SATIRA
Composizione poetica che elabora, con intenti
moraleggianti e critici, aspetti, figure e
ambienti della realtà culturale e sociale.
TEORIE DELLA SATIRA
Le caratteristiche della s. sono il taglio
espressivo fondato sull'ironia polemica (nelle
molteplici gradazioni dell'insidia velata,
dell'invettiva, dell'aggressione violenta) e la
scioltezza formale, che si traduce in strutture
poetiche non convenzionali, risultanti ora dal
libero uso della metrica, ora dall'alternanza di
prose e di versi.
Ma il termine ha poi avuto un più vasto campo di
applicazione e sono state definite «satiriche»
anche opere di teatro o strettamente
prosastico-narrative (romanzi, novelle).
Per sua natura, d'altronde, la s. è un genere
ambiguo, a metà strada fra il comico e il serio,
fra mimesi realistica e deformazione grottesca,
fra momento conservativo (di istituti sociali e
letterari) e impulso eversivo, teso a scardinare
contenuti e forme della cultura ufficiale.
Di qui l'interesse che essa ha suscitato nella
critica moderna, d'indirizzo sia sociologico sia
formalistico. W. Benjamin contrappone la
violenza «cannibalesca» dello scrittore
autenticamente satirico alla parodia ipocrita e
qualunquista esercitata da chi è compromesso con
il potere. Per N. Frye la s. è nata dal processo
di degradazione dell'«eroe» e si manifesta come
tecnica di straniamento della realtà descritta,
il cui scopo è quello di mettere in luce
l'incongruenza e il ridicolo dei valori
costituiti, opponendo a essi (ma non
necessariamente) diversi parametri normativi. M.
Bachtin, infine, vede incarnarsi nella s. il
«sentimento carnevalesco del mondo», la gaia
vitalità dei contadini nel tempo del raccolto,
l'atteggiamento libero, realistico, dissacrante
del linguaggio di natura, la volontà e quasi la
voluttà denigratoria e sarcastica con cui si
smaschera il presente; nel contempo egli invita
a cogliere nel discorso satirico l'affiorare del
doppio che relativizza la presunta coerenza di
qualsiasi asserzione: rispetto al linguaggio
della letteratura «seria», che attribuisce a
ogni frase il valore della verità rivelata, il
linguaggio della s. (o più genericamente della
comicità) lascia sempre indovinare la «voce
dell'altro», un'«altra parola», e non vuole mai
imporsi come assoluto.
LA
SATIRA NELLA LETTERATURA ANTICA
Nella letteratura greca manca uno specifico
genere satirico, ma una vena moralistica e
parodistica (affine a quella della s. vera e
propria) impronta numerose opere catalogabili
sotto generi diversi. E il caso della
Batracomiomachia pseudo-omerica, che con ironia
corrosiva smitizza valori e convenzioni, anche
letterari, del mondo epico. Di carattere
apertamente satirico erano i Silli di Senofane
di Colofone, che ridicolizzavano difetti e
superstizioni dei contemporanei. Per la dura
carica polemica, si possono avvicinare al genere
satirico i giambi di Archiloco e gli amari
sfoghi di Ipponatte, mentre motivi di s.
politica e sociale conteneva la commedia antica,
a noi nota per i lavori di Aristofane.
L'ellenismo offre un'articolata produzione di
umoristi e polemisti, soprattutto in campo
filosofico. Appartengono a questa sfera le
Diatribe (discussioni) del cinico Bione di
Boristene, volte a demolire i pregiudizi
correnti. Al genere comico-serio vanno infine
attribuiti gli scritti di Menippo di Gadara,
vari per temi e struttura (prosa alternata a
versi), che attaccavano con fantasiosa ironia le
convinzioni religiose e filosofiche del suo
tempo. Luciano ne trasse ispirazione per i suoi
Dialoghi.
Forme e motivi di questa produzione confluirono
nella s. romana, che tuttavia per origine e
sviluppo si deve considerare largamente
originale. Sorta nell'ambito cultuale-agricolo
delle feste per il raccolto, la s. (forse da
satúra lana, il «piatto zeppo» di primizie che
si offriva alle divinità rurali, in particolare
a Cerere) si espresse dapprima in mordaci scambi
di frizzi tra i campagnoli, poi in più organiche
rappresentazioni sceniche, gai «contrasti» a
base di canti e musica. Alcuni elementi
strutturali di questa s. drammatica e
preletteraria, a noi scarsamente nota, appaiono
riconoscibili nel successivo sviluppo poetico
del genere: la cadenza dialogica che anima molte
s., il carattere di disinvolta improvvisazione,
di colloquiale incoerenza compositi-va che
perfino i più elaborati e lucidi sermones
oraziani amano conservare, e infine la libertà
stilistica che consente agli autori di s. di
affastellare forme metriche e livelli espressivi
diversi, di disgregare l'uniformità dell'eloquio
letterario con l'impiego di parole gergali,
popolari o straniere. In tal senso è
significativa l'affinità tra l'impasto
linguistico di Lucilio e quello della commedia
plautina.
I primi autori di s. letterarie furono Nevio ed
Ennio; inventore del genere è però considerato
Lucilio, che nei suoi 30 libri di s. impiegò una
grande varietà di metri, ma soprattutto
l'esametro, verso principe della satira: il suo
tema dominante è l'appassionata meditazione
etico-autobiografica. Varrone introdusse la s.
menippea, genere modellato sulle opere del
polemista di Gadara e inteso soprattutto a
criticare i costumi contemporanei. Allo spirito
e alle forme delle menippee si possono
ricondurre la senechiana Apocolokyntosis,
impietosa caricatura del defunto imperatore
Claudio, e il salace affresco del Satyricon di
Petronio.
Al filone luciliano si ricollegano invece i
sermones di Orazio, l'esempio letterariamente
più raffinato di s. latina, con i due nuclei
principali della pacata riflessione sui
comportamenti umani e della polemica letteraria,
sempre misurata e lucida. Da questo polo si
dipana la poesia di Persio, duramente polemico,
nella prima delle sue sei s., contro il
malcostume di comporre e recitare versi per il
puro gusto di un applauso effimero.
Con Giovenale, la s. riprende la funzione di
denuncia dei pubblici vizi, e per meglio
assolvere al suo compito si compiace di toni
patetici e declamatori, di una tensione
stilistica, spesso artificiosa, tra il tragico e
l'epico, ormai lontana dalla sommessa, ma
penetrante colloquialità della s. oraziana.
DAL MEDIOEVO AL CINQUECENTO
Nel
medioevo la S. smarrisce gli antichi modelli
strutturali e metrici, trovando invece
espressione in forme poetiche diverse, sorte per
altri scopi e altre destinazioni: dal ritmo
latino alla profezia, dall'epistola alla
visione, dalla danza macabra (che svolge in
chiave satirico-edificante il tema
dell'ineluttabilità della morte) al testamento e
alla tenzone (dibattito intorno a tesi opposte).
La s. morale predilige il discorso allegorico,
che assume gli animali a simboli di vizi e virtù
degli uomini: tra gli esempi più remoti si
ricordano l'Ecbasis captivi (sec. X) e l' Y
sengrinus (terminato nel 1148), da cui si
diramano i cicli narrativi del Roman de Renart
(secc. XII-XIII) e del Reineke Fuchs (fine del
sec. XV).
Diffusa è anche la s. sociale, affidata
soprattutto ai canti goliardici, ma non
infrequente in opere come la Meditazione della
morte (1150-60) di Heinrich von Melk, il Roman
de la Rose (sec. XII), i fabliaux (sec. XII) di
Rutebeuf, il Libro de buen amor (sec. XIV) di J.
Ruiz detto el Arcipreste de Hita, le cantigas d'escarnho
(canti di scherno) e le cantigas de maldizer
(canti di maldicenza) della lirica portoghese e
spagnola; mentre la s. politica irrompe nei
sirventesi dei trovatori provenzali, nelle
poesie di Walther von Vogelweide e di Guittone
d'Arezzo, via via fino all'opera di Dante e
Petrarca. Entro le grandi ripartizioni (morale,
sociale e politica) si delinea poi una tipologia
più dettagliata e precisa, che rinvia
direttamente alla temperie umana e culturale
dell'epoca: dall'antagonismo fra plebi rurali e
cittadine nascono sia la s. municipale sia la s.
del villano, che annovera fra i suoi archetipi
il Detto del villano di Matazone da Caligano
(sec. XIV); l'invadenza del clero genera la s.
antimonastica; la vita di città offre a
bersaglio i rappresentanti della ricchezza e del
potere. Tema ricorrente è anche quello della
misoginia, che ha un esempio celebre nel
Corbaccio di G. Boccaccio.
Incancellabile è tuttavia l'origine
etico-religiosa della s. medievale, e ciò spiega
perché l'invettiva colpisce di preferenza gruppi
e categorie, raramente singole persone. Questo
orientamento persiste in molti paesi d'Europa
durante i secc. XV e XVI, anche per il divampare
delle guerre di religione. Continua, per
esempio, ad aver fortuna un tema squisitamente
medievale come quello della «follia»: a esso si
ricollegano, fra Quattro e Cinquecento, un tipo
di farsa francese detto sottie o sotie, nonché
il poema satirico La nave dei folli (1494)
dell'alsaziano S. Brant e il più sottile
Encomium Moriae (1511) di Erasmo da Rotterdam.
Sarà poi, specificamente, la riforma luterana ad
alimentare su fronti opposti una cospicua
letteratura satirico-religiosa: in Germania i
dialoghi lucianei di U. von Hutten, L'esorcismo
dei pazzi (1512) e Il gran pazzo luterano (1522)
del cattolico T. Mumer, le favole esopiche di
Erasmus Alberus (sodale di Lutero e Melantone),
gli Schwànke e i Fastnachtsspiele di H. Sachs;
in Francia gli epigrammi di C. Marot, varie
parti del Gargantua e Pantagruel (1532-52) di F.
Rabelais, le Satire cristiane di P. Viret, il
poema I tragici (1577-1616) di Th.A. d'Aubigné
(carattere esclusivamente politico ha invece la
Satira menippea).
Del tutto diversa la s. umanistica e
rinascimentale italiana, che si riallaccia ai
modelli antichi e in particolare a Orazio, con
interessi puramente letterari (l'invettiva
politica andrà cercata semmai nella pasquinata
romana). Capolavoro del genere classicheggiante
sono le sette Satire in terzine (1517-25) di L.
Ariosto; ma la schiera degli «oraziani» è
foltissima di nomi più o meno celebri, da A.
Vinciguerra a P. Nelli, Alamanni, E.
Bentivoglio, senza contare tutta la rimeria
giocosa, più attinente al versante burlesco, che
si ispira a Burchiello e a F. Semi.
Alla maniera italiana guardano non pochi autori
inglesi, fra cui Th. Wyatt, J. Donne, Th. Nashe,
J. Marston, J. Hall; da essi si stacca E.
Spenser, che col Racconto di mamma Hubbard
(1580) compone una satira di cortigiani e uomini
politici dell'età elisabettiana, ricorrendo a
schemi medievali.
DAL SEICENTO AI GIORNI NOSTRI
Nel Seicento la s. (almeno quella italiana)
diviene la roccaforte del classicismo
conservatore, l'arma con cui G. Chiabrera e S.
Rosa, P. Salvetti e I. Soldani, L. Adimari e B.
Menzini combattono il marinismo, preparando
l'avvento dell'Arcadia, nel cui clima si
iscrivono già le satire in latino e in volgare
di L. Sergardi. Ma le punte più alte del secolo
vanno cercate altrove: in Spagna, nelle
invenzioni fantastico-allucinate di F. de
Quevedo (Sogni e discorsi, 1627); in Francia,
nel realismo critico, elegante e composto di N.
Boileau (Satire, 1666) e nella geniale
rielaborazione della favola esopiana a opera di
J. de La Fontaine; in Germania nei deliri
verbali, profondamente corrosivi, di Abraham a
Sancta Clara (Giuda l'arci furfante, 1686-95).
Al Settecento illuministico è particolarmente
congeniale l'aggressione satirica di miti e
pregiudizi che sono frutto dell'ignoranza. E
tuttavia, proprio in questo secolo, la s. perde
i suoi già labili connotati di genere
letterario, risolvendosi più che altro in un
atteggiamento della libera ragione, pronta a
insinuarsi e a colpire ovunque s'annidino i
demoni dell'oscurantismo, dell'irrazionalità,
della sopraffazione. Lo spirito della s. circola
così ampiamente nelle opere e nelle forme più
disparate; predilige la brevità fulminea
dell'epigramma, ma alimenta anche i romanzi di
A.R. Lesage, P. Marivaux e Ch.M. Wieland, le
Lettere persiane (1721) di Montesquieu e il
racconto filosofico Candido (1759) di Voltaire,
il dialogo Il nipote di Rameau (postumo, 1821)
di D. Diderot e Il giorno di G. Panini, le
commedie di P.A. Beaumarchais e i libelli
violentissimi di J. Swift.
Per ritrovare la tradizionale struttura in terza
rima, bisogna tornare in Italia e accostarsi
alle 17 Satire (1786-97) di V. Alfieri, la cui
sdegnata irosità sconvolge il lucido sermo di
tradizione oraziana.
Ancor più problematico è parlare di genere
satirico dall'Ottocento in poi. Il romanticismo
ha complicato e confuso quella nozione con altri
toni e registri carichi di ambigue suggestioni,
quali l'ironia e il grottesco. Grandi pagine
satiriche hanno scritto L Tieck e H. Heine, G.
Byron e N. Gogol'; e d'ispirazione
prevalentemente satirica sono molti versi di
poeti dialettali italiani, come C. Porta e G.G.
Belli. Tuttavia, data la mescolanza con altre
forme espressive, non c'è alcuna opera di questi
scrittori che possa essere definita «satirica»
in senso stretto o (se si vuole) convenzionale:
forse neanche i leopardiani Paralipomeni della
Batracomiomachia, che alternano feroci moti
aggressivi con più lievi tonalità fiabesche, o,
al contrario, con funerei «scherzi» nel gusto
del macabro e del crudele. E soluzioni non meno
inconsuete offrono gli scritti satirici di U.
Foscolo: tanto l'Ipercalisse (1816), che adotta
una prosa latina di stile biblico, quanto la
Notizia intorno a Didimo Chierico (1813) e le
Lettere scritte dall'Inghilterra (1817), che
sperimentano uno humour malinconico di
ascendenza stemiana (lo Sterne del Tristram
Shandy e, ancor più, del Viaggio sentimentale).
Il satirico «di professione» continua certamente
ad avere cittadinanza nel mondo delle lettere;
ma, da G. Giusti a Trilussa, il suo «commento ai
fatti del giorno» scivola nella battuta
giornalistica, talora graffiante talaltra appena
ammiccante. Nel nostro secolo, infatti, sono
stati i giornali umoristici a tener il luogo
della vecchia letteratura satirica, dall'inglese
«Punch» all'italiano «Bertoldo». A parte, in
termini molto particolari, si è poi parlato
della satira di B. Brecht e di H. Mann, di G.B.
Shaw, C.E. Gadda, V. Brancati ecc.
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