BABILONIA

 

Letteratura

http://www.parodos.it

Home   l   Torna all' indice di letteratura  l   Contact

 
 


SATIRA

Composizione poetica che elabora, con intenti moraleggianti e critici, aspetti, figure e ambienti della realtà culturale e sociale.

TEORIE DELLA SATIRA

Le caratteristiche della s. sono il taglio espressivo fondato sull'ironia polemica (nelle molteplici gradazioni dell'insidia velata, dell'invettiva, dell'aggressione violenta) e la scioltezza formale, che si traduce in strutture poetiche non convenzionali, risultanti ora dal libero uso della metrica, ora dall'alternanza di prose e di versi.
Ma il termine ha poi avuto un più vasto campo di applicazione e sono state definite «satiriche» anche opere di teatro o strettamente prosastico-narrative (romanzi, novelle).
Per sua natura, d'altronde, la s. è un genere ambiguo, a metà strada fra il comico e il serio, fra mimesi realistica e deformazione grottesca, fra momento conservativo (di istituti sociali e letterari) e impulso eversivo, teso a scardinare contenuti e forme della cultura ufficiale.
Di qui l'interesse che essa ha suscitato nella critica moderna, d'indirizzo sia sociologico sia formalistico. W. Benjamin contrappone la violenza «cannibalesca» dello scrittore autenticamente satirico alla parodia ipocrita e qualunquista esercitata da chi è compromesso con il potere. Per N. Frye la s. è nata dal processo di degradazione dell'«eroe» e si manifesta come tecnica di straniamento della realtà descritta, il cui scopo è quello di mettere in luce l'incongruenza e il ridicolo dei valori costituiti, opponendo a essi (ma non necessariamente) diversi parametri normativi. M. Bachtin, infine, vede incarnarsi nella s. il «sentimento carnevalesco del mondo», la gaia vitalità dei contadini nel tempo del raccolto, l'atteggiamento libero, realistico, dissacrante del linguaggio di natura, la volontà e quasi la voluttà denigratoria e sarcastica con cui si smaschera il presente; nel contempo egli invita a cogliere nel discorso satirico l'affiorare del doppio che relativizza la presunta coerenza di qualsiasi asserzione: rispetto al linguaggio della letteratura «seria», che attribuisce a ogni frase il valore della verità rivelata, il linguaggio della s. (o più genericamente della comicità) lascia sempre indovinare la «voce dell'altro», un'«altra parola», e non vuole mai imporsi come assoluto.

LA SATIRA NELLA LETTERATURA ANTICA

Nella letteratura greca manca uno specifico genere satirico, ma una vena moralistica e parodistica (affine a quella della s. vera e propria) impronta numerose opere catalogabili sotto generi diversi. E il caso della Batracomiomachia pseudo-omerica, che con ironia corrosiva smitizza valori e convenzioni, anche letterari, del mondo epico. Di carattere apertamente satirico erano i Silli di Senofane di Colofone, che ridicolizzavano difetti e superstizioni dei contemporanei. Per la dura carica polemica, si possono avvicinare al genere satirico i giambi di Archiloco e gli amari sfoghi di Ipponatte, mentre motivi di s. politica e sociale conteneva la commedia antica, a noi nota per i lavori di Aristofane.

L'ellenismo offre un'articolata produzione di umoristi e polemisti, soprattutto in campo filosofico. Appartengono a questa sfera le Diatribe (discussioni) del cinico Bione di Boristene, volte a demolire i pregiudizi correnti. Al genere comico-serio vanno infine attribuiti gli scritti di Menippo di Gadara, vari per temi e struttura (prosa alternata a versi), che attaccavano con fantasiosa ironia le convinzioni religiose e filosofiche del suo tempo. Luciano ne trasse ispirazione per i suoi Dialoghi.

Forme e motivi di questa produzione confluirono nella s. romana, che tuttavia per origine e sviluppo si deve considerare largamente originale. Sorta nell'ambito cultuale-agricolo delle feste per il raccolto, la s. (forse da satúra lana, il «piatto zeppo» di primizie che si offriva alle divinità rurali, in particolare a Cerere) si espresse dapprima in mordaci scambi di frizzi tra i campagnoli, poi in più organiche rappresentazioni sceniche, gai «contrasti» a base di canti e musica. Alcuni elementi strutturali di questa s. drammatica e preletteraria, a noi scarsamente nota, appaiono riconoscibili nel successivo sviluppo poetico del genere: la cadenza dialogica che anima molte s., il carattere di disinvolta improvvisazione, di colloquiale incoerenza compositi-va che perfino i più elaborati e lucidi sermones oraziani amano conservare, e infine la libertà stilistica che consente agli autori di s. di affastellare forme metriche e livelli espressivi diversi, di disgregare l'uniformità dell'eloquio letterario con l'impiego di parole gergali, popolari o straniere. In tal senso è significativa l'affinità tra l'impasto linguistico di Lucilio e quello della commedia plautina.

I primi autori di s. letterarie furono Nevio ed Ennio; inventore del genere è però considerato Lucilio, che nei suoi 30 libri di s. impiegò una grande varietà di metri, ma soprattutto l'esametro, verso principe della satira: il suo tema dominante è l'appassionata meditazione etico-autobiografica. Varrone introdusse la s. menippea, genere modellato sulle opere del polemista di Gadara e inteso soprattutto a criticare i costumi contemporanei. Allo spirito e alle forme delle menippee si possono ricondurre la senechiana Apocolokyntosis, impietosa caricatura del defunto imperatore Claudio, e il salace affresco del Satyricon di Petronio.

Al filone luciliano si ricollegano invece i sermones di Orazio, l'esempio letterariamente più raffinato di s. latina, con i due nuclei principali della pacata riflessione sui comportamenti umani e della polemica letteraria, sempre misurata e lucida. Da questo polo si dipana la poesia di Persio, duramente polemico, nella prima delle sue sei s., contro il malcostume di comporre e recitare versi per il puro gusto di un applauso effimero.

Con Giovenale, la s. riprende la funzione di denuncia dei pubblici vizi, e per meglio assolvere al suo compito si compiace di toni patetici e declamatori, di una tensione stilistica, spesso artificiosa, tra il tragico e l'epico, ormai lontana dalla sommessa, ma penetrante colloquialità della s. oraziana.

DAL MEDIOEVO AL CINQUECENTO

Nel medioevo la S. smarrisce gli antichi modelli strutturali e metrici, trovando invece espressione in forme poetiche diverse, sorte per altri scopi e altre destinazioni: dal ritmo latino alla profezia, dall'epistola alla visione, dalla danza macabra (che svolge in chiave satirico-edificante il tema dell'ineluttabilità della morte) al testamento e alla tenzone (dibattito intorno a tesi opposte). La s. morale predilige il discorso allegorico, che assume gli animali a simboli di vizi e virtù degli uomini: tra gli esempi più remoti si ricordano l'Ecbasis captivi (sec. X) e l' Y sengrinus (terminato nel 1148), da cui si diramano i cicli narrativi del Roman de Renart (secc. XII-XIII) e del Reineke Fuchs (fine del sec. XV).
Diffusa è anche la s. sociale, affidata soprattutto ai canti goliardici, ma non infrequente in opere come la Meditazione della morte (1150-60) di Heinrich von Melk, il Roman de la Rose (sec. XII), i fabliaux (sec. XII) di Rutebeuf, il Libro de buen amor (sec. XIV) di J. Ruiz detto el Arcipreste de Hita, le cantigas d'escarnho (canti di scherno) e le cantigas de maldizer (canti di maldicenza) della lirica portoghese e spagnola; mentre la s. politica irrompe nei sirventesi dei trovatori provenzali, nelle poesie di Walther von Vogelweide e di Guittone d'Arezzo, via via fino all'opera di Dante e Petrarca. Entro le grandi ripartizioni (morale, sociale e politica) si delinea poi una tipologia più dettagliata e precisa, che rinvia direttamente alla temperie umana e culturale dell'epoca: dall'antagonismo fra plebi rurali e cittadine nascono sia la s. municipale sia la s. del villano, che annovera fra i suoi archetipi il Detto del villano di Matazone da Caligano (sec. XIV); l'invadenza del clero genera la s. antimonastica; la vita di città offre a bersaglio i rappresentanti della ricchezza e del potere. Tema ricorrente è anche quello della misoginia, che ha un esempio celebre nel Corbaccio di G. Boccaccio.

Incancellabile è tuttavia l'origine etico-religiosa della s. medievale, e ciò spiega perché l'invettiva colpisce di preferenza gruppi e categorie, raramente singole persone. Questo orientamento persiste in molti paesi d'Europa durante i secc. XV e XVI, anche per il divampare delle guerre di religione. Continua, per esempio, ad aver fortuna un tema squisitamente medievale come quello della «follia»: a esso si ricollegano, fra Quattro e Cinquecento, un tipo di farsa francese detto sottie o sotie, nonché il poema satirico La nave dei folli (1494) dell'alsaziano S. Brant e il più sottile Encomium Moriae (1511) di Erasmo da Rotterdam.

Sarà poi, specificamente, la riforma luterana ad alimentare su fronti opposti una cospicua letteratura satirico-religiosa: in Germania i dialoghi lucianei di U. von Hutten, L'esorcismo dei pazzi (1512) e Il gran pazzo luterano (1522) del cattolico T. Mumer, le favole esopiche di Erasmus Alberus (sodale di Lutero e Melantone), gli Schwànke e i Fastnachtsspiele di H. Sachs; in Francia gli epigrammi di C. Marot, varie parti del Gargantua e Pantagruel (1532-52) di F. Rabelais, le Satire cristiane di P. Viret, il poema I tragici (1577-1616) di Th.A. d'Aubigné (carattere esclusivamente politico ha invece la Satira menippea).

Del tutto diversa la s. umanistica e rinascimentale italiana, che si riallaccia ai modelli antichi e in particolare a Orazio, con interessi puramente letterari (l'invettiva politica andrà cercata semmai nella pasquinata romana). Capolavoro del genere classicheggiante sono le sette Satire in terzine (1517-25) di L. Ariosto; ma la schiera degli «oraziani» è foltissima di nomi più o meno celebri, da A. Vinciguerra a P. Nelli, Alamanni, E. Bentivoglio, senza contare tutta la rimeria giocosa, più attinente al versante burlesco, che si ispira a Burchiello e a F. Semi.

Alla maniera italiana guardano non pochi autori inglesi, fra cui Th. Wyatt, J. Donne, Th. Nashe, J. Marston, J. Hall; da essi si stacca E. Spenser, che col Racconto di mamma Hubbard (1580) compone una satira di cortigiani e uomini politici dell'età elisabettiana, ricorrendo a schemi medievali.

DAL SEICENTO AI GIORNI NOSTRI

Nel Seicento la s. (almeno quella italiana) diviene la roccaforte del classicismo conservatore, l'arma con cui G. Chiabrera e S. Rosa, P. Salvetti e I. Soldani, L. Adimari e B. Menzini combattono il marinismo, preparando l'avvento dell'Arcadia, nel cui clima si iscrivono già le satire in latino e in volgare di L. Sergardi. Ma le punte più alte del secolo vanno cercate altrove: in Spagna, nelle invenzioni fantastico-allucinate di F. de Quevedo (Sogni e discorsi, 1627); in Francia, nel realismo critico, elegante e composto di N. Boileau (Satire, 1666) e nella geniale rielaborazione della favola esopiana a opera di J. de La Fontaine; in Germania nei deliri verbali, profondamente corrosivi, di Abraham a Sancta Clara (Giuda l'arci furfante, 1686-95).

Al Settecento illuministico è particolarmente congeniale l'aggressione satirica di miti e pregiudizi che sono frutto dell'ignoranza. E tuttavia, proprio in questo secolo, la s. perde i suoi già labili connotati di genere letterario, risolvendosi più che altro in un atteggiamento della libera ragione, pronta a insinuarsi e a colpire ovunque s'annidino i demoni dell'oscurantismo, dell'irrazionalità, della sopraffazione. Lo spirito della s. circola così ampiamente nelle opere e nelle forme più disparate; predilige la brevità fulminea dell'epigramma, ma alimenta anche i romanzi di A.R. Lesage, P. Marivaux e Ch.M. Wieland, le Lettere persiane (1721) di Montesquieu e il racconto filosofico Candido (1759) di Voltaire, il dialogo Il nipote di Rameau (postumo, 1821) di D. Diderot e Il giorno di G. Panini, le commedie di P.A. Beaumarchais e i libelli violentissimi di J. Swift.

Per ritrovare la tradizionale struttura in terza rima, bisogna tornare in Italia e accostarsi alle 17 Satire (1786-97) di V. Alfieri, la cui sdegnata irosità sconvolge il lucido sermo di tradizione oraziana.

Ancor più problematico è parlare di genere satirico dall'Ottocento in poi. Il romanticismo ha complicato e confuso quella nozione con altri toni e registri carichi di ambigue suggestioni, quali l'ironia e il grottesco. Grandi pagine satiriche hanno scritto L Tieck e H. Heine, G. Byron e N. Gogol'; e d'ispirazione prevalentemente satirica sono molti versi di poeti dialettali italiani, come C. Porta e G.G. Belli. Tuttavia, data la mescolanza con altre forme espressive, non c'è alcuna opera di questi scrittori che possa essere definita «satirica» in senso stretto o (se si vuole) convenzionale: forse neanche i leopardiani Paralipomeni della Batracomiomachia, che alternano feroci moti aggressivi con più lievi tonalità fiabesche, o, al contrario, con funerei «scherzi» nel gusto del macabro e del crudele. E soluzioni non meno inconsuete offrono gli scritti satirici di U. Foscolo: tanto l'Ipercalisse (1816), che adotta una prosa latina di stile biblico, quanto la Notizia intorno a Didimo Chierico (1813) e le Lettere scritte dall'Inghilterra (1817), che sperimentano uno humour malinconico di ascendenza stemiana (lo Sterne del Tristram Shandy e, ancor più, del Viaggio sentimentale).

Il satirico «di professione» continua certamente ad avere cittadinanza nel mondo delle lettere; ma, da G. Giusti a Trilussa, il suo «commento ai fatti del giorno» scivola nella battuta giornalistica, talora graffiante talaltra appena ammiccante. Nel nostro secolo, infatti, sono stati i giornali umoristici a tener il luogo della vecchia letteratura satirica, dall'inglese «Punch» all'italiano «Bertoldo». A parte, in termini molto particolari, si è poi parlato della satira di B. Brecht e di H. Mann, di G.B. Shaw, C.E. Gadda, V. Brancati ecc.

 

Copyright 2008 Babilonia - Parodos All Rights Reserved.