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UGO FOSCOLO

L'ultima produzione lirica di Ugo Foscolo (quella delle Grazie) è l'esempio più puro di una sensibilità romantica protesa verso l'equilibrio dei classici; il frutto di un incontro perseguito per tutta la vita tra il furore delle passioni e gli ideali del pudore, della verecondia, della compassione. Se nessuno più del Foscolo fu travolto da un perpetuo e nativo delirar di battaglie, nessuno più di lui fu volto con tutto l'animo verso una plaga di ideale leggerezza e perfezione, verso le rive luminose della bellezza. La nascita del Foscolo a Zante, in un'isola greca soggetta al dominio veneto, e l'abbandono della patria sin dai primi anni, operarono sempre sul poeta come un simbolo: il simbolo di una meta ormai perduta dagli uomini, esuli tutti e pellegrinanti sulla terra, volti tutti ad un porto, ad un'isola che non è più concesso di raggiungere. Il Foscolo si sentì esule per tutta la vita, esule dalla regione favolosa delle Grazie, dalla riva beata delle Muse; e tenne sempre lo sguardo fisso al mare greco, l'orecchio teso al nativo aere sacro, alla limpidità armoniosa dell'Ellade. Nessuna vita spirituale fu più coerente di quella del Foscolo, pur nel succedersi agitato delle vicende; protesa verso la scoperta della voce più limpida, sino alla risoluzione finale e compiuta delle Grazie. La sua opera poetica è tra le più conseguenti ed unitarie nella storia delle lettere; una conquista che dall'Ortis sale, senza una deviazione, sino alle opere maggiori. Spirito dunque romantico, per la sua tempra appassionata, per le angosciose domande che egli rivolse alla natura; ma con una tendenza inesauribile verso la classicità, la purezza. Un'idea-chiave sorregge il Foscolo nel processo coerente della sua arte: che l'esistenza è dolore, perpetuo delirar di battaglie; che nulla esiste per l'uomo al di là della materia e del tempo: tuttavia gli uomini hanno in sé una virtù quasi religiosa, la capacità di creare a se stessi dei miti, delle illusioni, quali l'amore l'amicizia la patria il sepolcro la bellezza. Su tutti i miti si innalzano quelli della poesia e delle arti. Quando il tempo travolge persino le rovine dei sepolcri il canto dei poeti si innalza al di sopra del deserto, e l'armonia / vince di mille secoli il silenzio. Quando le vergini Grazie, madri di ogni arte, toccarono il lido degli uomini, molte purpuree rose / amabilmente si conversero in candide; e nacquero sulla terra la modestia, la verecondia, il pudore, cioè le virtù che sole potevano ingentilire i costumi. A quelle virtù fu sempre volto in ispirito il Foscolo, pur nel furore incomposto della sua esperienza.
È da aggiungere che il Foscolo non si appartò mai disdegnoso dai suoi contemporanei, non approdò mai a quella solitudine irta che fu del suo maestro, l'Alfieri; ma anche nei versi che paiono più remoti dalla storia, trasmigrati nel paradiso assoluto della bellezza, sono sempre presenti il suo animo e il suo impegno « di uomo che vive in mezzo agli altri uomini », sempre mosso in ogni sua pagina da una politicità effettiva, anche se non sempre calata nelle contingenze di un movimento politico o di un avvenimento (è questa la politicità trascendentale, cioè la politicità posta come condizione assoluta e non eliminabile dell'essere, che fu riconosciuta tipica e determinante del Foscolo). È inoltre da osservare, quanto al mito prepotente della patria che il poeta ebbe sempre presente nelle sue pagine, che il trapasso dal cosmopolitismo degli Illuministi alla patria-nazione del Foscolo non deve essere considerato un regresso, un ridursi nei cancelli più limitati di una singola patria, ma il frutto di un riconoscimento aspro e doloroso; della persuasione che gli ideali di libertà e di democrazia che erano stati propugnati dai filosofi del Settecento non avrebbero mai potuto rinvenire una soluzione unica, esemplata conforme ad alcune massime dettate dalla Ragione ed onnivalenti, ma realizzarsi solo in un'area più concreta, quella della patria-nazione. Se in una visione astratta e cosmopolita della realtà le singole memorie, le tradizioni, apparivano prive di un senso positivo, anzi tali da giudicarsi un aspetto « gotico », un residuo dei tempi medioevali; nella visione nuova e concreta che si maturava in Europa agli inizi del secolo XIX gli usi, le tradizioni, la storia dei singoli popoli, il passato, le tombe, le costumanze, assumevano un significato positivo ed essenziale. Perciò il Foscolo, in questo senso, si pone veramente come un poeta europeo.

LE GRAZIE

Quasi all'inizio della produzione foscoliana si collocano le Ultime lettere di Jacopo Ortis. Le Ultime lettere, protese verso il suicidio sin dalla prima pagina, travolte dalla eccessiva violenza del sentimento, accese e spesso sforzate nel tono oratorio, nell'atmosfera cupa e orrida del paesaggio, non possono essere giudicate, poeticamente, un'opera riuscita. Tuttavia l'Ortis resta ugualmente uno dei libri più cari della nostra letteratura, il primo in cui compaia un personaggio pervaso e travolto dalla « malattia del secolo »; così come esso fu caro ai contemporanei per le meditazioni sepolcrali e notturne, per i gridi del pessimismo foscoliano, per l'immagine tempestosa di quel giovane romantico, cogitabondo sulle sventure fatali degli uomini, in contatto con gli aspetti più selvaggi e desolati della natura. La letteratura non si configurava più come un'evasione dal reale ma come un approfondimento dei moti più dolorosi dello spirito, come la voce più intensa dei tempi: la confessione di un giovane magnanimo, che avvertiva intorno a sé il ruinare incessante dell'astrattismo e cosmopolitismo settecentesco, ed ancora non riusciva a contrapporre a quella crisi una nuova speranza, una nuova forma di fede. Tuttavia proprio in quelle pagine, che pure costituiscono l'esperienza più informe dello scrittore, gli studiosi rinvengono (ancora inviluppati e come in germe) tutti i motivi più alti della poesia foscoliana, dalla dottrina delle illusioni al culto delle tombe all'idealizzazione della bellezza all'esaltazione dell'arte; già presenti seppure ancora non riscattati dal pessimismo iniziale, dalla passionalità prorompente. Il suicidio medesimo di Jacopo non può essere considerato come una rinuncia, una fuga dal mondo degli uomini, ma come una affermazione a suo modo positiva. Quel suicidio non presupponeva la rinuncia ad alcuno degli ideali, ma la proposizione ultima del loro valore: rimastosi nella camera tutto solo, smosse il cristallo, e sotto il verso «Libertà va cercando, ch'è sì cara» scrisse l'altro che gli vien dietro: « Come sa chi per lei vita rifiuta » .

LE ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS

Seguirono, e in parte si accompagnarono all'Ortis, i Sonetti, in numero di dodici. Se nei primi compare molte volte lo stesso tono acceso del romanzo, già respiriamo l'aura della più grande poesia foscoliana nei seguenti (A Zacinto. In morte del fratello Giovanni, Alla sera). Non rinveniamo ancora il superamento del pessimismo di Jacopo, ma il primo placarsi del
furore suicida, il primo acquietarsi dell'anima in una solenne mestizia. Si perpetua in essi la coscienza dell'esistenza travagliosa, di un pianto che è senza possibilità di conforto; tuttavia il delirio del primo Foscolo è spento, e l'accettazione del male virilmente composta, quasi diremmo rassegnata. All'esasperato « ruggire» di Jacopo è sottentrata nel sonetto Alla sera una calma pensosa, una capacità inusitata di tacere. È questo il momento più raccolto nella biografia poetica del Foscolo; quello in cui si disperdono gli atteggiamenti più esteriori, più facili.
Tra i primi e i secondi Sonetti furono composte le due Odi neoclassiche (A Luisa Pallavicini e All'amica risanata), espressione di un aspetto diverso ma altrettanto essenziale dell'animo foscoliano: non più dell'abbandono al pessimismo romantico ma ai miti del mondo classico. L'una e l'altra delle Odi sono la celebrazione di una donna; una celebrazione che non esalta soltanto la bellezza, ma al di sopra della bellezza la poesia, che la rende eterna, e ne trasmette la memoria ai nepoti più lontani; la poesia che è potenza creatrice di Dee, che permise ai greci di divinizzare una cacciatrice mortale come Diana, una regina terrena come Venere. V'è già nell'Ode All'amica risanata uno dei motivi ispiratori dei Sepolcri, la consapevolezza della celeste dote dei poeti; e la certezza del Foscolo di esser chiamato a rinnovare il miracolo dei greci sulla cetra italiana, di aver respirato a lungo il nativo aere sacro. Tuttavia la bellezza e la poesia non sorgono ancora nell'Ode ad infrenare il pessimismo dell'Ortis; la sostanza umana e bruciante di Jacopo non è qui redenta ma piuttosto ignorata. Scoperta altissima dei miti, dunque, non immissione di essi nella realtà dolorosa degli uomini.

DEI SEPOLCRI

Risale al 1806 il carme Dei Sepolcri, nel quale si attuava quell'incontro tra l'Ortis e le Odi da cui derivava una voce nuova nella storia delle lettere, cioè il raggiungimento di un'altissima consolazione pur nella consapevolezza dolorosa del nulla: — L'uomo, destinato a disperdersi nella morte, sopravvive anche sotterra, nella mente dei suoi, per la benigna illusione del sepolcro, per le soavi cure prestate dagli amici alla tomba. Da quando gli uomini hanno superato la ferirla barbarie primitiva il sepolcro è stato altare per i vivi, simbolo della fede che ha animato gli antenati, incitamento alle conquiste. E se anche sui sepolcri si abbatte distruggendoli la furia del tempo, di sul deserto sorge la voce del poeta, e per essa gli ideali e i sogni dei trapassati risplendono sino alla fine dei secoli. — Questo, nei suoi motivi essenziali, il contenuto del carme. La vita umana è dolore, ma l'uomo ha in sé una virtù religiosa, la capacità di creare a se stesso dei miti, l'immortalità, l'amicizia, l'amore, la bellezza, la patria: miti per i quali, nonostante il loro valore illusorio, si abbellisce e si fa degna la vita; illusioni che gli uomini tramandano di secolo in secolo, affidandone la custodia al culto delle tombe e al canto dei poeti. Nei Sepolcri non rinveniamo più il pessimismo dell'Ortis ma neppure il canto esultante di chi abbia sconfitto per sempre il dolore. La grande poesia foscoliana nasce proprio da questo incontro della morte con la vita, da questa eroica ed orgogliosa coscienza della fatica umana, riconquistata nei suoi valori positivi proprio di fronte al sepolcro. In ogni episodio è presente la fatale notte in cui si immergono le stagioni e gli imperi; ma in ogni pagina risplende la bellezza inesauribile del creato e la forza invincibile delle illusioni. Intitolato ai sepolcri il carme potrebbe essere intitolato ugualmente alla storia e alla poesia, che furono con la bellezza e la patria le divinità tutelari del Foscolo. Il poeta canta le tombe come lo strumento primo della storia, come il legame tra i morti ed i vivi, come il luogo delle memorie e delle speranze: il simbolo di quel processo per il quale il passato si incarna nel presente e si protende inesauribile verso il futuro. Poeta della Storia, il Foscolo, della nazione, delle memorie; e della Poesia che rende eterne le memorie, ed è destinata a vincere il silenzio dei secoli. Senza il canto dei poeti nessuna illusione avrebbe senso tra gli uomini, nessuna forza potrebbe opporsi alla fiumana triste e dissolvitrice del tempo. Perciò la figurazione finale del carme è quella di Omero, trasfigurata in un vecchio favoloso, che brancolando penetra negli avelli e abbraccia le urne e interroga le antichissime ombre.
Fu giustamente osservato che i Sepolcri debbono essere considerati come la maggiore «fonte» di quella pesante tradizione retorica che vede nei monumenti un motivo di esaltazione delle glorie nazionali; che la nazione non vi compare mai come popolo ma come un insieme di marmi illustri, di lapidi. È tuttavia da aggiungere che il Foscolo visse in un'epoca in cui fu vivissimo il senso dei monumenti, delle scoperte archeologiche, dei marmi: l'epoca di Ercolano, di Pompei, della « prosopopea di Pericle », in cui dovunque parvero germinare dal suolo i resti dissepolti delle antiche glorie. Da quel fiorire di antichi marmi derivavano le celebrazioni più gessose del neoclassicismo ufficiale, la glorificazione dei potentati viventi, da Pio VI a Napoleone Bonaparte; e solo nei versi del Foscolo i monumenti si ponevano invece in funzione non declamatoria, non cortigiana, anzi fortemente polemica nei confronti del presente (E me che i tempi ed il desio d'onore / fan per diversa gente ir fuggitivo).
Dovunque risuona nei Sepolcri quell'eloquenza alta e solare che è propria del Foscolo, quella sua ampiezza di respiro, quell'impressione di aria libera e immensa. Tuttavia permangono ancora nei Sepolcri alcune sforzature oratorie, alcune indulgenze alla sensibilità deteriore romantica. Ma negli episodi o frammenti dell'ultima opera, le Grazie (rimasta, come è noto, allo stato di incompiutezza), il poeta si è liberato anche dagli ultimi residui del gusto caduco, si è calato tutto nel paradiso dell'armonia, abbandonandosi a vagheggiare i sogni più lievi dell'animo. Alle Grazie si volge perciò con interesse sempre maggiore la critica contemporanea, come al mitico paradiso di quel delirante e tormentato spirito che fu il Foscolo; un paradiso di una limpidità e purezza immacolata, di una musica mai più udita; tuttavia niente affatto estraneo al travaglio passionale e romantico del poeta. Le passioni di Jacopo e le illusioni generose dei Sepolcri sono ancora tutte presenti nelle pagine delle Grazie, alcune volte in modo palese, più spesso in modo implicito, e per così dire sotterraneo; si genera anzi da questa presenza l'incanto più profondo dei tre Inni. Non dunque bellezza fredda, gelida, rarefatta, come si disse nel secolo scorso; ma estrema trasfigurazione di Jacopo Ortis, accenno discreto e remoto, con una compassione altissima, alle tristezze e al travaglio degli uomini; pagine in cui batte ancora, come attraverso un'eco lontana, il cuore stesso dolente dell'eroe giovanile. Veramente si realizza appieno nelle Grazie quell'aspirazione costante al pudore, alla castità del sentire, che fu la musa segreta del Foscolo, tanto più vagheggiata quanto più tumultuosa fu la sua esperienza terrena. Nella loro sostanza le Grazie sono la storia dell'arte e della bellezza come civilizzatrici della barbarie; e la storia della fuga delle Grazie dalla dimora degli uomini, per orrore del sangue e della violenza; e del loro ritorno finale nelle sedi umane, per rallegrare come prima la terra e muovere intatte attraverso le passioni. V'è implicita nelle Grazie una polemica civile, la polemica contro le arti estranee alla vita e alle passioni degli uomini; l'affermazione che compito e dono delle Grazie è discendere dal Cielo cristallino nella feccia di Romolo. Per questo si è parlato di politicità delle Grazie, seppure trascendentale, cioè non inserita in un momento determinato e attuale delle vicende civili.

Accanto al Foscolo poeta si colloca il Foscolo critico, autore dei quattro Saggi sul Petrarca, del Saggio sopra il testo della Divina commedia, del Saggio sul testo del Decamerone; un Foscolo che appare dotato di una finezza estrema di analisi, di una sensibilità che si rinviene appena nei più acuti lettori moderni. Le sue intuizioni appaiono oggi tra le più feconde e suggestive, tra le più attuali e sorprendenti di tutto l'Ottocento, capaci di illuminare in modo definitivo e nuovissimo i caratteri di una pagina poetica. Tuttavia i risultati della critica foscoliana, anche nei saggi più noti, appaiono inferiori alle capacità di un gusto talmente vigile ed esercitato. Quelle intuizioni illuminano solo a momenti le pagine, non sorreggono lo scrittore per tutta la durata di un saggio; né lo possono, perché il Foscolo appare per molti aspetti ancora legato alla poetica tradizionale.

Ancora noteremo, accanto al Foscolo critico, il Foscolo autore di alcune operette di umore allusivo o satirico, pubblicate con le pseudonimo di Didimo Chierico, che la critica viene rileggendo con un gusto ed una curiosità tipicamente moderne. Esemplare tra tutte la Notizia autobiografica, in cui il Foscolo disegnò con estrema efficacia, e con un accento tra lo scettico e l'ironico, il proprio ritratto ideale; in cui disfogò maggiormente quegli umori bizzarri che sottostavano alla temperie generosa, a quel tanto di sacerdotale, di eloquente.

Ugo Foscolo. La vita.
 

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