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RIMA

(lat. rhythmus 'ritmo', probabilmente attraverso il fr. rime).

Identità di suono (omofonia) tra due o piú parole dalla vocale tonica, compresa, alla fine; di solito collocata in punta di verso (però rimalmezzo): vITA: smarrITA; oscURA: dURA: paURA. Ripetizioni di segmenti o parti sonore di parole si dànno in tutte le lingue, anche in prosa, dove a noi suonano, di solito, fastidiose; diventano invece accettato o indispensabile elemento metrico quando sono incluse nella struttura del verso. Non è del tutto vero che la metrica classica non conosca rima; meglio però, in questo caso, parlare di omoteleuto. Né la metrica barbara la proibisce.

In latino la rima è quantitativa se ripete la sola quantità finale (accentuativa / quantitativa, metrica), oppure quantitativo-melodica se le quantità melodiche portano gli stessi accenti melodici. Diffusissimo nel medioevo l'endecasillabo leonino con rima baciata al mezzo, in cesura (« In terra summus / rex est hoc tempore Nummus ») ch'ebbe influenza sui distici a rima baciata romanzi.

Nella metrica mediolatina con rhythmus s'indica in genere una versificazione costituita da un certo numero di sillabe consuonanti (cioè rimanti) regolate da un certo ritmo (e dunque da regole metrico-quantitative). Di qui, nell'incertezza della terminologia dell'epoca, la stretta correlazione di verso ritmico (= non quantitativo, non metrico) e rima, e la progressiva identificazione, in ambito romanzo, di rima con verso. La rima divenne cosí l'elemento più importante della struttura, e per sineddoche il medesimo discorso poetico in volgare.

Significativamente già in senso moderno, nell'attualizzazione del contrasto con la metrica latina, Dante nel Convivio intende per rima sia 1) « quella concordanza che ne l'ultima e penultima sillaba far si suole »; sia, in senso piú largo, 2) « tutto quel parlare che in numeri e tempo regolato in rimate consonanze cade ». Di fatto Dante concede massima importanza e cura alla rima. Si veda ad es. come a) sempre la rima cade sulla concatenazione della canzone (unica eccezione « Sí lungiamente » a stanza unica); b) delle 204 occorrenze di hàpax nella Commedia ben 173 cadono in rima (ma cfr. infra e Baldelli [1973]).

Nega alla rima il mero ruolo di abbellimento eufonico del verso il formalismo novecentesco; che insiste invece sulla rima come eccellente fattore metrico, organizzazione versale già nel momento in cui scompone irrazionalmente il testo poetico in una serie, dove "irrazionalmente" va inteso nel senso dello scarto dalla norma grammaticale. Se è vero poi che il principio regale del discorso poetico sta nel parallelismo, la rima proporrà la piú alta delle equivalenze dí suono, fino al punto da investire lo stesso significato delle parole in rima.

Si possono considerare, della rima, almeno le seguenti funzioni:

1) eufonica;
2) strutturale-versale;
3) parallelistica (parallelismo fonico-semantico);
4) strutturale-strofica;
5) strutturale-ritmica;
6) selezionatrice del linguaggio.

La funzione 1) va intesa nel senso di un'hedoné auditiva che fa della rima (nei versi) un ornamento non esterno ma volto principalmente a indicare, piú di ogni altro indice, la fisicità della parola, il lato non intellettuale e astratto del segno, o meglio l'amalgama di segno convenzionale e di qualità sensoriali proprie del verso (di qui l'effetto di sorpresa, anche minimo, ma immancabile) e il piacere della ripetizione e della memoria (cfr. il finale di Meriggiare, dove Montale fa il pieno di assaporamento di rime consonanzanti tra loro e con un verso intermedio).

La 2) per un aspetto può dirsi " demarcativa", poiché fornisce un indice alla nostra percezione del limite del verso, un indice non esclusivo, certo, e per di piú variabile a seconda delle culture; particolarmente rilevato, poi, in alcuni casi, come per es. nell'anisosillabismo, o in composti di forme metriche varie (frottola), quando ci dice con chiarezza il compiersi della misura.

La 3), anche "iterativa", è fondante del discorso poetico e la rima la attua piú di ogni altro elemento: le parole in rima possono far correre parallelamente suoni e significati, che dunque si corrispondono e si potenziano fissandosi (cfr. prime terzine dalla Commedia, o il primo sonetto del Canzoniere, suono : core : errore : sono) creando quasi un discorso a sé in banda laterale; oppure, al polo opposto, possono farli discordare, e allora, quanto piú si distanziano tra loro per significato le due parole in rima, tanto piú il suono le rende paradossalmente gemelle, creando nel lettore uno spaesamento logico-semantico; che è nuovo stimolo al suo intelletto e ulteriore informazione (ben note per la polemica implicita le rime gozzaniane duoli : fagiuoli, Nietzsche : camicie, trastullo : sullo, ironico-parodistiche le prime due, testimone dell'intenzione d'usare parole sincategorematiche tutt'altro che preziose, l'ultima; con la proposta, piú generale, di far entrare per la finestra delle rime nuove liste lessicali nella casa della poesia, sfruttando con astuzia pure la funzione 6). Nel caso delle rime identiche, che usualmente comportano un massimo di selezione linguistica e ideologica, l'autore spesso ne divarica i significati fino all'equivocità (rima equivoca) e il lettore è invitato a sorprendere, comunque, le sia pur lievi e sfumate differenziazioni semantiche.

La funzione 4) si risolve, vistosamente, nel raggruppamento strofico dei versi, per cui questi diconsi distici (baciati, dunque, AA, BB, CC, ecc.), terzine, quartine, ecc. e non a caso alcuni portano il nome di terza rima, ottava rima, ecc. fino al caso della strofa monorima.

Correlata alla funzione 2) la 5), come da etimo, è presente non solo sull'asse verticale – funzíone 3) – ma anche su quello orizzontale: la rima convoglia, regola e turba la sintassi, e non di rado proietta all'indietro la propria valenza fonica coordinando allitterazione e assillabazione (« di Malebolge e li Altri piAnd vAnI », Dante, Inferno).

Non ultima la funzione 6), che si può esemplificare con le prime rime della canzone dantesca «Donne ch'avete »: amore : dire: (laude) finire : mente : valore : sentire :ardire: gente, ecc. che attestano un preciso setacciamento lessicale (per ora solo verbi e sostantivi; parole-chiavi, insomma) teorizzato sul piano ideologico (dolce Stilnovo e tesi dei magnalia nel De vulgari eloquentia) e fonico espressivo.

Secondo l'accento di parola le rime si dividono in: piane, cioè rime tra parole piane (ritenute normali, come il verso tipico italiano, ch'è piano); tronche, cioè tra parole tronche (tronca in vocale: può:co:Po; tronca in consonante: martir:gioir, ardor:cor); sdrucciole (vínsemi:sospinsemi). Rima tronca e sdrucciola non sono assenti nella poesia delle origini, ma di solito evitate o eliminate mediante epitesi, in ispecie nella lirica illustre; vengono adottate generosamente da Chiabrera nell'ode-canzonetta, che ne lancia la moda con ottima fortuna perché ben favoriva le esigenze della poesia cantata e poi del melodramma: verranno cassate da Pascoli perché urtanti un orecchio assai indulgente verso gli effetti prosastici in poesia.

Secondo morfologia la rima è facile, quando il repertorio a disposizione è ampio (amplissimo quello di una rima desinenziale: amare: toccare), difficile o rara, quando è ricercata dentro un ristretto ventaglio disponibile (scoppio: doppio:accoppio, unica rima in -oppio della Commedia). Le facili possono essere grammaticali, desinenziali e suffissali, o ripetitive. La grammaticale si basa su un rapporto grammaticale tra due serie di rime (cadde già in disuso nel XIII sec. e lo Stilnovo la trascura): clami:clama: c' ami:c' ama (Jacopo da Lentini). Per la desinenziale: si veda sopra la "facile" desinenza in -are. Suffissale è per es. quella ottenuta con gli avverbi in -mente. È derivativa quando interviene un legame derivativo etimologico (disagio : agio; speranza: disperanza). Invece è inclusiva o a eco quando c'è inclusione fonica, non d'etimo (perdono : dono; arte: carte).

Proseguendo nel tecnicismo (tecniche sono infatti tutte queste rime piú complesse), la rima è

1) ricca se all'identità fonica "regolare" si aggiunge quella di almeno un fonema antecedente la tonica (incluso il secondo elemento di un nesso consonantico: secondo : giocondo; strugge:rugge); solitamente ai dittonghi viene attribuita "ricchezza" solo quando almeno uno dei rimanti ammetta pronuncia dieretica (dieresi): disviata:mischiata; 2) equivoca, se fonematicamente identica ma di senso diverso (per etimo o situazione semantica) o di diversa pertinenza grammaticale: luce (la luce', sostantivo): luce (sempre sostantivo, ma 'gli occhi'); sole (sostantivo): sole (aggettivo femm. plur.). Tipica dei Siciliani e di Guittone; 3) equivoca contraffatta (per es. puro :pur ho), se costituita da catene foneticamente identiche ma graficamente distinte e risolte con elementi diversi grammaticalmente; 4) franta (composta o spezzata o rotta), con spezzatura della catena fonica in parole diverse: parte:far te; e Dante: sol tre :poltre; non ci ha:oncia; 3) per l'occhio, se propriamente con la stessa grafia ma con accenti diversi, partí: sarti; 6) identica, quando una parola rima con se stessa; normalmente evitata, diviene occasione di gioco sperimentale o, d'altro lato, di esaltazione sacrale della sede rimica con l'eccezionalità dell'occorrenza (nella Commedia dantesca Cristo rima solo con se stesso). Altra cosa è l'impiego della r identica nella canzone sestina, dove vige quasi sempre la regola di attribuirle significati piú o meno diversi (identica equivoca); 7) per la rima per tmesi; 8) irrelata, quando è senza compagna (rim espars; rim estramp). Nel De vulgari eloquentia Dante prevede che un verso o due della sirma restino senza consanguinei (e lo chiama clavis; ma canzone; rim estramp); 9) ipermetra, quando una sdrucciola rima con piana; sarebbe perfetta se si eliminasse l'ultima sillaba dell'ipermetra. L'eccedenza è dunque della parola sdrucciola, non del verso: esali: alito (Pascoli); acquerugiola : rifugio (Govoni). Pascoli trasborda la sillaba "eccedente" nel computo del verso successivo mediante episinalefe o sinafia; 10) per la rima ritmica (termine un po' equivoco), anacreontica.

Quanto alla rima siciliana, va tenuto conto del vocalismo tonico siciliano, che presenta cinque vocali induse la o e la e, con l'unica pronuncia là ammessa, quella aperta, mentre quello toscano ne presenta sette, incluse la o e la e aperte e chiuse. I siciliani facevano rimare perfettamente usu : amorusu e aviri:sirviri.

I manoscritti dei loro testi furono toscanizzati dai vari copisti (e cosí son giunti fino a noi, con un'unica eccezione). Per cui gli amanuensi scrivevano e i poeti toscani (ignari del mutamento) leggevano uso:amoroso, avere:servire. I rimatori del continente coglievano tali rime nel loro modello privilegiato, le ritenevano perfette e rimavano facilmente e costantemente, per es., voi: altrui. Per antichissimo uso editoriale, infine, si regolarizzavano le rime "imperfette" e si pubblicava vui : altrui. (Oggi si propende a ristabilire la siciliana nel suo originario equivoco fonetico e culturale).

La rima siciliana sopravvive in forme fisse puramente culturali fino a Manzoni, Cinque Maggio (nui: lui). Inoltre, per tendenza latineggiante e provenzaleggiante, i siciliani prediligevano amori (invece del loro proprio amuri) e lo accoppiavano con cori, in rima perfetta poiché in Sicilia le due o sono, senza alternative, aperte.

Non cosí in Toscana dove amori ha o chiusa e cori aperta. Quest'ultima "imperfezione" fu accettata dai Toscani, e poi, per consenso, da tutta la tradizione italiana, dove, dunque, vale anche e aperta: e chiusa. Cosí anche z, s sorda e z, s sonora. Es., nella Commedia, cozzo (sordo): sozzo (sonoro, ma forse sordo ai tempi di Dante): mozzo (sordo); rispose: cose: spose (sonoro). Ma fino al Cinquecento nella lirica z sorda non rima con z sonora [cfr. D'Ovidio 1932].

Si veda infine la rima aretina o guittoniana: se, come sopra, uso:amoroso e amori:cori, cioè u : o (chiusa) e o (chiusa) :o (aperta), allora u:o (aperta) (es. tipico, altrui:poi) per astuzia di ragionamento transitivo al servizio dello sperimentare. Dunque per Guittone u: o (chiusa) : o (aperta) e parimenti i: e (chiusa) : e (aperta). Si tratta di una scelta stilistica e iperculturale, cosí come culturale è il fenomeno della rima siciliana (di cui i siciliani ovviamente ignoravano l'esistenza e che usavano invece i toscani). Cosí la bolognese, analoga a quest'ultima: lume:nome:come, in quanto lume suona lome in bolognese (ma la si può interpretare in termini "siciliani").

Dall'ordine strutturale in cui compare nel componimento, ovvero, per l'occhio, nella catena verticale le rime presentano combinazioni storiche tipiche, come soluzioni della loro funzione strutturante e strofica. Le forme metriche, infatti, vengono individuate sinteticamente e simbolicamente con le lettere che rinviano alle rime (a lettere uguali rime uguali), oltreché con maiuscole e minuscole (per i versi piú lunghi e piú corti, rispettivamente) e con numeri all'esponente per individuare il metro. R baciata, o accoppiata, è quella a coppie AA, BB. R alternata: ABAB (che già individua una quartina: sonetto; ottava). Rima incrociata, lo schema è ABBA (ma nella metrica francese croisée indica l'alternata) (sonetto); incatenata, ABA/BCB /CDC / (cfr. la Commedia; terzina) (encadenata nei provenzali indicava invece la rima alternata); ripetuta, o costante o replicata: ABC / ABC (canzone; sonetto). Rinterzata o rafforzata quando cade su un verso breve che rima con un verso lungo immediatamente precedente o seguente (sonetto).

Impropriamente si dice imperfetta la siciliana che gli utenti sentivano come perfetta; imperfetta piuttosto va detto di una rima che, in generale, presenta una corrispondenza di suoni eccepibile senza scusanti di tradizione. L'imperfezione è molto lieve in casi come arte:alte (scambio di liquide; ma assonanza; consonanza).

Il Novecento offre una vasta gamma di imperfette, spesso equiparate, nella coscienza metrica, alle perfette, altre volte sentite come una violazione o parodia della norma; come la totale assenza di rime (una buona fetta dell'ermetismo) ha valenza strategica.
 

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