Il rapporto tra letteratura e
cinema
Sui
rapporti fra l. e cinema esistono da sempre due
modi opposti di considerare il problema. Per
alcuni il cinema, sotto l'aspetto narrativo,
nasce addirittura da una costola della l.
passando talvolta attraverso il teatro. Altri
invece sostengono che il cinema, quando assume
le autentiche caratteristiche di un'arte nuova,
deve totalmente affrancarsi dalla l. e affermare
i propri valori solo con opere originali,
formulate attraverso lo specifico linguaggio
delle immagini e dei suoni. Resta comunque
imponente la percentuale di film derivati da
precedenti di carta stampata: romanzi, racconti
e pubblicazioni d'ogni genere. Donde
l'opportunità di vagliare quanto il cinema è
stato e continua a essere tributario della
narrativa, ma anche quanto la narrativa del 20°
sec. è stata influenzata dalla 'settima arte'.
La storia delle rivendicazioni del 'cinema
cinematografico' contro il 'cinema letterario' è
antica quanto la settima arte. Delle polemiche
nate da tale contrapposizione se ne potrebbero
rispolverare a dozzine, costantemente ancorate
alle due posizioni contrapposte: quella di chi
considera la l. come un indispensabile punto
d'appoggio del cinema e quella di chi rivendica
la specificità dell'arte del film condannando i
cosiddetti letterati al cinema. E vale la pena
di sottolineare che nella critica letteraria
l'aggettivo
cinematografico (in un'accezione
quale 'questo libro è un po' cinematografico')
assume una valenza almeno altrettanto negativa
di quella che ha l'aggettivo
letterario
nella critica cinematografica ('questo film è un
po' letterario').
Sull'avversione dei letterati di tradizione per
il cinema, vale la pena di considerare come
tipica, e in qualche modo estrema, la situazione
che emerge dal panorama storico italiano.
Dall'atteggiamento negativo degli intellettuali
nostrani verso l'arte del film si salvano, nei
primi decenni del secolo, i due grandi, Gabriele
D'Annunzio e Luigi Pirandello. Il primo accettò
infatti nel 1914 di 'tradurre in dannunziano' le
didascalie del kolossal
Cabiria
(1914) di Giovanni Pastrone; e in
una lettera espresse la convinzione che "nei
trucchi sta la potenza vera e inimitabile del
cine", anticipando di molti decenni il primato
degli effetti speciali. Quasi coeva fu
l'apparizione (1916) del romanzo pirandelliano
Si gira…
(poi
Quaderni di Serafino Gubbio operatore),
il primo che osò affrontare le complesse
tematiche inerenti al mezzo espressivo. Però
l'esempio dei due maestri non fece proseliti; e
furono invece numerosi i letterati che per
decenni perseguirono il tentativo di togliersi
dai piedi l'ingombrante e degradante decima
Musa. Agghiacciante la dichiarazione di un
intellettuale dell'autorevolezza di E. Montale,
che in un'inchiesta giornalistica apparsa nel
1961 sul "Corriere della Sera" si espresse così:
"Il cinema è fonte inevitabile di prostituzione
e delinquenza". Né si possono dimenticare le
stroncature del cinema in generale e dei suoi
artisti maggiori da parte di grandi firme della
l.: G. Ungaretti paragonò Charlie Chaplin al
drammaturgo G. Rovetta (in G. Viazzi,
Chaplin e la
critica, 1955), R. Bazlen (in
Scritti,
1984) scrisse che
Ladri di
biciclette (1948, di Vittorio De
Sica) era "il punto più basso in cui è caduta
l'Italia" e irrise al capolavoro di Robert
Bresson
Un condamné à mort s'est échappé
(1956; Un
condannato a morte è fuggito). Non
si devono certo confondere i singoli giudizi su
artisti o opere, sempre legittimi anche se
sgradevoli e petulanti, con il rifiuto totale
del cinema. Ma come non accorgersi che
stroncature scaturivano il più delle volte da un
preconcetto atteggiamento di ostilità? E ci si
potrebbe soffermare a psicoanalizzare il caso di
Mario Soldati, autore di oltre trenta film, tra
i quali uno dei più alti esempi di cinema tratto
dalla l. come
Piccolo mondo antico (1941), il
quale affermò sempre di aver fatto il regista
obtorto
collo considerando il cinema un'arte
minore, anzi minima, perché ha bisogno di tutte
le altre.
È bene tuttavia ricordare i non pochi uomini di
penna che accolsero il cinema con immediato
interesse, a cominciare dai futuristi.
Intelligente e spregiudicato fu l'atteggiamento
di Emilio Cecchi, che non si limitò a dedicare
alla cinematografia un'assidua attenzione
critica, ma la trasformò in una partecipazione
operativa imprimendo un taglio particolare alla
produzione della Cines nella prima metà degli
anni Trenta. Perfino pleonastico è menzionare
nomi di scrittori divenuti sceneggiatori a tempo
pieno come Cesare Zavattini, Tullio Pinelli,
Ennio Flaiano e altri, transfughi volontari (sia
pure con qualche resipiscenza) dalla l. nel
cinema, dove hanno lasciato impronte notevoli.
Sempre guardando al panorama italiano si possono
poi ricordare le sporadiche sortite registiche
di letterati, come per es. Curzio Malaparte (Il
Cristo proibito, 1951), Luigi
Malerba (Donne
e soldati, 1954), Indro Montanelli (I
sogni muoiono all'alba, 1961), Enzo
Siciliano (La
coppia, 1969), Dacia Maraini (L'amore
coniugale, 1970); e ripercorrere gli
itinerari professionali, a cavallo delle due
attività, di Pier Paolo Pasolini, Nelo Risi,
Fabio Carpi, Alberto Bevilacqua e altri. Fra i
letterati più spontaneamente accorsi al richiamo
dell''arte muta' si collocò l'esule irlandese
James Joyce che, nel 1904, avendo scoperto a
Trieste il cinematografo si lanciò addirittura
nell'impresa di importarlo nella sua Dublino con
risultati catastrofici; e, sempre a Trieste, il
poeta Umberto Saba fu per un certo periodo
direttore di una modesta sala di seconda
visione, il Cinema Italia, che gli ispirò i
versi di
Il canto dell'amore – Una domenica dopopranzo al
cinematografo. Va poi dato atto a
Cesare Pavese di aver coraggiosamente affermato,
sul finire degli anni Quaranta, che il miglior
narratore italiano del momento era Vittorio De
Sica; e che dire di Alberto Moravia, oltre che
fornitore con la sua opera di trame e spunti per
molti film, impegnato senza interruzione per
mezzo secolo a scrivere settimanalmente sui film
che apparivano sugli schermi? E sarebbe ingiusto
dimenticare i contributi di un critico del
valore di Giacomo Debenedetti, del poeta Mario
Luzi, di Italo Calvino e di altri.
Sui film che apertamente si ispirano a un testo
letterario si è scritto molto. Forse vale anche
per la traduzione di un fatto letterario in
spettacolo la nota formula di B. Croce sulla
traduzione in genere, che può essere "brutta e
fedele o bella e infedele". L'arco storico di
questo procedimento si può dividere in due
epoche, la prima legata alla suggestione, alla
presa in prestito di un brandello di trama,
all'utilizzazione di temi e personaggi spesso
spinti molto lontano dalla loro impostazione
originaria. Merita ricordare che Orson Welles
apprese per la prima volta l'esistenza di un
certo libro assistendo da bambino al film
Moby Dick (1930;
Moby Dick, il
mostro bianco) di Lloyd Bacon, dove
alla fine John Barrymore, ovvero il capitano
Ahab, non viene trascinato negli abissi dalla
diabolica balena e invece si sposa. Una
trasposizione ridicola, un insulto a un
capolavoro della letteratura? Però fu proprio la
suggestione di quella rozza favola marinara a
far innamorare per sempre Welles di H. Melville,
inducendolo a mettere in scena
Moby Dick
in un singolare spettacolo teatrale e a
pronunciare la predica iniziale del film diretto
da John Huston (Moby
Dick, 1956,
Moby Dick, la balena bianca). Il
caso Welles-Melville illumina bene il contributo
che il cinema diede e continua a dare alla
conoscenza e alla divulgazione della
letteratura.
Un approccio diverso della decima Musa a un
fatto letterario si verificò dalla seconda metà
del Novecento in poi, quando il cinema si venne
rivelando una sorta di strumento aggiunto ai
tradizionali metodi della critica letteraria, un
modo nuovo e diverso di affrontare i libri,
spiegarli, illuminarli dall'interno.
Classici della l. o libri di successo sono stati
utilizzati dal cinema fin dalle origini. Il
record quantitativo è stabilito da G. Simenon, i
cui romanzi e racconti trasferiti sullo schermo
dal 1932 in poi superano i sessanta film (tra i
quali spiccano quelli dedicati al personaggio
del commissario Maigret).
Nella filmografia di Stanley Kubrick spiccano
fra gli altri titoli di testi letterari:
Lolita
(1962) da V. Nabokov;
2001: a space
odissey (1968;
2001: Odissea
nello spazio) da A. C. Clarke;
Barry Lyndon
(1975) da W. M. Thackeray. Un regista che ha
messo a frutto nella sua filmografia una
passione letteraria non occasionale è James
Ivory, il cui autore di riferimento sembra
essere H. James con adattamenti da
The Europeans
e The
Bostonians.
Di particolare interesse le trasposizioni che,
per verificarne la pregnanza di attualità,
situano gli spunti libreschi in epoche e
contesti diversi. Valgano come esempi il
racconto
Boule de suif di G. de Maupassant
spostato nel Far West di
Stagecoach
(1939;
Ombre rosse) di John Ford tramite
una variazione letteraria di E. Haycox; il
romanzo
The postman always rings twice di J.
M. Cain ricollocato nelle cornici della
provincia francese in
Le dernier
tournant (1939) di Pierre Chenal e
del Polesine in
Ossessione
(1943) di Visconti;
Il cappotto
(1952) da N. V. Gogol′ ambientato da Lattuada a
Pavia; la novella
Il divino e
l'umano di Tolstoj trasferita fra
gli anarchici italiani dell'Ottocento in
San Michele
aveva un gallo (1973) dei fratelli
Taviani;
Heart of darkness di J. Conrad
spostato nel Vietnam di
Apocalypse
now (1979) di Francis Ford Coppola;
Eyes wide
shut (1999) di Stanley Kubrick che
trasferisce l'azione dalla Vienna del racconto
di
Traumnovelle di A. Schnitzler
all'America contemporanea.
Scrittori illustri o meno hanno spesso accettato
di lavorare direttamente per il cinema. A
Hollywood sono stati sotto contratto in qualità
di sceneggiatori Francis Scott Fitzgerald (che
sull'esperienza californiana ha scritto il suo
ultimo romanzo incompiuto,
The last tycoon), William Faulkner,
Aldous Huxley. In Italia molti letterati hanno
collaborato a sceneggiature, da Moravia a
Pratolini, da Brancati a Bassani. Una forma
aberrante di rapporto fra cinema e l. è la
cosiddetta
novelisation
ovvero il romanzo tratto dalla sceneggiatura del
film e venduto sulla sua scia come
merchandise.
Si potrebbe infine osservare, come ultima nota
curiosa, che qualsiasi film, immancabilmente
nato da una pagina scritta, ritorna altrettanto
puntuale alla pagina nelle descrizioni dei
critici, dei saggisti e degli storici: non è
anche la critica un'espressione letteraria? Se
ne può quindi concludere che la l. precede,
segue, circonda, sostiene e anima il cinema e le
arti dello spettacolo in genere.
Classici ed eroi della
letteratura nel grande schermo
Tra
gli autori le cui opere sono state più spesso
oggetto di adattamenti cinematografici, Kezich
in particolare cita A. Dumas e le innumerevoli
versioni di
Les trois mousquetaires e Le comte de
Monte-Cristo; V. Hugo e i film tratti in
particolare da
Notre-Dame de Paris e i
Misérables; Ch. Dickens e gli adattamenti
da Oliver
Twist,
David Copperfield, A tale of two cities, Great
expectations; J. Verne e quelli
ugualmente numerosi di Vingt-mille
lieues sous les mers, Le tour du monde en
quatre-vingts jours e Michel
Strogoff; non dimentica R. L. Stevenson e
i diversi film basati su Treasure
island e The strange
case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde.
Numerosi i registi italiani che si sono
cimentati in prestigiosi adattamenti di grandi
classici. Tra questi:Alessandro Blasetti (1860,
1933, da G. C. Abba), Mario Camerini (I
promessi sposi da A. Manzoni), Mario
Soldati (Piccolo
mondo antico; Malombra,
1942; Daniele
Cortis, 1947, tutti da A. Fogazzaro);
Alberto Lattuada (Il
delitto di Giovanni Episcopo, 1947, da G.
D'Annunzio;
Il mulino del Po, 1949, da R. Bacchelli);
Mauro Bolognini (Il
bell'Antonio, 1960, da V. Brancati; La viaccia,
1961, da M. Pratesi; Senilità,
1962, da I. Svevo; Agostino,
1962, da A. Moravia; Metello,
1970, da V. Pratolini); Luchino Visconti (Morte
a Venezia, 1971, da Th. Mann); Francesco
Rosi (Uomini
contro, 1970, da Un anno
sull'altipiano di E. Lussu; Cadaveri
eccellenti, 1976, da Il contesto di L. Sciascia; Cristo si è
fermato a Eboli, 1979, da C. Levi; La tregua,
1997, da P. Levi); Vittorio De Sica (Il
giardino dei Finzi Contini, 1970, da G.
Bassani); Ermanno Olmi (La
leggenda del santo bevitore, 1988, da J.
Roth), Paolo e Vittorio Taviani (Kaos,
1984, e Tu
ridi, 1998, da L. Pirandello; Il sole anche
di notte, 1990 e il film televisivo Resurrezione,
2002, da L. N. Tolstoj; Le affinità
elettive, 1996, da J. W. Goethe); Roberto
Benigni (2002, Pinocchio,
da C. Collodi).
Notevole infine il numero degli eroi seriali dei
romanzi polizieschi destinati a diventare
protagonisti di film di successo. Tra i più
famosi Kezich non manca di ricordare Fantomas di
M. Allain, Rouletabille di G. Leroux, il mitico
Sherlock Holmes di Sir A. Conan Doyle e la folta
schiera dei suoi epigoni: Philo Vance di S. S.
Van Dine, Hercule Poirot e Miss Marple di A.
Christie, il detective cinese Charlie Chan di E.
Derr Biggers, la coppia Nick e Nora protagonista
di The thin
man di D. Hammett, l'agente segreto James
Bond alias 007 di I. Fleming.
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