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Scritture dei migranti
Emigrazione, immigrazione ed esilio sono stati
da sempre, e ognuno per sé, fonte di creatività
letteraria. Ogni essere umano, che si sposta o
che è costretto a spostarsi da uno spazio, da
una storia, da una società, da una lingua a
un'altra, si ricostruisce un contesto sociale
per ridare dignità alla sua esistenza o per
attuare il suo progetto di vita. Questa
operazione di intensa creatività ns'stenziale
sfocia a volte nella scrittura.
Letteratura e migrazioni
Dalla seconda metà dell'Ottocento alla fine
della seconda guerra mondiale, la vita sociale
dell'Europa occidentale è stata segnata da
emigrazioni, aggressioni coloniali in Africa e
Asia, e da flussi di esuli. Nella seconda metà
del Novecento l'Europa stessa è stata
trasformata in terra d'immigrazione da parte
degli ex colonizzati e da altri flussi
d'immigrazione, che si presentano come
estremamente eterogenei. Nell'arco di questi 150
anni si è verificata un'interazione costante tra
flussi migratori e letteratura e ovviamente
anche tra flussi migratori e cinema, musica,
teatro, danza, pittura e moda.
L'intensità dell'interazione è percepibile in
quattro sfere, diverse per intensità, visibilità
risultati. La prima sfera d'interazione tra
emigrazione/esilio e letteratura è monolingue,
perché l'interazione ha luogo solo all'interno
della letteratura del Paese, in cui nasce
l'emigrazione, e si concretizza in opere sparse
e raramente nella continuità tematica di un
autore.
La seconda sfera d'interazione tra letteratura e
immigrazione/esilio è bilingue, perché avviene
all'interno del Paese di immigrazione, ed è
promossa da autori che continuano a scrivere
nella lingua madre e da autori che decidono di
scrivere nella lingua della società in cui
vogliono realizzare il loro progetto di vita.
La terza sfera d'interazione tra immigrazione e
letteratura si caratterizza per un ritorno al
monolinguismo anche se ha luogo all'interno di
un contesto d'immigrazione.
La quarta sfera di interazione è piuttosto un
flusso di ritorno, che ha contribuito e
contribuisce a rinnovare le letterature
nazionali di partenza.
Pertanto si va da una prima sfera d'interazione
non ancora esplorata con la dovuta attenzione, a
una seconda e terza sfera ricche di icone delle
letteratura mondiale contemporanea, per giungere
a una quarta sfera che stenta a essere
accreditata come tale dalle filologie nazionali
anche se i suoi risultati sono più che evidenti.
Emigrazione e letteratura nazionale in Italia
dal 1870 alla prima repubblica
Al di là dell'autoreferenzialità che
caratterizza la ricerca scientifica all'interno
delle filologie nazionali, il ritardo con cui la
filologia italiana sta scoprendo la sfera
d'interazione tra emigrazione e letteratura è
dovuto al fatto che essa non ha accolto la
diversità fondante, che separa l'emigrazione
dall'immigrazione.
Per emigrazione vanno intese le conflittualità
subite o il progetto ideato che portano
all'emigrazione. Per immigrazione vanno intese
la ricostruzione di un contesto sociale e la
realizzazione del progetto di vita all'interno
di uno spazio, di una storia, di una società e
di una lingua diversa da quella di appartenenza.
Ad avere intuito la diversità fondante tra i due
poli di un unico divenire sono stati i veristi
Giovanni Verga e Luigi Capuana e la generazione
a loro più vicina rappresentata da autori di
novelle come Luigi Pirandello e Corrado Alvaro.
A tornare sull'emigrazione in tempi repubblicani
sono stati autori come Saverio Strati, Ignazio
Silone e Pier Paolo Pasolini. Ma va fatto
presente che non esistono gli autori
d'emigrazione, cioè autori che hanno posto
l'emigrazione al centro della loro scrittura. Ad
eccezione di Saverio Strati (A mani vuote, 1960,
ed È il nostro turno, 1975), gli altri si sono
limitati a inserire l'emigrazione in una delle
loro opere maggiori, ma sempre come tema
secondario.
Quello che accomuna autori così diversi e
distanti nel tempo è l'argutezza con cui si sono
limitati a trattare le conflittualità o il
progetto di vita che spinge alla partenza, cioè
all'emigrazione.
A iniziare è stato Verga facendo vivere al suo
'Ntoni Malavoglia (1881) i conflitti e i
progetti che preparano l'emigrazione. La stessa
argutezza la si ritrova negli autori che hanno
trattato il rifiuto dell'emigrazione che sfocia
nella morte del contadino Santi Dimaura nel
romanzo II Marchese di Roccaverdina (1901) di
Luigi Capuana o nell'ergastolo di Luca nel
romanzo II segreto di Luca (1956) di Ignazio
Silone, mentre Pier Paolo Pasolini nel romanzo
II sogno di una cosa (1962) nega l'emigrazione
come processo di diversificazione culturale,
perché i suoi protagonisti alla fine del loro
viaggio migratorio si ritrovano al punto di
partenza.
Dal canto loro gli autori di novelle Pirandello
e Alvaro, avendo intuito che esteticamente è
impossibile raccontare l'immigrazione come
interazione con una culturale fuori dalla
cultura d'origine, di cui si nutre la lingua
nazionale, hanno capovolto la topografia
immigratoria. Pirandello prima e Alvaro dopo si
sono concentrati su tema a cavallo tra
emigrazione e immigrazione, che è l'arrivo del
diverso in un paese d'emigrazione come in
Lontano (1902) di Pirandello e in La donna di
Boston (1929) di Alvaro, o il ritorno dell'ex
emigrato come portatore di diversità in II
vitalizio (1901) di Pirandello o in II rubino
(1930) di Alvaro.
In realtà non è che autori italiani non abbiano
provato a tematizzare l'immigrazione narrando la
vita di immigrati italiani negli Stati Uniti. Lo
hanno fatto tra gli altri Luigi Capuana con Gli
"americani" di Ràbbato (1912), Corrado Alvaro in
alcune novelle come Ventiquattr'ore (1930) e
soprattutto Francesco Perri con il romanzo
Emigranti (1928). Il loro progetto è fallito
perché non hanno rispettato la diversità dei
canoni narrativi nel tematizzare l'emigrazione e
l'immigrazione, e perché hanno tentato di
elaborare in una lingua nazionale, per un
lettore nazionale una realtà interculturale. La
prova del fallimento sono gli stereotipi a cui
gli autori sono costretti a ricorrere nel
rappresentare la diversità interculturale a cui
va incontro chi parte da emigrato e scopre di
doversi costruire un'appartenenza al futuro del
paese in cui è giunto partendo dallo stato di
immigrato.
Accanto a quelle opere che trattano aspetti
circoscritti dell'emigrazione nella letteratura
italiana del Novecento si è imposto il tema del
ritorno dell'ex emigrato, ma in toni
estremamente negativi. Chi ritorna, con o senza
successo, torna per morire (Pirandello Filo
d'aria, 1914, o Nell'albergo è morto un tale,
1924); o è destinato a fallire nel tentativo di
investire le competenze acquisite all'interno
dell'altra cultura (Cesare Pavese La luna e i
falò, 1950, o Cesare De Marchi Una crociera,
2002), o per diventare crumiro (Olindo in
Metello, 1955, di Vasco Pratolini). Come se
l'emigrazione italiana nel corso del Novecento
fosse diventato un tabù collettivo, che di tanto
in tanto insorge, e quindi va spiegato come una
scelta che produce perdenti, per rassicurare i
lettori stanziali.
Immigrazione e letteratura interculturale
Con la fine del colonialismo britannico,
francese, portoghese, spagnolo, olandese e russo
i relativi flussi immigratori hanno accelerato
la trasformazione dell'Europa da continente di
emigrazione a continente di immigrazione, nel
senso che alle tradizionali migrazioni interne
al continente si sono aggiunte immigrazioni da
altri continenti. Queste ultime hanno conferito
all'Europa uno spessore di interculturalità
visibilmente più denso. Né va sottovalutato il
fatto che l'Europa stessa si trova sulla via di
un processo di integrazione che porterà a una
identità interculturale dei suoi cittadini.
Detto questo bisogna partire dalla fine
dell'Ottocento per indicare in Joseph Conrad
(1857-1924) il prototipo di un autore che
cambiando lingua fonda il filone della
letteratura interculturale, che nel corso del
Novecento si estenderà a tutte le lingue europee
indipendentemente dalla fama o dalla notorietà
dei suoi autori.
Nel frattempo il Novecento europeo dispone di
icone letterarie più che visibili, dato il loro
successo così assoluto, nato dalla scelta degli
autori di fare interagire l'immigrazione con le
letterature nazionali al livello più intenso, e
cioè decidendo di cambiare lingua e di
perseguire un progetto di scrittura in una
lingua diversa dalla lingua della propria
appartenenza culturale.
È il caso del capostipite Joseph Conrad, ma
anche di Vladimir Nabokov (1899-1977) e di
Samuel Beckett (1906-1989), i due grandi
pendolari tra lingua diversa e lingua di
appartenenza culturale. Per i tempi più recenti
vanno ricordati Tschingis Aitmatow, Albert
Memmi, Jorge Semprùn, Hector Bianciotti, V.S.
Naipaul, Milan Kundera, Salman Rushdie, Assia
Djebar o Tahar Ben Jelloun, passati a scrivere
in russo, francese o in inglese.
Per la letteratura interculturale in lingua
italiana e in lingua tedesca, in cui
l'interazione tra immigrazione e letteratura sta
avvenendo a partire dagli anni Settanta vanno
ricordati autori come Giorgio Pressburger, Fleur
Jaeggy, Jarmila Ockayovà, Julio Monteiro
Martins, Helga Schneider, Gezim Hajdari giunti
alla scrittura interculturale in lingua italiana
provenienti da altre lingue e da altre culture.
Tra gli autori interculturali di lingua tedesca
vanno ricordati: Cyrus Atabay, Franco Biondi,
Gino Chiellino, Zehra Cirak, Gyòrgy Dalos, Dante
Andrea Franzetti,Adel Karasholi, Libuse
Monikovà, Emine Sevgi Ózdamar, Ota Philip,
YOksel Pazarkaya, Said, Rafik Schami, Yoko
Tawada, Galsan Tschinag, Natascha Wodin, in
quanto autori che hanno una provenienza
linguistica e culturale diversa della lingua in
cui scrivono.
Che cosa rende interculturale la letteratura di
questi autori rapportata alla letteratura
nazionale che viene scritta nella stessa lingua?
Al di là di quello che è percepibile a prima
vista come può essere la diversità culturale
delle metafore, dei personaggi, delle topografie
e dei temi, in realtà l'operazione che li rende
interculturali è l'interruzione del patto che
lega scrittore e lettore all'interno delle
letterature nazionali. Si tratta di un patto di
lealtà alla propria appartenenza culturale, che
consiste nel fatto che scrittore e lettore si
riconoscono depositari di una lingua e di una
memoria comune.
Le opere, ma non per forza tutte, degli autori
interculturali hanno la tendenza a sostituire il
lettore nazionale con un lettore a-nazionale e
di accostargli un interlocutore, che sia in
grado di seguire lo svolgersi dell'opera al di
là della lingua in cui essa è scritta. Per
lettore a-nazionale si intende ogni lettore in
grado di leggere la lingua in cui è composta
l'opera, per interlocutore si intende chi, oltre
che a leggere la lingua, riesce a seguire il
racconto dove la lingua scritta attinge alla
memoria storico-culturale della lingua dei
personaggi.
L'interlocutore è colui che, leggendo le opere
degli autori in lingua inglese, francese,
italiana o tedesca, riesce a seguire l'opera
anche nel suo contesto storico-culturale
indiano, tunisino, argentino, ceco, spagnolo,
svizzero, brasiliano, italiano, iraniano, ceco,
turco. Per cui il lettore nazionale spesso si
trova di fronte a un' opera di cui sente che
gliene sfugge una dimensione altrettanto
determinante come quella che riesce a cogliere
attraverso la sua lingua madre. In tal senso il
lettore nazionale scopre che l'interculturalità
lo confronta con dei limiti e gli richiede
rispetto delle diversità all'interno della "sua"
lingua.
Dissoluzione dell'immigrazione e continuità
interculturale
Se l'immigrazione si dissolve come fatto
generazionale essa viene "ereditata" da
scrittori, che ne fanno il tema della loro
scrittura e/o che la trasformano in percezione
narrativa. Si tratta di scrittori che nascono
nella lingua nazionale del Paese in cui sono
immigrati i genitori, ma che da autori si
contestualizzano nell'interculturalità.
Per gli Stati Uniti è il caso di John Fante,
Mario Puzo, Gay Talese o Don DeLillo. Per il
Canada si potrebbero indicare autori anglofoni o
francofoni come Antonio D'Alfonso, Antonino
Mazza, Mary Melfi, Marco Micone o Nino Ricci.
Per la Germania si tratta di una generazione che
si è annunciata recentemente e di cui fanno
parte: Zsuzsa Bank, Marica Bodrozic, Catalin
Dorian Florescu, Therésa Mora, José F.A. Oliver,
Aglaja Veteranyi, Feridun Zaimoglu.
La diversità e l'autonomia dei loro soggetti e
modelli estetici hanno come fonte comune
l'innovazione creativa scaturita
dall'interazione iniziale tra immigrazione e
letteratura nazionale.
Il flusso di ritorno
L'ultimo risultato dell'interazione tra
immigrazione e letteratura è costituito da un
riflusso innovativo a vantaggio della
letteratura di appartenenza, che è ovviamente
possibile quando alcuni degli autori immigrati
decidono di scrivere nella lingua della loro
appartenenza culturale, come nel caso di
Costantinos Kavafis (1863-1933) che ha scritto
in greco e di Giuseppe Ungaretti (1888-1870) che
ha scritto in italiano.
È ormai un fatto condiviso che la poesia greca
contemporanea e quella italiana degli inizi del
Novecento debbano il loro rinnovamento l'una a
Costantinos Kavafis e l'altra a Giuseppe
Ungaretti, entrambi nati ad Alessandria di
Egitto, figli di immigrati provenienti dalla
Grecia e dall'Italia. A questo punto sarebbe di
interesse generale dedicare più attenzione ai
flussi di ritorno proprio perché si ha la
possibilità di indagare su opere di due autori
eccezionali come Costantinos Kavafis e di
Giuseppe Ungaretti, a cui andrebbero aggiunte le
teorie e attività riformiste del fondatore del
futurismo Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944),
anche lui nato ad Alessandria di Egitto.
A modo di esempio
Per la sfera d'interazione tra letteratura
nazionale ed emigrazione è particolarmente
interessante osservare la strategia narrativa
del capitolo XI dei Malavoglia con cui Verga fa
stipulare un patto tra 'Ntoni e sua madre la
Longa per definire i tempi della partenza di
'Ntoni. Egli potrà andare via, solo dopo la
morte della madre, e quindi prima della chiusura
del capitolo Xl. Per liberare ìl figlio dalla
sua insofferenza la Longa si infetta di colera
per morire improvvisamente e per permettere al
figlio di andare a realizzare il suo progetto di
vita lontano da Trezza.
Alvaro invece si affida a un'ipotesi di ricerca,
secondo la quale il diverso è integrabile, cioè
narrabile, solo se si rende funzionale al
consueto, al familiare, e solo così riesce
egregiamente a cogliere la diversità culturale
della sua protagonista in La donna di Boston. E
"la donna di Boston" non si nega a nessuna
curiosità da quella più innocente dei bimbi e
delle giovani donne, a quella più ovvia, ma
delusa dei maschi, fino a quella violenta delle
donne/spose, che la iniziano alla vita di una
diversa, ma in un contesto a loro familiare,
accoppiandola alla "monaca", che ha tutti i
connotati di una lesbica.
Nella sfera immigrazione e letteratura
interculturale le specificità narrative sono più
diversificate. Di Joseph Conrad si può ricordare
la novella Amy Foster, in cui l'autore ricorre
ad una serie di metafore, naufragio di un
giovane polacco sulle coste britanniche,
incontro con una giovane inglese, nascita di un
figlio e morte dell'immigrato, come modello
narrativo per descrivere il suo ingresso nella
lingua inglese, per elaborare la contraddizione
di esser scrittore in una lingua che non potrà
mai fare parte del corpo dello scrittore, perché
esso è definito dall'altra lingua: e quindi la
necessità della morte del protagonista, per
liberare la lingua da ogni corporeità.
Il romanzo Lata di Vladimir Nabokov invece è un
esempio eccellente per ossevare le tecniche con
cui lo scrittore, che cambia lingua, si
costruisce la lingua in cui compone l'opera. Se
il lettore di Lolita astrae dai passaggi
dedicati il rapporto tra Humbert Humbert e
Lolita, noterà che il romanzo è un'accurata
analisi della quotidianità nella provincia
nordamericana, in cui domina il paesaggio anche
come scansione del tempo. L'inglese di Nabokov
in questo caso nasce dalle strategie, con cui
l'autore osserva i suoi temi, per trasformarli
in lingua. Si tratta di tecnica narrativa molto
diffusa tra gli autori che cambiano lingua.
Scrivere attraverso gli occhi porta alla
scrittura di una lingua, che si nutre del
presente come azione e come spazio in cui
avviene l'azione.
Dall'interazione tra immigrazione e lingua della
società in cui si immigra è nato il romanzo
interculturale, che costituisce una novità in
senso assoluto. Si tratta di un genere
letterario sconosciuto ovviamente alle
letterature nazionali prima che esse entrassero
in contatto con l'immigrazione. Il romanzo
interculturale è impostato sul viaggio, che il
protagonista fa al luogo di nascita o sua o dei
suoi genitori. L'intento narrativo del romanzo
interculturale è quello di ricostruire l'unità
interiore della biografia interculturale del suo
protagonista o dell'io narrante. All'autore,
invece, il viaggio del protagonista serve per
crearsi una lingua a-nazionale dotandola di una
memoria interculturale, in cui le due lingue
dell'autore possono convivere dialogando. È il
caso dei romanzi: Agar di Memmi, The Satanic
Verses di Rushdie, Comme la trace de l'oiseau
dans l'air di Hector Bianciotti, Die
Unversòhnlichen di Biondi, Lasciami andare,
madre di Schneider.
Per quanto riguarda la dissoluzione
dell'immigrazione e la continuità interculturale
nelle opere delle generazioni che succedono ai
fondatori della letteratura interculturale
eccellono romanzi come: The Godfather di Puzo,
Avril ou l'anti-passion di D'Alfonso, Der
Schwimmer di Bànk, ma anche Underwold di DeLillo
che inizia con un assalto ad uno stadio, che in
realtà si rivela al lettore interculturale come
un assalto agli Stati Uniti d'America da quelli
che oggi sono detti hispanics.
Un esempio per capire in cosa consiste
l'incidere del flusso di ritorno sulle
tradizioni letterarie del paese d'origine, è
contenuto nel famoso distico "Mi illumino /
d'immenso", con cui Ungaretti introduce
spazialità in una tradizione poetica in cui da
sempre dominava profondità storica, sia come
modello estetico che come memoria culturale
della lingua italiana. Mentre l'illuminarsi
nella cultura e nella letteratura italiana
avveniva attraverso la profondità del sapere,
della fede, della filosofia la poesia
ungarettiana vi aggiunge l'atemporalità di uno
spazio, che come il deserto rende totale
l'illuminazione dell'io lirico.
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