondurre per esempio il 162, con una
serie di elementi naturali, e il 213, con le
singole bellezze di Laura.
Il Canzoniere comprende diverse forme metriche
alternate fra loro: 317 sonetti, 29 canzoni, 9
sestine, 7 ballate e 4 madrigali. Petrarca
dunque rifiuta sia la frequentazione di un unico
metro (ossia, in sostanza, il modello
duecentesco della corona di sonetti) sia la
disposizione dei testi su base metrica,
affidando alla loro mescolanza il compito di
suggerire una varietà formale oltre che
contenutistica. Meritano di essere rilevate,
perchè sono scelte che avranno conseguenze nella
poesia dei secoli successivi, l'emancipazione
della sestina quale forma autonoma di canzone e
la promozione del neonato madrigale a genere
della lirica alta; viceversa, la ballata conosce
una svalutazione rispetto alla pratica
duecentesca. Sono importanti anche le
esclusioni: nessuno dei sonetti caudati composti
da Petrarca entra a far parte del Canzoniere.
(1) Gianfranco Contini, Preliminari sulla lingua
del Petrarca (1951), in Varianti e altra
linguistica. Una raccolta di saggi (1938-1968),
Torino, Einaudi, 1970, p. 177.
CANZONIERE 3: LAURA
"In gioventù soffrii di un amore tremendo, ma
irripetibile e onesto; e più a lungo ancora
avrei sofferto se una morte acerba ma benigna
non avesse completamente spenta una fiamma ormai
languente" (1) (Posteritati). Le scarne vicende
di questo amore si trovano elencate in
un'annotazione che Petrarca vergò di suo pugno
nel Virgilio Ambrosiano, in modo da averla
sempre davanti agli occhi: vide per la prima
volta Laura la mattina del 6 aprile 1327, nella
chiesa di S. Chiara ad Avignone, e la donna morì
la mattina del 6 aprile 1348, sempre ad
Avignone. Le due date trovano riscontro
separatamente in due sonetti del Canzoniere e
congiuntamente in una terzina del Trionfo della
Morte (I 133-35 "L'ora prima era, il dì sesto
d'aprile, / che già mi strinse, ed or, lasso, mi
sciolse. / Come Fortuna va cangiando stile!");
anche in assenza di altre notizie, è certo che
la morte fu dovuta alla peste che imperversava.
Questo è pressochè tutto ciò che sappiamo di
Laura, essendo il resto avvolto nell'incertezza:
la sua famiglia di origine, il villaggio del
contado avignonese nel quale sarebbe nata, il
nome del marito sono stati oggetto di varie
proposte di identificazione, quando non di
costruzioni leggendarie, a partire dalle poche
allusioni disseminate da Petrarca. Spicca per
notorietà la congettura dell'abate de Sade,
secondo cui Laura sarebbe nata de Noves e
avrebbe sposato il nobile provenzale Ugo de
Sade.
In verità Laura ha una vita esclusivamente
letteraria, e per di più solo all'interno di una
parte quantitativamente piccola dell'opera
petrarchesca: occupa la scena da protagonista
nel Canzoniere, in quattro dei sei Trionfi e nel
libro III del Secretum; compare sotto spoglie
allegoriche in alcune egloghe del Bucolicum
carmen; si accenna a lei nel citato brano della
Posteritati e in poche altre lettere. La
sproporzione fra questa sua presenza appartata e
l'importanza che avrebbe avuto nella vita di
Petrarca ha fatto sì che già durante la vita del
poeta si sia formata l'opinione che Laura fosse
un personaggio fittizio; anzi, le implicazione
metaforiche insite nel suo nome, e ampiamente
sviluppate da Petrarca sulla falsariga del mito
di Apollo e Dafne (esposto nelle Metamorfosi
ovidiane), hanno suggerito che in Laura egli
avesse semplicemente voluto raffigurare l'alloro
(in latino laurus, parola di genere femminile)
quale simbolo della poesia. Contro questa
interpretazione, avallata da Giovanni Boccaccio
nella Vita Petracchi, Petrarca si pronunciò in
una lettera a Giacomo Colonna (Familiares II 9),
ribadendo con fermezza il carattere reale del
suo amore per Laura, e nel Secretum, ribaltando
i termini della questione: Agostino accusa
Francesco di aver voluto ottenere
l'incoronazione poetica per amore di Laura, non
viceversa. Peraltro anche recentemente,
prendendo spunto da alcune incongruenze
cronologiche, si è cercato di dimostrare che
Laura sia stata creata all'interno di un gioco
letterario elaborato da Petrarca insieme a
Sennuccio del Bene (2) .
(1) "Amore acerrimo sed unico et honesto in
adolescentia laboravi, et diutius laborassem
nisi iam tepescentem ignem mors acerba sed
utilis extinxisset".
(2) Giuseppe Billanovich, L'altro stil nuovo. Da
Dante teologo a Petrarca filologo, "Studi
petrarcheschi", n. s., XI (1994), pp. 1-98.
CANZONIERE 4:
STORIA REDAZIONALE
Nessun testo petrarchesco in volgare è
sicuramente anteriore agli anni Trenta. La più
antica poesia datata è il sonetto Più volte il
dì mi fo vermiglio et fosco, trascritto nel
codice degli abbozzi il 4 novembre 1336 ma
rimasto escluso dal Canzoniere; tuttavia ne
preesistevano altre, come la canzone 28
(riferita ai preparativi di una crociata svolti
nel 1333). Dalle postille del codice degli
abbozzi sappiamo che fra 1336 e 1338 Petrarca
procedette a una trascrizione in bella copia di
alcuni testi e che nel 1342 diede mano a una
prima forma organica delle sue rime, inaugurata
probabilmente dal sonetto 34; ignoriamo la
consistenza numerica di questa forma, ma
possiamo supporre che la recente incoronazione
poetica abbia suggerito di incentrarla sul mito
dafneo.
Un nuovo progetto di raccolta cominciò ad essere
realizzato dopo il 1348, in parallelo con la
sistemazione di Familiares ed Epystole (tutte
opere formate da materiali in precedenza
dispersi); al 1350 risale il sonetto 1, dalla
chiara funzione proemiale. Tra 1357 e 1358 una
copia di questa nuova raccolta venne mandata ad
Azzo da Correggio (donde il nome di forma
Correggio). Pur in assenza di testimoni
manoscritti si ipotizza che essa sia stata la
matrice di tutte le successive redazioni
dell'opera, nate da progressivi accrescimenti di
questo nucleo originario: probabilmente era già
divisa in due parti, la prima delle quali chiusa
dalla sestina 142, la seconda aperta dalla
canzone 264 (come sempre in futuro) e chiusa dal
sonetto 292.
La forma Chigi, terminata nel 1362/63, prende
nome da un manoscritto di pugno di Giovanni
Boccaccio oggi conservato nella Biblioteca
Vaticana, che ne è il testimone principale. La
prima parte si chiudeva con il sonetto 189, la
seconda con il 304.
Tra 1366 e 1367 Petrarca affidò a Giovanni
Malpaghini la trascrizione di una nuova forma
della raccolta, inaugurando il codice destinato
a diventare l'autografo del Canzoniere. La prima
parte della forma di Giovanni si chiudeva con il
sonetto 190, la seconda con il 318.
Dal 1367 in poi Petrarca trascrisse
personalmente le poesie che via andava
aggiungendo al Canzoniere, ricavandone talvolta
una versione provvisoria. Una di tali versioni,
dedicata a Pandolfo Malatesta nel 1373, ha
importanza per la lettera di dedica che la
accompagnava e che contiene uno dei più
circostanziati giudizi petrarcheschi sulla
propria produzione in volgare.
L'elaborazione del Canzoniere impegnò Petrarca
fino alle soglie della morte. L'ultimo
intervento fu una ridislocazione degli ultimi
trentuno testi, che nell'autografo furono
contraddistinti da piccoli numeri con l'ordine
definitivo.
TRIONFI
I Trionfi (latinamente intitolati Triumphi) sono
un poema narrativo-allegorico in terzine diviso
in sei parti. Nel Trionfo di Amore (Triumphus
Cupidinis) il narratore ha una visione di Amore
nella foggia di un condottiero vittorioso
dell'antica Roma, con una folla di amanti
celebri disposti intorno al carro trionfale;
inizia poi ad ascoltare gli ammaestramenti di un
personaggio innominato, ma appare Laura, della
quale si innamora: così si aggrega al corteo,
che giunge all'isola di Cipro. Nel Trionfo della
Pudicizia (Triumphus Pudicitie) Amore cerca di
sottomettere anche Laura, ma ne viene sconfitto;
quindi ella va a Roma per offrire le sue spoglie
al tempio della Pudicizia, guidando un corteo di
donne caste. Nel Trionfo della Morte (Triumphus
Mortis) si fa avanti la Morte ad annunciare a
Laura la sua prossima fine, che ha luogo in
concomitanza con le stragi provocate dalla peste
del 1348; la notte successiva Laura appare in
sogno al narratore, lo esorta a non temere la
morte e lo assicura di averlo sempre amato. Nel
Trionfo della Fama (Triumphus Fame) la Fama
conduce con sè un corteo di personaggi celebri
per le azioni (divisi in romani, stranieri e
moderni, in modo analogo ai Rerum memorandarum
libri) o per le opere di ingegno, ai quali è
assicurata la sopravvivenza oltre la morte. Nel
Trionfo del Tempo (Triumphus Temporis) il Sole
si indigna di non riuscire a spegnere la fama
degli uomini e accelera il suo corso, per
sommergere ogni cosa nell'oblio. Nel Trionfo
dell'Eternità (Triumphus Eternitatis) il
narratore si chiede che cosa dunque rimane e si
rende conto che bisogna affidarsi a Dio, l'unico
in grado di assicurare stabilità: nel
vagheggiato mondo ultraterreno anche Laura
riavrà la sua bellezza, coronando le aspirazioni
dell'intera umanità.
I Trionfi rappresentano il più ambizioso
tentativo di avvicinare il modello della
Commedia dantesca mai compiuto da Petrarca: da
essa riprendono il metro della terzina a rime
incatenate (una scelta non scontata per
l'epoca), la struttura generale della visione e
del viaggio nonchè alcuni personaggi peculiari
(Paolo e Francesca, Piccarda Donati). Tuttavia
l'inabilità petrarchesca a gestire le
convenzioni di un poema narrativo si misura
dall'incertezza con cui viene delineato il
personaggio della guida (che vorrebbe emulare il
Virgilio dantesco, ma resta una presenza
evanescente), dalla vaghezza delle coordinate
spazio-temporali e più in generale dalla
convivenza irrisolta fra gli elementi di
autobiografia personale e di storia universale.
Alle prese con un genere a lui poco congeniale,
Petrarca si rifugia nel terreno che gli è più
noto: le enumerazioni erudite (specialmente nel
primo, secondo e quarto trionfo) e le effusioni
liriche (specialmente nel terzo); per approdare
infine alle potenti fantasie cosmologiche degli
ultimi due trionfi.
I Trionfi furono iniziati probabilmente verso la
metà degli anni Cinquanta e conobbero una lunga
stesura: le testimonianze datate vanno dal 1357
al 1374. Ciononostante non ricevettero l'ultima
mano e non furono divulgati, neanche
parzialmente, durante la vita di Petrarca. Poco
dopo la sua morte, prima Giovanni Boccaccio e
poi Giovanni Dondi chiesero notizie della loro
sorte rispettivamente a Francescuolo da Brossano
e a Lombardo della Seta, che erano rimasti
custodi delle carte petrarchesche e che
dovettero curare la prima diffusione del poema.
Manoscritti illustri
CODICE DEGLI ABBOZZI
"Codice degli abbozzi" è
il nome convenzionale con cui si designa il
codice Vaticano latino 3196, comprendente venti
carte (in origine sciolte, rilegate insieme
secoli dopo la morte di Petrarca) e contenente
materiali petrarcheschi integralmente autografi:
cinquantasette poesie (o parti di esse)
confluite nel Canzoniere, dodici poesie (o parti
di esse) rimaste escluse, quattro poesie di
altri autori indirizzate a Petrarca, due
capitoli (uno non intero) dei Trionfi, un
frammento di lettera in latino (Familiares XVI
6). Si tratta di testi composti in vari periodi
(dal 1336 al 1374) e portati a diversi gradi di
elaborazione: alcuni sono veri e propri abbozzi,
altri sono pronti per la trascrizione in bella
copia. Trattandosi di carte private, esse non
vennero incluse nel lascito della biblioteca
petrarchesca a Francesco I da Carrara e rimasero
al genero di Petrarca, Francescuolo da Brossano.
AUTOGRAFO DEL
CANZONIERE
Il codice Vaticano latino 3195 contiene la
versione definitiva del Canzoniere secondo la
volontà di Petrarca, e in particolare attesta
l'autenticità del titolo Rerum vulgarium
fragmenta e la correttezza della linea di
discrimine fra le due parti della raccolta prima
della canzone 264: dopo che il suo carattere di
autografo (parziale) venne riconosciuto, a fine
Ottocento, esso è la base di ogni edizione
dell'opera. Inizialmente, fra 1366 e 1367, esso
servì all'allestimento della forma di Giovanni,
così detta perchè esemplata dal copista Giovanni
Malpaghini; in seguito Petrarca lo mantenne come
testo di riferimento del Canzoniere, continuando
a trascrivere di suo pugno le poesie che via via
aggiungeva ed estraendone le varie redazioni
provvisorie.
Il petrarchismo nella lirica italiana del Cinquecento
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