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Preromanticismo

Termine con cui si designa la cultura che, alla fine del sec. XVIII, preannunciò alcuni caratteri costitutivi del romanticismo, come la rivolta contro il classicismo e il razionalismo illuministico, H culto del sentimento, l'esaltazione della natura e delle società primitive e barbariche. Le premesse teoriche del p. si possono cogliere nell'«estetica del sentimento» di A. Shaftesbury e poi, con maggior concretezza, in talune formulazioni di Diderot e Rousseau.

Storiograficamente la nozione di p. (peraltro non esente da contestazioni), era già presente nella critica positivistica, ma venne precisata negli anni Trenta e Quaranta del sec. XX da studiosi francesi (Monglond, Van Tieghem) e italiani (Binni).

Nel Settecento i primi esempi di questa nuova sensibilità vennero dalle letterature nordiche: dalla Germania, con la poesia idillico-elegiaca di Haller, di Klopstock e dello svizzero di lingua tedesca S. Gessner; dall'Inghilterra, col falso Ossian di Macpherson e con la poesia «notturna» e «sepolcrale» di Young, di Gray e di Hervey. Le numerose traduzioni di questi poeti – tra le quali primeggia, per intrinseco valore e per incidenza sul gusto contemporaneo, quella delle Poesie di Ossian pubblicata da M. Cesarotti nel 1763 – diffusero anche in Italia moduli sentimentali e poetici (orride visioni notturne, paesaggi crepuscolari o lunari, meditazioni sulle tombe) che arrivarono fino a Foscolo e a Leopardi, trovando del resto una precisa rispondenza in formulazioni estetiche e critiche che, per altra via, denunciavano con forza non minore la crisi della civiltà illuministica: il saggio di S. Bettinelli Dell'entusiasmo delle belle arti (1769) costituì, per esempio, un momento fondamentale del passaggio dalla «sensibilità» degli illuministi al «sentimento» dei romantici. Altrettanto significativo, in questa direzione, il Discours sur Shakespeare et monsieur de Voltaire (1777), nel quale G. Baretti, contro l'opinione di Voltaire, esaltò il genio del massimo poeta inglese, proprio per la sua selvaggia creatività, insofferente di ogni regola.

Erano atteggiamenti, questi, che già preparavano in qualche modo la poetica protoromantica di Alfieri. Ma essi aiutano anche a inquadrare una serie di personaggi minori, più strettamente legati, nel loro esercizio poetico, a esigenze di moda e di gusto medio: il ligure Ambrogio Viale, che nei Canti del solitario delle Alpi (1792), nei Versi (1793) e nelle Rime (1794), descrive paesaggi tenebrosi, popolati di allucinanti visioni sepolcrali; ll siracusano Tommaso Gargano, neoclassico nelle sue composizioni più tarde, ma preromantico nella novella in versi Engimo e Lucilla (1792); il toscano Salomone Fiorentino, autore di un'altra novella in versi, che si annuncia preromantica fin nel titolo, Per il suicidio di Neera; la torinese Diodata Saluzzo Roero, che coltivò la cosiddetta «poesia delle rovine», una poesia che rappresenta paesaggi grandiosi e malinconici, disseminati di austere rovine, e che avrebbe trovato la sua espressione più compiuta nelle parti migliori di quel romanzo-visione-saggio che sono Le notti romane al sepolcro degli Scipioni (1792-1804) di Alessandro Verri.

Su altro versante, la sensibilità preromantica, rinunciando alle punte estreme dell'orrido e del sublime, lievitava in forma di «malinconia gentile» nella tenue musa idillico-elegiaca di Aurelio de' Giorgi Bertola e di Ippolito Pindemonte: i due scrittori che, l'uno con la prosa poetica del Viaggio sul Reno (1795), l'altro con le Prose e poesie campestri (17881817), raggiunsero forse, in quel periodo, i risultati più convincenti, attuando un felice connubio tra gusto nordico (con le sue atmosfere cariche di mistero e di malinconia) e una lezione neoclassica più tenacemente italiana.

 

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