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VERSO LIBERO

Quando non è usato per indicare, come un tempo, íl verso sciolto il termine è traduzione letterale del fr. vers libre, cui qui si preferiscono i termini di "metrica libera" e "metrica liberata". Verso libero potrebbe ridursi - e di fatto è ridotto nella vulgata - a un mero fatto aritmetico-sillabico della linea versale, inducendo spesso l'idea di una liberazione assoluta dalla forma, puntualmente negata dai diretti interessati (Montale: « Non si dà poesia senza artifizio »; Eliot: « Nessun verso è libero per chi vuol fare un buon lavoro »); mentre metrica "libera" e "liberata" coinvolgono preliminarmente l'intero organismo poetico, anzi il fatto istituzionale in sé.

Poiché è chiaro che, al di là dei termini prescelti, sotto la parola libertà o "liberazione", stanno elementi che rinviano a una diversa concezione dell'oggetto-poesia e, in ultima analisi, a una diversa concezione letteraria ed estetica (fineotto-novecentesca). Infatti un Gustave Kahn, teorizzatore del verso libero francese (nella seconda metà degli anni Ottanta del secolo scorso), con non poche influenze sugli italiani, poneva tre condizioni:

a) la lunghezza del verso e il suo ritmo dovevano essere dettati dall'idea poetica (sconsigliava perciò l'enjambement);
b) la rima doveva poter essere surrogata dall'assonanza e soprattutto dall'allitterazione come nuova strutturazione armonica del verso;
c) anche la strofa come il verso doveva essere modellata liberamente secondo il movimento del pensiero [cfr. Deloffre 1969].

In Italia la liberazione fu piú tarda e graduale, ed ebbe vie sia squisitamente autoctone sia fortemente ipotecate dalle esperienze d'oltralpe (Petits poèmes en prose di Baudelaire), ma non solo dai Francesi, anche, per es., dall'americano W. Whitman (Leaves of Grass), che propose un originale "verso lungo" (strutturato soprattutto su ripetizioni, cadenze, allitterazioni e iterazioni di calco biblico) plasmato ogni volta secondo un'interna energia vitale, ogni volta di misura nuovamente realizzata, un free verse insomma ch'era una sfida e un'emancipazione dalla tradizione (leggi anche: della letteratura americana nei confronti di quella inglese).

Fanno parte della preistoria italiana del verso libero - ma si tratta di episodi in fondo slegati dai successivi fenomeni di fine secolo e poi novecenteschi – le traduzioni dei Canti del popolo greco e dei Canti illirici (1841) per mano di N. Tommaseo e i Semiritmi (1888) di L. Capuana.

La data del 1903 di solito avanzata per fissare la nascita del verso libero nel calendario italiano (Corazzini, Tipografia abbandonata; Govoni, Armonia in grigio et in silentio) dev'essere anticipata e reinterpretata: esperimenti "liberisti" s'erano già affacciati negli anni Novanta con simbolisti quali Sormani, Quaglino, Sinadinò. Ma, soprattutto, va considerato il lento e sfumato progresso – non privo di ritorni e compensi – verso la liberazione metrica, per es., di un Govoni, che s'incammina sui binari dei sonetti regolari di endecasillabi, ma già sfaldati, quest'ultima, nella prosodia (pullulano le dieresi di marca Liberty) e negli accenti (di 3a e 7a) per poi introdurre un verso lungo di tredici sillabe e approdare con gli Aborti (1907) a una liberazione metrica su piú piani (versale e anche strofico) [cfr. Beccaria 1983; Mengaldo 1987 e 1991].

Versi lunghi offrono pure, tra gli altri, G. P. Lucini (Revolverate, 1909), E. Thovez, A. Palazzeschi, e poi R. Bacchelli e C. Pavese. Ma nelle misure dei primi due è possibile reperire la combinazione di due versi canonici. Tanto il teorizzatore del verso libero (Gian Pietro Lucini, Ragion poetica e programma del Verso Libero, 1908) quanto il Thovez nel Poema dell'adolescenza (1901) risentono direttamente dell'influsso della metrica barbara. Ma il doppio ottonario con cesura fissa con cui Thovez mima l'esametro risentirà pure dell'alessandrino francese. In effetti la metrica barbara rappresenta una via tutta italiana (non la sola, però) al verso libero, o meglio a una liberazione ritmica e metrica. Oltre alla depressione della rima e alla violazione dell'isosillabismo, la metrica barbara comporta di fatto elementi stabili e riconoscibilissimi anche isolatamente, come l'uscita dell'esametro barbaro carducciano (« Quando a le nostre case la diva severa discende »; ma si veda pure la realizzazione dell'alcmania infarcita di novenari dattilici) che preludono alla reintroduzione pascoliana del novenario di 2a 5a 8a, detto appunto dattilico, e all'esaltazione di un ritmo scandito per piedi che fa aggio sul metro: il portato piú clamoroso di un Pascoli che erode dal di dentro la tradizione senza sconvolgerne l'impianto istituzionale.

Mentre uno degli aspetti piú vivi e prolifici della metrica dannunziana è l'idea (sulla scorta della metrica quantitativa) dell'equivalenza ritmica, per cui metri di differente consistenza sillabica vengono sentiti come tipicamente equivalenti. Cosí il primo Palazzeschi può inventare un verso di lunghezza variabile –da un minimo di tre fino a diciotto sillabe – rigorosamente vincolato (tutt'altro che indistintamente "libero", dunque) da una precisa cadenza ritmica, dattilica (dattilo): «Il pàrco è serràto serràto serràto » [cfr. Mengaldo 1975]. Piú tardi Pavese (Lavorare stanca, 1936) si costruirà un verso piú o meno analogamente ingranato su multipli di ternario (« camminiàmo una séra sul fiànco di un cólle ») di tipo anapestico (anapesto). S'ottiene cosí una successione di arsi e di tesi piú o meno rigorosa (poiché la sequenza può concedersi inserimenti di endecasillabi canonici che modificano il ritmo). Bacchelli, invece, coi Poemi lirici ( 1914; «Il viso d'una donna, i biondi lineamenti ») intesse versi variabili sia in lunghezza che in numero sillabico di piedi, ma con un numero costante di ictus per ogni verso.

Paiono esenti dall'influsso barbaro gli episodi govoniani; il vistoso exploit futurista [Marinetti 1909] con le «parole in libertà» (Manifesto tecnico del Futurismo, 1912) che perviene all'impiego di diversi tipi di caratteri per ogni riga (o tutti aggettivi, o tutte onomatopee, o tutti verbi infinitivi, ecc.), esasperando, nonostante la prima impressione di orchestrazione rumoreggiante, il versante visivo della poesia; il primo Ungaretti nel quale, « rallentato il ridottissimo enunciato, singoli vocaboli o sintagmi assai contratti diventano, per cosí dire, "centro di verso" [Contini 1970] (« Lasciatemi cosí I come una cosa I posata I in un angolo I e dimenticata »). Il secondo Ungaretti e la moderata libertà metrica di Montale, infine, appaiono oggi, sempre più, come una mossa e varia "restaurazione metrica" che si conferma in tanti altri autori di tardo Novecento.
 

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