BABILONIA

 

Letteratura

http://www.parodos.it

Home   l   Torna all' indice di letteratura  l   Contact

 
 


RELIGIONE E LETTERATURA

Non è semplice interpretare il rapporto che intercorre tra religione e letteratura. Proprio perché dentro quel binomio si celano molte possibili letture, che hanno dato e continuano a suggerire il taglio a testi, riviste e convegni che se ne occupano, quali ad esempio: esperienze religiose nella letteratura; letteratura e sacro; letteratura e mito; letteratura e fede (o, più in generale, arte e fede); letteratura e teologia, sino magari a giungere a un complessivo «letteratura religiosa», con tutta l'ambiguità terminologica che l'espressione implica, o a una lettura amplificata ove a «religione» si sostituisca «religiosità». E il percorso che ha dettato anche la pratica della rilevazione critica, ora applicato di caso in caso a cogliere la costante presenza di passi di un testo sacro in singole opere o componimenti (dal Tommaso d'Aquino di Dante al Cantico dei cantici, dal Cavalcanti di Chi è questa che vèn, ch'ogn'om la mira, sino all'Isaia e ai salmi dell'Ungaretti della Pietà o al Quasimodo che riscrive la lamentazione della cattività babilonese, passando per Milton, Blake, Klopstock), ora approdato a riletture complessive in testi ormai classici, come Il grande codice. La Bibbia e la letteratura di Northrop Frye, Il segreto nella Parola. Sull'interpretazione della narrativa di Frank Kermode o La saggezza dei libri di Harold Bloom. Un rapporto comunque ambiguo, quando si passi a considerare non tanto criticamente l'influenza esercitata da testi sacri sulla letteratura, quanto fattualmente il rapportarsi dello scrittore non al solo testo sacro, ma ai fondamenti stessi della religione. Al piano di simbiosi. Al modo di viverla creativamente (con il punto d'approdo forse estremo di un Blake nella identificazione di religione e creatività umana). Una ambiguità che don Giuseppe De Luca denunciava negli anni Trenta sulla rivista cattolica «Il Frontespizio», a proposito del binomio cattolicesimo - scrittori (impostazione ovviamente estensibile a o altra religione), affermando categoricamente che «non esistono degli scrittori cattolici. Esistono dei cattolici, grazie a Dio e sono molti; e tra loro esistono degli scrittori, e grazie a Dio, sono pochi»; quanto mai consapevole del rischio che una diversa posizione comporta sul piano della retorica. Una distinzione essenziale per scindere la tentazione apologetica dall'inquietudine ricca di interrogazioni, tanto più alte e, drammatiche quanto più a formularle è il credente: si pensi al Juan de la Cruz della «noche obscura»; o al Manzoni della Storia della colonna infame per il piano della storia e del Natale del '33 su quello privato.
Assumendo pertanto il rapporto letteratura-religione nella prospettiva che guarda a come e quanto la prima si abbeveri o addirittura si sostanzi della seconda, si possono formulare varie possibili considerazioni di fondo, che potrebbero essere riassunte nelle due estreme posizioni: di chi della religione acquisisce i materiali (per dirla con Frye, coloro per i quali «la Bibbia è più simile a una piccola biblioteca che a un vero libro»); e di chi, della religione (nel suo più ampio significato) sostanziandosi, vede nei testi sacri (Bibbia, Corano, i grandi Sutra) non (solo) opere letterarie – ciò che comunque sono, e di altissima levatura – ma «La Parola». Dentro questo ampio spettro, si possono cogliere sia pur sinteticamente vari passaggi.
Il più semplice è quello di limitarsi ad assumere la parola o l'immagine, propria di una religione, entro il classico formulario della citazione o del calco, di quanto è comunque divenuto patrimonio culturale comune. Ove però una semplice conoscenza memoriale non può consentire di parlare di vero rapporto: anche perché, come accade per le citazioni del patrimonio culturale, la ripresa può essere incosciente.
Cosciente non può che essere invece la ripresa della materia religiosa: ciò che non basta comunque a parlare di vero rapporto, specie se tale ripresa è di segno unicamente estetico o, su un piano più pratico, di sollecitazione alla immaginazione, come nel caso delle tante opere che su tale materia hanno operato e operano per variazione, attenendosi più o meno fedelmente alla fonte; quella linea particolarmente fiorita in periodo barocco, successivamente sfociata nella messe librettistica e approdata infine tra Otto e Novecento al romanzo storico, non di rado piegati alla propaganda (come i religiosissimi ma pletorici romanzi di padre Bresciani).
A segnare significativamente il passo è invece il momento in cui l'assunzione della parola e della materia procedono contemporaneamente all'assunzione del senso: quale che sia la prospettiva di tale assunzione. E non per nulla è in questa fase che si fa avanti come parole, immagini, simboli e figure di riferimento – ciò che vale per qualsivoglia religione nella quale ci si riconosca – tutto quanto ha segnato la storia dell'uomo. È questa la fase nella quale l'io dello scrittore, chiuso in sé o aperto agli altri e al mondo, si trova a misurarsi con il problema del Male e del Dolore nella storia. Ed è il momento che vede allora l'autore entrare in un rapporto quanto mai dialettico con il sentimento di Dio o, comunque, dell'Assoluto. E sempre, in questo caso, sia egli credente o meno, finisce per assumere nella propria voce la voce del testo sacro. Ecco allora – nell'ambito della letteratura occidentale – la forte presenza di voci dai salmi, da Geremia, da Isaia, ma soprattutto da Giobbe e dal Qohelet (nei due ultimi casi incrociati talora con Lucrezio): ossia da quei testi che formulano drammaticamente, al limite della bestemmia – e talvolta anche dentro essa – interrogativi di fondo. Interrogativi peraltro spesso addirittura irrisolti, e di carattere tanto universale da aver dato vita sin dalle origini a una sorta di fraternità dei Qohelet, in terra d'Egitto o mesopotamica. Ed è di tali ferite aperte che la letteratura porta frequentemente il segno; così come è a quei testi che essa ha finito per abbeverarsi, proprio per le domande sul «senso». Al punto, nel caso di una figura-simbolo come Giobbe, da evocarla di continuo (come in La scelta di Reuven di Chaim Potok) o addirittura da farla rivivere specularmente come personaggio (il Giobbe di Joseph Roth).
Interrogazioni che possono prendere le forme più svariate: dalla maschera comica di Davide nel Lo sa Dio di Joseph Heller, a quel «vangelo secondo Giuda» che è La gloria di Giuseppe Berto, allo «scherzo intorno alla verità» di Giuseppe e i suoi fratelli di Thomas Mann, un Giuseppe declassato da messaggero del divino a protagonista di una impresa economica che riconcilia natura e spirito. Per giungere a rivisitare non filologicamente, ma narrativamente, la vita stessa di Gesù (e guardando ad esempio a Papini, Mauriac, Santucci e Saramago si scorgono quattro diversi modi di leggerla da parte di tre credenti, tra cui il neoconvertito Papini, e un non credente), anche isolandone alcuni momenti (in particolare la Passione). Di più: a eleggere Dio stesso a personaggio (Jack Miles, Dio. Una biografia).
Quanto poi al Qohelet, il catalogo è addirittura sterminato e irriassumibile, dandosi come presenza ora estemporanea (il tema della vanità e della caducità), ora intrinscamente connessa allo stato d'animo o al pensiero dell'autore (e valgano qui, rappresentativamente, i nomi del Guicciardini dei Ricordi, di Montaigne, Leopardi, Unamuno, Khayyam, Eliot, Montale, sino al Tolstoj che nelle Confessioni fa rivivere simbioticamente le due linee del Giobbe e del Qohelet).
E insomma il rapporto tra Assoluto e Storia a sconvolgere. Un rapporto da sempre traumatico, che assume la forma della voce tragicamente interrogante e talvolta addirittura risentita: sino allo scontro con un Dio impassibile. Quel tema del «silenzio di Dio» avvertito come particolarmente e dolorosamente scandaloso –in particolare dalla «letteratura concentrazionaria» – a ridosso di quel «Golgota dell'umanità moderna» e «del mondo contemporaneo» (così rispettivamente il rabbino I. Maybaum e Giovanni Paolo II) che è stato l'olocausto e che «a livello di Dio resterà sempre il più inquietante dei misteri» (Wiesel). E lo scandalo del Male e del Dolore: che giunge sino a formulare domande che non conoscono risposta. E che non la possono conoscere altrimenti che nella fede che si porta in sé; e però, anche in tal caso, con dolorose increspature quanto più avvertito è il desiderio tormentoso dell'e-temo. Ecco allora la domanda, non solo dostoevskijana, sulla sofferenza degli innocenti. Ecco l'Eliot che «nella Terra desolata testimonia lo smarrimento dell'uomo contemporaneo che ha perso il senso del sacro», mentre «con i Quattro quartetti entra nell'agonia della santificazione» (così Luzi). Ecco Mauriac che indaga narrativamente i confini della assenza della Grazia; e Bemanos che racconta il dramma della redenzione attraverso figure erose interiormente dalla perdita di ogni rapporto con la trascendenza.
Con i quali autori si è nell'assunzione, da parte di chi scrive, della sostanza stessa della propria fede (magari anche per allontanarsene polemicamente, come Heinrich Beffi). Si è, in particolare, al suo momento più inquietante, là dove religione e letteratura si equilibrano nella densità del sentire e del dire. Un sostanziarsi dell'arte nella fede che conosce varie forme: a partire dal raggiunto difficile equilibro di quella parola che nasce insieme come preghiera e come creazione letteraria: come con le preghiere alla Vergine di Dante o Petrarca. Di più: nell'inversione stessa della prospettiva, nel rapporto letteratura e religione: dove la parola nasce esclusivamente come preghiera, restando profondamente tale pur nel farsi al tempo stesso letteratura: ed è il Cantico delle creature di Francesco d'Assisi.
Certo, il tipo di rapporto più diffuso tra letteratura e religione è di ben altro segno, pur nella sincerità degli accenti: è quel rapporto di matrice più esteriore, in cui la materia è assunta sì con piena convinzione, tanto da poter legittimamente aspirare alla sezione che potremmo definire «Letteratura religiosa», ma in cui le ragioni del cuore e della fede prevalgono su una pur non assente ragione estetica. Il salto, invece, si verifica altrove. Soprattutto nella modernità, ove si fanno più rari gli accenti d'un Francesco d'Assisi. Può essere l'intreccio tra lacerante tormento del dubbio e certezze di volta in volta riacquisite, proprio di chi vacilla nella fede ma non nella speranza, guardando soprattutto alla carità di Annette von Droste-Hùlshoff. O il tormento di Gerard M. Hopkins, calato nella formulazione stessa del verso, la cui antropologia del divino fonde le tradizioni testamentaria e greca, in cui le immagini del naufragio e del deserto veterotestamentarie sono riequilibrate – anche attraverso Maria – da un Cristo redentore della natura e degli uomini.
Ma può essere anche qualcosa di più. Come accade con il Manzoni degli Inni sacri. O con l'ultimo Rebora. Può essere la Grazia stessa che si fa «parola poetica», dandosi anche nella forma dell'inquietudine da «noche obscura» di Juan de la Cruz. Ossia: di quel momento in cui «la luce stessa è tenebra profonda» (Giobbe 10, 22).

 

Copyright 2008 Babilonia - Parodos All Rights Reserved.