La polemica romantica
 |
Osserveremo anzitutto che
il Romanticismo italiano fu in gran parte
estraneo alle figurazioni più tormentate della
sensibilità romantica, scarsamente penetrato da
quel gusto del macabro, dell'orrido, del
tenebroso, del perverso, che ricorre così spesso
nelle letterature europee dell'Ottocento. La
letteratura italiana del primo Ottocento, pur
accogliendo in pieno i motivi polemici del
Romanticismo, appare nel suo complesso con
un'impronta di chiarezza, di semplicità, di
facilità discorsiva; legata per molteplici
aspetti agli ideali civili, alle vicende del
Risorgimento nazionale. |
La polemica romantica
La polemica romantica (cioè il ripudio delle
regole, dell'imitazione dei classici, delle
favole mitologiche, del culto della forma; la
difesa della popolarità e della modernità
dell'arte) produsse in Italia un vivace
movimento di idee, soprattutto per il nuovo
vigore che il classicismo aveva assunto nei
primi anni del secolo. I romantici apparvero
infatti ai nostri classicisti come i nemici
dichiarati della patria, un turbine
rivoluzionario che dal Nord minacciava di
distruzione il mondo delle lettere. La polemica
era sorta nel 1816, occasionata dalla
pubblicazione di un articolo di Germana Necker
de Stàel Sull'utilità delle traduzioni, in cui
si esortavano gli Italiani a studiare le
letterature d'oltralpe. Alla Stiiel risposero i
più accaniti difensori della tradizione,
accusando di leso amor patrio chiunque
accettasse l'invito della scrittrice straniera.
In realtà agli occhi della polizia i difensori
della Stiiel, cioè i giovani romantici italiani,
si rivelarono per quello che erano di fatto,
cioè la più pericolosa e consapevole setta di
patrioti, fieramente animata dallo spirito
liberale.
I romantici affrontarono la battaglia
con il Conciliatore, pubblicato a Milano ad opera di SILVIO PELLICO, di
FEDERICO CONFALONIERI, di ERMES VISCONTI, di
GIOVANNI BERCHET. A quest'ultimo il Romanticismo
doveva la sua difesa più vivace e notevole, la
famosa Lettera semiseria di Grisostomo, nella
quale i nuovi princìpi erano enunciati con
accento risentito e pensoso. Notevole, nella
Lettera semiseria, era l'esaltazione della
letteratura medioevale, considerata dal Berchet
tipicamente romantica, cioè ispirata alle
prepotenti passioni dell'epoca, ai sentimenti e
alle fantasie di quei secoli; e il proposito di
volersi riallacciare ad una siffatta concezione
delle lettere, ripudiando quella perniciosa
tendenza a distaccarsi dalla vita, quel
prevalere della bellezza astratta sugli
interessi coevi degli uomini, quel
trionfo dello spirito grammatichevole che si era
manifestato con la civiltà dell'Umanesimo. Ancor
più degna di nota è nella Lettera semiseria la
coscienza nettissima dell'ampliarsi del numero
dei lettori, anzi l'identificazione dei lettori
col popolo medesimo, « avendo tutti gli uomini,
da Adamo in giù fino al calzolaio che ti fa i
begli stivali, nel fondo dell'anima una tendenza
alla poesia », la condanna della letteratura
come orto concluso proprio di una setta, di un
cenacolo iniziato alla delibazione (lei
melodiosi costrutti, l'affermazione che la
poesia ha un senso solo se esprime la voce
concreta di una determinata nazione in un
determinato periodo storico, solo se ad essa può
attribuirsi l'appellativo di «popolare». (Vero
è che popolare per i romantici si identificò poi
con « borghese », cioè con la classe che fu
protagonista del Risorgimento. Per il Berchet il
poeta romantico non potrà rinvenire né la
materia a cui ispirarsi né i propri lettori
rivolgendosi ai letterati tradizionali, agiati e
ingentiliti da tutto il lusso del vivere civile,
ma neppure visitando le casipole della plebe;
non tra i Parigini, come egli si esprime, ma
neppure tra gli Ottentotti. Purtroppo la
distinzione berchettiana indicava con
sufficiente evidenza i limiti, le remore non
solo del movimento romantico ma di tutto il
processo spirituale e politico che fu proprio
dell'Ottocento italiano).
La cultura moderna foggia i suoi strumenti di
diffusione proprio nei decenni romantici; in
quegli anni sorgono numerosi gli istituti di
ricerca, le riviste divulgative, le imprese
editoriali; in quegli anni si diffondono le
edizioni popolari dei classici, le traduzioni
degli scrittori stranieri, le pubblicazioni
enciclopediche. Il fervore culturale si risolve
in una straordinaria messe di opere storiche,
quasi tutte ispirate dalla passione patria, e
perciò più inclini a proiettare nel passato i
problemi e gli ideali dell'Ottocento che alle
indagini obbiettive. Accanto alla nuova
storiografia civile si matura in quegli anni
l'esigenza di una nuova storiografia letteraria,
in cui non soltanto siano analizzate le opere
dei poeti nel loro significato più profondo, ma
venga superata l'analisi individua, il saggio
singolo, ed edificata la storia della nazione,
cioè la storia della patria studiata
nell'evolversi della cultura e delle lettere.
Era palese in quelle esigenze uno dei principi
fondamentali della critica romantica, la
consapevolezza della poesia come espressione (in
termini d'arte) di un determinato momento
storico; e l'aspirazione a rinvenire almeno
nelle vicende letterarie quello svolgimento
unitario e coerente che le vicende politiche non
potevano offrire in Italia. Si maturavano quei
propositi, quelle esperienze che avrebbero
condotto verso la fine del secolo ad una delle
opere più geniali della nuova cultura, cioè alla
Storia della letteratura italiana di
Francesco
De Sanctis.
|
|
Copyright 2007 Babilonia All Rights
Reserved. |
|
|