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Letteratura greca. La
produzione scritta, letteraria e non, testimonia che la lingua greca,
appartenente alla famiglia degli idiomi indoeuropei, subì un processo di
differenziazione regionale soprattutto dopo le grandi ondate migratorie doriche
e traco-macedoni. Dei vari dialetti greci, tre sono quelli che hanno assunto
dignità di lingua anche a livello letterario: lo ionico-attico (colonie ioniche
dell'Asia, Cicladi, Eubea,
Attica), l'eolico settentrionale (Tessaglia, Lesbo) e
meridionale (Arcadia, Cipro) e il dorico (Focide, Peloponneso, Creta, Locride,
Elide, Acarnania). Per fonetica vocalica e declinazione nominale e verbale sono
le lingue che più conservano l'originaria matrice sanscrita. Le tavolette in
lineare B (sec. XV a.C.), attribuite alla civiltà micenea, costituiscono gli
esempi più antichi di scrittura: i caratteri sono sillabici e non ancora
fonetici. Le prime testimonianze letterarie, scritte in ionico con influenze
eoliche, rivelano il passaggio alla scrittura alfabetica e alla frammentazione
linguistica. Lo ionico caratterizzò gran parte della produzione letteraria
durante l'età arcaica (i poemi omerici,
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poesia lirica di Archiloco e Mimnermo;
poemi di Esiodo) e fu usato da Erodoto per le sue Storie; nel periodo arcaico
non mancano notevoli esempi in eolico (poesia melica monodica di Alceo e Saffo)
e in dorico (poesia melica corale di Pindaro). Dopo l'ascesa della potenza
ateniese, si affermò come lingua letteraria l'attico, usato per le grandi opere
filosofiche (Platone, Aristotele), oratorie (Lisia, Demostene, Isocrate),
storiche (Tucidide) e teatrali (commedie di Aristofane). In epoca ellenistica si
costituì la koiné, una lingua scritta comune formata da una base attica con
innesto di elementi soprattutto ionici. Tuttavia gli altri dialetti continuarono
a essere usati per particolari generi letterari: lo ionico nella poesia melica
monodica, il dorico in quella corale (cori delle tragedie). In epoca bizantina
la koiné fu la lingua ufficiale dell'impero d'oriente e, attraverso
contaminazioni con gli idiomi slavi e il turco, ha dato origine ai dialetti
neogreci. La produzione letteraria antica si sviluppa in tre periodi distinti:
arcaico (sec. VIII-VI a.C.), classico (sec. V-VI a.C.) ed ellenistico, suddiviso
in alessandrino (sec. III-I a.C.) e greco-romano (sec. I a.C.-V). I primi
documenti letterari sono costituiti dai poemi omerici e testimoniano la
necessità di ordinare e trascrivere la vasta produzione orale formata dai
racconti eroici ed epici dell'epoca micenea (narrazioni degli aedi e dei rapsodi,
sec. XVI-XII a.C.). A questa tradizione orale va fatta risalire l'introduzione
dell'esametro dattilico e dell'accompagnamento musicale con la cetra. Formatisi
nell'ambiente delle colonie ioniche dell'Asia, i poemi omerici testimoniano il
passaggio da una società arcaica, dominata dai re-guerrieri (Iliade), a un'età
nuova, basata più sulla ragione che sulla forza (Odissea). La prima personalità
letteraria di cui si ha sicura conoscenza è quella di Esiodo le cui opere (Teogonia,
Lo scudo di Eracle, Il catalogo delle donne, Le opere e i giorni, sec. VI a.C.)
espressero gli ideali della civiltà agricola e mercantile che si andava
sviluppando nelle póleis: attraverso la razionalità e la capacità nel lavoro gli
uomini possono costruire una società ordinata e giusta, in rispondenza alle
leggi che Zeus, garante della Dike (giustizia), ha creato. Al periodo arcaico
risalgono le origini della poesia elegiaca (Mimnermo, Tirteo), giambica (Archiloco,
Ipponatte), melica monodica (Alceo, Saffo) e corale (Pindaro, Bacchilide).
Questa varietà di generi testimonia la complessa figura del poeta, cantore di
sentimenti ed emozioni personali, ma anche interprete delle esigenze e delle
proteste collettive. In versi sono pure i primi scritti a carattere filosofico,
i perí physeos (poemi sulla natura di Senofane, Eraclito, Parmenide, Empedocle),
che testimoniano il progressivo distacco dal mito mediante l'uso di canoni
razionali di pensiero. Al contrario, la prosa non ebbe particolare sviluppo: il
suo uso fu limitato a opere di storiografia, volte a ricercare razionalmente la
verità dei fatti attraverso l'osservazione diretta (logografi, Ecateo di Mileto),
e alle favole a sfondo etico, interessate a cogliere e stigmatizzare le
contraddizioni e i difetti propri della natura e della società umana (Esopo).
L'ascesa della potenza ateniese aprì il periodo classico della letteratura greca:
fu epoca di grande creatività, fondamento della cultura occidentale. Mito e
realtà si incontrarono nel genere della tragedia con l'intento di determinare il
senso dei valori e delle azioni umane: da un'originaria posizione deterministica
che vede l'uomo punito dagli dei invidiosi delle capacità che lo rendono simile
a loro (Eschilo, Sofocle), si passa a una concezione fondata sulla libertà di
scelta dell'uomo che diviene l'unico artefice del proprio destino (Euripide). La
stessa concezione si evidenzia nelle opere dei filosofi sofisti (Protagora,
Gorgia) e testimonia l'assetto politico democratico della polis ateniese. Il
grado di perfezione linguistica della prosa si oggettivò nelle opere filosofiche
di Platone e Aristotele e negli scritti dei retori Isocrate, Eschine, Lisia,
Demostene. La storiografia, in particolare, subì una grande evoluzione: Erodoto
introdusse l'indagine etnografica, Tucidide mostrò la necessità di un'attenta
ricostruzione razionale degli avvenimenti politico-militari, mentre Senofonte va
ricordato più per l'essenzialità dello stile che per la profondità analitica. In
campo teatrale si affermò la commedia antica (Aristofane, Cratino, Eupoli,
Ferecrate, Cratete), basata sulla satira, sulla comicità di stampo surreale, sul
travestimento. L'invasione macedone e la formazione dei regni ellenistici, tolta
alla G. l'indipendenza, finirono per privare la produzione letteraria di ogni
connotato politico e civile (ellenismo). I primi secoli del periodo ellenistico
videro la fioritura della scuola alessandrina (Biblioteca di Alessandria
d'Egitto), grande centro di studi grammaticali e filologici. La nuova poesia
ebbe il proprio iniziatore in Callimaco (310-240 a.C.), autore di epigrammi e
degli Inni con il quale si afferma la figura del letterato intellettuale, che
ricerca la perfezione formale e i riferimenti eruditi.
L'ideale callimacheo fu sviluppato da Teocrito, che costruì un mondo elegiaco
reale, ma pervaso dalla sottile ironia del cittadino che si accosta alla civiltà
dei campi: osserva, comprende, ma non partecipa. Il nuovo epos trovò un
continuatore in Apollonio Rodio (Argonautiche) che, volendo conseguire la
perfezione lessicale, fu spinto più a una ricerca filologica che alla
costruzione di un'adeguata musicalità. Anche in campo filosofico la ricerca si
spostò su temi lontani dall'impegno politico: le scuole stoiche ed epicuree
studiarono la personalità umana astraendola dal contesto sociale e crearono
un'etica che, pur in opposte direzioni, conduceva al distacco dalla realtà
storica. Il teatro vide la decadenza della tragedia e lo straordinario sviluppo
della commedia (commedia nuova di Menandro), incentrata sulla descrizione dei
caratteri umani e sulle loro azioni reciproche e contrastanti. In campo
storiografico si affermò la concezione `tragica' iniziata da Duride di Samo
(340-270 ca): la storia è esposta come serie di disavventure atte a commuovere e
a coinvolgere emotivamente il lettore. A questa tendenza si oppose Polibio che,
riprendendo l'ideale tucidideo, riaffermò la necessità dell'indagine scrupolosa
e del significato razionale della ricostruzione storica. Egli fu uno dei pochi
intellettuali ellenistici a comprendere l'importanza di Roma e del nuovo impero
che si stava formando. L'epoca romana non segnò inizialmente alcun distacco con
il periodo ellenistico. Lo sviluppo della letteratura latina confinò in un ruolo
secondario l'ambiente greco. La lingua greca divenne lo strumento principe della
retorica, anche se non mancarono le eccezioni: lo storico Plutarco (46 - 120),
autore delle Vite parallele, biografie di illustri romani e greci accostati fra
loro per similitudine di carattere e imprese, lo scrittore Luciano (120 - 185,
Dialoghi) e l'imperatore Marco Aurelio, filosofo e pensatore (121 - 180,
Colloqui con se stesso). Le opere più originali e feconde si ebbero in campo
narrativo e scientifico. Si sviluppò il genere del romanzo, già comparso in
epoca alessandrina, nel quale predominava il tema dell'amore (Efesio, Longo
Sofista, Eliodoro) con caratteri spiccatamente erotici nelle novelle milesie,
famose e celebrate, ma prive di originalità e derivate dalla produzione di
Aristide di Mileto (sec. I a.C.). In campo scientifico vanno ricordate le opere,
di carattere prettamente compilatorio, del geografo Strabone (63 a.C.-24),
dell'astronomo Tolomeo (sec. II) e i lavori del medico Galeno (129 - 200),
notevoli per contenuto e finezza linguistica. La diffusione del cristianesimo
portò una notevole ventata di rinnovamento, specialmente dopo l'editto di
Costantino (313). In precedenza in lingua greca erano stati scritti l'ampio
materiale che compone il Nuovo Testamento (Vangeli, Atti degli apostoli,
Epistole, Apocalisse) e i Vangeli apocrifi. Lo scontro fra cristianesimo e
paganesimo favorì il sorgere della corrente degli apologisti (Giustino,
Atenagora, Taziano), difensori della nuova fede contro le teorie filosofiche
precedenti. Non tutti furono drastici nel condannare il passato: alcuni
cercarono una mediazione soprattutto con il pensiero socratico e platonico (Teofilo).
Quest'opera di recupero fu proseguita dalla scuola teologica di Alessandria (Clemente,
Origene) che, intendendo convertire al cristianesimo i ceti più colti
dell'impero, si impose maggiore rigore filosofico e culturale. Nel sec. IV
l'esigenza di esprimere organicamente i fondamenti di un'educazione cristiana
produsse notevoli opere pedagogiche (Basilio di Cesarea, Gregorio di Nazianzo,
Gregorio di Nissa); si sviluppò anche una storiografia cristiana (Storia
ecclesiastica di Eusebio di Cesarea), volta a evidenziare il trionfo della `buona
novella' nonostante persecuzioni e ostilità. Con la caduta dell'impero
d'occidente e la sopravvivenza di quello d'oriente, la letteratura greca si
identificò con quella bizantina. La lingua letteraria è sopravvissuta per il
lungo periodo dell'impero bizantino come lingua ufficiale e lingua della chiesa,
mentre non si hanno che scarsissime testimonianze dell'evoluzione del volgare.
Quest'ultimo (neogreco, o greco moderno), impostosi come lingua ufficiale della
G. moderna solo nel sec. XX, presenta stretta affinità con la lingua classica,
di cui conserva l'ortografia. La produzione letteraria successiva alla caduta
dell'impero bizantino è definita letteratura neogreca.
Letteratura neogreca.
Neogrèco (o neoellènico) Periodo
della letteratura greca che tradizionalmente si fa iniziare dalla conquista di
Costantinopoli da parte dei turchi (1453), termine ultimo della letteratura
bizantina. Già dai sec. IX-X è nota però la diffusione di canti popolari
(cleftici, d'amore, religiosi, didattici, ecc.) che costituiscono un filone
ricchissimo della poesia fino al sec. XIX. Sotto la dominazione turca l'attività
letteraria si sviluppò in particolare a Rodi, Creta e Cipro, dove predominante
fu l'influenza rinascimentale italiana. Solo però con la rivoluzione del 1821 si
assiste a un rifiorire della poesia, che trova i suoi centri nelle isole Ionie
(D. Solomós, A. Kálvos), dove si sviluppò una scuola poetica ispirata a ideali
patriottici e neoclassici, e ad Atene, maggior centro del movimento romantico
(A.R. Rangavís, A. e P. Sutsós, A. Valaorítis). Mentre si facevano più stretti i
contatti con le avanguardie europee (J. Moréas, A. Pállis), sul finire del sec.
XIX si sviluppò una narrativa regionalista (A. Papadiamándis, I. Kondilákis, A.
Karkavítzas), mentre la poesia, adottata definitivamente la lingua parlata come
mezzo espressivo, in particolare con l'opera di K. Palamás, si apre alle
suggestioni del decadentismo (K. Kariotákis) e si impone all'inizio del sec. XX
a livello europeo con K. Kaváfis e A. Sikelianós. J. Seféris è considerato
caposcuola della nuova poesia, che si confronta con la situazione storica e
sociale e con il dramma della guerra e di cui i massimi esponenti sono O. Elitis
e la cosiddetta generazione del '30 (N. Gatsós, A. Embirikós, K. Varnális, N.
Vrettakós).
Grèco modèrno Lingua parlata in Grecia e nelle comunità greche. Derivante
dalla koiné ellenistica, di cui mantiene l'alfabeto, ha subìto progressive
semplificazioni fonetiche (perdita della quantità e dei dittonghi) e
morfologiche (scomparsa del dativo, unificazione della 1a e 3a declinazione, uso
esclusivo dell'accusativo con preposizioni, scomparsa dell'ottativo e
introduzione di forme perifrastiche per il perfetto, l'infinito e il futuro). La
tendenza purista, rifacentesi a modelli attici classici, che ha dominato per
tutta la durata dell'impero bizantino e, attraverso la chiesa ortodossa, anche
durante la dominazione turca, ha determinato, alla riconquista dell'indipendenza
(1830), il sorgere di una questione della lingua, risolta solo recentemente con
la diffusione del volgare (dimotikí) in tutti i campi della cultura.