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LA Scapigliatura milanese

Tra la metà del XVIII secolo e la proclamazione dell’unità nazionale, Milano è l’epicentro delle correnti culturali più significative: dal fervore riformistico del circolo illuminista raccolto intorno al «Caffè» dei fratelli Verri, all’impegno politico-civile e di rinnovamento culturale promosso dalle pagine del foglio romantico «Il Conciliatore». La vivacità della tradizione culturale, la sicura competenza amministrativa, il primato nelle attività economiche si sommano agli imperativi tutti ambrosiani dell’operosità e della concordia sociale, facendo sì che la città rivendichi per sé il ruolo di «capitale morale d’Italia».
Testimone insoddisfatto di questa stagione di passaggio è un gruppo di scrittori, milanesi per nascita o adozione, incapaci di ridimensionare i generosi ideali risorgimentali alla mediocre realtà dello stato unitario. Il movimento della Scapigliatura nasce e si sviluppa a Milano nel ventennio successivo all’unità. E non a caso. La dimensione urbana rende infatti massimamente percepibile l’urto tra la modernità economica e l’intellettualità umanistica.
Il termine «Scapigliatura» venne impiegato per la prima volta da Cletto Arrighi - pseudonimo di Carlo Righetti - come traduzione del francese «Bohème» in un romanzo apparso nel 1858: La Scapigliatura e il 6 febbraio. L’autore, importante figura d’organizzatore culturale nella Milano del secondo Ottocento, traccia il ritratto di una generazione: giovani tra i venti e i trentacinque anni nutriti di ideali e amareggiati dalla realtà, propensi alla dissipazione delle proprie energie vitali.
Il nucleo essenziale della Scapigliatura milanese è costituito dal poeta e pittore Emilio Praga (1839-1875), da Iginio Ugo Tarchetti, romanziere e poeta (1839-1869), dai fratelli Camillo (1836-1914) e Arrigo Boito (1842-1918) — architetto e autore di novelle il primo, poeta musicista il secondo — e da Carlo Dossi (1849-1910), ingegno appartato e audace sperimentatore linguistico. Saldato da intense relazioni amicali, eterogeneo nell’ispirazione e nei risultati, il gruppo riconosce in Giuseppe Rovani un modello d’attività intellettuale e condotta di vita.
Mentre la borghesia imprenditoriale milanese guarda all’Europa nell’intento di elaborare modalità di sviluppo più adeguate alla realtà locale, gli scapigliati, ansiosi di accantonare la recente gloriosa esperienza romantico-risorgimentale culminata nel capolavoro manzoniano, cercano all’estero l’eredità letteraria di un estremismo ribellistico estraneo alla tradizione italiana. Tra gli autori di riferimento ci sono Jean Paul, Hoffmann, Poe, Baudelaire.
Nel frattempo a Milano, «microscopico Parigi della Lombardia», sorgono i futuri colossi industriali (Pirelli, Edison, Salmoiraghi, Binda) e si realizzano le grandi opere pubbliche che definiscono la fisionomia della città moderna. Si costruiscono in questi anni il teatro Dal Verme, il Cimitero Monumentale, la Stazione Centrale e la Galleria, «dove si celebra, e si santifica incessantemente con pompa, con magnificenza, al gran Dio della società moderna, al Lavoro» (L. Capuana, In Galleria, in Milano, 1881).
Il disagio provocato dai ritmi frenetici dell’urbanizzazione impetuosa e dalla rigorosa divisione del lavoro non impedisce agli scapigliati di collaborare attivamente con un settore decisivo della nascente industria milanese: l’editoria. Lo straordinario rigoglio dell’attività giornalistica li vede impegnati come redattori, mentre molte delle loro opere sono accolte nelle appendici dei maggiori periodici: «Il Pungolo», «Cronaca Grigia», «Rivista Minima».
I caratteri dell’industria culturale milanese verranno delineati dalla scrittura rapida e coinvolgente di Roberto Sacchetti, che nella «Vita letteraria a Milano nel 1880» offrirà una rievocazione partecipe delle vite dei protagonisti della Scapigliatura e insieme uno strumento indispensabile per chiunque voglia farsi un’idea della scena culturale cittadina.
Ma con gli anni Ottanta molte cose sono cambiate: il gruppo scapigliato è ormai disperso, causa la morte precoce di alcuni suoi membri e il cambiamento di rotta di altri. Milano è percorsa dai fervori dell’Esposizione Nazionale, fiera di confermare all’Italia il proprio ruolo di «capitale morale». Il clima culturale si sta rinnovando: i venti del Naturalismo soffiano sempre più forti da oltralpe. I primi frutti milanesi saranno le inchieste sociali nei bassifondi cittadini condotte da Paolo Valera e Ludovico Corio e il romanzo Nanà a Milano, di Cletto Arrighi. Lo stesso Arrighi nell’opera collettiva Il ventre di Milano, zoliano solo nel titolo, tenterà a fine secolo una sintesi di vent’anni di vita culturale ambrosiana.
Non dimentichiamo che il 1881 è l’anno di pubblicazione dei Malavoglia di Giovanni Verga.

 

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