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Questione della lingua

Con questione della lingua si indicano le discussioni svoltesi attorno alla definizione della norma dell'italiano. Tale dibattito si snoda lungo tutto l'arco della nostra storia culturale, raggiungendo il culmine nei secc. XVI e XIX. Le discussioni sulla questione della lingua hanno accompagnato ogni fase di espansione dell'italiano, ogni momento decisivo della sua crescita e dell'allargamento nell'uso della lingua. Esse nascono in ambito letterario, ma assumono non di rado il carattere di progetto e di programma culturale nel senso piú ampio (lingua e cultura; politica linguistica); si ' legano strettamente alla fortuna di molti impegnativi trattati di rilevanza retorico-estetica, oltre che di grammatiche e vocabolari caratterizzati da particolare impegno teorico.

Il primo dei trattati a cui far riferimento è il De vulgari eloquentia dí Dante, ove già riconosciamo i temi fondamentali delle discussioni linguistiche che si svilupperanno nel Quattrocento, sintetizzabili nei due seguenti problemi:

1) se si possa produrre degnamente letteratura in volgare volgare);
2) attraverso quali interventi il volgare stesso possa essere reso pari al latino per dignità.

La questione della lingua, nella sua prima fase, è appunto una comparazione tra latino e volgare, risolta a vantaggio dell'uno o dell'altro idioma. Gli umanisti che preferirono il latino (lingua dell'"eternità" letteraria) implicitamente diedero una risposta diversa da quella di Dante, per il quale invece il volgare è «luce nuova, sole nuovo, lo quale surgerà là dove l'usato tramonterà, e darà luce a coloro che sono in tenebre e in oscuritade per lo usato sole che a loro non luce » (Convivio). Idea non facile da accettare, questa, se persino Boccaccio fu indotto a dire che il poema dantesco sarebbe stato « piú artificioso » e « sublime » se fosse stato scritto in latino. Del resto anche Petrarca confidava nelle sue opere latine per garantirsi la fama presso i posteri (secondo Filelfo scriviamo in volgare « quod nolumus transferre ad posteros », ciò che non vogliamo che arrivi ai posteri).

Tra gli umanisti fu L. B. Alberti a svolgere meglio il ruolo di difensore del volgare, introducendo un argomento nuovo: non esiste una lingua per natura piú nobile di un'altra, ma sono gli scrittori a dare autorità e bellezza agli idiomi. Identica opinione circolò in ambiente fiorentino, al tempo di Poliziano e di Lorenzo il Magnifico. Fino al sec. XV, perdurando le discussioni attorno al rapporto con il latino, il volgare venne indicato indifferentemente con varie designazioni: toscano, fiorentino, italiano, lingua comune, volgare; ma nel Cinquecento il dibattito si concentrò proprio sulle differenze insite in queste definizioni, in concomitanza con una svolta nella regolamentazione normativa.

Riferimento fondamentale per la questione della lingua nel Rinascimento sono le Prose della volgar lingua di P. Bembo (1525), trattato nel quale si fissano i principi del fiorentinismo arcaizzante (cioè si stabilisce l'autorità linguistica dei grandi modelli fiorentini trecenteschi: Petrarca e Boccaccio, in misura minore Dante). I sostenitori dell'"italianità" della lingua, invece, si rifecero alle argomentazioni del De vulgari eloquentia di Dante (cosí Trissino), negando il primato del fiorentino. Calmeta propose a modello l'uso della corte di Roma (lingua cortigiana). B. Castiglione, nel Cortegiano, dichiarò di non essersi adeguato né « al parlar toscano d'oggidí », né ai modelli arcaici, e di aver preferito attingere alla « consuetudine del parlare dell'altre città nobili d'Italia, dove concorrono omini savii, ingeniosi et eloquenti ».

La cultura fiorentina, invece, ambiva a veder riconosciuto il primato della lingua moderna di Firenze (un passo avanti decisivo in questa direzione fu compiuto da Varchi nel trattato l'Hercolano, pubblicato postumo nel 1570). Fra tutte le proposte avanzate nella prima metà del sec. xvi, solo quella di Bembo offriva chiari modelli e garantiva l'apprendimento della lingua letteraria in base alla teoria dell'imitazione. La soluzione di Bembo si inseriva meglio di ogni altra nel classicismo del tempo, facendo corrispondere il canone "moderno", costituito da Petrarca e Boccaccio, a quello latino, costituito da Virgilio e Cicerone.

Sarebbe errato sottovalutare l'importanza di queste discussioni. Era infatti in gioco lo stabilimento di una norma, rintracciabile in alternativa: a) negli scrittori del Trecento; b) nell'uso della città di Firenze (o, in maniera piú estensiva, nell'uso della Toscana); c) nell'uso dí alcuni centri di cultura italiani (Calmeta, si è detto, pensava alla corte papale). La prima opzione fu quella vincente, seppur al prezzo di qualche compromesso con la tesi fiorentinista.

Nel 1612 usci il Vocabolario degli Accademici della Crusca, che combinava le soluzioni a) e b), in stretta dipendenza dalle idee linguistiche del trattatista e filologo fiorentino Lionardo Salviati.

Il primo grande vocabolario italiano, redatto sulla base del modello fiorentino, fu il cardine attorno a cui ruotarono tutte le discussioni seguenti, pro o contro la selezione in esso operata. Edizioni successive del Vocabolario temperarono l'impostazione rigida iniziale.

Nel Settecento si ribellarono all'autorità della Crusca intellettuali come Baretti (fautore di uno stile « naturale », antiboccaccesco), o gli appartenenti al gruppo del « Caffè », dove si ebbero le piú radicali posizioni innovatrici, risolutamente antiaccademiche, favorevoli ad un'apertura illimitata aí forestierismi (A. Verri). Una posizione nutrita di pensiero illuministico, ma piú moderata nella sostanza, si ebbe nel Saggio sulla filosofia delle lingue di M. Cesarotti ( 800), in cui i problemi normativi dell'italiano sono collocati in un'indagine generale, "filosofica", appunto. Cesarotti afferma che nessuna lingua è perfetta: per quanto ricca, essa dovrà sempre innovarsi e ampliare il proprio lessico.

All'inizio dell'Ottocento si scontrarono due diverse posizioni: quella classicista e quella purista. Monti e Perticari, classicisti, auspicavano una lingua comune, aperta agli apporti non toscani. L'abate veronese A. Cesari era invece fautore di una reazione rigidamente puristica (purismo), e riproponeva in maniera drastica il normativismo arcaizzante e il culto degli scrittori fiorentini delle origini.

Le posizioni dei primi romantici, pur risolutamente avverse al purismo, non segnarono una svolta decisiva nella questione della lingua rispetto a Monti e ai classicisti, ma introdussero elementi attinti alla cultura linguistica francese, al pensiero degli Idéologues. Tra coloro che si mossero nell'ambiente del «Conciliatore », il miglior intervento è quello di Stendhal, che però non fu pubblicato, mentre le polemiche di Monti contro la Crusca furono commentate da Ludovico di Breme.

La vera posizione innovativa espressa dalla cultura romantica fu quella di Manzoni, maturata attraverso la sua personale esperienza di scrittore. Manzoni corresse, con un lungo lavoro di revisione, le forme genericamente toscane della prima edizione dei Promessi sposi (1827), facendo passare l'opera attraverso la decisiva «risciacquatura in Arno »: l'edizione definitiva del romanzo (1840) aderisce al linguaggio vivo dei fiorentini colti.

La scelta di Manzoni si trasformò in programma socio-culturale nella relazione Dell'unità della lingua (1868), in cui, sollecitato dal ministro dell'istruzione Broglio, lo scrittore propose mezzi e modi per unificare la lingua « in tutti gli ordini del popolo ». Non siamo piú, evidentemente, nell'ambito di scelte stilistico-letterarie o di polemiche d'accademia; qui non si guarda solo al pubblico dei letterati, ma alle esigenze di uno stato Moderno appena formato.

Le proposte di Manzoni (maestri toscani nelle scuole, viaggi in Toscana per gli studenti, soprattutto la compilazione di un vocabolario dell'uso fiorentino vivo, a cui dare la massima diffusione) incontrarono critiche e viva opposizione. Al dibattito parteciparono non soltanto i letterati, ma anche, e soprattutto, uomini di scuola ed educatori. G. I. Ascoli portò nella discussione la sua specifica competenza di glottologo. Nel Proemio (1872) all'« Archivio Glottologico Italiano » (la rivista da lui stesso fondata), Ascoli dimostrò che la lingua italiana ha, sí, una base fiorentina, ma ha avuto poi uno sviluppo diverso, che l'ha resa ben distinta dalla fiorentinità moderna. Improponibile era dunque la soluzione di Manzoni, la quale prendeva a modello la situazione di stati centralistici (la Francia, l'impero romano), raccolti attorno alla forza unificatrice di un solo centro politico dotato di autorità indiscussa. In Italia, invece, esistevano molti centri dotati di autorità culturale pari a quella dí Firenze.

Nel primo Novecento le idee dí Manzoni furono riprese piú o meno fedelmente, in chiave divulgativa, da E. De Amicis. A queste teorie si contrappose B. Croce, negando ogni proponibilità a qualunque lingua-modello, in nome della libertà dell'espressione, intesa come atto individuale irripetibile. Durante il fascismo fiorirono discussioni di scarso respiro culturale, attorno alla lotta contro i forestierismi (nazionalismo linguistico).

Nel secondo dopoguerra, invece, la questione della lingua ha vieppiú mostrato il suo legame con problemi paralleli, quali l'educazione linguistica nella scuola, la forma della prosa, il sottocodice burocratico, la comunicazione con il pubblico, l'influenza dei mass-media, i rapporti tra classi sociali. La domanda « quale italiano? » è stata posta assieme ad altre domande sulle condizioni culturali delle masse, o è servita a interpretare la fase sociale attraversata dal paese. Cosí è stato quando Pasolini, nel 1964, ha sostenuto che era nato un italiano «tecnologico », unificato sulla base dei modelli della borghesia neocapitalistica. Molti fecero notare quanto di affrettato e di eccessivo ci fosse in questa pur suggestiva affermazione.

Da allora sono comparsi sulla stampa giornalistica e su riviste specializzate interventi ricollegabili alla questione della lingua, che hanno avuto per oggetto le prospettive dei dialetti, il ruolo delle minoranze, la legittimità delle pronunce regionali dell'italiano, l'insegnamento della lingua nella scuola, il linguaggio della classe operaia e dei giovani. Il legame tra li dibattito linguistico e i problemi sociali, già individuato da Ascoli e da Gramsci, resta la miglior chiave di lettura di queste nuove discussioni.

 

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