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TELEVISIONE E LETTERATURA

Il rapporto che intercorre tra t. e l. oscilla tra due opposti: il sublime e il ridicolo. Storicamente il libro ha sempre goduto di un'attenzione privilegiata da parte dell'élite intellettuale; forse questo eccesso di potere carismatico è stato favorito da un panorama mediatico di massa che troppo spesso ha sconfinato nella volgarità. P.P. Pasolini stigmatizzava la cultura di massa, denunciandola come promotrice e divulgatrice di «sottocultura, anzi anticultura», e contemporaneamente lanciava una sfida ai vertici della Tv affinché il piccolo schermo assurgesse al nobile, e altrettanto contraddittorio, ruolo di promozione della letteratura, anche avvalendosi delle «infallibili regole» della pubblicità. Questa posizione provocatoria è stata sintomatica di un atteggiamento assai comune presso gli intellettuali e gli scrittori, i quali dagli esordi del mezzo fino ai tempi recenti hanno assistito alla sua ascesa con un misto di trepidazione, diffidenza e talvolta ripugnanza. Furono sicuramente in pochi, allora, a comprendere il significato e le potenzialità del nuovo medium, almeno dal punto di vista linguistico e sociale, ad intuire la sua capacità di unificare linguisticamente una Italia prevalentemente dialettofona e rinfrancare lo spirito di coesione nazionale. Posizione ancor più emblematica e pessimista fu quella dello scrittore A. Moravia che condannò la rv triviale e qualunquista e il suo pubblico, culturalmente insignificante e confinato a un'esistenza marginale. La TV nasce in un clima di ostilità, complice anche la congiura di scrittori e intellettuali, a causa della sua presunta incapacità di riscattare le masse sul piano culturale. La distanza tra t. e I. è palesata da un'incompatibilità di codici, di linguaggi; si teme che la prevaricazione di taluni (quello auditivo e visivo) possa offuscare il prestigio storicamente conferito ad altri (quello grafico e verbale). Inoltre, il complesso di inferiorità di cui è vittima la Tv, almeno nella fase iniziale, si trasforma nella convinzione che essa possa prescindere dalla cultura «alta», la cui divulgazione era stata demandata alla letteratura. Infine, il misoneismo («odio del nuovo») che tradizionalmente si affianca alla creazione di una nuova tecnologia, non ha certo favorito le sorti del mezzo immerso già in un clima di diffidenza. A quel tempo la critica non era consapevole che la TV stava già condizionando la percezione sulla realtà, alterando dunque anche l'esperienza della scrittura stessa. Pochissime furono le eccezioni; tra queste ricordiamo il critico televisivo A. Campanile, che nelle sue cronache tra il '58 e il '75 già intuiva affinità e divergenze tra critico e scrittore. Insomma, lo strapotere delle immagini in grado di propugnare i valori del conformismo condito con l'elaborazione di un linguaggio banalizzato e piatto, e soprattutto la progressiva sostituzione della TV alle istituzioni pedagogiche societarie come la famiglia, la scuola, la Chiesa, costituivano il cuore delle argomentazioni di Moravia, e di buona parte degli intellettuali, con le quali deprecavano la TV favorendo apoditticamente la letteratura. Tuttavia, l'errore più grande è stato quello di non comprendere come la rivoluzione catodica stesse, sin dai primi anni, inficiando la narrativa italiana, e dallo stretto punto di vista linguistico, cambiando la retorica dell'italiano medio. La Tv ha gradualmente trasformato gli scrittori in personaggi del piccolo schermo, in grado di offuscare con il loro ego le proprie stesse opere, andando contro le convinzioni di Flaubert, il quale sosteneva che il romanziere dovesse eclissarsi dietro la propria opera. Il protagonismo e il presenzialismo di alcuni intellettuali, scrittori, poeti, saggisti e critici è una spia che getta luce sull'atteggiamento ambiguo di questi ultimi, diviso tra riprovazione e fascinazione nei confronti della Tv e del suo potere promozionale.
Solo in un secondo momento la letteratura si accorge della presenza pervasiva della TV e inizia a parlarne, seppur occasionalmente, tra le sue pagine; ricordiamo titoli esemplificativi di D. Buzzati con Un amore, Fruttero & Lucentini il palio delle contrade morte, A. Picca Tutte Stelle e I. Calvino L'ultimo Canale. Nel frattempo la TV, famelica, ha fagocitato tutte quelle rappresentazioni veicolate dagli altri media, depredando e saccheggiando modalità enunciative e rappresentazioni coreografiche, colonne sonore e citazioni altisonanti, e ancora prestiti e calchi linguistici, spinta forse da quel suo iniziale complesso di inferiorità e dalla conseguente voglia di emancipazione. Oggi la Tv ha ereditato dalle grandi arti quelle tecniche segrete un tempo prerogativa di romanzieri, poeti, musicisti e pittori, per fame un uso artificioso e finalizzato sia all'intrattenimento sia agli scopi commerciali. La TV ha derubato la vita reale a tal punto che oggi essa stessa se non è ripresa e trasmessa dal medium è tacciata di insignificanza e irrealtà. La TV, più in generale, nella sua corsa verso l'emancipazione ha bruciato grandi passioni, ha svuotato ideali, vampirizzato sottoculture risucchiando la loro forza eversiva, ha inflazionato la vita con i simboli provenienti da un immaginario degradato. La TV ha plasmato la società facendola diventare un grande pubblico: o partecipe del programma televisivo o, quando assente, comunque pubblico televisivo anche nella vita quotidiana, come ricorda U. Eco. La Tv partendo da una condizione svantaggiata, oggi ha raggiunto la consapevolezza del suo strapotere e smette di occuparsi della realtà per diventare sfacciatamente autoreferenziale, piegandosi alle esigenze di un consumo televisivo ormai frammentario e veloce. La TV si è arrestata a una tendenza inconscia a ripetere esperienze di qualsi sorta provenienti dal passato, e comunque già con sciute, frenando la sua spinta alla ricerca.

IL PRIMO INCONTRO

Il punto di incontro fra letteratura e TV viene raggiunto attraverso il teleteatro che rappresenta il primo tentativo di trasposizione della grande tradizione letteraria ma anche teatrale. Il genere ben si presta a inserirsi nel progetto pedagogico di promozione culturale letteraria intrapreso dal servizio pubblico. Il teleteatro delle origini inizialmente conosce due versioni produttive: nella prima la rappresentazione teatrale viene ripresa in diretta con l'obiettivo di ricostruire televisivamente una prospettiva spettatoriale teatrale, in grado di mantenere immutati i tempi e gli spazi della scena. Nella seconda si assiste a una «messa in scena» del testo teatrale attraverso i movimenti della macchina da presa che agevolano l'esperienza scopica del telespettatore, moltiplicando i punti di vista, ma modificando alla radice l'esperienza teatrale. Accanto alle sperimentazioni televisive del teleteatro, che si protraggono fino alla metà degli anni Settanta, si colloca il genere più fortunato ed evoluto dello sceneggiato, conosciuto anche come teleromanzo: è l'adattamento letterario per il piccolo schermo di grandi opere, costruite attraverso il meccanismo della serialità breve per la suddivisione in puntate, che richiama alla mente il modello ben collaudato del feuilleton ottocentesco. La prima stagione della trasposizione televisiva della grande letteratura è contrassegnata da una forte dipendenza dal modello teatrale, dai suoi linguaggi, dalla sua recitazione, e quindi dalla prevalenza di dialoghi o rnonologhi sull'azione; inoltre, l'enunciazione televisiva è strettamente vincolata all'uso della diretta televisiva, e di conseguenza al rispetto dei tempi teatrali. Queste limitazioni tecnologiche hanno serie ripercussioni sulle capacità espressive di quel genere, e anche sul progetto divulgativo della RAI, che troppo spesso scade nell'ope» razione di traduzione pedissequa di celebri testi letterari nel nobile tentativo di restituire la solennità delle opere, incidendo però negativamente sulla produzione di sceneggiature originali e di qualità. In realtà l'annoso problema della scrittura televisiva italiana, che ancora oggi palesa molte difficoltà nella produzione di fiction seriali, ha radici ben più profonde e riconducibili ad altri problemi culturali. Sicuramente la peculiarità del caso italiano ha portato a coniare l'espressione «sceneggiato letterario». All'interno di questo periodo iniziale, che va dal 1954 al 1962, spiccano i lavori di A.G. Majano, da molti considerato l'inventore dello sceneggiato: Piccole donne (1955), L'isola del tesoro (1959), I figli di Medea (1959), Delitto e castigo (1963); ma anche quelli di G. Vaccari (L'idiota, 1959), D. D'Anza (Il Novelliere, 1958), di S. Bolchi (Il Mulino del Po, 1963, con la partecipazione dell'autore R. Bacchelli alla stesura della sceneggiatura). Vale la pena menzionare anche Racconti dell'Italia di ieri (1961), programma concepito per avvicinare un pubblico ancora poco scolarizzato alle grandi opere letterarie del secolo precedente, in particolare quelle di G. Verga, A. Boito e F. De Roberto.
L'introduzione della tecnologia Ampex nel 1962, che consente la registrazione su pellicola svincolando lo sceneggiato dalla diretta e agevolando le riprese in esterni, porta notevoli miglioramenti nella produzione di teleromanzi, e a una consequenziale emancipazione del genere. Il primo sceneggiato RAI su pellicola è Mastro don Gesualdo (1964) di G. Vaccari, ma il vero successo di quegli anni è La Cittadella di Majano (1964), che porta a un clamoroso caso di divismo italiano (Alberto Lupo, Annamaria Guarnieri, Eleonora Rossi Drago).
In questo decennio il successo della trasposizione televisiva di opere letterarie è tale da rinvigorire la passione degli italiani per la letteratura, soprattutto classica, tanto da incrementare le vendite di romanzi.
Verso la metà degli anni Sessanta lo sceneggiato si fa più cinematografico, abbandonando le caratteristiche salienti della messa in scena teatrale (a partire dalla recitazione, dai tempi e dagli spazi), per andare incontro a una produzione scenografica più sfarzosa e vicina al mondo del cinema. E la volta dello spettacolare I miserabili (1964), sceneggiato da D. Guardamagna e diretto da Bolchi, dove è palese l'intento registico di rifuggire dalla drammaturgia teatrale, e del successivo I promessi sposi (1967), sceneggiato da Bacchelli e Bolchi, considerato l'ultima grande produzione realizzata dalla Tv italiana con mezzi propri. La vicinanza tra il cinema e la TV è comunque ravvisabile anche nella partecipazione di grandi registi come R. Rossellini alla produzione di svariati sceneggiati, e testimoniata, a livello produttivo, anche dall'appalto dato ai grandi produttori cinematografici. La svolta cinematografica e l'internazionalizzazione della produzione danno il via alla stagione dei kolossal televisivi, tra i quali l'Odissea (1968) e l'Eneide (1971) di F. Rossi e il Mosè (1974) di G. De Bosio, talvolta in grado di conquistare anche il mercato estero.
Con l'avvento della neotelevisione lo sceneggiato letterario entra in una fase calante. I prodotti americani, caratterizzati da una lunga serialità, si prestano meglio alla copertura dei nuovi palinsesti. Inoltre la scrittura televisiva d'oltreoceano e i nuovi metodi di produzione pongono nuovi e seri interrogativi sulla convenienza di un prodotto, quello del teleromanzo, che a lungo ha basato il suo successo su meccanismi di breve serialità e stilemi narrativi più che mai collaudati. Ciononostante, nella difficile situazione tra gli anni Ottanta e i primi anni Novanta, qualche sceneggiato emerge ancora con successo, come il remake de I promessi sposi di S. Nocita. Tuttavia bisogna aspettare fino alla fine degli anni Novanta per assistere a una vera ripresa del genere con Il conte di Montecristo (1998) di J. Dayan, Cuore (2001) di M. Zaccaro, Resurrezione (2002) dei fratelli Taviani.

TV E GIOVANI NARRATORI

La grande svolta nel rapporto fra t. e l. avviene solamente in tempi recenti. L'avvento della neotelevisione accompagna l'affermazione di una nuova generazione di scrittori, molto diversa dalle precedenti. Le rivoluzioni tecnologiche degli anni Ottanta-Novanta hanno segnato profondamente la percezione umana di spazi e tempi, e le relazioni sociali. La narratività ne risulta modificata nella forma e nei contenuti, tuttavia lo spirito critico spesso permane. Nuove letterature emergono tra i giudizi positivi e negativi della critica, riuscendo sicuramente a essere molto più aderenti a forme culturali più veloci e più «visibili», parafrasando G. Ferroni, e facendo proprie strategie enunciative più trasgressive e provocazioni tipiche del medium televisivo e dei nuovi media. Una letteratura in cerca di «visibilità», che sintatticamente vuole riprodurre la testualità di flusso, «ricercando una mimesi della velocità e dell'orizzontalità». Dal punto di vista tematico, vive di un continuo riciclo di materiali bassi, popolari o legati ai generi. La Tv, e più in generale i mezzi audiovisivi, assurgono a principale strumento di informazione e acculturazione della massa obnubilando quel ruolo che per alcuni secoli fu proprio dei prodotti a stampa, e in modo particolare della letteratura. La nuova narratività, che concerne diversi prodotti culturali che vanno dal romanzo al programma televisivo, si è fatta eterogenea, trasversale e multimediale, mescolando registri appartenenti alla cultura sia bassa che alta. Nuove letterature fondono i linguaggi dando vita allo stile ibrido tipico dei nostri tempi. Mai come oggi il rapporto tra t. e l. ha palesato la sua ambivalenza intrinseca, tra atteggiamenti antinomici di fascinazione e repulsione. Se dal lato linguistico la scrittura si avvicina alla prassi enunciativa neotelevisiva, altrettanto lapalissiano è il fatto che i contenuti vengano mutuati con una certa facilità da un mezzo all'altro. Le letterature della «generazione X» sono accomunate spesso dalla brevità, da una sintassi veloce e spezzata, da una terminologia universale che spazia in diversi campi del sapere e nelle sottoculture con una certa rapidità e un po' di sfrontatezza. La scena rappresentata è altrettanto frantumata e incapace di fornire un senso globale della storia. La scrittura romanzata si piega tanto alla nuova percezione televisiva, e alla sua struttura non lineare, quanto alla pluralità dei linguaggi gergali. Se da un lato la letteratura cerca di riprodurre i linguaggi della contemporaneità, dall'altro cerca di allontanarsi dalla profusione di immagini, valori e merci veicolati dal piccolo schermo, inventando personaggi dotati di cultura critica, come nel romanzo di G. Culicchia Tutti giù per terra, o di N. Ammaniti Fango. Il riciclaggio di materiale televisivo si lega spesso alla presa di posizione critica; tuttavia le strategie attraverso le quali i nuovi romanzieri prendono distanza dalla cultura massificata variano a secondo dei casi. A volte i personaggi della nuova letteratura vivono e pensano televisivamente, confondendo la propria esistenza con quella che scorre sullo schermo. I feticci del consumo televisivo entrano a far parte della scena letteraria, la vita di alcuni personaggi è inquinata irrimediabilmente dalla retorica televisiva e dai brand della pubblicità, come nei racconti di A. Nove, in particolare Woobinda, o nel romanzo di I. Santacroce Destroy.
Il mondo reale è completamente mutato dalla rivoluzione tecnologica che ha investito la società italiana nell'ultimo cinquantennio e i giovani scrittori traducono sapientemente questo quadro societario nelle pagine della letteratura coeva dove, spesso ma non sempre, si staglia lo sguardo disilluso e disincantato di un protagonista che si oppone all'adesione acritica dei valori propugnati dai mass media. Oggi, il rapporto di ambiguità sembra aver raggiunto il parossismo: i nuovi letterati mutuano dalla Tv la retorica, le forme e talvolta i contenuti, con il fine di offrire al lettore uno sguardo distaccato sulla società odierna. Ma questa relazione di ambiguità si estende agli scrittori stessi, i quali si trovano irretiti nel piccolo schermo, chi per assecondare strategie editoriali, chi per promuovere correnti letterarie, chi semplicemente nelle vesti di interprete e portavoce di sottoculture.

TV E «LETTERATURA DI CONSUMO»

Nuove metamorfosi nel rapporto fra t. e l. sono in corso e generano fenomeni alquanto singolari come la letteratura prodotta dalla Tv. Sarebbe più corretto riferirsi a tali fenomeni con il termine di «paraletteratura»: si tratta di quei testi che costituiscono un prolungamento naturale dei programmi televisivi, finalizzati a conferire dignità a una data esperienza televisiva o a «capitalizzare» il successo di una trasmissione. Tale fenomeno implica la chiamata alla ribalta di personaggi televisivi di ogni sorta, che si calano nei panni dello scrittore facendo leva su una popolarità precedentemente acquisita per garantire il successo editoriale. Nella selva di operazioni editoriali, talvolta bizzarre, si possono distinguere due diverse correnti: una si sviluppa attorno allo spettacolo della politica e dell'attualità, l'altra alla satira e alla comicità. Il mercato tende a farsi sempre più «televisivo» e investe su una produzione sterminata di prodotti editoriali con la speranza di replicare il successo televisivo o cinematografico dei propri scrittori. Tuttavia, tali espedienti hanno il merito, in taluni casi, di gettare luce sul talento narrativo di alcuni personaggi televisivi, che dimostrano di avere una personalità e un forte punto di vista critico e originale, nonché una autonoma capacità di scrittura. Tra questi vale la pena ricordare D. Luttazzi, L. Littizzetto e G. Gnocchi. In un contesto culturale profondamente mutato, a oltre cinquant'anni di distanza dall'avvento del medium, il dibattito sul rapporto fra t. e l. sembra però «congelato» attorno alle consuete questioni, e pare manifestare l'attitudine di molti letterati a schierarsi su posizioni di mera contrapposizione nei confronti del trash, di cui la TV rappresenterebbe il vertice e l'origine.
 

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