Taccuini e quaderni: un genere novecentesco
Con l'uscita postuma, tra il 1898 e il 1900, in
sette volumi, dello Zibaldone di pensieri di
Giacomo Leopardi viene sancito anche dalla
cultura ufficiale (la commissione che si occupò
di quella edizione era presieduta dal Carducci)
il riconoscimento di un nuovo genere letterario,
quello del taccuino o del cahier di appunti, di
annotazioni, di raccordi inusitati tra memoria
filosofica e "fatto" accidentale, di impressioni
o di primissime stesure, che il Novecento
avrebbe consacrato a codice maggiore di molte
carriere (basta pensare a Kafka, a Musil, a
Valèry), riconoscendone la piena autonomia
creatrice ma anche il diritto di proiettare la
propria frammentarietà e la propria immediatezza
costitutive nel cono di luce dei capolavori
poetici o narrativi.
Dopo Leopardi, anzi in sincronia pressochè piena
con l'uscita dello Zibaldone, anche D'Annunzio
avrebbe portato nel vivo della sua produzione
ultima, dal Notturno al Libro segreto(1), la
forma interna del taccuino, sospesa in lui tra
istintività ferina nel catturare la sensazione
pura attraverso la scrittura e mai sopita
attitudine alla memoria già museificata,
predisposta in origine al plagio, se si presta
fede al lucido referto del Lucini di
Antidannunziana. Due altri esempi, forse minori
sul piano dell'ampiezza strutturale più che su
quello del rilievo nelle rispettive carriere,
possono subito apparire significativi. Nel caso
di Filippo Tommaso Marinetti, i suoi taccuini(2)
coprono il periodo di guerra e - accanto ai
nuovi progetti editoriali e ad una serie di
spunti per nuovi romanzi, a testimonianza che si
stava in concreto realizzando quel Tempo di
edificare di lÏ a poco sondato dal Borgese -
segnalano in primo luogo la predisposizione
costitutiva del loro estensore ad una forma di ´immaginazione
senza filiª, aperta alle connessioni più
inusitate tra percezione visiva, tattile,
uditiva e olfattiva. A ciò si aggiunge, nelle
pagine più felici, la sicura vocazione
espressionista di Marinetti, davvero in linea
con la sperimentazione artistica più avanzata in
Europa, per l'attenzione acutissima riservata
agli oggetti e agli eventi, nella loro nudità e
- si direbbe oggi - nella loro cosalità più
aspra e irrelata rispetto ad ogni possibile
tentativo di invasione dell'io psicologico. E
Raimondi ha acutamente paragonato il Marinetti
dei Taccuini ad un regista cinematografico (la
coincidenza cronologica tra il loro inizio e
l'uscita del Si gira di Pirandello è in sè
sintomatica) ´che deve girare un film e ogni
giorno accumula spezzoni di pellicola, sequenze
di documentario, inquadrature drammatiche, al di
fuori di ogni montaggio, senza un ritmo
compositivo d'assiemeª. Ma un minuscolo
frammento - ancora irrelato, dunque inedito -
sulle ´Doline del Carsoª insegna che il dato
oggettivo viene in altri frangenti collegato ad
una pronunciata tensione lirica, fino
all'estremo di una metamorfosi tutta di specie
onirica e alla successiva fase analitica della ´scalettaª,
scandita in previsione di un insieme compositivo
più ampio, cui si assomma infine anche la
necessaria memoria culturale:
´Voi mi avete ferito mortalmente Io sono il
chiaro di luna colpito da voi Vivo sotterra
Argentea donna vello lunare della donna volpe
Chiaro di luna
donna volpe
musica
Vivaldiª
Ancora in sincronia col d'Annunzio ´notturnoª e
con questo Marinetti dei Taccuini, anche un
giovane poeta di genio stava redigendo (fra il
febbraio e l'agosto del 1917, a sua volta in
attesa di essere chiamato a partecipare al
conflitto) nella sua periferia occidentale e
marittima un proprio privato quaderno di appunti,
di impressioni di lettura, di frammenti lirici e
critici: e ci si riferisce naturalmente
all'Eugenio Montale del Quaderno genovese(3). Al
di là del suo rilievo assoluto per definire la
prima rete intertestuale e la preistoria
sensibile del maggior poeta del nostro Novecento,
tale testo appare decisivo per la sua inusitata
vitalitý nella vicenda artistica del suo autore.
A distanza di sessant'anni esatti, nel 1977,
Montale avrebbe infatti dato alle stampe
l'ultimo libro di versi da lui interamente
voluto e costruito: appunto il Quaderno di
quattro anni, un testo di sorprendente altezza,
che deve forse ancora trovare la lettura critica
più adeguata. Qui, valga intanto a sigillo
dell'accoglimento ormai definitivo del ´genereª
Quaderno, Diario, o Taccuino nella zona alta
della nostra letteratura di fine secolo, vale a
dire nel luogo dove ´dovremo attendere un pezzo
prima che la cronaca / si camuffi in storiaª.
(1) Cfr. G. d'Annunzio, Taccuini, a cura di E.
Bianchetti e R. Forcella, Milano, Mondadori,
1965.
(2) Cfr. F.T. Marinetti, Taccuini 1915-1921, a
cura di A. Bertoni, con introduzione di R. De
Felice e E. Raimondi, Bologna, Il Mulino, 1987.
(3) Cfr. E. Montale, Quaderno genovese, a cura
di L. Barile, Milano, Mondadori, 1983.
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