ROMANZO
STORICO
Sottogenere
letterario inaugurato dallo scrittore inglese
Walter Scott nel secondo decennio dell'Ottocento
(Waverley, 1814), e oggetto di particolare
favore in Italia a cominciare dalla traduzione
di Kenilworth (1821), stampata a Milano l'anno
stesso. Si tratta di una forma ibrida, mista di
verità e di fantasia, che appaga l'interesse
idealistico per la storia, il culto romantico
per le tradizioni patrie, l'impegno
positivistico nella ricerca di materiali
oggettivi. Un esemplare prodotto delle
potenzialità del "romanzo storico" è costituito
dai Promessi sposi (1827 e poi, in versione
linguisticamente mutata, 1840) di Alessandro
Manzoni, in cui assieme ai grandi temi della
tradizione (come la lunga "inchiesta" dell'eroe,
Renzo, alla ricerca della donna amata, Lucia,
sottrattagli dalla prepotenza degli uomini e
dalla tirannia del fato), si concentra un
preciso uso estetico-ideologico della storia
(qui quella della Lombardia spagnolesca di
inizio Seicento), funzionale al riscatto degli "umili"
e degli "oppressi" (in primis i protagonisti, un
filatore di seta e una contadina) dal "silenzio"
in cui li aveva confinati lo sprezzo dei
cronisti ufficiali.
Alla sua uscita il romanzo ottenne una
popolarità pressoché incontrastata, imprimendo
un forte impulso alla produzione di nuovi "romanzi
storici". L'esempio del Manzoni agì a diversi
livelli: da un lato il suo successo incoraggiò
altri scrittori a battere la stessa strada;
dall'altro, l'autorevolezza di cui si ammantò il
modello conferì al genere piena legittimità,
affrancandolo dal ghetto della letteratura
d'intrattenimento. Inoltre la compresenza nei
Promessi Sposi di temi morali, religiosi e
storici, unita al modo singolare della loro
fusione, suscitarono nella generazione
prerisorgimentale il desiderio di emulare e di
riproporre l'accordo fra arte e etica, storia e
fede. La moda, perché di moda si deve parlare,
durò in Italia fino al 1860. Anzitutto nella
produzione di consumo, che della lezione
manzoniana recupera i modi, gli intenti,
addirittura i personaggi, alla ricerca di agili
effetti: come La monaca di Monza (1829) di
Giovanni Rosini, che sviluppa il racconto
dell'amore fra due comprimari del romanzo,
Gertrude ed Egidio, oppure la Margherita
Pusterla (1838) di Cesare Cantù, in cui
l'attenzione verso gli umili e l'esaltazione
della religione quale fattore di difesa sociale
coabitano con una visione disincantata della
storia, animata di iniquità e di sadismo; e
ancora Giovanni delle Bande Nere (1857) di Luigi
Capranica e Marietta de' Ricci (1860) di
Agostino Ademollo. Molti di questi romanzi si
propongono finalità educative popolari e
moralistiche, talora patriottiche, come La
Battaglia di Benevento (1827) e L'assedio di
Firenze (1836) di Francesco Domenico Guerrazzi,
nei quali l'accento oratorio si tinge però di
sfumature cruente, o come Ettore Fieramosca o la
disfida di Barletta (1833) di Massimo D'Azeglio,
che trionfò fra i lettori sia per la solidità
plastica della tecnica rappresentativa, sia per
la caratterizzazione eroica ed elementare dei
personaggi, ad es. Fanfulla da Lodi, attore
anche del seguente Niccolò de' Lapi, ovvero i
Palleschi e i Piagnoni (1841). Più forte
interesse per gli elementi patetico-sentimentali
mostra invece il Marco Visconti (1834) di
Tommaso Grossi, in cui un aspro senso critico
borghese verso la violenza della storia produce
una singolare etica della sconfitta e della
sopportazione, mentre il Duca d'Atene (1837) di
Niccolò Tommaseo punta piuttosto sulla verità
psicologica dei moti affettivi dei personaggi.
Intanto nel 1845 lo stesso Manzoni dà alle
stampe il saggio Del romanzo storico, con cui
risolve le proprie perplessità riguardo al tasso
di falsificazione insito in ogni romanzo,
prendendo drasticamente le distanze dal genere,
convinto oramai dall'impossibilità di ritagliare
ad esso uno spazio di verità degno di affiancare
quelli della critica storica o della fede. La
sfiducia del fondatore ridonda sulle opere dei
suoi epigoni: nelle postume Confessioni di un
italiano (1867) di Ippolito Nievo la storia
pubblica dell'Italia fra il 1775 e il 1885 altro
non è che il semplice fondale su cui si stempera
la memoria dei singoli, mentre nei Cento anni
(1868-69), il cui titolo allude alla durata
dell'azione, incardinata sul protrarsi di una
lite giudiziaria attorno a un testamento, dalla
metà del Settecento alla metà dell'Ottocento,
Giuseppe Rovani opta per una narrazione ciclica,
frantumata in quadri e in episodi cronachistici
privi di un'oggettiva linearità.
Nel secondo Ottocento il "romanzo storico" si
riduce ad esercizio di scrittura giovanile (Verga,
I Carbonari della montagna, 1861), o tutt'al più
si fa specola da cui osservare un ricambio di
generazioni (Fogazzaro, Piccolo mondo antico,
1895). Breve reviviscenza ottiene all'inizio
degli anni Settanta il cosiddetto settore "archeologico",
con romanzi quali La giovinezza di Giulio Cesare
(1874) dello stesso Rovani, in cui la storia
antica riflette l'assurdità di quella moderna.
Il Novecento sceglie invece il contenitore
formalizzato del "romanzo storico" per
diffondere messaggi di difficile impegno (Luigi
Pirandello, I vecchi e i giovani, 1913), oppure
per riesumare il tempo che fu (Riccardo
Bacchelli, Il mulino del Po, 1938-40). Nel
secondo dopoguerra, se Giuseppe Tomasi di
Lampedusa sembra riproporre nel Gattopardo
(1958) il fascino mitico del passato quale
favolosa decadenza, altri scrittori impegnati
sul fronte marxista, ad esempio il Pratolini
della trilogia "italiana" (1955-66), rilanciano
il "romanzo storico" come mezzo per una poetica
di realismo critico. In anni più recenti il
successo del Nome della Rosa (1982) di Umberto
Eco, "giallo" d'ambientazione medievale attorno
ad una fitta trama di dibattiti religiosi,
filosofici, culturali, e l'ampia fioritura di
romanzi storici minori, fra cui si ricordi
almeno La famiglia Manzoni di Natalia Ginzburg,
hanno rivelato forse l'ultimo spazio offerto
alla narrativa storica, raffinato intarsio di
erudizioni e curiosità già note, piuttosto che
serbatoio di verità.
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