STORIOGRAFIA E CRITICA LETTERARIA
Discorso sulla letteratura - sul testo, sul
sistema, sull'istituzione o sulla storia
letteraria - avente per fine la valutazione,
l'esplicazione, l'interpretazione di un testo e
la sua collocazione all'interno di una
prospettiva storica. Anche se non sempre
convergenti, e talora addirittura in opposizione,
le due fondamentali categorie discorsive della
letteratura, quella storiografica e quella più
propriamente critica, appaiono, soprattutto in
età moderna, reciprocamente vincolanti. Per
questo si è ritenuto opportuno ripercorrere
congiuntamente le tappe del loro sviluppo
dall'antichità a oggi.
DALL'ETÀ ANTICA AL SETTECENTO
La definizione di critica letteraria può essere
estesa all'intero complesso di metodi e teorie,
storicamente determinato, che organizza i
diversi modi di approccio all'oggetto letterario.
L'analisi dei più intrinseci valori testuali può
richiamare come esperienze originarie le letture
e le interpretazioni dei testi sacri, le lezioni
talmudiche o le esegesi bibliche oppure
riconoscere le proprie matrici nella filologia
classica, nata con la critica dei grammatici
alessandrini del sec. II a.C. Essi si
impegnarono a definire con precisione il testo
dei poemi omerici, dei lirici e dei drammaturghi,
in un'opera di conservazione e «restauro» della
letteratura dell'antichità. I critici delle
scuole di Alessandria e di Pergamo possono
essere considerati i fondatori, accanto agli
studi di filologia, degli studi di grammatica;
più tardi, nella Bisanzio dei secc. IX-XII la
filologia e la grammatica si arricchirono di
commenti esegetici alle opere.
Nella cultura latina d'età imperiale, maturò un
modello di studio del testo di tipo storico,
grammaticale, retorico che, sintetizzando le
esperienze precedenti della cultura classica,
definì una specifica accezione della critica
letteraria.
La cultura della patristica e della scolastica
fu attenta alla esplicazione dei significati
anagogici, allegorici e didascalici dell'opera:
di tale procedimento abbiamo una prima esemplare
trasposizione in campo letterario nella dantesca
epistola a Cangrande, dove viene fornita la
chiave per la decifrazione del senso e della
struttura della Commedia.
Ma è solo con la filologia umanistica, a partire
dall'esperienza del Petrarca lettore dei
classici fino a Coluccio Salutati, Leonardo
Bruni, Poggio Bracciolini, che la critica
letteraria prende coscienza della propria
specificità e autonomia, con l'affermazione
dell'esigenza della ricostruzione del testo
nella sua reale identità linguistica e storica.
Lo sviluppo degli studi estetici e retorici
della fine del sec. XV e di tutto il sec. XVI (dal
commento al De arte, poetica oraziano di C.
Landino, 1482, ai commenti petrarcheschi di P.
Bembo e A. Vellutello, 1525, dalle glosse alla
Poetica d'Aristotele di F. Robortello e L,
Castelvetro - rispettivamente del 1548 e del
1570 - ai trattati di poetica di Giulio Camillo
Delminio e G. Fracastoro, a quello di G.C.
Scaligero che, nel 1561, è' tramite
dell'esportazione della codificazione
classicistica alla cultura francese) mutua, dai
sistemi filosofici aristotelici e platonici,
principi di organizzazione e valutazione della
creazione letteraria destinati a evidenziare i
valori pedagogici del testo, e dunque
l'importanza della sua finalizzazione sociale (il
testo deve docere oltre che delectare), istanza
che va accentuandosi con la moralizzazione
culturale della controriforma.
Il passo successivo di questa intensa
riflessione teorica conduce al rifiuto dei
sistemi che razionalizzano eccessivamente la
lettura dell'opera e l'intero organismo della
letteratura. Tali sistemi vanno ora
frantumandosi in una trattazione di minuta
precettistica, di «tecnica del discorso
letterario»: così nelle opere teoriche e
critiche di E. Tesauro, M. Peregrini, P.S.
Pallavicino, D. Bartoli. I consigli agli
scrittori su particolari problemi di scelte
stilistiche o linguistiche, singolarmente
motivate nella loro specifica funzione, non
appaiono più giustificati dalla loro
organizzazione in un sistema teorico generale:
solo all'inizio del sec. XVIII, nelle
teorizzazioni di G.V. Gravina e L.A. Muratori,
riemerge l'esigenza di un ritorno al «buon
gusto», formulato sui canoni dei classici del
'300 e del '500 e ricercato nei testi poetici in
polemica opposizione alle bizzarrie del
meraviglioso, tipiche del secolo precedente. Nel
cosiddetto Siglo de oro spagnolo si contrappone
il gusto della metafora a un ridondante realismo;
mentre il classicismo francese sintetizza l'idea
della critica letteraria come coscienza di una
continuità etica e culturale con la tradizione,
nei Saggi di Montaigne, e insieme promuove la
ricerca dell'armonia dell'opera letteraria,
derivata da un'attenzione scrupolosa alle regole,
a misura di razionalità ed eticità, nell'Arte
poetica di Boileau (1674).
Occorrerà, dopo Gravina, la Scienza nuova di G.B.
Vico (1744) per inaugurare una organica e
originale concezione della poesia e una
conseguente critica letteraria. Nel Settecento
italiano un progetto di riorganizzazione della
tradizione letteraria, quale deriva, per es.,
dall'Arcadia e dall'opera di L.A. Muratori,
permette il superamento di rapidi scorci storici
tesi all'esaltazione del presente, di cui si
hanno esempi nella cultura umanistica e
rinascimentale, a cominciare da quello (il più
organico) della storiografia artistica di G.
Vasari. Ora può delinearsi una potente e
unitaria prospettiva storicistica nell'opera
vichiana, che si pone come ideale contrappunto
della vocazione militante di intellettuali come
G. Baretti, S. Bettinelli, S. Maffei e di
riviste come «Il Caffè», volte, nel quadro di
una pedagogia illuministica, a verificare
continuamente i caratteri «pubblici» e sociali
del testo. A fronte di un approccio al testo che
tende così a isolarlo da problemi di «scuole»
letterarie o da modelli a cui adeguarsi, una
vasta opera di catalogazione e sistemazione
delle esperienze più diverse della storia della
letteratura si trova nei repertori, più o meno
settoriali, di eruditi come G.M.Crescimbeni, G.
Gimma, F.S. Quadrio, G.M. Mzzuchelli. La più
ampia sistemazione della materia è realizzata
dalla Storia della letteratura italiana
(1787-94) di G. Tiraboschi, dove è ricostruita
la vicenda dell'intera produzione intellettuale
- di quella artistica come di quella scientifica
- di diverse epoche, in una prospettiva globale
di progresso generale della cultura.
Nella cultura francese l'azione
razionalizzatrice dell'Encyclopédie (1751),
riorganizzando un sapere che ritrova così la sua
misura e unitarietà, permette alla saggistica
letteraria dei philosophes la ripresa di un
gusto classico, nutrito di chiarezza cartesiana
e di coscienza civile: processo che, con
l'ilustración spagnola - altra denominazione
dell'illuminismo - si propone, nella seconda
metà del secolo, di incrementare una critica e
una filologia che sembrano nascere dalla
estenuazione della letteratura creativa.
I saggisti inglesi, che trovano in S. Johnson e
nella rivista «Spectator» di Addison l'esempio
più efficace di una elaborazione razionalistica
di valori etici ed estetici d'impronta borghese,
aprono, con l'enfasi del proprio gusto
individualista, la strada alla critica «sentimentale»
dei romantici. Ma analoghe aperture sono
individuabili nell'attività critica di Lessing,
in Germania, e di Diderot, in Francia.
STORIOGRAFIA E CRITICA
DELL'OTTOCENTO
Con la cultura del romanticismo la critica
letteraria recupera da un lato il retroterra
speculativo della sua attività esegetica,
dall'altro vede nascere la figura intellettuale
- tra l'artista, il filosofo e il pedagogo - del
critico letterario: dagli Schlegel a Novàlis, ai
giovani romantici attivi nei primi decenni del
secolo (Jean Paul, Tieck), alla fondamentale
costruzione estetica hegeliana. In Inghilterra
da ricordare Wordsworth e Coleridge, con la loro
ricerca di un linguaggio «naturale»; in Francia,
Chateaubriand e Mine de Staél (che
contribuiscono a una più precisa coscienza
storica e sociale del fatto letterario) e
Sainte-Beuve, critico, non solo della
letteratura, ma anche del costume, psicologo,
moralista.
Nella cultura italiana, con Foscolo e Leopardi,
e con la polemica antiprecettistica di Di Breme,
Berchet, Manzoni, si afferma la consapevolezza
che il rapporto con la tradizione si articola
correttamente solo nella coscienza e nel
sentimento del «moderno».
Ma, al di là delle personali adesioni alle
poetiche romantiche, appaiono sintomatiche del
secolo le diverse prospettive storiografiche che
emergono da opere di forte e dichiarata
caratterizzazione ideologica. Da quella «ghibellina»
di P.E. Giudici (Storia della letteratura
italiana, 1855) a quella di C. Cantù, clericale
e moralistica (Storia della letteratura italiana,
1865) e a quella di L. Settembrini (Lezioni di
letteratura italiana, 1866-72), che coniuga un
acceso anticlericalismo col recupero della
tradizione classica. E in questa temperie di
viva passione militante che matura la
prospettiva storico-ideologica della Storia e
dei saggi di F. De Sanctis, in cui si delinea
una riflessione sulla letteratura come universo
di procedimenti estetici che elaborano un
peculiare linguaggio sentimentale, espressione
di contemporanei valori storico-sociali e civili.
La critica da interpretativa diviene
essenzialmente valutativa: individua nel testo,
come valori, i segni dell'evoluzione storica e
della capacità di rappresentare il contesto
etico-culturale. Su questa linea si innesta la
ricerca positivistica organizzata attorno a una
rigorosa istanza di storicità: il che vuol dire,
in Carducci, nella cosiddetta «scuola storica»,
nei filologi di fine secolo (D'Ancona, Rajna),
indagine del rapporto della letteratura con il
suo contesto storico, ma anche ricerca della
storia interna del sistema letterario, con un
recupero della filologia come verifica della
tradizione, in riferimento anche a filoni più
specifici, quali quelli della tradizione delle «fonti»
testuali o dei generi letterari.
Durante l'ultimo scorcio del secolo, la lezione
desanctisiana si conservava come ricerca della
corretta «forma» letteraria, in quanto garanzia
del realismo del testo, nella critica militante
di L. Capuana e della scuola verista, di là
dall'adesione programmatica alla poetica del
naturalismo francese.
Veniva intanto maturando, nelle culture tedesca,
francese, russa, l'esigenza di strutturare la
fenomenologia delle forme letterarie in un
organismo sistematico: la teoria della critica
come attenzione al «momento» culturale in H.-A.
Tane, il progetto di una poetica moderna in W.
Dilthey, l'idea di una «descrizione completa
delle forme esistenti o possibili della
produzione poetica» in W. Scherer.
I PRINCIPALI INDIRIZZI DEL
NOVECENTO
Tra la fine del sec. XIX e i primi decenni del
successivo, nelle ricerche dei russi A.
Veselovskij e A. Potebnja, la «storia delle
forme» vuol dire disegno delle morfologie
letterarie e riesame della tradizione con il
sussidio delle analisi dell'antropologia,
dell'etnografia, della storia artistica e
filosofica, della linguistica.
In Italia l'estetica crociana apre il Novecento
fissando il ruolo della critica nella
valutazione dell'unità «intuizione poetica»/espressione.
Ne consegue un'idea storiografica essenzialmente
come storia della cultura di un'epoca o come
vicenda spirituale di un autore, disegno
dell'ambito in cui matura l'epifania della «poesia».
La cultura simbolista e decadente, in Francia e
in Inghilterra, oltre che in Italia, aveva
elaborato una modalità di approccio al testo
come enfatizzazione delle sue capacità di
evocare valori nascosti alla realtà quotidiana;
nei casi migliori - per es., nel simbolismo
francese -tale approccio è il riconoscimento del
valore centrale del linguaggio e della pluralità
di significato che esso, in un testo letterario,
si trova a organizzare. E questa nuova
sensibilità formale - da leggersi, storicamente,
in strettissima relazione con le esperienze
delle avanguardie storiche in tutta Europa - che
maturano la riflessione critica dell'Inghilterra
degli anni '20 (da T.S. Eliot a J.A. Richards) e
prima ancora, a partire dal 1916, l'elaborazione
teorica e analitica del formalismo russo, con la
decisa affermazione dell'autonomia del sistema
significante della letteratura, descrivibile
secondo la logica delle combinazioni formali.
Ancora riconducibili alle esperienze
d'avanguardia in Germania, negli anni '20, i
primi scritti di B. Brecht e W. Benjamin: i
quali si muoveranno poi secondo i canoni
sociologici, sia pure arricchiti di sensibilità
formale in Brecht (al pari di G. Lukàcs che
andrà definendo, negli anni '30 e '50, una
hegeliana teoria del realismo), di un'intensa
lettura allegorica in Benjamin: per lui il testo
rappresenterà il momento iniziale di un processo
conoscitivo capace di abbracciare tutti i
risvolti di un'epoca storica.
Con una più marcata esigenza di scientificità il
Circolo linguistico di Praga, nel '29, elabora,
nelle sue Tesi, un modello organico della
letteratura come sistema di diverse funzioni
linguistiche, che fornirà un arricchimento
teorico alle formulazioni dei formalisti russi:
tale arricchimento sarà ripreso sia dal new
criticism americano degli anni '40, sia dallo
strutturalismo francese degli anni '50 e'60,
nutritosi della linguistica strutturale di F. de
Saussure mediata dagli studi di R. Jakobson, e
degli apporti degli studi folcloristici e
antropologici di V. Propp e C. Ldvi-Strauss.
In Italia l'idealismo crociano aveva fornito il
supporto filosofico al moralismo dei critici
della «Voce», ma appariva dissonante rispetto
alla poetica vociana del frammentismo, come
rispetto all'impressionismo di R. Serra o al
costruttivismo di G.A. Borgese; mentre più tardi
rivelerà concordanze estetiche (1'«intuizione
lirica») con la critica ermetica di C. Bo o di
P. Bigongiari, e influirà sulle motivazioni
storicistiche della sociologia gramsciana,
configuratasi, negli anni '50, in una scuola di
critica marxista italiana.
La diffusione nella nostra cultura dello
strutturalismo e del formalismo, negli anni '60,
si innestava su un terreno reso fertile alla
lettura delle morfologie letterarie dalla
critica stilistica; questa, formatasi alla
scuola tedesca di K. Vossler e L. Spitzer, a
quella italiana di G. Contini, alla
sociostilistica di E. Auerbach, era attenta a
cogliere, nell'opera, i sintomi di una
creatività individuale che si confronta con
l'istituto linguistico. La critica semiologica -
integrale e omogenea ricostruzione di tutti i
piani significanti dell'opera - giungeva, nella
cultura italiana degli anni '60 (C. Segre, M.
Corti, U. Eco, D'A.S. Avalle), a interrompere la
tradizione che aveva elaborato un progetto
critico sulla storicizzazione del testo (delle
sue forme, del suo autore, della sua poetica),
intesa come fonte privilegiata di ogni possibile
giudizio valutativo e interpretativo. Il metodo
critico, a cui questa tendenza aveva dato vita,
era una sociologia - magari attenta a delineare
le strutture letterarie, come prima L. Goldmann,
poi P. Macherey avevano proposto alla cultura
francese - che mirava a riconoscere il contesto
storico-sociale dell'opera e a riferire a esso
ogni possibile categoria di valore. L'evoluzione
storica era allora interpretata - secondo il
modello desanctisiano -come evoluzione del
rapporto tra le forme della letteratura e quelle
della società e della ideologia, con il
riconoscimento nel testo di una «testimonianza»,
una «memoria», una «tipologia» dell'epoca. È
questa una tradizione che ha profondamente
condizionato la moderna cultura letteraria
italiana e che va ricondotta alle esperienze del
revisionismo crociano (appunto in chiave
storicistica) di L. Russo, della prospettiva
desanctisiana-gramsciana di N. Sapegno, dello
storicismo marxista di C. Salinari; diverso lo
storicismo, fondato sullo studio delle poetiche,
di W. Birra Successivamente ci si è orientati
verso una sociologia dei gruppi intellettuali
per cogliere le dinamiche diacroniche di
un'epoca, in sintonia con le proposte di
riorganizzazione della nostra storia letteraria
disegnate da C. Dionisotti in Geografia e storia
della letteratura italiana (1967).
Le varie istanze storicistiche, sociologiche,
stilistiche, formali, si riflettono, con
maggiori o minori accentuazioni, nelle più
recenti imprese storiografiche collettive: la
Storia della letteratura italiana diretta da E.
Cecchi e N. Sapegno (9 voll., 1965-69,
successivamente continuata e integrata nel 1986
e nel 2001), La letteratura italiana. Storia e
testi, diretta da C. Muscetta (10 voll. in 20
torni, 1970-80), la Letteratura italiana diretta
da A. Asor Rosa (16 voll. in 19 torni più 4 di
dizionari, 1982-2000) e quella diretta da E.
Malato (14 voll., 1995-2005) e la Storia
generale della letteratura italiana diretta da
M. Borsellino e W. Pedullà (12 voli., 2000).
ALTRE TENDENZE
Al di là dei filoni fin qui descritti è
possibile individuare altre, importanti, scuole
e metodologie critiche: la critica simbolica,
ispirata alla psicoanalisi junghiana (da G.
Bachelard a N. Frye ed E. Raimondi); la critica
psicoanalitica, intesa a decifrare le dinamiche
della psicologia profonda dell'autore (a partire
da alcuni scritti freudiani fino a M. Bonaparte,
E. Jones) o delle forme del testo stesso (Ch.
Mauron, O. Mannoni, F. Orlando, la scuola
lacaniana); la nouvelle critique, animata da un
ininterrotto fervore teorico e analitico; la
sociologia «negativa» della Scuola di
Francoforte, che legge la letteratura come
critica del presente e anticipazione utopistica,
contro le omologazioni del comportamento e del
linguaggio nei sistemi sociali moderni; la nuova
retorica (G. Genette), che ha riproposto
l'analisi delle forme retoriche del testo in una
prospettiva semiologica; l'ermeneutica (G.
Gadamer, P. Ricoeur), che pone il problema
dell'interpretazione del testo; la critica della
ricezione (R. Jauss; W. Iser); il
decostruttivismo di J. Derrida e della critica
nordamericana degli anni Settanta, che teorizza
lo smontaggio e la disseminazione del senso di
un testo.
A voler tracciare una tipologia dei discorsi
critici, è possibile distinguerli in «critica
valutativa», «esplicativa», «riproduttiva» (F.
Fortini), indicando tre modelli di procedimenti
di lettura dedicati ora a elaborare un giudizio
di valore sull'opera letteraria (o sulla sua
collocazione in un contesto che può essere il «genere»
letterario, il movimento, l'epoca storica); ora
a spiegare le ragioni e i fini del sistema di
segni che la compone (la sua destinazione
comunicativa o espressiva); ora infine a
replicare, nella pagina critica, i luoghi del
testo analizzato, per lo più in una versione che
ne enfatizzi i nuclei tematici o i registri
espressivi. Questo ultimo tipo di approccio
testuale si esprime nella forma del saggio. Come
ha scritto Lukàcs, esso muove da una «indifferenziata
unità di scienza, morale e arte», per approdare
a una scrittura capace di fondere analisi ed
espressività. Il saggio potrebbe quindi
definirsi una funzione espressiva della critica:
genere a cui appartengono opere di numerosi
critici-scrittori. Da D. Diderot a W. Goethe, da
Ch. Sainte-Beuve a M. Proust, a E. Wilson; da R.
Barthes a M. Blanchot, a W. Benjamin, a G.
Steiner; da F. De Sanctis a G.A. Borgese, a R.
Serra, E. Cecchi, G. Debenedetti, M. Praz, P.
Citati, C. Garboli, G. Macchia, il saggio attua
infatti un rapporto individuale col testo,
contrassegnato da una discorsività critica che
dà risalto all'opera o all'autore mentre
richiama l'attenzione sulla sua stessa forma.
Per questo esso può essere considerato dal
Settecento a oggi un genere letterario.
Dopo quella che si può definire un'egemonia (in
senso propriamente gramsciano) degli approcci al
testo di tipo linguistico e, specificamente,
strutturalistico –collocabile nel periodo che va
dalla fine degli anni '60 alla metà degli anni
'80 – subentra, dopo le «rotture»
decostruttiviste e culturaliste provenienti
soprattutto dagli Stati Uniti, una
frammentazione del quadro metodologico e una
messa in crisi, anzi, della stessa nozione di
metodo. Non a caso un grande epistemologo come
P.K. Feyerabend (1924-94) aveva intitolato già
nel 1970 Contro il metodo la sua opera più
influente. Proprio il concetto di crisi viene
del resto discusso a più riprese negli anni '90
e nel decennio seguente. Non c'è dubbio che il
panorama degli orientamenti teorici attuali
appaia improntato alla pluralizzazione;
schematicamente si può continuare a distinguere
tra teorie che tendono a identificare il
discorso critico col metalinguaggio (sono le
teorie di natura linguistica e semiologica
attente a razionalizzare e codificare il
linguaggio letterario preso come oggetto) e
teorie (ermeneutica, psicocritica, Kulturkritik)
che individuano nel campo letterario il terreno
di applicazione e verifica di categorie
d'analisi derivate da ambiti speculativi
filosofici. Un passaggio decisivo è tuttavia
quello che, negli ultimi decenni, ha spostato
l'attenzione dall'oggetto letterario (più o meno
formalisticamente inteso) al processo letterario:
sul versante dell'autore con un approfondimento
teorico, da parte della filologia, della nozione
di testo (visto, appunto, non più
necessariamente e soltanto nella sua qualità di
dato conseguito, ma anche nella talora
indecidibile complessità del suo darsi) ma
soprattutto, sull'altro versante, con l'enfasi
posta dalle diverse discipline reader-oriented
sul momento della ricezione dell'opera o del suo
indirizzarsi a quello che già negli anni '70 i
teorici della cosiddetta Scuola di Costanza
(H.R. Jauss, W. Iser) definivano «orizzonte
d'attesa».
I «CULTURAL STUDIES»
L'interesse per le interazioni del testo col
contesto (già incisivamente perlustrate,
peraltro, da grandi saggisti quali J.
Starobinski e S. Sontag, nonché da protagonisti
della semiotica e dello strutturalismo come J.
Lotman e G. Deleuze), in un orientamento da più
parti definito non a caso relazionale – col
multiforme intreccio di relazioni di senso, cioè,
attive in un universo sovraffollato di segni
come quello contemporaneo marcato dalla
sensibilità postmoderna (postmodernismo) – ha
portato spesso gli studi letterari, nell'ultimo
periodo, a prendere la forma (anche in senso
istituzionale, nell'organizzazione degli
insegnamenti universitari) dei cultura! studies.
La dizione, coniata negli anni '60 sulla base
degli studi sociologici della Scuola di Chicago,
designa quel tipo di approccio che si preoccupa
soprattutto di indagare la composizione
dell'immaginario del testo (non solo letterario,
ovviamente) piuttosto che la sua compagine
formale in senso stretto, in relazione agli
orientamenti appunto culturali (antropologici
oltre che ideologici') della società che lo
esprime e alla quale si rivolge. h questo un
indirizzo oggi prevalente soprattutto, e non è
ovviamente un caso, in paesi per eccellenza
multiculturali come gli Stati Uniti e la Gran
Bretagna, con autori di formazione postmarxista
e poststrutturalista come I. Chambers, S.
Greenblatt, J. Butler, G.Ch. Spivak, H.K. Bhabha;
in Italia è attivo da tempo in questa direzione
M. Cometa; non casuale neppure il nuovo
interesse rivolto dai letterati all'opera
sociologica di P. Bourdieu.
In molti casi è tuttavia innegabile che a questa
apertura di ottica, in sé apprezzabile, consegua
una certa perdita di specificità e di autonomia
degli studi letterari e della stessa competenza
testuale: la quale finisce spesso per ridursi a
una mera osservazione di sintomi (politici,
antropologici, appunto culturali in senso lato).
Contro questa riduzione «culturale» della
critica (che vede di pari passo sempre più
ridotti i propri tradizionali canali
d'intervento) si sono levate negli ultimi anni
alte, talora apocalittiche, proteste da parte di
intellettuali di prestigio come H. Bloom e, in
Italia, M. Lavagetto: di volta in volta nella
forma del lamento tradizionalmente umanistico o
di una, problematica quanto si voglia,
riaffermazione teorica di una specificità del
sapere e del valore di quanto continuiamo a
definire «letteratura».
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