Il novecento
Assai rapida fu la crisi
del positivismo scientifico, di quella fiducia
assoluta e un po' ingenua nella obbiettività e
perfezione del sapere scientifico.
L'approfondimento stesso delle ricerche rivelò
l'impossibilità di pervenire ad una
registrazione obbiettiva dei fenomeni, la
relatività di ogni legge ed indagine,
l'esistenza, al di sotto delle apparenze
fenomeniche, di un Assoluto inconoscibile. Da
questa crisi derivò nel campo delle lettere il
ritorno ai motivi più dolorosi ed inquieti
romantici, quell'approfondimento dei confini
dello spirito e dell'arte, quella rivoluzione
della tecnica che dal nome di un giornale
francese fu detta decadentismo (Le décadent,
1886). Il decadentismo è l'espressione più
immediata e più tragica della crisi positiva:
esso non deriva dalla mancanza di una fede
specifica, dal crollo di una o di tutte le
certezze, ma dalla incapacità medesima a porsi
dei problemi concreti, dalla consapevolezza
della vanità di ogni soluzione, dell'abisso in
cui è travolto ogni pensiero o volizione degli
uomini. Da questo atteggiamento deriva il
rifugiarsi dei poeti in un colloquio esclusivo
con se stessi, l'esasperazione del soggettivismo
romantico. Nella vanità di ogni costruzione si
accampa orgogliosamente l'Io, quasi
divinizzandosi nell'esaltazione illimitata dei
propri istinti; oppure l'animo si abbandona
all'ombra del Mistero, all'inconoscibile che lo
circonda e travolge, in un gorgo di sensazioni
ed avvertimenti ineffabili. Al di sopra
dell'intelletto si impone il subcosciente, cioè
un protagonista sinora ignoto alle lettere. Il
subcosciente è in contatto con le regioni più
segrete dell'io, proteso a cogliere i battiti
inafferrabili che ci provengono dalle regioni
dell'ignoto, le fulgurazioni del sentire. Un
brivido nuovo coglie veramente i decadenti, quel
brivido che deriva dalla voluttà di abbandonarsi
alle indagini più temerarie, di sollevare alla
luce della coscienza ciò che rimane per sempre
sepolto nella sordità più comune degli uomini.
La religiosità istintiva dell'età romantica
degenera in un misticismo pervertito,
contaminato con le esperienze più inquiete dei
sensi. Il concetto del bello si dilata,
assoggetta a se stesso il regno del grottesco e
dell'orribile, Non interessano più i delitti e
le passioni della plebe ma il travaglio
psicologico degli uomini d'eccezione, dei «
superuomini »; le corruzioni non sono più
studiate e analizzate dal di fuori ma patite e
sofferte nell'animo stesso dello scrittore.
Questa letteratura protesa verso le zone
dell'inconscio, questo sormontare dell'elemento
dionisiaco e baccantico dell'arte su quello
apollineo, condussero ad un complesso tale di
novità tecniche da non rinvenirne forse l'eguale
nella storia delle lettere. L'avvento del
decadentismo rappresenta un momento di
eccezionale significato non soltanto perché
segnò la fine di una tradizione plurimillenaria,
quella dell'arte come imitazione del mondo reale,
e a quel principio sostituì quello opposto del
surrealismo; ma perché della poesia volle fare
l'espressione del subcosciente, cioè di un mondo
per
sua natura irrazionale. Così nella poesia
classica come in quella romantica gran parte di
un'opera letteraria era schema e struttura,
frutto dell'intelligenza, esposizione in forma
razionale di uno stato d'animo. Il decadentismo
implica invece il ripudio della logica, cioè di
quella veste in cui i sentimenti si calavano
come in uno stampo preordinato da secoli. Caduti
lo schema, la logica, resta la traduzione in
immagini di un avvertimento interiore, di un
brivido raccolto dal poeta nelle regioni
dell'inconscio; la poesia pura, immune da ogni
sollecitazione dell'intelletto; pura e per sua
natura frammentaria, essenziale, risolta in
puntuali e pregnanti espressioni. Su questa via
si giungerà sino al simbolismo, cioè alla
dissoluzione della lirica in un puro suono
evocativo, alla parola come simbolo di uno stato
d'animo inesprimibile.
Per valutare appieno la rivoluzione decadente
non è necessario giungere sino ai geroglifici
inintelligibili di alcuni artisti moderni. Anche
nelle liriche dei poeti più restii alle
avventure del subcosciente il periodo
tradizionale si è infranto, le leggi della
metrica appaiono sostituite da quelle più libere
e soggettive del ritmo. Persino nella prosa
narrativa è subentrato al romanzo tradizionale
il romanzo-lirica, senza alcun interesse per gli
aspetti materiali o per l'ordine logico della
vicenda, con passaggi continui dal reale al
surreale, ed il sormontare palese o larvato del
« monologo interiore », cioè di quel colloquio
che si svolge ininterrotto nel profondo dello
spirito.
Per il carattere stesso del nostro Romanticismo
il movimento decadente non comparve dapprima in
Italia con quella intensità e consapevolezza che
abbiamo sopra indicate. Esso si sviluppò in un
ambiente piuttosto chiuso, ancora immaturo per
le esperienze conclusive; e giunse alla sua
maturità soltanto all'inizio del nuovo secolo.
ANTONIO FOGAZZARO
Già rinvenimmo negli scrittori della
Scapigliatura un preannuncio della sensibilità
decadente. Più palesi sono i motivi decadenti
nell'opera di un romanziere cattolico della fine
dell'Ottocento, autore di una serie di opere tra
le più fortunate dí quel periodo, il vicentino
ANTONIO FOGAZZARO. Cronologicamente il Fogazzaro
appartiene ancora al secolo diciannovesimo;
tuttavia, in una partizione ideale della nostra
storia, egli segna l'inizio di una nuova
esperienza, di un nuovo accento poetico. Non più
i fatti interessano lo scrittore ma le
vibrazioni sottili dello spirito; non più gli
uomini semplici ma le creature d'eccezione, le
coscienze femminilmente tormentate, i viluppi
interiori. La religiosità si contamina di
continuo con i richiami dei sensi, la morale con
un sentore corrotto d'alcova. Lo stile medesimo
è percorso da un'eccitazione misteriosa, dal
gusto dell'ineffabile. Piccolo mondo antico è
considerato dalla critica il romanzo migliore
del Fogazzaro, ed è certamente quello in cui lo
scrittore riuscì a placare le voci più dolenti,
a rinvenire un maggiore equilibrio. Tuttavia
quest'opera è una delle meno tipiche del
Fogazzaro, la più lontana dalla sensibilità
decadente. Meno equilibrati, ma storicamente più
significativi, sono i romanzi che precedono:
Malombra, immerso in un'atmosfera tra le più
intense e allucinanti della nostra letteratura,
percorso in ogni pagina dai brividi arcani
dell'invisibile;
Daniele Cortis, in cui la lotta dei protagonisti
tra la passione amorosa e il dovere è analizzata
con una insistenza peccaminosa; il Mistero del
poeta, che si presenta come una lunga lirica in
prosa, la rievocazione di un disperato amore per
una fanciulla d'eccezione, disegnato sullo
sfondo di una Germania romantica.
La fortuna di Antonio Fogazzaro fu grandissima
tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del nuovo
secolo. I suoi romanzi parvero costruiti su
misura per il gusto dei lettori tardo-umbertini:
la diffusa spiritualità delle vicende, l'altezza
e nobiltà vaporosa degli ideali, la
conciliazione tra l'amor patrio e la sensibilità
religiosa, l'aspirazione ad un incontro tra lo
stato liberale ed una forma nuova di
cattolicesimo ammodernalo, la raffinatezza
aristocratico-borghese degli ambienti, la
visione sostanzialmente statica dei rapporti
sociali, la natura e qualità dei personaggi (sempre
un poco al di sopra della media, e travagliati
da nobili ansie), il gusto dell'ineffabile, del
remoto, l'evasione frequente verso le zone del
sublime, corrispondevano assai bene alle
esigenze di una borghesia medio-conservatrice,
che avvertiva ormai odore di zolfo nelle pagine
dei narratori veristi, ed appariva fortemente
sospettosa della materia e degli argomenti
proposti dalla più recente esperienza letteraria.
GABRIELE D'ANNUNZIO
Soltanto con GABRIELE D'ANNUNZIO il decadentismo
italiano conclude la sua acerba preistoria, si
apre alle esperienze innumerevoli dell'Europa
postromantica. La sensibilità decadente si
manifesta nella poesia dannunziana con una
celebrazione insaziata del proprio Io e della
Vita, al di là di ogni norma e legge degli
uomini; dell'Io come centro di innumeri
sensazioni, sperduto in un oceano di colori
sapori rumori, e tutto teso con i sensi
acutissimi a goderne, a suggerne l'essenza più
segreta; della Vita come sorgente inesausta di
dilettazioni sensibili, stupendamente varia e
prodiga senza misura per l'eroe Gabriele, l'uomo
dalle diecimila vite, da cui tutto fu
tentato e nulla fu escluso, che saziò la sua
carne sotto l'alluvione dei sensi. La poesia del
d'Annunzio soggiogò in Italia e in Europa tutta
una generazione, fu giudicata di una novità
straordinaria, rinnovatrice in ogni suo aspetto;
e la vita del poeta inimitabile e divina, vita
di artista e di guerriero, degna di un eroe del
Cinquecento. In realtà il decadentismo
dannunziano appare oggi almeno in parte
superficiale, non soltanto perché la sensualità
del poeta si aggira tutta più o meno intorno al
mondo della lussuria, ma perché ai motivi
decadenti della sua ispirazione Gabriele
d'Annunzio non si avvicinò con la serietà di chi
li avverta e soffra nel profondo; vi si avvicinò
piuttosto per trasferirli in sapientissimi
giuochi verbali, per operare intorno ad essi una
conquista fondamentalmente rettorica. Troppo
spesso manca nelle sue liriche l'essenzialità
scavata e sofferta della poesia moderna; troppo
spesso egli naufraga nelle parole, non si placa
finché non ha esaurito l'ultima immagine. A
pochi anni dalla sua morte, nonostante il
magistero stupefacente della forma, egli è
apparso come un corruttore e depravatore del
gusto, un ingeneratore di retorica, così nella
vita letteraria come in quella civile. Anche la
sua esistenza « inimitabile », anche l'attività
del guerriero, del combattente, appare
ugualmente viziata, derivata anch'essa
dal sensualismo esasperato, dalla voluttà
esteriore del volo o della battaglia o della
bella impresa.
Ma il fastidio del retore non deve farci
dimenticare quei motivi altissimi di poesia ai
quali egli pervenne nei momenti più felici.
Mosse il primo d'Annunzio (nei bozzetti di Terra
vergine e nelle Novelle della Pescara) dal
verismo del Capuana e del Verga. Ma nelle pagine
che descrivono i costumi della terra nativa
domina già prepotente il sensualismo dello
scrittore, un sensualismo assetato di sensazioni
acri e lascive, che si diletta nella descrizione
di ferite mostruose. Già i sensi celebrano la
loro prima orgia, seppure tutta fisica e
istintiva. Seguì la crisi del sensualismo
barbarico, l'abbeverarsi del poeta alle
dilettazioni più rare della corruzione moderna;
cioè il Piacere, forse il romanzo più notevole
dell'esperienza dannunziana. Il Piacere descrive
le vicende amorose di un patrizio romano, Andrea
Sperelli; le dilettazioni di una società stanca
e preziosa, iniziata alle vibrazioni più sottili,
che accresce e contamina il piacere con le
seduzioni dell'arte e dell'intelletto, che
disdegna ogni contatto volgare. Poco dopo il
poeta, rifacendosi alle dottrine di un pensatore
tedesco (Federico Nietzsche), formulò una sua
indeterminata teoria del Superuomo, cioè
dell'eroe che nella crisi moderna di ogni valore
si accampa al di sopra dei mediocri, e realizza
i suoi istinti al di là di ogni norma, ed
accoglie persino il delitto e l'incesto, senza
più limiti alla sua capacità di sentire e di
agire. Da questo momento ogni opera dello
scrittore è come pervasa da un gridare
altissimo, dalla retorica del vertiginoso, dello
straordinario. Così nel romanzo Il trionfo della
morte, ove è preannunciato l'avvento del
superuomo; così nel dramma La città morta, tutto
pervaso dalla suggestione di antiche colpe
incestuose; così nel romanzo Forse che sì forse
che no, in cui è glorificato l'erotismo omicida;
così nel primo libro delle Lindi (Maja o Laus
vitae), in cui il poeta con un furore dionisiaco,
con un'ebbrezza insaziata del ritmo, celebrò in
quattrocento strofe di ventun versi l'inno
smisurato alla Vita.
Ma in questo stesso periodo, accanto al
d'Annunzio che architetta deliri di lussuria o
di violenza, è il d'Annunzio che si abbandona ai
brividi più tenui e impalpabili della natura, e
si immedesima col mare, coi fiumi, con
l'infinità stessa del cosmo. È questo il «
panismo » dannunziano, come fu definito, cioè la
capacità di disperdersi nel battito immenso
della calura, di dissolversi nelle stille
innumerevoli della pioggia, di immergersi e
compenetrarsi col tutto, perdere il proprio nome
e destino tra gli uomini. È questo il motivo
centrale dell'Alcyone, cioè del terzo libro
delle Laudi, in cui il poeta cantò le glorie di
una estate tirrenica, trascorsa lungo le
spiaggie più deserte della Toscana; o meglio
ancora di alcune liriche perfettissime, come la
Pioggia nel pineto o Meriggio, in cui le parole
hanno perduto veramente ogni spessore, e
palpitano appena e svaniscono nel ritmo della
strofa. Questo è il d'Annunzio a cui tutti
dobbiamo qualcosa, il poeta dopo il quale ci
sentiamo tutti più ricchi, più luminosi; così
come l'altro è il d'Annunzio maledizione, dalla
cui mala influenza ancora stentiamo a liberarci.
A chiarir meglio i rapporti della poesia
dannunziana con i tempi è necessario osservare
che il motivo del Superuomo non nacque nel
d'Annunzio
come un tema isolato, o come un tema di pura
natura lirica o culturale, ma costituì
l'espressione letteraria di tutto un processo
che era in atto nella storia civile dell'epoca,
la « sovrastruttura lirica » di quell'incipiente
nazionalismo che già corrodeva la nostra vita
politica, di quel culto del prestigio, della
grandezza, della gloria, della forza, che
traspare sempre più evidente nelle cronache del
periodo crispino e giolittiano, accanto al
cliché un poco grigio dell'Italia ufficiale.
Quegli orientamenti del resto non furono propri
dell'Italia, ma costituirono una delle
componenti di quella politica di potenza che fu
perseguita dalle borghesie europee, e condusse
infine alla prima catastrofe, e all'era
conseguente dei predestinati, dei condottieri
d'eccezione (non per nulla il poeta derivò in
parte il suo mito dall'Uebermensch teorizzato
dal tedesco Nietzsche, dalla concezione del
mondo come opera della sensibilità e del
pensiero di pochi uomini superiori). Tuttavia in
Italia l'aspetto più evidente al nazionalismo
era la mancanza di un solido presupposto
economico, la sproporzione delle aspirazioni nei
confronti coi dati reali, la sua natura
meramente velleitaria; e ciò spiega a
sufficienza quanto di infecondo, di non
costruttivo, fosse nei personaggi più
appariscenti, più riversati all'esterno,
dell'esperienza dannunziana.
Ciò chiarito è da aggiungere che le voci più
alte del d'Annunzio non sono affatto il frutto
di uno stato di rinuncia o di tregua rispetto al
mito del Superuomo, sì che si possa o si debba
formulare il giudizio che il poeta scrisse la
Sera fiesolana o la Pioggia nel pineto «
malgrado » quel mito (o in uno stato di
prostrazione, di rinuncia, di ripiegamento
deluso), perché, anche nell'Alcyone è presente
la stessa sensibilità del poeta, lo stesso
atteggiamento dinanzi alla vita « come una
sostanza buona e sempre diversa da assaporare in
oggi attimo »; e proprio nella lirica centrale
del volume, Meriggio, il poeta proclama
orgogliosamente l'essenza divina del suo essere,
l'identificazione di se stesso col Tutto (E la
mia vita è divina). La migliore poesia
dannunziana non deriva affatto dalla rinuncia
alla tematica del Superuomo, ma piuttosto dal
suo inveramento, dalla decantazione di ciò che
in quel mito era di più fastidioso. Ancora
avvertiamo la presenza dell'eroe la cui anima
visse come diecimila, non tuttavia riversato
all'esterno, o devastato da un'eloquenza
orgiastica, ma volto ad un approfondimento
estremo del sensibile, ad un ampliamento di se
stesso sino ai confini estremi del cosmo, ad una
auscultazione il cui tema centrale è costituito
dal silenzio.
Durante la guerra, in un incidente aviatorio, il
poeta perdette l'occhio destro, e nelle
condizioni di cecità, e di immobilità assoluta a
cui fu costretto dalla ferita, in
quell'atmosfera quasi ossessiva di audizione
interiore, compose il Notturno, Si fece un tempo
un credito forse eccessivo a queste pagine, anzi
si parlò per esse di un nuovo d'Annunzio («
l'ultimo d'Annunzio »), il quale comprendeva
anche alcune opere precedenti e seguenti, tutte
di ispirazione memorialistica anziché narrativa
(La contemplazione della morte, Le faville del
maglio, Cento e cento e cento e cento pagine del
libro segreto); un d'Annunzio che fu detto
appunto « notturno », quasi a distinguerlo da
quello d'ispirazione « diurna »; assai vicino al
gusto dei moderni, sulla linea maestra del «
frammentismo », della prosa sospesa e priva di
spessore... Ma la
critica più recente ha ristabilito le
proporzioni e diminuito lo stacco tra la prima e
l'ultima produzione dello scrittore, osservando
che la nuovissima prosa altro non è che uno dei
frutti dell' Alcyone, cioè la conseguenza di
quell'alleggerimento, « di quel che di aereo »
che fu proprio del miracolo alcionico. Non un
altro d'Annunzio ma un d'Annunzio meno vistoso,
liberato dalle peggiori incrostazioni del tardo
decandentismo europeo, giunto ad un affinamento
più sottile e immateriale dei sensi: sulla scia
appunto delle liriche migliori.
GIOVANNI PASCOLI
Molto più vicino alla sensibilità e alla tecnica
contemporanea ci appare GIOVANNI PASCOLI, assai
più avanzato ed intenso il decadentismo della
sua lirica. Dal poeta delle Laudi ci sentiamo
ormai distaccati; non così dal Pascoli, la cui
influenza (seppure più sotterranea, meno vistosa
di quella esercitata un tempo dal d'Annunzio) è
ancora palese nelle recentissime esperienze.
Tuttavia il decandentismo del Pascoli fu
piuttosto istintivo che consapevole, e perciò
incapace di liberarsi dalle scorie, di pervenire
sino alla compiutezza della nuova poetica; un
decadentismo quasi del tutto privo di nessi
culturali, in contrasto con la formazione
medesima del giovane, che fu quella più chiusa
della tradizione umanistica: l'educazione di un
moderno che comporrà una parte della sua opera
nella lingua dotta latina.
Alle origini della poesia pascoliana è il senso
angoscioso del buio, del mistero; cioè del cosmo
e della vita come una grande ombra, in cui si
muovono smarriti gli uomini alla ricerca vana
della luce. O meglio (scavando ancor più nel
profondo) il senso della vertigine, del vuoto:
la sensazione che noi riconosciamo tra le più
caratteristiche dell'uomo moderno (dell uomo
copernicano »), da quando una nuova concezione
tolse ai viventi le riposanti certezze
cosmologiche degli antichi e scardinò la Terra
dal centro. In effetti sulle sensazioni
pascoliane, e sulle menome cose di cui è nutrita
la sua lirica, si apre o meglio si dilata con
orrore lo spazio, e « non c'è più la tranquilla
immobilità» ma il soffio d'un vento cosmico. Da
questo sgomento germinale (per il quale non solo
pochi uomini d'eccezione ma tutti sono degli
sradicati, dei deracinés, pènduli, come è detto
in una celebre lirica, immersi nell'eterno vento)
derivano le voci più nuove del poeta, quegli
accenti remoti, esitanti, come sospesi innanzi
ad un abisso, che sono propri del Pascoli. Nelle
ombre in cui è immerso l'uomo non è solo:
intorno a lui si muovono e chiamano le anime dei
morti; e lo circondano da ogni lato, ora esili,
inavvertite, ora più forti: una presenza che
trasfigura ogni aspetto del mondo reale, per la
quale si genera una corrispondenza arcana tra le
sensazioni e gli oggetti. Tuttavia il Pascoli
non anela al mistero, tratto da una sorta di
cupidigia triste del buio, delle ombre; ne è
piuttosto sopraffatto e travolto, per quel
fascino che le cose terribili esercitano sullo
spirito. Accanto al poeta del Mistero è infatti
il poeta georgico, il poeta che invidia le
creature più umili e quiete della terra, che
placa la sua visione dolorosa nelle consuetudini
ed immagini della vita campestre, volto alla
saggezza rassegnata degli umili, alla fede degli
antenati. Ma pur in questo placamento, in questo
idillio di natura georgica, permangono le tracce
della mestizia decadente: un idillio limpidissimo alcune volte nelle immagini (anzi di una
estrema nettezza) eppure sempre carico di
segrete voci, di una suggestione remota. Solo
poche volte la poesia del Pascoli giunge sino al
sorriso, vorremmo dire alla liberazione, in quei
componimenti in cui l'occhio del poeta è rivolto
alle cose più semplici, i desinari rustici, lo
schiamazzare degli animali sull'aia (Arano,
Galline, La pieve, La sementa„.) In questi
componimenti alcuni critici rinvengono l'apporto
più notevole del poeta, ed altri invece il
momento meno pascoliano, di un Pascoli ridotto
alla piccola misura di un poeta realista del
secondo Ottocento, anziché « fratello minore e
maggiore di Proust e di Kafka ». Noi ci
limiteremo ad osservare che in questo
impressionismo più nitido, calato tutto nelle
cose e dimentico d'ogni voce allusiva, d'ogni
peso simbolico, è uno degli aspetti essenziali
della sua arte, seppure nella direzione opposta
a quella di altre liriche (Vertigine, Il libro,
La tessitrice, Digitale purpurea...). Altri,
accanto a questi due temi della « vertigine » e
dell'e equilibrio », ha ricercato e posto in
evidenza il tema della memoria, dell'infanzia,
degli anni in cui la coscienza non era ancora
tocca dal vento degli spazi. Anche per il
Pascoli la poesia consisterebbe in gran parte in
una « ricerca del tempo perduto », in un ritorno
alla Romagna dei primi anni (« il titolo Ritorno
a San Mauro potrebbe assumersi proprio come la
simbolica divisa della sua poesia»). E da notare
tuttavia che ogni memoria della fanciullezza
recava per il Pascoli il senso della morte, il
richiamo cemiteriale, il trauma angoscioso della
sua esperienza (il padre ucciso, la madre, tre
sorelle, due fratelli morti dal '62 al '76).
Perciò molte volte, di fronte al tema delle
memorie, il poeta oppone il rifiuto, l'appiglio
alle mediocri e quiete cose raggiunte negli anni
di Castelvecchio (la casa rustica, gli alberi da
frutto, il cane che sonnecchia nell'orto: si
veda la lirica Nebbia).
Ma la novità essenziale del Pascoli, quella che
fa veramente della sua poesia un'esperienza
nuovissima, è tutta nell'immediatezza con cui
sono colti i palpiti e le impressioni della
natura, nell'audacia con cui egli piega la
sintassi e la logica tradizionali. Il Pascoli
infrange lo schema logico, rinuncia all'ordine,
alla composizione: le sue intuizioni non sono
legate in un organismo coerente ma trascritte
con una liricità immediata e vibratile. E non
solo il poeta infrange gli schemi ma il nesso
sintattico, la tecnica del periodo, del verso:
un verso che risuona di echi inafferabili, in
cui le parole si isolano ciascuna nel ritmo. Vi
sono dei componimenti in cui il poeta perviene
veramente alle soglie della sensibilità pura,
alla poesia come espressione di un brivido, di
una serie di note interiori. Tuttavia alle
novità di cui abbiamo parlato si alternano
spesso le minuzie linguistiche, le lungaggini,
gli infantilismi; spesso la lirica è appesantita
dall'enfasi umanitaria, dalle gonfiezze cosmiche,
dal sentimentalismo rugiadoso. In effetti la
poesia del Pascoli oscilla di continuo tra la
nuova tecnica (ancora allo stato inconscio e
germinale) e la tecnica più consunta della
tradizione.
Gli ultimi accertamenti della critica hanno
riconosciuto che non può più essere accettata
come valida la tradizionale partizione
cronologica delle poesie pascoliane. Non è più
possibile collocare i componimenti lungo un
preciso arco cronologico, che dalle Myricae
giunga ai Primi poemetti ai Canti da Castelvecchio ai Nuovi poemetti ai Carmi
conviviali, ma si deve piuttosto parlare di una
compresenza delle varie esperienze, confluite
più tardi nell'ordinamento particolarissimo che
fu voluto dal poeta: di fatto «poemi e odi e
inni nascono insieme ad umili mirice ». È
tuttavia doveroso distinguere, nel nucleo delle
opere maggiori, l'ispirazione profondamente
diversa dei Poemi conviviali. Se nelle Myricae
si esprimeva il gusto della notazione immediata,
dell'appunto lirico, nei Poemi conviviali si
esprimeva invece quell'ambizione di una poesia
costruita, dotta, di ispirazione classica, che
rispondeva così bene alla formazione culturale
del poeta. Senonché quel mondo antico (greco e
latino), così accuratamente ricostruito sulle
fonti e su indagini peregrine ed erudite, era
poi il mondo stesso pascoliano, cioè un mondo
antico rivissuto con la sensibilità moderna e
decadente del Pascoli, in cui la decantata
serenità dell'Ellade si incrinava in modo
irrimediabile, e il mondo classico si aggravava
di presentimenti cristiani.
Un accenno a parte va fatto per i componimenti
poetici scritti in lingua latina (i Carmina),
per i quali non si può affatto parlare di un
doppione inutile del Pascoli italiano, oppure di
un mero trionfo di sapienza umanistica, perché
quel latino è veramente un linguaggio nuovo, un
latino carico di tutta la sensibilità moderna
pascoliana, e dà voce ad un mondo (la latinità
morente, crepuscolare, avvolta in un'aura di
aspettazione, di prodigio) che non sapremmo
immaginare espresso nella lingua più facile,
vogliamo dire in italiano.
In una celebre prosa, Il fanciullino, il poeta
espose la sua concezione della poesia come voce
che sgorga dalle più oscure zone interiori,
dalle penombre dell'inconscio.
Fra 1a e 2a guerra mondiale
Il decadentismo italiano si evolve rapidamente
nei primi decenni del nuovo secolo, in
un'atmosfera fervida di iniziative, aperta alle
correnti più nuove della letteratura europea. Il
movimento si accentra intorno ad una rivista
fiorentina, La voce, a cui molti storici
attribuiscono lo stesso significato che ebbe il
Conciliatore agli inizi dell'Ottocento. Ma
subito dopo la guerra il fervore vociano si
esaurisce e disperde. La letteratura si apparta
in una solitudine sdegnosa, si affina
straordinariamente nelle sottigliezze
dell'ingegno. Si spenge quella felice baldanza,
tra satanica e scapigliata, di cui Papini e
Marinetti erano state le figure più tipiche. E
tuttavia, proprio in quella isolata freddezza,
il nostro decadentismo perviene alla conclusione
del suo processo poetico. L'impressione più viva
che noi riceviamo dalla letteratura tra le due
guerre è infatti quella di una sensibilità
condotta sino alle sue acutissime ed estreme
esperienze. Una letteratura in cui sembra
preclusa alle origini ogni possibilità di
abbandono sentimentale, di incontro cordiale con
gli uomini; in cui compare di nuovo la Ragione,
non più quella esultante ed attiva degli
illuministi ma quella sottilissima, sofisticata,
dissolvitrice dei loici » contemporanei.
L'aspetto più tipico di questo cerebralismo è
nell'incapacità di aderire alle passioni, nella
tendenza dello spirito a sdoppiarsi, a
distaccarsi da se stesso, a contemplarsi dal di
fuori con un acume spietato; a dissolvere ogni
sentimento, appena esso sorga alla luce della
coscienza. Accanto a queste tendenze prosegue
nella lirica quel processo di condensazione e purificazione estrema che era nei
presupposti stessi del decadentismo. La tendenza
alla poesia pura si incontra con la solitudine
morale, con l'impossibilità di aderire alla
realtà politica che fu propria di quei decenni (una
sorta di « resistenza », per la quale si
opponeva alla celebrazione dei letterati
cortigiani il no secco e fermissimo di poeti
come Montale); e produce la solitaria e triste
esperienza della lirica « ermetica », forse la
più angosciata e priva di speranza della nostra
storia.
Negli anni medesimi in cui si maturava e
svolgeva il processo consapevole del
decadentismo italiano, giungeva alla sua
compiutezza l'estetica di BENEDETTO CROCE.
L'estetica crociana appare lontanissima dalla
sensibilità decadente, ispirata ad una chiarezza
e limpidità che vorremmo dire neoclassica.
Tuttavia il decadentismo italiano giungeva alle
sue espressioni conclusive non soltanto subendo
il fascino della poesia contemporanea europea ma
proseguendo e svolgendo sino all'assurdo alcuni
dei motivi più tipici del pensiero crociano. Il
Croce, reagendo a quelle contaminazioni della
poesia con la scienza che erano proprie
dell'ultimo Ottocento, aveva definito l'arte
come intuizione, cioè traduzione in immagini del
sentimento; e partendo da questo principio aveva
affrontato criticamente l'esame di numerosissime
opere letterarie, distinguendo in ciascuna di
esse, anzi in ciascuna pagina (in ciascun
periodo, in ciascun verso), i motivi di
carattere poetico da quelli di carattere
allotrio, cioè derivati da interessi logici,
culturali, morali, religiosi, politici. Ma i
decadenti, affisandosi sul metodo particolare di
quella critica, tutta intesa a distinguere con
sottilissime analisi, perseguirono il mito del
poeta puro, immune da ogni interesse esterno,
pura vibrazione estetica dell'io; il mito della
poesia pura, non germinata dal complesso di uno
spirito che vibri fortemente per gli interessi
degli uomini, ma distaccata dal circolo vitale,
fulgurazione momentanea. Il Croce aveva
affermato che la poesia non consiste
nell'espressione immediata del sentimento, ma
nel sentimento distaccato dall'urgenza delle
passioni, rivissuto e contemplato dall'artista; e
i decadenti pervennero, come abbiamo detto, sino
alla dissoluzione del sentimento, alla
contemplazione dell'esterno di se medesimi.
Crepuscolarismo
Una delle prime voci del nuovo secolo fu quella
di un giovane, spento a trent'anni dalla tisi,
il piemontese GUIDO GOZZANO, autore di alcune
raccolte di versi (La via del rifugio, i
Colloqui), dalle quali deriva un profumo esile
ma inconfondibile. La poesia del Gozzano nasce
dalla tristezza di sentirsi spenta nel cuore
ogni capacità di commozione, ogni semplicità
degli affetti; dalla stanchezza della nostra
sorte di intellettuali moderni. Da questo stato
d'animo il poeta è ricondotto alle « buone cose
» del tempo passato, con una nostalgia che
predilige gli aspetti mediocri e malinconici, i
vecchi arredi, gli oggetti abbandonati nelle
soffitte, l'oscurità delle stanze buie e
polverose, il quieto acciottolio delle stoviglie,
le ragazze brutte e sentimentali, gli idilli
provinciali... Ma è una nostalgia a cui il poeta
non riesce ad abbandonarsi compiutamente,
intrisa come essa è di un sorriso dissolvitore,
il sorriso di chi canta un mondo al quale non
può più in alcun modo aderire, per la sua stessa
sensibilità e la sua cultura. Le buone cose del
passato non sono
ahimè che buone cose di pessimo gusto. Donde il
tono di questa lirica, i suoi colori stinti, il
suo accento malinconico; una lirica che non fu
tipica soltanto del Gozzano ma col Gozzano contò
altri poeti minori (SERGIO CORAZZINI, MARINO
MORETTI), i quali tutti furono detti
crepuscolari, per quell'aura di estrema poesia,
di compianto per l'estinguersi di ogni
commozione poetica. Dietro ognuno dei sorrisi di
cui sono intrisi i loro versi c'è la tristezza
di un'anima che non sa rassegnarsi ad essere
scettica, a non aver più fede negli ideali
borghesi... Quando la rassegnazione sarà
compiuta non vi sarà più posto per la poesia «
crepuscolare », ma solo per il loicismo
esasperato. A Guido Gozzano seguirà Luigi
Pirandello.
Degna di nota è la lirica dei Crepuscolari anche
per un'altra ragione, cioè per lo « scadimento
del tono » che da essa ebbe inizio, come
legittima reazione alle sonorità più fastidiose
della letteratura italiana. Al posto dei Giorgio
Aurispa, degli Stelio Effrena, degli Andrea
Sperelli ci sono nei versi del Moretti i nomi
qualsiasi dei compagni di scuola, Massari, Mauri,
Mèngoli, Moretti; al posto dei libri rari
l'antilibro, cioè la poesia dell'orario
ferroviario... È lo svuotamento della « Vita »
dannunziana, con tutto l'esasperato attivismo
dei personaggi dei romanzi e dei drammi; la
negazione del contenuto eroico per quello
quotidiano, cioè una poesia in tono minore,
senza alcuno spicco di parole e di rime, scritta
col lapis (come suona appunto il titolo di una
raccolta).
Futurismo
Nel 1909 FILIPPO TOMMASO MARINETTI lanciava dal
Figaro di Parigi il primo dei Manifesti
futuristi. Il futurismo esaltava il trionfo
delle macchine, dello sport, dell'audacia, il
ritmo febbrile della vita moderna. Le arti
dovevano esprimere questo nuovo ritmo
dell'esistenza, protendere verso il futuro,
dimenticare ogni insegnamento del passato. Era
necessario aderire alla realtà nell'impeto
incessante del suo divenire, cogliere non gli
oggetti ma il loro moto inebriante e vorticoso,
riprodurre lo slancio creativo delle macchine.
Per il raggiungimento di questa immediatezza i
futuristi proponevano l'uso del paroliberismo,
cioè liberavano le parole da ogni nesso
grammaticale, eliminavano i pronomi le
preposizioni le congiunzioni, sostituivano la
punteggiatura con i simboli algebrici,
accentuavano ed esasperavano l'ortografia dei
vocaboli (sviuuseeeene per un apparecchio
colpito e precipitante). Da queste dottrine non
derivò alcuna opera valida di poesia; tuttavia
il futurismo contribuì con efficacia allo
svecchiamento della nostra civiltà letteraria. I
futuristi giunsero sino all'esaltazione della
violenza, del nazionalismo, dell'imperialismo,
al culto della guerra, considerata come simbolo
estremo del rinnovamento, « igiene unica al
mondo »; ma spazzarono via dall'anticaglia delle
nostre lettere gran parte dei luoghi comuni e
degli umori tradizionali. Proprio da noi, dove
il movimento ebbe i suoi più eccitati assertori,
il futurismo finì per produrre una nuova sorta
di banale conformismo; ma almeno all'inizio fece
provare il sapore dell'anarchia ad una
letteratura sin troppo saggia come era la
nostra. Notevole soprattutto, tra le
proposizioni teoriche dei futuristi, fu
l'identificazione dell'arte con l'analogia, cioè
con la capacità di istituire rapporti continui
con l'una o l'altra sensazione o l'uno o l'altro
oggetto sino alla traduzione della realtà in una
rete analogica sempre più fitta e
immediata (procedimento che dai futuristi
passerà sino alle pagine più intense della
lirica moderna, a cominciare dalle esperienze di
Campana e Ungaretti ).
Contemporaneo al futurismo fu il movimento sorto
intorno alla Voce (1908), ma assai più
impegnativo e fruttuoso. È pressocché
impossibile indicare i motivi essenziali a cui
si ispirarono i vociani: v'era infatti in essi
il desiderio di aderire ad ogni esperienza,
un'attenzione rivolta a tutti gli aspetti più
notevoli della cultura europea. Questa diversità
di apporti nocque al rigore della rivista, ma
valse nel contempo a serbarle quell'aspetto
vivace ed aperto che la contraddistinse. Una
delle figure più caratteristiche del movimento
fu il fiorentino GIOVANNI PAPINI, che nel 1913
abbandonò i vociani per proseguire le sue
esperienze in seno ai futuristi, con una nuova
rivista (Lacerba). Il Papini apparve per qualche
anno come un gigante nell'atmosfera letteraria
dell'anteguerra: come uno stroncatore
imbattibile, disposto a liquidare in due pagine
ogni valore del passato, a rivivere in sé tutte
le esperienze culturali, a divorare e frantumare
ogni sapienza, a tentare l'identificazione del
proprio spirito con quello stesso di Dio (Il
crepuscolo dei filosofi; Stroncature; Le memorie
d'Iddio). Ma è una polemica destinata sin
dall'inizio a risolversi nella sconfitta, nel
riconoscimento della propria totale impotenza;
dal quale stato d'animo derivò uno dei libri più
notevoli dello scrittore (Un uomo finito). Seguì
alla sconfitta la conversione alla fede
cattolica.
Già le tracce della malattia cerebrale (cioè di
una funzione corrompente, dissolvitrice
dell'intelligenza) si rinvengono nei romanzi di
un illustre scrittore romagnolo, ALFREDO PANZINI.
Il Panzini non pervenne quasi mai al racconto
disteso e compiuto, ma piuttosto alla
divagazione sorridente ed ironica, condotta con
arte grandissima sul filo di un pretesto
narrativo. Il Panzini è un amabile maestro di
ginnasio, alquanto conservatore nell'animo,
dotato di una sua quieta saggezza. Un moralista,
in ultima analisi; che si rivolge con simpatia
ai più gentili e pacati tempi trascorsi, ma
irride poi agli ideali semplicisti dei padri;
che dispregia l'età presente ma ne è poi turbato
ed attratto. Un intellettuale moderno,
espertissimo di ingegno e di forme, ma privo di
una sua certezza e parola; pronto ad accomodarsi
con le verità di Cristo come con quelle di
Epicuro, e a corrodere sottilmente così le une
come le altre. Ma tale è la levità dei trapassi,
tale la bravura e mondezza della prosa, che
rimane viva per sempre nell'animo del lettore
l'immagine nuova di questo letterato-filosofo,
alla ricerca vana dell'uomo (La lanterna di
Diogene, Il viaggio di un povero letterato).
ITALO SVEVO
Ormai predominante è invece la malattia
cerebrale nel capolavoro di uno scrittore
triestino, ITALO SVEVO. Lo Svevo raggiunse
improvvisamente una fama europea nel 1923, con
la pubblicazione della Coscienza di Zeno. Zeno
scrive le sue memorie per sottoporle ad un
esperto di psicanalisi; non descrive i fatti ma
i pensieri più insignificanti, le sue
contraddizioni minute, le incertezze. Il tarlo
dell'introspezione corrode ogni suo pensiero ed
istinto; gli impedisce di volere, di agire. Zeno
(come tanti altri personaggi della narrativa
moderna) è un intellettuale senza speranza,
soltanto curioso di avvertire il moto della
propria esistenza, di ascoltare i propri
pensieri. Il realismo ottocentesco, la
letteratura di ispirazione naturalistica, aveva
costituito l'esperienza più valida della società
borghese nel momento più alto della sua fortuna:
era la coraggiosa inchiesta della cultura
borghese europea intorno alla vastissima
categoria degli esclusi. E la crisi del
naturalismo, di cui questo romanzo è uno dei
documenti più insigni, era il segno di una crisi
più vasta, la crisi di una società che non ha
più il tempo di guardare all'esterno, ma volge
impaurita l'occhio in se stessa.
Notevolissima è la parte finale del romanzo.
Zeno (che è vissuto proprio nel centro della
crisi borghese, nei confini di quell'impero
asburgico che era una delle espressioni più
massicce del sistema, e la cui frana segnò il
crollo di tutta una società) è ormai divenuto
chiaroveggente. Mentre il mondo per proprio
conto ruina (sono gli anni della guerra) Zeno è
guarito, e traffica lautamente, sfrutta tutto il
sangue versato dalla guerra per accumulare
sozzamente denaro su denaro. Cessa perciò di
scrivere il suo diario, ormai divenuto
perfettamente inutile. Gli resta però tanto di
coscienza da avvertire che oramai per la terra è
solo questione di tempo. Un giorno un'esplosione
enorme porrà fine ad ogni parassita, e
cancellerà per sempre il pianeta.
LUIGI PIRANDELLO
L'opera di LUIGI PIRANDELLO, nella storia degli
ultimi decenni, è una di quelle esperienze
conclusive alle quali abbiamo accennato nei
paragrafi precedenti: derivata da un bisogno
estremo di analisi, dal bisogno di esasperare e
concludere sino alle ultime istanze lo
scetticismo dei tempi moderni.
La cultura moderna aveva perduto ogni fede nella
realtà oggettiva, nei princìpi e valori
dell'Ottocento. Tuttavia ne aveva derivata una
nuova fede nei valori dello spirito, considerato
arbitro e moderatore di ogni aspetto sensibile,
protagonista del mondo reale. Sullo spirito si
appunta infatti lo sguardo di Pirandello, per
ricercarne i motivi sostanziali. Ma sotto quello
sguardo anche lo spirito si dissolve, si
disperde l'unità stessa della persona umana. Il
nostro io si modifica continuamente, ed è vario
e complesso in modo indefinibile; eppure noi
tendiamo per istinto, quanto più gravi sono i
nostri doveri sociali, a fermarlo in un aspetto
ideale, in una forma immobile, che non
corrisponde in alcun modo, appunto perché
determinata, al nostro divenire. (Ed anche
ciascuno degli altri ci immobilizza in una
maschera, legata ad un aspetto e ad un momento
particolare della nostra esistenza; e noi non
siamo più uno ma mille, diecimila, quanti sono
quelli che ci conoscono; e nessuno ad un tempo,
perché nessuna di quelle forme corrisponde al
nostro io più profondo). E v'è un momento in cui
riusciamo, almeno per un istante, a distaccarci
dalla nostra forma, a vedere noi stessi nella
vita, dal di fuori, come degli estranei; in cui
non riconosciamo più quella vita e quella forma
come nostre, ma come il frutto di un compromesso,
delle mille barriere innalzate intorno a noi
stessi; in cui ci accorgiamo che quella vita,
quella professione, quella casa, quella famiglia,
non hanno niente a che fare col nostro io
sotterraneo, ma sono la vita e la professione di
una maschera, a poco a poco sorta su di noi sin
dagli anni dell'infanzia. È il momento in cui
quella forma si infrange, in cui restiamo come
sospesi nel vuoto, smarrita la capacità stessa
di vivere. Perché da quella forma, che pure era
cosa vana, erano tenuti insieme i frammenti
infiniti del nostro spirito; e noi ci ritroviamo
con gli occhi fissi in un punto ove non è il
nostro io più vero, ma soltanto il vuoto,
protesi a cogliere una realtà che è impossibile
fermare; spezzati e vinti senza rimedio.
Un mondo di maschere dunque; sia in quegli
scritti in cui compaiono i più tipici personaggi
del Pirandello, divisi perennemente in un io che
vive ed in un io che si osserva, protesi verso
l'autocoscienza assoluta, cioè verso l'assurdo e
la pazzia; sia in quegli scritti in cui egli
osserva spietatamente dai di fuori il suo
personaggio, pur senza introdurre il lui stesso
l'amaro sillogizzare. Un mondo di « maschere
nude», cioè denudate della loro forma; una
società intera che si frantuma e dissolve sotto
lo sguardo ironico dello scrittore. Quasi tutta
l'opera del Pirandello è immersa in un
pessimismo senza conforto; sorretta da una pena
amara nelle pagine migliori e viziata da una
libidine distruttrice in quelle più aride: forse
l'espressione e la denuncia più amara della
nostra sorte di moderni, incapaci di rinvenire
nell'organismo sociale un tessuto connettivo che
ci ponga in contatto effettivo e non fittizio
con gli altri, coscienti di muoverci in una
fitta rete di convenzioni, eppure incapaci di
uscirne perché al di là di esse è solo il vuoto,
il deserto, la solitudine dell'io.
Ai romanzi e al teatro di Luigi Pirandello sono
preferite oggi dalla critica le Novelle per un
anno, che adunano un mosaico interminabile di
situazioni paradossali. In alcune delle
composizioni teatrali, in effetti, il loicismo
diviene troppo astratto e grottesco, e i poveri
personaggi borghesi dei complicatissimi e
allucinati Amleti che ci turbano pur senza
persuaderci della loro consistenza. Grandissima
fu tuttavia l'efficacia dei suoi drammi, così in
Europa come in America. In Italia al teatro
piccolo-verista subentrava col Pirandello il
teatro « d'avanguardia », appesantito da
significazioni recondite, lontanissimo dalla più
quieta e provinciale tradizione dello spettacolo.
Un tempo si studiava l'opera di Luigi Pirandello
un poco in astratto, fuori delle condizioni
concrete del tempo e dello spazio da cui essa
era derivata; oggi vi si riconosce (pur nel suo
significato europeo) la voce di una crisi ancora
insoluta, quella dell'Italia meridionale, col
suo crescente disinganno per il Risorgimento
fallito, il mancato inserimento nella vita
nazionale, la consapevolezza di un contrasto
insanabile tra le illusioni e il reale.
La «prosa d'arte»
Uno dei movimenti storicamente più significativi
del primo dopoguerra fu quello promosso da un
gruppo di scrittori intorno ad una rivista
romana, La ronda, pubblicata dal 1919 al 1923.
La Ronda significò una reazione al
rivoluzionarismo dei papiniani e dei futuristi,
un ritorno ai problemi dello stile, alle
esigenze del mestiere. Ma l'atteggiamento dei
rondisti non fu il frutto di un esclusivo
classicismo: il loro ritorno alla tradizione,
alla forma, era rivissuto attraverso le
esperienze più intense del Novecento. L'ideale
dei rondisti non è il racconto, ma il « saggio
», il « capitolo », a mezzo tra l'effusione
lirica e la notazione morale, l'osservazione
critica e la pagina narrativa: la « prosa d'arte
», come fu detta, sorvegliatissima, estremamente
lavorata, carica di tutte le seduzioni e
sottigliezze dell'epoca moderna, spesso
concepita come un divertimento puro del gusto,
al di là di ogni significazione concreta.
Certamente la scrittura pervenne nelle pagine
dei rondisti ad una
tale raffinatezza d'espressione, ad una tale
acutezza intellettiva, da non permettere il
confronto con alcun'altra produzione consimile.
Nella «prosa d'arte», è forse da riconoscere
l'espressione più vistosa di quel distacco dalle
ragioni concrete degli uomini, di quel «
disimpegno », di quell'appartarsi nella torre
d'avorio delle lettere, che fu comune a gran
parte della letteratura italiana durante il a
ventennio », e testimonia a suo modo
l'incapacità di un incontro effettivo, dí una
solidarietà di fondo tra la cultura e il regime
istaurato dal fascismo. Di contro alla prosa
antiletteraria di un Pirandello nasceva questo
frutto singolare e quasi di serra, questa prosa
liricizzata e sensibile, pronta a sviarsi dietro
ogni suggestione della cultura o della memoria;
oggi quasi del tutto esaurita, e divenuta un
paragrafo suggellato della nostra esperienza.
Il principe della prosa d'arte, colui che ne
incarnò i caratteri in maniera quasi simbolica,
e che fece del saggio una specie di sortilegio,
di scoprimento e scioglimento di enigmi, fu il
toscano EMILIO CECCHI. Nei suoi saggi (o
capricci ritratti fantasie e memorie che dir si
voglia) egli parte sempre da un elemento singolo
della sua esperienza, animali, ragazzi, incontri,
paesaggi, oggetti, espressioni verbali; ma sin
dalle prime righe penetra in essi con un occhio
affascinato, si aggira intorno ad essi con una
capacità inesorabile, sino a condurli ai limiti
estremi dell'irreale. È questa del Cecchi una
magia nuova dell'intelligenza, una capacità di
allusioni che fa di cose e di motivi di nessun
conto, di una pantera di un fonografo di un
pesce rosso, uno Ti-raglio aperto sull'assoluto.
Il Cecchi aduna le qualità più opposte, una
auscultazione sotterranea, arcana delle cose; ed
una intelligenza lucidissima, una chiarezza
metallica, una padronanza continua dei propri
mezzi (Pesci rossi; Qualche cosa; Corse al
trotto vecchie e nuove). Di un umore quasi
opposto sono le divagazioni di un altro rondista,
i! romano ANTONIO BALDINI, placido e un po'
neghittoso e beato spettatore dinanzi alle cose
ed agli uomini: il più divertente forse e
malizioso scrittore del primo Novecento (Michelaccio;
Beato tra le donne).
Accanto al « saggio », alla « prosa d'arte », al
« capitolo » prosegue tra l'una e l'altra guerra
l'esperienza più propriamente narrativa. Una
narrativa, tuttavia, quasi sempre incapace di
pervenire al racconto, per il predominio
dell'intelligenza e della tecnica sulle capacità
fantastiche e narrative; oppure per
l'impostazione dichiaratamente lirica e
frammentaria della pagina, per il sormontare
delle sensazioni più remote e germinali dell'io.
Basti qui accennare ad un movimento che si
diffuse in Italia negli anni medesimi della
Ronda, il cosiddetto « realismo magico », per il
quale si descrivono, con la lucidità e
semplicità delle narrazioni veriste, avventure e
vicende non solo inverosimili ma estranee ad
ogni logica; saturo ad ogni pagina di
significazioni estremamente allusive, simboliche,
tali che rifiutano di essere risolte in termini
concreti, e soltanto sopportano di essere
avvertite dalla sensibilità del lettore.
Il fondatore e maestro del realismo magico, di
cui agitò e discusse le formule sulla rivista
Novecento, è MASSIMO BONTEMPELLI. Nei suoi
romanzi e racconti (anzi miracoli, avventure e
favole metafisiche, per usare una formula dello
scrittore) compaiono vicende paradossali e
prodigiose, al di là dello spazio e del tempo,
come immerse in una nuova dimensione; ma anche
una fermezza, una esattezza impassibile e lucida
dell'espressione (La scacchiera davanti allo
specchio; Vita e morte di Adria; Giro del sole).
Accanto alle pagine del Bontempelli indicheremo
alcune opere di scrittori minori, nelle quali la
sensibilità moderna appare più esasperata: il
Deserto dei Tartari di DINO BITZZATI,
Cancroregina di TOMMASO LANDOLEL le Lettere di
una novizia di GUIDO PIOVENE.
IL SECONDO NOVECENTO
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