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Cesare
Beccaria

Cesare Beccaria nacque a Milano il 15 marzo 1738, primogenito di Giovanni Saverio Beccaria Bonesana, figlio a sua volta di un Francesco che aveva ottenuto nel 1712 il titolo marchionale, e di Maria Visconti di Saliceto, nativa di Rho, sposata in seconde nozze nel 1736, dopo che la prima moglie Cecilia Baldironi era morta nel 1730. Il padre, spirito colto e raffinato, possessore di una cospicua biblioteca, era membro dell’Accademia dei Trasformati, e aveva ottenuto dalle autorità censorie il permesso di leggere «per sua maggiore erudizione […] libri proibiti legali, istorici e di belle lettere». La sua prima formazione si svolse tra il 1746 e il 1754, nel gesuitico Collegio Farnesiano di Parma, dove ebbe compagno di studi Pietro Verri e dove risultò brillare soprattutto nelle matematiche e nelle lingue. Ventenne, si laureò in giurisprudenza all’Università di Pavia.
Di ritorno a Milano, il marchesino manifestò subito il suo carattere irrequieto e insofferente delle costrizioni familiari. Nell’autunno del 1760, durante la villeggiatura nella villa di campagna di Gessate si innamorò di una fanciulla, appena sedicenne, ma già  seducente e ricca di grazia, Teresa Blasco, figlia di un tenente colonnello degli Ingegneri della Brigata d’Italia, siciliana per parte di madre, la cui famiglia poteva vantare anche origini spagnole. È questa una vicenda che consente di comprendere la complessa personalità di Beccaria, mai mediocre, coacervo di passionalità e di pigrizia, di testardaggine e di remissività e, secondo una raffinata autoanalisi dello stesso scrittore, capace di grandi risoluzioni e poi fermo ma al tempo stesso pentito nell’esecuzione. In effetti il ventiduenne Cesare, ben deciso ad avvalersi della «sua natìa libertà e del suo libero arbitrio»,  sposò la Blasco nel 1761 nonostante la forte opposizione paterna, dovuta in parte al difficile momento finanziario attraversato dalla famiglia, e in parte all’estraneità della famiglia Blasco rispetto alla élite sociale e politica della capitale lombarda. D’altra parte, non poco contarono nella vicenda l’intraprendenza della giovane donna e la singolare determinazione del padre di lei, intenzionato a imparentarsi con una famiglia della nobiltà milanese. Le ristrettezze economiche che derivarono da questa caparbia decisione e dal conseguente mancato appoggio familiare indussero ben presto Cesare a riavvicinarsi all’adirato genitore e, grazie anche alla mediazione del Verri, poté ritornare in seno alla famiglia, insieme con la moglie incinta, stabilendosi nella casa paterna di via Brera. Da questa unione  nacque Giulia, la futura madre di Alessandro Manzoni, vissuta fino al 1841, cui seguirono nel 1766 Maria, morta nel 1788, mentre morirono subito Giovanni Annibale, nato nel 1767, e l’ultima figlia, Margherita, nata nel 1772.
Il giovane Beccaria, al pari di molti rampolli dell’alta società meneghina, frequentava i circoli mondani più in voga e fu accolto in quell’Accademia dei Trasformati, retta dal vecchio conte Giuseppe Maria Imbonati, che annoverava tra i suoi membri Giuseppe Parini e Giuseppe Baretti ed era ancora punto di riferimento degli intellettuali lombardi, tra cui lo stesso Pietro Verri. Ma quando, nello stesso 1761, questi ruppe i rapporti con tale gruppo, preferendo allo stanco rituale accademico e allo sterile esercizio dei versificatori d’occasione, forme più avanzate di vita intellettuale, modellate sull’esempio della nuova sociabilità d’Oltralpe, Beccaria non esitò a seguirlo. Sono gli anni della vorace lettura dei  philosophes, da Montesquieu a Diderot,  fino all’incontro, decisivo, con le opere di Jean-Jacques Rousseau, la Nouvelle Héloïse del 1761 e il Contrat social dell’anno successivo. Partecipando con entusiasmo agli incontri informali e ben più stimolanti che si tenevano in casa dell’amico, appresa rapidamente la lezione degli enciclopedisti e dei maestri dell’Illuminismo europeo, Beccaria fu tra i primi soci dell’Accademia dei Pugni costituita dal Verri nell’inverno del 1761-62, che di fatto comprendeva tutto il futuro gruppo redazionale della rivista «Il Caffè». Nell’ambito di questi incontri, egli maturò l’interesse per l’economia e la decisione di scrivere il suo primo saggio, Del disordine e de’ rimedi delle monete nello stato di Milano nell’anno 1762, che per il divieto della censura milanese fu edito nello stesso anno a Lucca. Nel circolo dei fratelli Verri, animato da alcuni tra i più vividi ingegni della nuova cultura milanese (dal conte Luigi Lambertenghi a Sebastiano Franci, ad Alfonso Longo al naturalista Giuseppe Visconti) si costituì così, con l’apporto non meno determinante di alcuni collaboratori esterni, il gruppo fondatore del giornale «Il Caffè», al quale Beccaria collaborò sin dalla fondazione. Tra i suoi articoli spicca il notevole intervento sul giornalismo moderno, ispirato al modello inglese dell’Addison, intitolato De’ fogli periodici, che apparve in apertura del tomo ii, nel 1764.
Fino dalla primavera del 1763 Beccaria aveva accolto l’incitamento di Pietro Verri a impegnarsi in una serrata critica della legislazione penale contemporanea e, nell’arco di pochi mesi, tra il marzo 1763 e l’inizio del 1764, nella casa del Verri in contrada del Monte, e sotto gli occhi vigili dell’amico, progettò e realizzò  il suo capolavoro, Dei delitti e delle pene, edito a Livorno dalla stamperia Coltellini nell’estate del 1764. Il trattatello riscosse un successo clamoroso, imponendo improvvisamente alla ribalta internazionale il più vigoroso ed efficace atto d’accusa del sistema giuridico vigente che avesse mai prodotto uno scrittore italiano, ma suscitò anche aspre critiche, come quelle del monaco vallombrosano Ferdinando Facchinei che in certe sue Note ed osservazioni sul libro intitolato Dei delitti e delle pene accusò l’autore di aver offeso la religione e l’autorità sovrana. Beccaria venne difeso efficacemente da Pietro e Alessandro Verri che elaborarono una Risposta uscita nel febbraio 1765.
Nella sua opera il marchese mette in relazione con i principi della filosofia illuminista e della teoria contrattualistica e utilitaria i criteri per giudicare i delitti, intesi come violazione dell’ordine sociale, e quelli per impartire le pene, intese come difesa di tale ordine. Di qui la polemica nei confronti della pena di morte, ritenuta inutile e non necessaria e in contraddizione con il principio contrattualistico, e in generale nei confronti dei metodi giudiziari del suo tempo, basati sulla «crudeltà delle pene», con la condanna decisa dell’aberrante ricorso alla tortura. Recensito, tradotto, parafrasato e persino riscritto in diversi paesi europei, il libro suscitò l’ammirazione di Voltaire, che scrisse un commento all’opera, di Diderot e d’Alembert, che invitarono l’autore a Parigi, e persino di Caterina II, che sperò di averlo a Pietroburgo, nella commissione che doveva procedere alla grande riforma legislativa dell’Impero. Nel 1766, superando dubbi e riluttanze di varia natura, si decise ad accogliere l’invito a soggiornare nella città dei Lumi, che gli veniva  dagli enciclopedisti per il tramite del suo traduttore francese, André Morellet, e, in compagnia di Alessandro Verri, intraprese il viaggio che avrebbe dovuto portarlo anche in Inghilterra..
Nell’ottobre di quell’anno da Parigi Beccaria scriveva alla consorte una lettera aperta, cioè ‘da potersi mostrare a tutti’: «Tutti questi uomini di lettere mi hanno ricevuto colle braccia aperte; tante sono le cose che si dicono e si fanno in mio favore, che vi sarebbe di che far girare la testa a più d’uno». E alquanto ambiguamente aggiungeva: «Non trovasi in loro quella bassa gelosia nazionale, quella ostentazione di primato di cui sono infettati tanti uomini  anche di sommo ingegno in Italia». Soltanto un mese dopo, un Beccaria frastornato dalla turbinosa mondanità parigina, dal disagio dovuto alla presenza ostile del giovane Verri, nostalgico della tranquillità domestica e della moglie – che invece si mostrava sensibile alle attenzioni del ricco e giovane marchese Bartolomeo Calderara – era ormai determinatissimo a lasciare la Francia. E a Pietro Verri, il quale tentava da Milano di dissuaderlo, ripetendogli di «non fare questa grande  coglioneria» (lettera del 13 novembre 1766) così replicava: «Caro amico, sono vicino ai trent’anni. Lasciami qual sono, lasciami correre la mia carriera in pace secondo le mie sensazioni, il mio carattere e i bisogni miei» ( lettera del 16 novembre 1766).
Si consumò dunque a Parigi, nel dicembre 1766, la rottura tra Beccaria e i fratelli Verri,  con un esito drammatico e clamoroso nella vicenda biografica del marchese, determinante anche per la ricezione della sua maggiore opera e, per molti versi, centrale nella storia stessa del sistema di relazioni sottese al movimento illuministico milanese. Ha bene sintetizzato la vicenda Giovanni Francioni nella Nota al testo dell’edizione critica del trattato (1984): «tutto ebbe origine a Parigi, dove Beccaria era stato spinto ad andare, con Alessandro, proprio da Pietro Verri, e in una veste che, nelle intenzioni dell’organizzatore, doveva essere quella di ambasciatore dei philosophes milanesi presso i ‘colleghi’ d’Oltralpe: ma, ivi giunto, l’autore dei delitti era divenuto, da rappresentante e portavoce del caposcuola rimasto a Milano, l’acclamato protagonista di quei salotti in cui rapida si era sparsa la fama della sua opera, di quel libretto cioè che, assegnatogli dal Verri come niente più che un passatempo, aveva sorprendentemente finito per conoscere un immediato e strepitoso successo, di gran lunga superiore a quanto i due fratelli avessero mai potuto sospettare e prevedere». I Verri non avrebbero mai perdonato lo sgarbo che attribuirono al giovanile protagonismo di Beccaria, e da quel momento dispiegarono tutta la potenza dell’orgoglio ferito e del rancore, di fatto isolando l’ipocondriaco Cesare nella sua stessa cerchia di amici, con un’opera sistematica di insinuazione e di sospetto circa la reale paternità del trattato.
Il 12 dicembre 1766 Beccaria fece dunque ritorno in patria, desideroso di ricongiungersi alla famiglia e di riallacciare i più consentanei rapporti con la società meneghina. Nel dicembre 1768 venne nominato professore di scienze camerali alle Scuole palatine di Milano e il 9 gennaio 1769 tenne la prolusione, che fu stampata a Milano e poi ripetutamente tradotta in francese e anche in inglese. Inoltre, poté riprendere gli studi sul linguaggio poetico intrapresi ai tempi del «Caffè» con il Frammento sullo stile (apparso nel fascicolo xxv del 1764) e nel 1770 diede alle stampe, con dedica al ministro plenipotenziario Karl Joseph von Firmian, le Ricerche intorno alla natura dello stile, edite a Milano dal Galeazzi, frutto di una lunga elaborazione e parte di un più vasto progetto di lavoro che rimase incompiuto. Infatti la seconda parte delle Ricerche restò inedita e venne pubblicata solo postuma, a Milano, nel 1805 (1809?). A partire dall’aprile del 1771 intraprese una lunga carriera di alto funzionario del governo lombardo, in quanto fu eletto membro del Supremo Consiglio di economia pubblica, per il quale redasse la Consulta sulla riforma delle monete. Nello stesso anno, soppresso il Consiglio, entrò a far parte del Nuovo magistrato camerale, occupandosi dell’annona fino al 1778, quando fece il suo ingresso nella magistratura provinciale per la Zecca e ottenne la nomina a membro della delegazione per la riforma del sistema monetario.
Intanto, pochi mesi dopo la morte dell’amatissima Teresa, avvenuta nel marzo 1774, Beccaria si era risposato con Anna dei conti Barnaba Barbò, dalla quale ebbe un figlio, Giulio. La quiete sentimentale ed economica del nuovo ménage familiare gli consentì di proseguire senza scosse la sua laboriosa attività nei pubblici uffici e così nel 1779 ottenne la carica di conservatore del Tribunale di Sanità. Risalgono agli anni Ottanta le numerose consulte per il Magistrato camerale, dalla Riduzione delle misure di lunghezza all’uniformità per lo Stato di Milano del 1780 alla Relazione sul nuovo sistema annonario del 1781, dalla consulta Sulle miniere di ferro e sui boschi del 1783 a quella Sul regolamento delle condotte mediche e chirurgiche forensi del 1784. Benché una siffatta mole di lavoro fosse realizzata all’ombra del sovrano asburgico, nella spenta monotonia di una vita da funzionario, lontano dal clima euforico della geniale attività saggistica e giornalistica prodotta in gioventù, tutta questa seconda parte della sua vita, così com’è attestata dai volumi dell’Edizione nazionale che raccolgono gli Atti di Governo, non può essere giudicata soltanto come una fase di malinconico e solitario declino. Vero è che egli, partecipando al vasto processo di ammodernamento dell’impero austriaco innescato da un sovrano lungimirante come Giuseppe II nel 1786, accettò la nomina di direttore del Terzo Dipartimento del Consiglio di governo con deleghe in materia di agricoltura, industria e commercio. Infine, dopo il passaggio nel 1789 al Secondo Dipartimento che sovrintendeva al Codice politico, dal 1791 poté avvalersi della sua vasta esperienza nel campo della giustizia criminale nella Giunta per la correzione del sistema giudiziario civile e criminale, per poi passare alla Commissione per la riforma del diritto penale. Nel 1792 fu tra i firmatari di un Voto contro la pena di morte, richiamando uno dei punti fondamentali della sua visione. Nell’esercizio di tale instancabile attività di amministratore e giureconsulto, Beccaria morì improvvisamente nella sua Milano, a seguito di un colpo apoplettico, il 28 novembre del 1794.

Dei delitti e delle pene

Emanuele Severino: Le Tesi Deboli

 

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